Se con i ghiacciai fonde anche un pezzo della nostra cultura

Con gentilissima concessione dell’autore Giovanni Baccolo, che ringrazio di cuore, vi propongo alcuni stralci di un suo articolo dal titolo Con i ghiacciai che fondono perdiamo un frammento della nostra cultura pubblicato su storieminerali.it e in origine sul blog di glaciologia dell’European Geoscience Union. Lo trovo estremamente interessante, oltre che per il valore generale dei suoi contenuti, per come partendo da un punto di vista prettamente geo-glaciologico, dunque scientifico, arrivi a congiungersi con il punto di vista antropologico, dunque umanistico, con il quale io mi occupo spesso dell’argomento – ad esempio in questo articolo.

Vi invito dunque a cliccare sull’immagine in testa al post per leggere l’articolo di Giovanni Baccolo nella sua interezza e, appunto, mi auguro che gli stralci di seguito pubblicati vi risultino invitanti allo scopo nonché alla riflessione sul tema il quale lo ribadisco pure io, offre aspetti e ricadute assai complesse, più di quanto si possa ritenere, e assolutamente fondamentali circa il futuro delle montagne e della relazione antropica con i loro paesaggi.

I ghiacciai si ritirano e scompaiono sempre più numerosi in molte regioni della Terra. Lo sapevate? Scherzo, il declino dei ghiacciai è una delle conseguenze del cambiamento climatico che meglio conosciamo. Siamo inondati di notizie che parlano di questo tema. Tale ritiro ha molteplici e gravi conseguenze ed è una delle icone più potenti del cambiamento climatico. Voglio però parlare di uno degli impatti meno discussi: la perdita di cultura legata alla scomparsa dei ghiacciai. Perché con l’acqua che fonde non stiamo perdendo solamente ghiaccio.
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Pensateci: potrebbe essere la prima volta che un fenomeno naturale nel suo insieme scompare. La glaciologia non scomparirà completamente, poiché speriamo che le grandi calotte polari sopravvivano all’attuale cambiamento climatico per un altro paio di centinaia di anni, ma lo stesso non si può dire per la branca che tratta i ghiacciai di montagna.
Sappiamo tutti che i ghiacciai sono un elemento chiave di molti paesaggi di montagna. Quando si chiede ai bambini di disegnare una montagna, probabilmente disegneranno un triangolo marrone con un cappello bianco, il ghiacciaio essenziale! Beh, forse tra 100 anni quel cappello bianco scomparirà, insieme alla nostra idea che i ghiacciai sono parte fondante dei paesaggi di montagna.
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Quest’estate ho fatto un esperimento per vedere quanto è diffusa la conoscenza di base della glaciologia e dei ghiacciai. Ho creato un sondaggio per chiedere alle persone che conoscono e visitano le Dolomiti, alcune domande sulla loro conoscenza dei ghiacciai in questo settore alpino. Ho chiesto di elencare i ghiacciai noti e di spiegare se erano a conoscenza di alcuni termini glaciologici di base. Per esempio, ho chiesto se sapevano distinguere i campi di neve dai ghiacciai o se sapevano che le Dolomiti ospitano decine di ghiacciai che presto scompariranno.
I risultati mi hanno impressionato. Anche se centinaia di migliaia di turisti visitano le Dolomiti ogni anno, la maggior parte dei partecipanti al sondaggio era completamente all’oscuro che quelle montagne ospitano molti piccoli ghiacciai. Conoscono solamente il ghiacciaio della Marmolada. Tutti gli altri ghiacciai delle Dolomiti stanno scomparendo nel silenzio assoluto degli alti valloni che li custodiscono. Inoltre, chi ha compilato il questionario spesso non sapeva descrivere cos’è un ghiacciaio o come riconoscerlo, nonostante abbia dichiarato di passare abitualmente le vacanze in montagna.
Andiamo sempre più spesso in montagna, ma stiamo già dimenticando i ghiacciai. Con la loro scomparsa stiamo perdendo anche le storie che riguardano la loro esplorazione, il loro studio e le esperienze legate ad essi. Un intero patrimonio culturale che si sta letteralmente squagliando come neve al sole. Dobbiamo impegnarci! Dobbiamo lavorare sodo per portare alle prossime generazioni i preziosi messaggi che i ghiacciai stanno condividendo con noi.

Emanuele Atturo, “Roger Federer è esistito davvero”

In principio Dio creò il cielo e la terra. Ora la terra era informe e deserta e le tenebre ricoprivano l’abisso. Dunque Dio disse: «Sia la luce!». E la luce fu, e chiamò la luce giorno e le tenebre notte. E fu sera e fu mattina: primo giorno. Dio fece il firmamento e separò le acque, e chiamò il firmamento cielo. E fu sera e fu mattina: secondo giorno. Poi fece la terra e l’acqua, e dalla terra fece spuntare erbe, germogli e alberi eccetera, e fu sera e fu mattina: terzo giorno, e poi quarto giorno, e poi quinto, e poi sesto, e poi nel settimo giorno Dio portò a termine il lavoro che aveva fatto e vide che era cosa buona, così decise che s’era meritato un po’ di svago. Decise di scendere sulla Terra e giocare a tennis: ma non poteva certo farlo come “Dio”, allora fece in modo di restare in incognito e si fece chiamare “Roger Federer”.

