Una nuova libreria, in mezzo alle Alpi (e “sotto” una diga)

Mi rende veramente orgoglioso il poter collaborare con Fusta Editore con il quale ho pubblicato il mio ultimo libro Il miracolo delle dighe, e da sabato scorso 8 luglio anche di più, se possibile: grazie all’apertura della “Libreria Alpina e di Viaggio” a Casteldelfino, comune montano della meravigliosa Valle Varaita. Un atto «coraggioso e visionario», come lo descrive l’articolo dell’ANSA che potete ingrandire e leggere cliccando sulle relative immagini qui sotto oppure qui, nel quale viene anche citato il mio libro. Che d’altro canto qualcosa c’entra con il luogo, visto che tra i “paesaggi idroelettrici” che racconto nel libro c’è anche quello della diga e del lago di Castello, posto poco a monte di Casteldelfino lungo la valle e la strada che sale al Colle dell’Agnello: una diga con una storia assolutamente emblematica riguardo la costruzione dei grandi impianti idroelettrici alpini nel corso del Novecento e la conseguente modificazione del paesaggio e della relazione degli abitanti con esso.

Dunque non posso che fare i più calorosi auguri di successo e lunga vita, alla Libreria di Fusta a Casteldelfino: e chissà che tra qualche tempo non ci si veda proprio lassù, tra quelle bellissime e affascinanti montagne…

Fare cose belle e buone, in montagna. Sulle Madonìe (Sicilia), ad esempio

Le Madonìe (in siciliano Li Marunìi) sono tra le montagne più belle della Sicilia e del Mediterraneo. Tanto poco esteso quanto ricco di angoli spettacolari e in costante vista del Mar Tirreno, il gruppo presenta le più alte vette dell’isola dopo l’Etna, sfiorando i duemila metri di quota con il Pizzo Carbonara (1979 m) che domina una morfologia parecchio variegata nonché alcune peculiarità notevoli come la faggeta di Piano Cervi, la più meridionale d’Europa. D’altro canto l’ambiente naturale delle Madonìe è talmente pregiato che la zona, il cui parco è inserito già dal 2004 nella Rete Mondiale dei Geoparchi, dal 2015 si fregia del titolo di Geoparco Mondiale UNESCO.

Nonostante ciò, anche le Madonìe non sono sfuggite al tentativo di imporre ai loro territori i modelli del turismo di massa più banalizzanti e decontestuali: la località sciistica di Piano Battaglia, pur piccola, è il frutto di quell’imposizione, dagli scopi ben più attenti al consumo del luogo che alla sua valorizzazione autentica e con la solita cronaca di pasticci finanziari, chiusure, riaperture, richiusure, soldi pubblici malamente spesi, problematiche legate al clima, eccetera: la sua storia è raccontata – succintamente ma compiutamente – nel libro Inverno Liquido di Maurizio Dematteis e Michele Nardelli.

Anche per i motivi che ho appena citato, qualche anno fa un gruppo di cittadini madoniti per passione, interesse, competenze, ha deciso di impegnarsi alla promozione e sviluppo dei territori montani delle Madonie, creando un’associazione culturale che oggi si può ben indicare come un esempio mirabile e assai efficace di valorizzazione della montagna in senso generale: è Identità Madonita, nata proprio per attivare e promuovere nuovi processi di sviluppo, reti di aziende, persone e servizi dedicati non solo al visitatore ma anche ai giovani madoniti. L’associazione promuove forme di sensibilizzazione attraverso attività mirate ad accrescere la conoscenza ed il valore del territorio, a combattere lo spopolamento e attivare nuove visioni e interpretazioni del territorio locale. Inoltre usa lo sport per attivare forme di sensibilizzazione dei giovani madoniti in base al principio per il quale la conoscenza approfondita di pratiche che agevola la scoperta dei luoghi del territorio può essere potente volano di nuove forme di coscienza, di attività imprenditoriali e di attrazione, così da innescare nuovi meccanismi di sviluppo benefici per l’intero territorio.

Infine, Identità Madonita sfrutta la conoscenza dei suoi membri per promuovere e incentivare forme di reti di persone e servizi al fine di facilitare la fruizione e la coltivazione della cultura delle Madonie. Per questo tra i soci dell’associazione si trovano maestri ceramisti, agronomi profondi conoscitori delle tradizioni contadine, maestri pupari, esperti cuochi, ex componenti dei reparti speciali dell’esercito, artisti pittori, e soprattutto appassionati esperti di sviluppo locale: un ambiente umano ideale per implementarvi la collaborazione di partner commerciali accuratamente scelti per supportare la permanenza e le attività dei visitatori, i quali a loro volta possono approfittare di tale rete per scegliere servizi e aziende innanzi tutto dell’entroterra madonita ma anche della zona costiera, che ha nella cittadina di Cefalù, con la sua rinomanza turistica riconosciuta a livello internazionale, un importante e emblematico legame referenziale tra il mare e il comprensorio montano delle Madonie.

