Lago Bianco: ora che la neve se ne va, deve tornare la Natura (e per sempre)

Dopo una primavera insolitamente (e finalmente) nevosa, ben più dell’inverno precedente, e nonostante la meteo che offre molte nubi e ancora poca insolazione, al Passo di Gavia la fusione nivale sta procedendo rapida, disvelando nuovamente il meraviglioso paesaggio nella sua veste estiva ai cui colori, a breve, si aggiungeranno definitivamente quelli altrettanto sublimi delle acque del Lago Bianco, gioiello di valore naturalistico assoluto della zona.

Purtroppo, la fusione della neve fa tornare visibile anche il terribile cratere del cantiere per i lavori di presa delle acque del Lago allo scopo di alimentare l’innevamento artificiale di Santa Caterina Valfurva – lavori nel frattempo fortunatamente stralciati in forza della loro enorme dannosità per il luogo e il suo ambiente naturale, come forse saprete.

Dal mio punto di vista, è come se tornasse visibile uno sfregio criminale a un’opera d’arte di valore inestimabile, per tanti mesi e fino a oggi coperto da un velo (sinceramente pietoso, perché concesso dalla Natura) ma ora di nuovo sotto gli occhi di tutti nella sua devastante realtà. Ciò risveglia la coscienza collettiva sul portato e sulle conseguenze del singolo episodio ma pure su un certo frequente uso scellerato del territorio montano per fini di speculazione turistica e senza la benché minima sensibilità verso di esso. Imponendo di contro che il danno perpetrato venga sistemato al più presto, rinaturalizzando l’area e ridando bellezza e dignità al luogo.

Per questo fa molto piacere leggere che continua incessante l’attività del Comitato “Salviamo il Lago Bianco” di accesso agli atti che, a seguito della ricezione del responso di ISPRA e della notizia dello stralcio del punto di presa presso il Lago, mirerà a far sì che i ripristini dei danneggiamenti effettuati vengano eseguiti nelle migliori modalità e tempistiche possibili. Di contro, dallo scorso maggio lo scellerato cantiere è oggetto di indagine da parte della Commissione Ambiente dell’Unione Europea, con il rischio di una procedura d’infrazione nei confronti dell’Italia (l’ennesima, in ambito ambientale) per il «grave pregiudizio all’integrità» della zona del Lago Bianco. Infine è in corso pure l’indagine su quanto accaduto della Procura di Sondrio, avviata in forza degli esposti depositati dal Comitato lo scorso autunno.

Riguardo gli altri aggiornamenti sull’evoluzione della vicenda (perché ce ne sono altri e potrebbero non essere del tutto positivi per il territorio in questione) potete leggere e seguire la pagina Facebook “Salviamo il Lago Bianco.

Non resta che augurarci che veramente, e rapidamente, la zona del Lago Bianco possa riacquisire la propria naturalità oggi guastata, e che i promotori e i sostenitori di un progetto così scriteriato, al netto di eventuali sentenze giuridiche, possano rendersi conto di cosa hanno contribuito a perpetrare a un luogo così prezioso e, dunque, sappiano maturare una consapevolezza e una sensibilità verso i territori montani – che sono un patrimonio di tutti, non il possedimento di pochi – finalmente adeguata e consona all’importanza di essi e al loro insostituibile valore culturale.

N.B.: le belle immagini fotografiche del Lago Bianco sono di Angelo Costanzo, presidente del Centro Culturale “Oltre i Muri” di Sondrio, che ha sostenuto attivamente le azioni del Comitato “Salviamo il Lago Bianco”.

I panorami, le panchine giganti e noi poveri scemi

[Una escursionista primitiva che osserva il paesaggio indegnamente seduta per terra. Vergogna!]
Certo che dovevamo essere ben scemi noi che siamo andati per decenni sulle montagne o in altri posti notevoli e, giunti in qualche punto panoramico, non abbiamo mai capito che per goderne sul serio la bellezza c’era bisogno di una panchina gigante, di una passerella a sbalzo, un ponte tibetano o altre cose simili! E per questo quante buone occasioni per scattarci un selfie da postare sui social ci siamo persi, poi!?

Assurdo, vero?

Gli escursionisti di oggi invece sì che si sono fatti intelligenti e hanno capito che senza di quelle cose i posti e i panorami belli mica si possono vedere veramente! Così, coi loro smartphone di ultimissima generazione, arrivano lassù, salgono sulla panchinona (occhio a non cadere!) o sulla passerella a sbalzo (wow, che brividi!) scattano un paio di selfies, li postano all’istante sui social e via, al prossimo panorama!

