Fate una prova su voi stessi e chiedetevi quali immagini della natura si sono conservate in maniera più profonda, nitida e durevole nella vostra memoria. Sono forse quelle immagini che avete ammirato come turisti? Assolutamente no. Potete anche averle osservate con la massima attenzione, ma rimangono comunque semplici vedute che svaniscono in fretta oppure, ammesso che riusciate a fissarle nella memoria, sono prive di un intimo contenuto e – per dirlo in altri termini – si sottraggono a un autentico rapporto con la vostra persona. Accade invece il contrario per quegli ambienti naturali dove avete provato felicità o dolore: i luoghi dei vostri giochi d’infanzia, degli aneliti giovanili, del vostro agire da adulti, e magari anche i luoghi dove avete ricevuto una notizia importante. I luoghi, insomma, dove è successo qualcosa nella vostra vita: sono questi luoghi a rimanere nella memoria con tratti indelebili e colori incancellabili.
Queste osservazioni, notate bene, Spitteler le scrisse a fine Ottocento, quando certamente non esisteva un turismo come quello odierno, ma sembrano riferirsi proprio ai giorni nostri e alla banalizzazione dei luoghi che sovente la fruizione turistica contemporanea induce, a quel mordi-e-fuggi dei viaggi “all inclusive” che dicono di far vedere tutto ma non fanno realmente vedere (e capire) nulla e, in concreto, risolvono totalmente la presenza in un luogo in qualche selfie da pubblicare sui social senza instaurare alcun legame con esso. Tanto vale restarsene a casa propria ad ammirare belle immagini degli stessi luoghi sui propri device, a questo punto.
Nel Medioevo si credeva che tra le crepe rocciose del Pilatus fossero abitate da un drago benevolo. Nell’estate del 1421 un gigantesco drago sorvolò il Pilatus e precipitò così vicino al contadino Stempflin che egli perse i sensi. Quando si riprese trovò un grumo di sangue rappreso e la pietra di drago accanto a sé, i cui effetti guaritori furono confermati ufficialmente nel 1509. (…) Alle prime ore dell’alba del 26 maggio 1499, a Lucerna si poté ammirare uno spettacolo meraviglioso: dopo un temporale terrificante un enorme drago senza ali emerse dalle acque selvagge della Reuss, nei pressi della Spreuerbrücke. Probabilmente la creatura era stata sorpresa dal temporale, le cui acque l’avevano trascinata dal Pilatus al torrente Krienbach, che sfocia nella Reuss sotto la chiesa dei Gesuiti. Numerosi cittadini onorevoli ed eruditi garantirono l’autenticità di questa storia.
Questo è un brano – ovviamente composto dalla citazione di una celebre leggenda – tratto dal mio libro
Lucerna, il cuore della Svizzera Historica Edizioni, 2016 Collana Cahier di Viaggio ISBN 978-88-99241-94-0 Pag.167, € 10,00
Il Pilatus è LA montagna di Lucerna. La si può ammirare da qualsiasi punto della città, alla quale fa da immancabile e spettacolare quinta scenografica, rappresentando al contempo un possente fulcro montano attorno al quale ruota tutto il territorio tra il centro urbano, la sua periferia e la parte nordoccidentale del Lago dei Quattro Cantoni del quale, essendo l’ultima importante vetta delle Alpi verso settentrione, caratterizza in modo decisamente alpino il paesaggio. Ma la sua prossimità alla città ha reso pure il Pilatus un generatore e un attrattore di numerose leggende e mitologie, ovvero un contesto ideale, e idealmente arcano anche grazie alle sue caratteristiche ambientali, per farne la sede di molteplici apparizioni misteriose e sovrannaturali – e quella del drago non è affatto l’unica, come potrete scoprire leggendo il mio libro…
Ecco: per saperne di più, sul libro, cliccate sull’immagine della copertina lì sopra.
La storia della specie sapiens è la storia di pratiche e pensieri che riconoscevano impliciti diritti alla natura – alla Madre Terra, perché così facendo, rispettandola e attribuendole il ruolo divino che ricopre per noi, li riconoscevano anche a se stesse. Sono i diritti che non prevedevano lo sfruttamento intensivo di tutte le risorse, perché vivendo e praticando con il corpo il territorio, c’era una forte percezione dell’importanza della rigenerazione, del riciclo, del flusso continuo tra morte e vita. La percezione – il sesto senso che include tutti gli altri, elaborandone i messaggi – era non solo più sviluppata, ma tenuta in grande considerazione. E così era l’istinto animale, l’intuizione, la capacità di leggere la propria geografia. Per mettersi in cammino, non si credeva di avere il territorio sotto controllo perché dotati di app sullo smartphone. Si esplorava e si imparava a percepire la realtà. Un vero sistema operativo spirituale e corporeo, il pensiero attivo provocato dal movimento e dall’osservazione, caratteristiche largamente assenti nella nostra società. Precisamente ciò di cui la politica non si occupa perché la maggioranza non le chiede di farlo. Parlare di diritti civili in quest’epoca, però, significa parlare di diritti della natura, senza i quali difficilmente si potrà sperare di esprimere una società che si ponga la domanda di cosa vuole fare di se stessa, se davvero ha intenzione di mettersi a praticare una vita armoniosa, scegliendo con cura e cultura le proprie priorità. La medicina insostituibile, senza brevetti, è una e globale, ci include in se stessa e si chiama natura. A noi la creatività per farne il miglior uso. Per questo dobbiamo garantirne i diritti: per preservare anche noi stessi dalle sconsideratezze che hanno portato anche a una serie di epidemie sempre più gravi. Fino al Covid-19.
