Le Dolomiti e i loro ghiacciai

P.S. – Pre Scriptum: ho programmato per oggi la pubblicazione del seguente post, qui sul blog, e mai avrei immaginato che la drammatica cronaca delle ultime ore lo rendesse ancor più emblematico. Purtroppo la sparizione dei ghiacciai alpini non avverrà solo per fusione ma anche per franamento e crollo, con rischi estremi per tutto ciò vi sarà a valle. È un problema ulteriore legato al cambiamento climatico del quale si dovrà inevitabilmente tenere conto, che cambierà spesso drasticamente i paesaggi montani. Tornerò ancora sul tema, nei prossimi giorni.

[Il Ghiacciaio superiore dell’Antelao, nelle Dolomiti Bellunesi, nel 2010. Immagine tratta da qui.]
Giovanni Baccolo, glaciologo e ricercatore presso il Dipartimento di Scienze Ambientali e della Terra dell’Università Milano-Bicocca, ha di recente pubblicato un contributo estremamente interessante sui ghiacciai delle Dolomiti, montagne la cui particolare bellezza è unanimemente riconosciuta ma che non vengono solitamente associate alla presenza di ghiacciai come altri gruppi montuosi alpini, più elevati e adatti alla presenza di masse glaciali. Di contro il glacialismo dolomitico presenta caratteristiche tanto interessanti quanto a loro modo emblematiche anche rispetto all’attuale fase di cambiamento climatico in corso, e su questo aspetto si sta concentrando il lavoro e la ricerca di Baccolo. Siccome è facile prevedere che le Dolomiti faranno da quinta scenografica alle imminenti vacanze di molti, considerare quanto riportato nella ricerca di Giovanni non può che contribuire ad accrescere l’attenzione e la sensibilità verso tali meravigliose montagne e la considerazione riguardo la loro delicata bellezza, anche e soprattutto in ottica futura.

Di seguito potete leggere il testo di Baccolo, che ringrazio molto per avermi concesso di pubblicarlo. Ulteriori illuminanti contributi in tema di montagne e processi naturali li potete trovare nel suo sito web storieminerali.it.

Le Dolomiti sono indubbiamente tra le montagne più celebri e frequentate. Eppure non sono particolarmente note per i loro ghiacciai.
In realtà anche queste montagne ospitavano tanti e diversi ghiacciai. A differenza dei colossi di ghiaccio tipici delle Alpi Occidentali e Centrali, quelli dolomitici erano ghiacciai minuti, indipendenti l’uno dall’altro, autentiche gemme di gelo.
Le Dolomiti non sono infatti montagne particolarmente adatte al glacialismo. Sebbene raggiungono quote anche considerevoli, superiori ai 3000 metri, mancano del tutto vasti bacini di accumulo posti a quelle altezze. Solo le creste sommitali e poche cime bucano la soglia dei 3000, impendendo alla neve di conservarsi.
Grazie all’orografia complessa, le Dolomiti riescono però a ingannare il clima, almeno localmente. Pareti scoscese, canaloni incassati e cambi di pendenza sono tutte strutture che si ritrovano un po’ ovunque nei vari massicci dolomitici. Sono luoghi che in certe condizioni permettono di conservare la neve e il ghiaccio in modo molto efficiente, ben al di sotto del limite climatico delle nevi perenni.
Ecco perché i ghiacciai dolomitici occupavano pochi posti riparati e ombrosi, potevano sopravvivere solo dove la neve resisteva ingannando l’altimetria. Appena ci si spostava da quelle nicchie fredde le condizioni cambiavano, condannando i ghiacciai delle Dolomiti a mantenere dimensioni davvero contenute.
Sto raccogliendo da tempo materiale su questi ghiacciai, carte, fotografie storiche. Grazie a essi e allo studio delle fotografie aeree (i ghiacciai lasciano sempre dei segni nel paesaggio), sto elaborando una prima carta che mostri l’estensione di tutti i ghiacciai delle Dolomiti al termine della Piccola Età Glaciale (intorno al 1860), nel 1990 e nel 2021.
Da 92 ghiacciai siamo passati a 44, con una riduzione di superficie da 27 km quadrati a meno di 4. Spero così di lasciare almeno una memoria scritta di questi piccoli apparati dimenticati che nessuno più conosce. La glaciologia diventa sempre più simile all’archeologia (almeno sulle Alpi).