[Oggi il paesaggio è superfigo osservarlo da una panchina gigante così! Wow!]
Ah, ma com’è che si chiamava il posto? Vabbé, chi se ne importa: il selfie è on line e sta facendo un botto di like, questo conta!

Già.

Scemi noi a non aver mai capito come funzionavano le cose, ad arrivare lassù e a osservare il paesaggio seduti per terra, su un tronco o, quando ci andava bene, su una ordinaria panchina di legno, e magari restando lì per delle mezz’ore a cercare di riconoscere le montagne, le valli, i paesi, e ogni altra cosa che vedevamo oppure, semplicemente, a perdere lo sguardo (scemi e pure svampiti, noi) nella bellezza che avevamo di fronte. Che primitivi!

La “Montagna Sacra”, l’invasività umana e il senso del limite

P.S. – Pre Scriptum: il presente testo, che ho curato insieme al Comitato Promotore del progetto “Monveso di Forzo – Montagna Sacra”, è stato pubblicato in origine nella sezione Sherpa “La Montagna Sacra” il 13 giugno 2024 e quindi ripreso il giorno successivo nel “GognaBlog” di Alessandro Gogna per l’estrema importanza attribuita al testo e ai suoi contenuti.

Lo scorso 2 giugno su “L’AltraMontagna” il professor Mauro Varotto, docente di Geografia culturale all’Università di Padova, ha pubblicato un articolo con alcune personali considerazioni intorno al progetto “Monveso di Forzo – Montagna Sacra”, con il quale il comitato promotore, composto da un nutrito e prestigioso gruppo di personalità variamente afferenti all’ambito della montagna, propone di considerare “Montagna Sacra” il Monveso di Forzo, posto tra Valle Soana e Valle di Cogne entro il Parco Nazionale del Gran Paradiso, invitando all’astensione volontaria alla sua come proposta culturale forte e di valore altamente simbolico: un messaggio di responsabilità, nuovo e dirompente, per la tutela della natura, per il quale l’attributo “Sacra” va inteso nella sua forma di costrutto culturale sostanzialmente laico, nel senso di “inviolabile” (come per la proprietà privata). Ovviamente non è istituito alcun divieto alla salita, com’è ampiamente ribadito nel documento progettuale e negli articoli di Farina e Mingozzi pubblicati nel volume “Sacre vette” di cui lo stesso Varotto, con Ines Millesimi, è autore. L’invito è proposto, non imposto, come un libero atto personale, emblematico e funzionale alla riflessione sulla necessità di una “transizione culturale” per far fronte alle grandi sfide globali che l’umanità è oggi chiamata a risolvere e sul ruolo che in ciò possono avere le aree protette. Due concetti sono ritenuti centrali. Il primo è quello dell’invasività umana che pervade ogni angolo del Pianeta e della necessità di lasciare spazio alla “alterità” (gli altri esseri viventi). Il secondo è quello di “limite di conquista”, in una società segnata da velocità, competizione e scellerata crescita di consumo di risorse naturali, accumulo di rifiuti e degrado degli ecosistemi. L’accelerazione dell’impronta di certe pratiche antropiche sulle vette a qualsiasi latitudine e a qualsiasi quota impone inevitabilmente delle riflessioni, un ripensamento nell’incoraggiare un nuovo modo di vivere il contatto dell’uomo con la cima e le sue valli, in una relazione più rispettosa, nonché un ripensamento dei valori sottesi alla pratica dell’alpinismo in questi ultimi anni. Dunque almeno una vetta, almeno questa volta, da lasciare libera dalla presenza umana per rendere altrove l’uomo più consapevole della relazione culturale con la realtà naturale e di quei concetti citati, di importanza tanto fondamentale quanto oggi ineludibile.

Le considerazioni del professor Varotto sono interessanti, in forza della loro articolazione e per come diano seguito a quello che è il fine principale del progetto della “Montagna Sacra”, anche prima delle proprie finalità programmatiche: agevolare il confronto e il dibattito su temi di grande importanza riguardo la frequentazione umana contemporanea e futura delle terre alte, verso i quali Varotto dimostra attenzione e considerazione alimentando l’esercizio del libero pensiero e del confronto aperto in un’epoca nella quale, troppo spesso, tale esercizio viene ridotto a uno scambio di frasi fatte pressoché prive di cognizione specifica e approfondimento.