Questo è l’estratto di un articolo di Davide Sapienza intitolato I Diritti della Natura, un nuovo modo di pensare il mondo e pubblicato su “vanityfair.it” il 24 maggio 2020 (qui lo potete leggere nella sua interezza). Articolo molto bello e ancor più importante per come riesca a mettere in chiaro – con la capacità narrativa che Davide sa offrire – che, a fronte della realtà climatica e ambientale nella quale siamo immersi, manifestazione ineluttabile e per certi versi drammatica del così detto Antropocene, «Oggi più che mai abbiamo davanti un nuovo futuro, veramente smart, nel quale ognuno di noi può diventare protagonista di una civiltà fondata sui diritti della Natura».
M’è tornato in mente, questo articolo e non solo questo, qualche giorno fa disquisendo con amici di «diritti della Natura», della necessità sempre più inderogabile di riconoscere delle prerogative giuridiche all’ambiente naturale nella sua interezza, ovvero ovunque vi sia interazione con l’uomo, la sua presenza e le sue attività, e di come d’altro canto la sensibilità diffusa su tali temi in Italia sia veramente flebile e a volte deviata verso forme di “ambientalismo” molto superficiali o verso atteggiamenti, teorici e pratici, la cui apparente virtuosità in effetti non esce dal solito punto di vista antropocentrico.
Cercando una causa sostenibile a questa ultima osservazione, in primis non posso non rimarcare che, di fondo, la questione – e la suddetta mancanza che sta alla sua base – è culturale e educativa («tanto per cambiare!», esclamerà qualcuno di voi). L’immaginario comune con il quale concepiamo e osserviamo la Natura è totalmente (o quasi) privo dei concetti che si rifanno alle idee espresse nell’articolo citato (e in molti altri suoi scritti, appunto) da Davide S. Sapienza e in generale alla definizione di una “personalità giuridica” della Natura, dunque ci mancano proprio gli strumenti fondamentali per dare forma a un’idea apparentemente semplice, almeno nella teoria, come quella di conferire dei diritti garantiti dalla legge all’ambiente naturale – cosa che, badate bene, è un passo o due più avanti delle legislazioni atte alla salvaguardia di esso, comunque estremamente importanti ma il cui “diritto originario” è ancora in capo all’uomo: conferire diritti alla Natura significa innanzi tutto ribaltare questo assunto. Quella mancanza “strumentale” (in realtà culturale) che manifestiamo segnala d’altro canto la carenza di un’autentica relazione tra di noi e l’ambiente naturale se non proprio uno scollamento, che si può tranquillamente definire antropologico, il quale è poi l’ostacolo fondamentale che determina la questione e ne inficia ogni buona soluzione o progresso. E’ una condizione diffusa sulle cui cause profonde potremmo discutere per mesi costruendo dissertazioni estremamente articolate, visto come quanto sia radicata nel corpo sociale del quale siamo parte: ma nel frattempo la situazione al riguardo non fa che peggiorare senza che di contro si intraveda qualche atto virtuoso e veramente importante nel senso opposto.
Per chi volesse approfondire il tema, è a disposizione un bel volume pubblicato nel 2012 da Piano B Edizioni: I diritti della Natura. Wild Law, dell’avvocato sudafricano Corman Cullinan – l’estensore della “Dichiarazione Universale dell’ONU per i Diritti della Terra” e di altri importanti documenti similari – volume tradotto e curato proprio da Davide Sapienza. Per saperne di più cliccate sull’immagine della copertina del libro qui sopra.
[Tundra in Groenlandia. Foto di NTNU Vitenskapsmuseet – Moser på Nordøst-Grønland, CC BY 2.0, fonte: commons.wikimedia.org.]
Quando camminavo nella tundra e incontravo lo sguardo di un lemming oppure scoprivo le tracce di un ghiottone, mi sentivo confuso per la fragilità della nostra saggezza. Il modello del nostro sfruttamento dell’Artide, la crescente utilizzazione delle sue risorse naturali, lo stesso desiderio di “farne uso” sono molto chiari. Che cosa manca in noi, mi chiedevo, per farmi sentire tanto a disagio in una regione di uccelli cinguettanti, di caribù lontani e di lemming bellicosi? È il senso della misura.