Chi abbia anche una minima conoscenza del mondo del tennis sa già che non sto affatto esagerando a scrivere quanto sopra; chi non l’abbia, deve sapere che forse mai, nello sport, un suo protagonista è stato accostato con tale frequenza e costanza all’idea del “divino”, coniugata nelle sue diverse forme, come è accaduto con Roger Federer. D’altro canto forse mai, prima, uno sportivo ha mostrato di fare cose che innumerevoli volte sono state definite “impossibili”, “prodigiose”, “magiche” ovvero divine, appunto a segnalarne l’apparente sovrannaturalità – peraltro condivisa da praticamente chiunque abbia scritto di tennis e di sport in genere, in modo professionale, articolato, tecnico oppure no. In Roger Federer è esistito davvero (66thand2dn, 2021) Emanuele Atturo racconta una biografia tecnico-agonistica del divino campione svizzero sovrapponendovi una narrazione affettiva che è certamente personale ma è facile immaginare comune a qualsiasi tifoso di Federer []

(Potete leggere la recensione completa di Roger Federer è esistito davvero cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)

Uno strano dialetto italiano

Anche le lingue straniere affascinavano il nonno: ci giocava senza averne mai veramente imparata una. Mi ricordo che a volte, soprattutto a tavola, assumeva improvvisa mente un’espressione d’importanza e tirava fuori qualche parola inglese che aveva sentito a San Moritz, per esempio: Good morning, How do you do, How are you, As you like it. Con settanta parole francesi apprese alla scuola secondaria poteva intrattenersi con qualsiasi francese. Con i pastori e gli aiutanti bergamaschi o della Valtellina parlava uno strano dialetto italiano, che non esisteva, che inventava sul momento in modo intuitivo. A un muratore italiano che stava lavorando vicino a casa nostra ha detto con una faccia critica e indicando il cielo rabbuiato: «Aa, mi’l crec ca’l ven dal piöv». Naturalmente piovere il muratore italiano l’avrà capito e infatti non ha neanche riso, avrà creduto che quello fosse un dialetto della regione.

(Oscar Peer, Il rumore del fiume, Edizioni Casagrande, 2016, traduzione di Marcella Palmara Pult, pag.210. Cliccate sull’immagine qui sopra per leggerne la mia “recensione”.)

La vita essenziale

Il mondo intero è per me molto “vivo” – tutte le piccole cose che crescono, perfino le rocce. Non riesco a guardare crescere un po’ d’erba e di terra, per esempio, senza percepire la vita essenziale, le cose che si muovono con loro. Lo stesso vale per una montagna, o un tratto di mare, o un magnifico pezzo di legno vecchio.

(Ansel Adams, senza fonte.)

Quando l’Engadina non “esisteva” ancora

[St. Moritz agli inizi del Novecento. Foto di Bruno Wehrli (1867–1927) – Biblioteca Nazionale Svizzera, pubblico dominio, fonte: commons.wikimedia.org.]

Le strade dell’Engadina sono piene di buche che, nonostante l’abbondanza di pietrisco granitico, le autorità insistono nel riparare con fango liquido, così che dopo mezz’ora di vento engadinese nuvole di polvere nascondono metà della valle.

Edward Lisle Strutt, alpinista inglese autore di numerose grandi salite nelle Alpi e che negli anni Trenta fu presidente dell’Alpine Club, la più prestigiosa associazione alpinistica del mondo, così descriveva le strade dell’Engadina a fine Ottocento, epoca nella quale la regione svizzera era già diventata una rinomata meta di villeggiatura ma nella quale, con tutta evidenza, ancora mancava la mentalità turistica assolutamente “elvetica” (nel senso più redditizio del termine) che nel corso del Novecento l’ha resa uno dei luoghi simbolo delle vacanze del jet set mondiale e della relativa sfarzosa mondanità. Al punto che Strutt, nello stesso testo, auspicava che al riguardo «la Svizzera mostrasse un po’ di buon senso»… Be’, c’è da dire che di buon senso (turistico) ne ha sviluppato e di strada (senza più buche) in tal senso la Svizzera ne ha fatta parecchia da allora, eccome!

N.B.: la citazione è tratta dall’articolo Edward Lisle Strutt (1874-1948). Giorni memorabili, fra storia ed alpinismo, di Raffaele Occhi, tratto dal numero 58 – autunno 2021 della rivista “Le Montagne Divertenti”.