Un’esperienza veramente notevole e ammirevole, quella di Identità Madonita, che ha molto da insegnare a tante altre località montane alpine e appenniniche dalla storia assimilabile che ancora, per motivi di vario genere ma che ormai tutti conoscono bene, non riescono a liberarsi dal giogo della monocultura dello sci nonostante nulla vi sia più – in senso geografico, climatico, ambientale, economico, sociale, culturale, eccetera – nella realtà effettiva di quei luoghi che possa giustificare questo soffocante accanimento turistico. Insomma: chapeau!

(Tutte le immagini presenti nell’articolo sono tratte dalla pagina Facebook dell’Associazione Identità Maronita.)

N.B.: altre cose belle e buone fatte in montagna:

Montagne lontane, ma vicine

Le montagne non dividono ma uniscono, è stato così per secoli fino a che dottrine geopolitiche arbitrarie e insensate hanno adottato i canoni idrografici cartesiani per tracciare i perimetri dei propri domini e trasformare le dorsali montuose in muri di confine naturali. Ma anche in tale condizione, che tutt’oggi persiste, le montagne congiungono le genti ovunque vi sia la consapevolezza di una cultura comune e unitaria nel compendio delle sue diversità locali che per essa rappresentano una grande ricchezza, non certo un ostacolo – proprio come non lo sono i monti, appunto.

M’è venuto da riflettere su ciò, ammirando quest’altra immagine di ieri sera còlta sempre dal promontorio che la mattina dello stesso giorno s’affacciava sul grande “Lago Nebuloso della Valsassina” (cliccateci sopra per ingrandirla), perché il particolare che più mi ha attratto, nello spettacolare contesto visivo d’un tale tramonto infuocato, anche più della mole possente delle Grigne in primo piano, è la piccola sagoma appuntita laggiù a sinistra: è il Monviso, distante dalla fonte dell’immagine ben 236 km in linea d’aria (misurati da Google Earth, circa 300 km su strada). Eppure anche quelle laggiù sono le Alpi, la cui cerchia occidentale è ben evidente nel lembo visibile dietro le Grigne le quali rappresentano vette tra le più iconiche (certo non quanto il Monviso, ma abbastanza) delle stesse Alpi, la cui catena poi continua al di fuori dell’immagine verso oriente per altre centinaia di km fino all’Europa balcanica: una vera e propria cerniera, ininterrotta e possente, che unisce l’intero continente europeo meridionale rappresentandone il cuore possente e lo spirito più elevato – non solo altitudinalmente – nonché lo stesso orizzonte (solo capovolto) per i due versanti che lungo la dorsale si congiungono e uniscono i loro spazi vitali, la loro storia, i propri paesaggi, il loro tempo.

Un orizzonte che per secoli è stato anche ineluttabile destino, e che tale dovrebbe sempre restare a prescindere da qualsiasi evoluzione sociale, culturale, tecnologica, politica, antropologica. Se ciò effettivamente accadrà, sarà anche per merito di tutti noi: basta solo volerlo. Ecco.

Fare cose belle e buone, in montagna. A Erl (Austria), ad esempio

[Immagine tratta da www.kufstein.at.]

Un amministratore locale “medio” delle Alpi italiane si trova a poter spendere un tot di milioni di Euro di soldi pubblici: che ci fa? Salvo poche eccezioni, probabilmente impianti e piste da sci, anche se non soprattutto a meno di 2000 m di quota, altitudine sotto la quale la scienza dimostra con dati ineluttabili che nevicherà sempre meno e farà sempre più caldo. Dove invece non impera la monocultura dello sci, tanto adatta a spendere facilmente soldi e a ricavarne altrettanto facili tornaconti quanto del tutto fuori dal tempo e sovente degradante le montagne alle quali viene imposta, si può avere la mente libera e sensibile a idee differenti, innovative, realmente capaci di cambiare quei paradigmi fallimentari prima citati. A Erl, piccolo comune in Austria nel distretto di Kufstein (a nord di Innsbruck), ove sono comunque presenti rinomati comprensori sciistici, hanno deciso di investire 36 milioni Euro (cifra che qui vale come tre impianti sciistici e relative infrastrutture, più o meno) in un’opera culturale che ha rilanciato in maniera preponderante e sorprendente l’intera zona: la Festspielhaus, una modernissima sala per concerti ed eventi artistici da ben 862 posti a sedere e un palcoscenico addirittura più grande di quello dell’Opera di Vienna, che offre un calendario costantemente ricco di proposte di altissimo livello registrando di frequente il tutto esaurito, con numerosi visitatori che giungono anche da molto lontano, oltre a rappresentare un’opera di architettura contemporanea che anche per ciò è diventata una rinomata attrazione turistica e culturale.