Inoltre, Varotto riflette su alcuni degli argomenti nodali alla base del progetto, riponendone in luce il valore e così permettendone la chiarificazione, a partire dal citato «divieto» di salire la “Montagna Sacra”: non esiste alcun divieto da nessuna parte nel progetto il quale, anzi, evidenzia da subito nel proprio “manifesto” l’assenza di qualsiasi simile prescrizione all’ascesa. Il termine semplifica in maniera fin troppo radicale ciò che il progetto propone: un invito all’astenersi dal salire il Monveso di Forzo come atto simbolico – per il quale dunque un “divieto” sarebbe inappropriato – e di assunzione di consapevolezza meditata riguardo i concetti alla base, citati poco fa. Poste queste osservazioni, la domanda posta da Varotto su dove si debba considerare l’inizio e la fine della “Montagna Sacra” risulta a sua volta inappropriata ovvero espressamente legata a una lettura geografica della questione, a fronte di un invito di matrice immateriale dacché correlato non alla forma ma ai concetti che danno contenuto al progetto. Il fatto che Varotto non abbia trovato una risposta soddisfacente a tale domanda (in verità indicata nel documento progettuale: «l’intera piramide») è dunque comprensibile dacché inevitabile: non può esserci risposta, in buona sostanza, se non se ne vuole trovare una. Di contro, la sineddoche spaziale che indica Varotto è già assai evidente in senso opposto, per come il turismo di massa abbia reso una “vetta” adeguatamente brandizzata in senso lato dal marketing l’intera montagna (esempio inevitabile: il Cervino/Matterhorn), così che la conquista in senso “classico” della prima possa diventare e “giustificare” la conquista del suo intero territorio. Ma poi: si possono ancora definire montagna certi “luoghi” (virgolette quanto mai necessarie, proprio perché le parole sono importanti) in quota pesantemente antropizzati e urbanizzati al punto da non presentare più differenze sostanziali con le città? Proprio la città che conquista la montagna, paradigma ormai obsoleto per come oggi risulti massimamente pericoloso eppure ancora ampiamente utilizzato per giustificare certa infrastrutturazione turistica a dir poco pesante che intende la “valorizzazione” delle montagne come una pratica consumistica sia dal punto di vista ambientale che culturale, rappresenta uno degli aspetti che rende fondamentale la “transizione culturale” per la quale il progetto della “Montagna Sacra” si fa strumento di riflessione e di azione.

D’altro canto il perseverare di questo paradigma assai deteriorato diventa manifesto in un recente fatto che coinvolge proprio il Parco Nazionale del Gran Paradiso: la decisione di ripristinare la libera circolazione del traffico motorizzato sulla strada del Nivolet, circostanza che sta generando un notevole dibattito anche per come venga giustificata dai responsabili del Parco con motivazioni che lasciano molto perplessi. Una circostanza che sembra fatta apposta per rispondere alla seconda domanda posta da Varotto circa le finalità di un parco nazionale in quanto soggetto di tutela ambientale – sia del Gran Paradiso o qualsiasi altro – e che conferisce ancora più valore simbolico e forza concreta ai concetti della “Montagna Sacra”. Di contro, è evidente come la “Montagna Sacra” differisca ampiamente dall’idea alla base delle riserve naturali: se queste hanno il compito di tutelare materialmente i paesaggi, gli habitat e le specie nonché, più in generale, la diversità biologica che racchiudono, imponendovi regole e divieti di accesso e frequentazione libera, la “Montagna Sacra” si pone il compito immateriale e per ciò ancor più emblematico di agevolare la riflessione sulla necessità di saper riconoscere dei limiti all’invasività umana senza per questo imporre alcun divieto o prescrizione, appunto,  ma come approfondita presa di coscienza personale, dunque di valore morale e civico ben più compiuto e formalmente più efficace. Per tali motivi non sussiste alcun pericolo di “greenwashing” nel progetto, semmai è l’opposto, per come esso denunci la presenza di questa devianza in molti casi dei quali si dichiari la piena “sostenibilità ambientale” – anche riguardo certe iniziative delle stesse aree di tutela. Vedi sopra la questione delle auto al Nivolet: si direbbe ben più pratica di “greenwashing” questa! Invece, a poca distanza, un’altra valle facente parte del Parco del Gran Paradiso, la Valle Soana con la propria “Montagna Sacra”, indica che un’altra via alla frequentazione della montagna, ben più consapevole e sensibile, è possibile e da considerare. Per gli stessi motivi il progetto non agevola affatto – anzi ha già espresso i propri dubbi su alcune proposte al riguardo – l’eventuale istituzione di altre montagne “sacre”: non è la quantità di esse a dover aumentare ma la qualità del pensiero diffuso intorno ai temi cardine del progetto, per i quali il Monveso è il simbolo primario che ne conserva in sé il valore pieno.