P.S.: l’osservazione con la quale Giovanni Baccolo chiude il suo testo è tanto significativa quanto inquietante. È vero, la glaciologia è una scienza oltre modo importante per il nostro mondo che tuttavia, come forse mai è accaduto in passato per altre discipline scientifiche, sta vedendo scomparire l’oggetto dei propri studi. Ancor più dell’archeologia, a ben vedere: almeno questa lavora spesso su resti e le vestigia visibili di ciò che fu, la glaciologia rischia di non avere nemmeno più quelle. Come se un archeologo si ritrovasse a dover studiare soltanto il mero fosso lasciato nel terreno da un muro antico lì presente e ora totalmente svanito nel nulla: in tal caso la disciplina non avrebbe più ragion d’essere, in pratica.

Annibale Salsa e i “Panchinoni”

Annibale Salsa è uno dei più importanti antropologi italiani, in particolar modo riguardo i temi legati alla montagna. È autore di alcuni testi fondamentali per chi si occupi di territori montani e di loro cultura, ed è stato Presidente Generale del Club Alpino Italiano; la sua figura gode di unanime e altissima considerazione.

Di recente Salsa ha messo nero su bianco le proprie considerazioni in merito alla questione “panchine giganti/big bench”, contro la cui proliferazione è ormai in atto una sorta di sollevazione popolare, poliedrica e crescente (come ho denotato qui.) Il testo di Salsa, che vi propongo qui sotto, è oltre modo significativo non solo in sostegno a chi si oppone al fenomeno suddetto ma in generale ai temi della salvaguardia del paesaggio e del suo valore culturale rispetto alla fruizione turistica: una questione a dir poco fondamentale, per il futuro delle montagne.

Unica correzione da considerare, nel testo: le panchinone non sono 143 ma ormai ben 223. Un numero sconcertante e sconfortante, non c’è altro da dire.

Buona lettura e buone conseguenti riflessioni.

PANCHINONI

Come sperimentiamo ogni giorno, la nostra è una società dominata dagli eccessi, espressioni di una cultura egemone capillarmente diffusa. Tra questi eccessi si va diffondendo in maniera pervasiva, per effetto di rapida emulazione, il fenomeno dei «panchinoni». Si tratta di panchine giganti e policrome, del tutto fuori scala, installate in luoghi di grande panoramicità e di pregio paesaggistico. Ma, a causa di tale invadenza seriale, i luoghi di eccellenza dove i panchinoni («Big Bench» in versione anglofona dominante) sono collocati, corrono il rischio di diventare anonimi non-luoghi che ti fanno sentire dappertutto e da nessuna parte. La qualità paesaggistica dei siti ne risente in maniera pregiudizievole. Gli spazi destinati a queste installazioni si stanno deteriorando nel trasformarsi sovente in pattumiere e perdere così quelle peculiarità che li rendevano attraenti. Siamo al trionfo del «kitsch». La nascita del turismo nelle Alpi a fine Ottocento, in Svizzera e sulle Dolomiti, aveva indotto gli operatori turistici di quelle località a collocare graziose panchine, leggere e discrete, in posizioni atte a favorire la contemplazione di paesaggi dotati di elevata qualità estetica. In quegli anni caratterizzati dalla nascita del turismo alpino (e non solo), la dominante culturale non era la fretta compulsiva del mordi e fuggi da fissare attraverso un selfie con cui segnalare una presenza effimera e diffonderla in tempo reale agli amici del proprio gruppo Facebook. La cultura dei turisti di allora era ben diversa rispetto a quella di molti turisti (?) di oggi. Era la cultura del «vedere» consapevole, ricca di intenzionalità empatica, corroborata dalla pratica della contemplazione. Oggi – viceversa – all’atto del vedere, che è un atto della mente prima ancora di quello dell’apparato organico, si è sostituito lo «sguardo» di sorvolo, come scriveva il filosofo Maurice Merleau-Ponty che di percezione paesaggistica se ne intendeva. Vedere e guardare non hanno un significato equivalente in quanto il primo è orientato alla profondità mentre il secondo alla superficialità. A questo punto è lecito domandarsi quale sia l’origine del fenomeno. Tutto è riconducibile all’idea del designer americano Chris Bangle (una delle tante americanate di cattivo gusto da cui siamo circondati) il quale, ritenendo di inventare qualcosa di stravagante, ha lanciato l’idea che, grazie all’emulazione incoraggiata dai «media», ha già interessato ben 143 (vedi sopra – n.d.Luca) installazioni in Italia, di cui tre in Trentino, nei territori di Romallo (terza sponda anaune), Ledro e Buffaure (Val di Fassa) a 2000 metri di altitudine. Fin qui ho espresso riserve di ordine estetico relative al carattere effimero di queste strutture. Tuttavia, un altro problema da non sottovalutare riguarda i profili relativi alla sicurezza. Trattandosi di manufatti di una certa altezza da terra vi è da preoccuparsi del pericolo che possono correre i bambini nell’innato bisogno di arrampicarsi su tali strutture all’apparenza così seducenti per i più piccoli. In molti siti questi panchinoni sono collocati su piattaforme di calcestruzzo destinate a un lento quanto inevitabile degrado non appena la moda si sarà esaurita perdendo l’attrattiva dell’originalità. Negli ultimi due anni, durante i mesi estivi segnati dalla pandemia, la comprensibile quanto legittima voglia di evadere dalla clausura sanitaria, ha innescato vere e proprie invasioni di massa su territori ambientalmente e paesaggisticamente fragili. Frotte di sedicenti turisti, molti dei quali senza una precisa conoscenza dei luoghi che andavano a visitare, si sono riversati in montagna o sui laghi alpini creando situazioni che con il turismo esperienziale e consapevole avevano ben poco da spartire. Il fenomeno è destinato ad amplificarsi e già si parla di «Overtourism» (sovraffollamento turistico) che, in base alla definizione data dall’Organizzazione mondiale del turismo (UNWTO), si caratterizza per: «l’impatto del turismo su una destinazione, o parti di essa, che influenza eccessivamente e in modo negativo la qualità della vita percepita dei cittadini e/o la qualità delle esperienze dei visitatori». Nel territorio delle Dolomiti, in particolare, è rimbalzato il caso del Lago di Braies, in Val Pusteria, a seguito della pubblicità diffusa da un noto serial televisivo o recentemente quello del Lago di Carezza. Altre realtà riguardano l’area delle Tre Cime di Lavaredo e i passi dolomitici. Con le nuove modalità di approccio ai territori di interesse turistico la dimensione reale dei luoghi è costretta ad arretrare per fare posto alla dimensione virtuale nella quale siamo immersi in questo nostro alienante mondo dominato dall’assenza del limite.