Poiché l’umanità è in grado di aggirare la legge dell’evoluzione, dicono i biologi evoluzionisti, ha il dovere di darsi un’altra legge se vuole sopravvivere, se non vuole depredare la propria base alimentare. Deve imparare questo senso della misura; deve trovare un modo diverso e più saggio di comportarsi nei confronti del territorio. Deve prestare maggiore attenzione agli imperativi biologici del sistema del protoplasma messo in moto dal sole, e dal quale dipende l’umanità stessa. Non perché debba farlo o perché sia priva d’inventiva, ma perché vi è in questo il culmine della saggezza cui aspira da secoli. Dopo aver preso in mano il proprio destino, ora l’uomo deve pensare con intelligenza critica ai campi in cui deve cedere.
Quasi subito, da quando sono giunto in città e per la volontà di sapere il più possibile di questo posto al fine (o per illudermi) di trarne possibili potenziali indizi per la mia ricerca, mi sono fatto incuriosire dal rapporto esistente oggi tra estoni e russi. Perché al di là di quanto avessi o abbia finora letto al proposito, o della sentita narrazione della vicenda dei Metsavendlus regalatami da Maarja oppure di ciò che la storia della città, dei suoi palazzi e delle vie presentino agli occhi e alla comprensione del visitatore, è evidente che su tale rapporto scorra non poca elementalità dell’anima cittadina – ed estone in generale. Si muove come su un filo teso tra due mondi assai vicini eppure parecchio dissimili, con movenze oggi soltanto un po’ più sicure e meno azzardate di appena qualche anno fa; ho letto di quanto è accaduto nel 2007, quando la decisione del governo estone di rimuovere un monumento ai caduti sovietici che durante la Seconda Guerra Mondiale combatterono qui contro le truppe naziste scatenò una vera e propria piccola guerra civile, con un morto (di etnia russa), decine di feriti, centinaia di arresti, devastazioni in città e in altre parti del paese e una crisi diplomatica con la Russia che in forme diverse ma non meno contrapposte continua ancora oggi e forse continuerà ancora a lungo. Infatti ho letto pure che l’Estonia avrebbe tutta l’intenzione di portare a termine, entro qualche anno, la costruzione di una barriera lungo l’intero confine terrestre con la Russia – un confine hi-tech, fatto non di mattoni e cemento ma di telecamere, sensori e altre diavolerie elettroniche. La scusa sarebbe quella di difendere la frontiera nord-orientale dell’Unione Europea e della NATO, ma non pochi ritengono che dietro questa iniziativa si celi l’atavico contrasto tra estoni e russi, che questi ultimi non sembrano poi tanto smorzare, viste le frequenti violazioni dello spazio aereo locale da parte di velivoli militari di Mosca, irritanti ancor più dell’ordinario, qui, visto che l’Estonia non possiede una propria aviazione.
Questo è un altro brano al quale m’è venuto da ripensare, in questi giorni, tratto dal mio libro (scritto nel 2015, tenetene conto)
Tellin’ Tallinn. Storia di un colpo di fulmine urbano
Historica Edizioni, 2020
Collana “Cahier di Viaggio”
Pagine 170 (con un’appendice fotografica dell’autore)
ISBN 978-88-33371-51-1
€ 13,00
In vendita in tutte le librerie e nei bookstores on line.
Potete scaricare la scheda di presentazione del libro qui, in pdf, e qui, in jpg, oppure cliccare sull’immagine del libro per saperne di più.
Ufficio stampa, promozione, coordinamento:
Per la cronaca, la Metsavendlus (letteralmente “La Fratellanza della Foresta”) fu un movimento di resistenza popolare estone alla dominazione sovietica, assimilabile per certi versi alla nostra lotta partigiana, che fu attivo tra i primi anni Quaranta e gli anni Sessanta del secolo scorso. Si denominò in quel modo perché i membri del movimento si nascondevano nelle vaste e fitte (vedi l’immagine lì sopra) foreste del paese baltico, e la sua storia viene sovente citata dagli estoni contemporanei in chiave identitaria antirussa, ancor più che meramente patriottica o nazionalista, sia in riferimento a qualsiasi ipotetica e temuta azione ostile della Russia verso il territorio estone – timore quanto mai vivo, in questi ultimi tempi – sia come rivendicazione della separazione etnica netta tra la popolazione indigena e quella russa che vive nel paese. Ne parlo, nel libro, grazie al fortunato “incontro” con la citata Maarja ed è una storia che, per quanto mi riguarda, mi sta facendo capire meglio alcuni aspetti della drammatica realtà bellica attuale tra Russia e Ucraina.