Come scrive Paolo Martini nel suo blog su “Il Fatto Quotidiano” in un articolo significativamente intitolato Non di solo sci vive la montagna,

La Festspielhaus è stata costruita tra il 2010 e il 2012 ai margini del bosco dallo studio viennese DMMA di Delugan Meissl, gemello post-moderno di una vicina e precedente costruzione di cemento bianco a forma di torre, la celebre Passionsspielhaus, dedicata alla grande rappresentazione popolare della Passione, cui partecipano dal 1613 quasi tutti i millecinquecento abitanti del paese, ogni sei anni, e che a sua volta è diventata una celebre attrazione turistica della regione a nord di Innsbruck. Fa impressione pensare che un paesino tra i tanti, lungo l’Inn, abbia voluto costruirsi un palcoscenico di 450 metri quadrati e una splendida platea per quasi novecento spettatori, in grado di garantire visuale e acustica pressoché perfette per ogni ordine di posto. Nel periodo natalizio la programmazione del Festspielhaus di Erl riparte alla grande, tra concerti e opere di altissimo livello, tal quale durante la stagione estiva.

Ecco. Per tutti quelli che dicono che chi è contro i nuovi impianti di sci non vuole che si faccia alcunché in montagna, magari tacciandolo di essere un «integralista del no» (definizione spesso sulla bocca dei sostenitori della monocultura sciistica): la questione è semmai che non si possono fare cose illogiche, insensate, fuori contesto, prive di visione e progettualità futura per di più spendendo soldi pubblici, ma si possono (anzi, si devono) fare cose dotate di buon senso e realmente capaci di sviluppare e valorizzare il luogo nel quale vengono realizzate, anche perché fatte spendendo soldi pubblici dei cui benefici concreti si dovrebbe sempre rendere conto, così come dovrebbe riconoscere le proprie responsabilità (anche giuridiche) chi impone opere e progetti palesemente fallimentari le cui conseguenze deleterie non tardano a manifestarsi.

Tuttavia, sono discorsi semplicissimi da capire per chiunque ma, temo, ancora troppo complicati per quei citati personaggi pubblici; d’altro canto, chi non ha orecchie per intendere non intende nulla, già.

N.B.: altre cose belle e buone fatte in montagna:

Come trovare l’oro nel bosco

Conoscerete sicuramente quel motteggio popolare che dice «Il mattino ha l’oro in bocca», a indicare in modo ovviamente metaforico le prime ore della giornata come le più preziose per “fare cose”, le più proficue e ricche di energia… Ma c’è la possibilità di praticare un “incantesimo” grazie al quale quella metafora così suggestiva assume un senso letterale e di oro pare ammantarsi ogni cosa e, innanzi tutto, il proprio animo. È un incantesimo semplicissimo, banale, tant’è che nessuno lo considererà tale finché non si ritrovi a viverlo e a constatarlo: camminare nel lariceto in una mattina d’autunno e ritrovarsi in compagnia dei raggi solari. Svoltando lungo il sentiero che stavo percorrendo, oltre la parte di bosco che i pendii montuosi alle spalle mantenevano in ombra, all’improvviso mi è sembrato che il Sole stesso si fosse posato tra gli alberi e che tutto laggiù fosse veramente fatto di materia aurea, brillante, quasi scintillante tra le fronde mosse da una leggera brezza, come se fosse stata sparsa della polvere d’oro su ogni cosa… una luce calda, potente e al contempo accogliente che mi ha stupito, illuminato lo sguardo e ancor più lo spirito – e che l’immagine qui sopra non riesce a rendere del tutto, inesorabilmente.

D’altro canto alcuni lo definiscono proprio così il larice, l’albero del Sole. Quando la cosiddetta “bella stagione” sfuma sempre più nel ricordo dei suoi giorni lunghi e caldi e la potente luminosità diurna che profumava d’estate lascia sempre più spazio all’ombra, soprattutto tra le valli montane, il larice si mette d’impegno e si prende la briga di regalarci l’ultimo meraviglioso sfavillio dorato che sembra fatto proprio di scintille cadute dal Sole di un cielo estivo: un ultimo dono di luce, di gloria e di brillante vivacità prima che l’inverno prenda definitivamente il controllo del tempo e assoggetti lo spazio, con chiunque lo viva, alla sua silente freddezza. Un dono che è bene conservare con cura, così che possa continuare a illuminare, riscaldare e regalare una gioia tanto minima quanto preziosa che potremo avere con noi non solo al mattino ma in tutta la nostra giornata, anche nel cuore dell’inverno più buio – ma mai oscuro abbastanza da poter spegnere quella luce accesa dentro di noi.