Annibale Salsa

Acqua, bene prezioso (ma non per lo sci) #2

Tre informazioni interessanti e delle quali tenere necessariamente conto, riguardo la neve artificiale:

  1. Con un metro cubo d’acqua si producono circa due metri cubi di neve artificiale. Secondo una stima del WWF, ogni anno sulle piste italiane vengono impiegati a questo scopo circa 95 milioni di metri cubi d’acqua e 600 gigawattora di energia, pari al fabbisogno di una città di circa 1 milione e mezzo di abitanti. I costi stimati per l’innevamento di un km di pista possono raggiungere i 45.000 euro a stagione, dato puramente indicativo (per la cronaca, nel 2017 – dunque ben prima del Covid – i debiti delle sole stazioni sciistiche lombarde ammontavano a 350 milioni di Euro). Fonte: clic e clic.
  2. Uno studio su base quadriennale (2015-2018) dell’Istituto Svizzero per lo Studio della neve e delle valanghe di Davos ha stabilito che durante l’innevamento artificiale la perdita di acqua immessa negli impianti oscilla tra il 15 e il 40%: valori che si avvicinano a quelli di un altro studio svolto in Francia. Fonte: clic.
  3. Da inizio anno 2022 – periodo eccezionalmente siccitoso rispetto alle medie passate ma senza garanzia che così eccezionale non lo sia rispetto al prossimo futuro, visti i cambiamenti climatici in corso – secondo le misure degli Enti Regolatori dei laghi, alla contabilità idrica del Verbano sono mancati 2.260 milioni di mc di afflussi, mentre ne sono mancati 920 milioni al Lario, 400 milioni al Sebino, 130 milioni all’Eridio e 400 milioni al Benaco. Fonte: clic.

Ecco.

Ogni commento al riguardo, di qualsiasi tono sia, è lasciato alla vostra discrezione e sensibilità.

P.S.: la “prima parte” di questa riflessione la trovate qui.

Una cartolina dalla Vadrec del Forno

Forse qualche volta vi sarete chiesti (come me) il perché sulle Alpi vi siano dei ghiacciai, dunque qualcosa di ineluttabilmente legato a un’idea di freddo intenso, che invece portano il nome “Forno” o “Forni”, cioè qualcosa di indubbiamente legato a un’idea di calore estremo – il Ghiacciaio o Vadrec del Forno in Val Bregaglia (nella cartolina qui sopra) e quello dei Forni in Valtellina sono due esempi tra i principali al riguardo, mentre un altro Ghiacciaio del Forno si trova in Val Formazza.

In effetti il caldo c’entra con questi toponimi, che nascono dai processi di fusione del ghiaccio nei mesi estivi che diventa acqua la quale penetra nel corpo del ghiacciaio attraverso i crepacci presenti sulla superficie, raggiungendone la base. Qui scorre fino alla fronte per uscire dalla massa glaciale attraverso le “porte” del ghiacciaio, con gallerie che possono avere diametri di parecchi metri dalle quali si riversano le turbolente acque grigiastre degli scaricatori glaciali. Queste “porte del ghiacciaio” assumono spesso l’aspetto di grandi “bocche” simili a quelle di un forno, da cui proviene il toponimo in questione.