Infine, intorno alle considerazioni dalle quali Varotto formula la sua terza domanda sulla “Montagna Sacra”, al netto del rimarcare nuovamente l’assenza totale nel progetto di alcun divieto applicato a qualcosa o qualcuno, che invece Varotto ripete basando su tale forzatura lessicale i propri appunti, così come non viene espresso alcun «giudizio universale di condanna» contro chicchessia, pare evidente che ancora si scelga di insistere sulla forma data al progetto per non considerarne piuttosto la sostanza tematica, nella quale non manca affatto la considerazione della presenza e del portato antropico – e antropologico – dell’uomo nelle terre alte. A ben vedere «quegli uomini (e donne) che si sono adoperati per addomesticare, curare, favorire la biodiversità nel pianeta, vivere in faticosa armonia con la natura» lo hanno fatto proprio praticando in maniera virtuosa la necessità di un limite evitando l’invasività eccessiva nel territorio naturale: l’armonia con esso non scaturisce proprio dall’osservanza di questa necessità? Pare evidente che queste donne (perché messe nelle parentesi?) e questi uomini che sanno ben contenere e armonizzare la propria presenza in natura, vivendoci e lavorandoci, non sono proprio paragonabili alla presenza che invece manifestano altre attività – come certo turismo di massa, ad esempio – che invece la basano sul no-limits e sulla libertà di conquista (commerciale e consumistica) di qualsiasi spazio, anche se intatto e incontaminato, quando possa essere messo a valore e (s)venduto. La natura non ha bisogno che la “valorizzi” – il valore lo ha in sé – tutt’al più necessita di essere fatta conoscere nel modo più compiuto possibile.

D’altronde, proprio se avesse voluto imporre «l’esclusione della frequenza e della presenza umana» su più vasta scala montana, il progetto della “Montagna Sacra” avrebbe scelto una vetta ben più famosa come il Gran Paradiso o il Monte Bianco: ma, come ribadito fin dalle prime uscite pubbliche del progetto – ormai due anni fa -innegabilmente questa eventualità sarebbe apparsa soprattutto come una provocazione, per nulla costruttiva, concettualmente troppo radicale, inevitabilmente divisiva e attaccabile in mille modi – giustamente, peraltro. Non avrebbe rappresentato adeguatamente le finalità del progetto, le avrebbe annacquate nell’inesorabile polemica che infine se le sarebbe rapidamente divorate annullando qualsiasi sua finalità virtuosa, materiale e immateriale. Invece, la “Montagna Sacra” non vuole provocare gli animi ma stimolare le menti, non vuole dividere i frequentatori delle montagne in fazioni contrapposte ma unirli in una riflessione il più possibile ampia e condivisa, radunarli in una palestra delle idee così da esercitarvi il libero pensiero. La “sacralizzazione laica” del Monveso è il simbolo e non il fine, è il vertice ultimo concettuale di una considerazione elaborata e strutturata sulla presenza umana nelle terre alte, di qualsiasi genere essa sia, che sappia nuovamente e consapevolmente comprendere il proprio portato sul territorio, sull’ambiente e sull’elaborazione del paesaggio nonché la necessità di armonizzarsi al luogo al quale riconoscere una “sacralità”: peculiarità originaria insita nel territorio naturale montano, come rivela l’etimo primigenia del termine e dei suoi derivati, tanto quanto «elemento della struttura della coscienza» come sottolinea Mircea Eliade. Le cui parole citate da Varotto, più che una confutazione dell’idea della “Montagna Sacra” appaiono invece come un’importante approvazione: «La società occidentale attuale ha perso la confidenza con la concezione sacra dell’esistenza: man mano che la cultura scientifico-razionale ha preso piede, progressivamente è scomparsa la presenza della dimensione del sacro che un tempo, nella vita di tutti i giorni, era presente in ogni cosa. Il sacro serve a tenere insieme il Tutto, a dare ad esso un senso trascendente. Il sacro non divide, non separa, non compartimenta Uomo e Natura: li unisce. Il sacro sta nella relazione intima con l’alterità.» Quell’alterità che l’uomo, proprio in quanto creatura dominante, intelligente e senziente, dotato in coscienza del senso di “sacro”, ha innanzi tutto il dovere di salvaguardare e tutelare, nel caso pure facendosi “altro” rispetto ad essa, lasciandovi spazio e allontanandosene – inevitabilmente, vista l’impronta umana sovente devastante per qualsiasi altro elemento ecosistemico – così da poter salvaguardare pure la relazione intima con l’alterità. Il progetto della “Montagna Sacra” sostiene proprio questo: non in modalità divisive, proibitive, compensative e men che meno retoriche, semmai sollecitando la più totale libertà di opinione al riguardo proprio perché elemento di relazione con l’alterità antropologica della quale il progetto si alimenta.