Per la cronaca, il toponimo tedesco firn o ferner, che letteralmente significa “vedretta” (come vengono chiamati i ghiacciai nelle Alpi centro-orientali e, nella forma romancia “vadret” o “vadrec”, nei Grigioni), lo si potrebbe pensare simile e assonante con il termine “forno” ma in realtà ha un’origine differente, che probabilmente deriva dalla parola altotedesca firni, “vecchio”. Infatti anche “vedretta” viene dal basso latino nivem veterem o veterictam, che significa “neve vecchia” nel senso di neve accumulatasi nel tempo, che è poi il processo fondamentale grazie al quale si formano i ghiacciai.

(La foto della cartolina è di Luca CasartelliCC BY-SA 3.0, via Wikimedia Commons.)

Si stava meglio quando si stava… in treno!

In questo nostro tempo presente fatto di inquinamento cronico, strade intasate, prezzi dei combustibili alle stelle e al contempo di bisogno ormai impellente d’una riconversione ben più ecosostenibile dei nostri trasporti, sia compiuti per dovere o per diporto, e in generale del comune modus vivendi quotidiano, non si può che restare vieppiù sgomenti di come l’Italia, tra il dopoguerra e gli anni Settanta del Novecento, abbia dilapidato un meraviglioso patrimonio di ferrovie locali facendone tabula rasa per far bellamente trionfare i trasporti su gomma – e, ovviamente, chi se ne faceva propugnatore. L’elenco delle reti ferroviarie dismesse, molte delle quali peraltro oggi avrebbero un potenziale turistico semplicemente enorme, è lungo tanto quanto desolante, o irritante: qui ne trovate uno, di tali elenchi, che tuttavia mi viene da ritenere incompleto. Nel frattempo, c’era un paese confinante con l’Italia che procedeva in senso totalmente opposto, la Svizzera, oggi dotata di una delle reti ferroviarie più efficienti e turisticamente apprezzate del mondo. Un altro pianeta, insomma.

Dalle mie parti ve ne una, duplice, di dismissione maledettamente esemplare di reti ferroviarie che oggi risulterebbero oltre modo preziose: le Ferrovie delle Valli Bergamasche – Val Brembana e Val Seriana – le quali vennero chiuse tra il 1966 e il 1967 generando così, oltre a numerosi altri danni, due delle zone montane più intasate di traffico stradale del Nord Italia. Di una di queste ferrovie orobiche, quella brembana (peraltro, coi loro ponti, i viadotti, le gallerie, le stazioni, dei notevoli capolavori di ingegneria), io e gli altri due autori – Sara Invernizzi e Ruggero Meles – ne abbiamo scritto, pur succintamente, nella guida DOL dei Tre Signori, dal momento che il trekking che da Bergamo giunge fino alla Valtellina cavalcando la meravigliosa dorsale montuosa tra la bergamasca e il lecchese, nella sua prima tappa che termina a Roncola San Bernardo, incrocia la linea ex ferroviaria e la percorre per un buon tratto, essendo stata trasformata nella Ciclovia della Val Brembana. Una riconversione certamente lodevole, per un’opera rimasta a lungo chiusa e cadente (lo è ancora, per quanto riguarda certi stabili di servizio alla linea – stazioni, depositi, cabine elettriche, eccetera – tutt’oggi abbandonati), che tuttavia non riesce a dissolvere l’amarezza nel constatare quanto virtuosa poteva essere la realtà presente e invece non fu. Tanto più che oggi la linea della Valle Seriana è stata in parte ricreata – ovviamente con materiale contemporaneo – mentre quella della Val Brembana lo sarà a sua volta nei prossimi anni, seppur entrambe con funzione principale di trasporto suburbano più che miratamente turistico, e pressoché senza scopi di trasporto industriale. Ovvero, si sono dovuti spendere parecchi soldi pubblici per ricreare, e solo parzialmente, ciò che già c’era. Al netto dell’apprezzabile utilità attuale, una gran genialata, vero?

Tornerò comunque a breve sull’argomento, con alcune testimonianze di diverso segno che se da un lato rimarcano la desolazione suddetta su quanto accaduto in passato, dall’altro indicano alcune interessanti e preziose possibilità di recuperare, almeno in certi luoghi, il tempo perso e le occasioni smarrite di viaggiare in territori pregio e goderne i paesaggi in modo comodo, sostenibile e affascinante, presentandosi come modelli emblematici da studiare e, per quanto possibile, imitare.

Insomma: vi inviterò nuovamente in carrozza presto!