Domenica 2 giugno, come osservato anche da Varotto nel proprio articolo, si è svolta ai piedi del Monveso di Forzo “Insieme per la Montagna Sacra”, l’annuale giornata di sensibilizzazione sul progetto e sulle sue finalità. Se il professor Varotto, invece di pensare che «non sarei mai andato a vedere il Monveso di Forzo» decidesse di recarsi in Valle Soana almeno una volta, magari in un prossimo evento organizzato dal progetto, sarebbe ovviamente il benvenuto e forse, al netto della più totale libertà di pensiero e di opinione, nella contemplazione del Monveso potrebbe trovare più rapidamente che in altri modi le migliori risposte alle sue legittime domande. Sarebbe una cosa importante al pari del suo contributo qui dissertato al dibattito sulla “Montagna Sacra”.

N.B.: tutte le foto qui presenti, ovviamente, raffigurano la “Montagna Sacra”, il Monveso di Forzo.

Ines Millesimi, Mauro Varotto (a cura di), “Sacre vette. I simboli sulle cime”

Forse ricorderete la polemica scoppiata qualche mese fa intorno alla questione delle croci di vetta, cioè dei simboli religiosi posti sulle sommità delle montagne. Anzi, la non polemica, invero generata innanzi tutto dalle dichiarazioni di due personaggi politici di infima specie che hanno travisato e strumentalizzato il senso originario del dibattito scaturito dalle presentazioni del volume Croci di vetta in Appennino di Ines Millesimi.

Tuttavia, al netto delle recenti stupidaggini dei personaggi citati, il dibattito sul tema non è certamente nuovo: già da tempo se n’è discusso, elaborando dal confronto una posizione ampiamente condivisa per la quale si ritiene di preservare le croci esistenti, considerate testimonianze della cultura popolare, evitando nuovi manufatti soprattutto se imponenti, come certuni proposti di recente e obiettivamente inaccettabili sotto ogni punto di vista (al proposito mi viene in mente la croce di 18 metri che si voleva piazzare in vetta al Monte Baldo nelle Prealpi Gardesane, per citare un caso significativo).

È comunque un dibattito che periodicamente riemerge sulla superficie del pour parler mediatico e, come molte altre, spesso soffre di polarizzazioni tanto rigide quanto insulse: ma, a prescindere da queste, risulta comunque interessante e per molti versi emblematico riguardo la relazione culturale e antropologica della nostra società con la natura rispetto al momento storico nel quale il dibattito emerge. Che oggi si anima di una sensibilità, ampiamente diffusa, contraria al piazzamento di qualsiasi manufatto antropico negli ambienti naturali incontaminati (non solo croci, dunque), tanto più se in luoghi referenziali come le vette delle montagne.

Per tutto quanto fin qui rimarcato, c’era sicuramente il bisogno (e la convenienza, per molti versi) di mettere nero su bianco alcuni punti fermi intorno al tema, variegati e quanto più possibile autorevoli. Di questo compito si sono fatti carico la già citata Ines Millesimi – forte della sua esperienza al riguardo – e Mauro Varotto curando Sacre vette. I simboli sulle cime (Cierre Edizioni, 2024), volume che raccoglie numerose testimonianze sul tema, assolutamente prestigiose e qualificate, le quali nel complesso compongono del tema stesso il più articolato approfondimento disponibile. []

(Potete leggere la recensione completa di Sacre vette cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)

Una sfida elettorale parecchio strana (ma significativa)

A Casargo, comune montano dell’alta Valsassina in provincia di Lecco che andrà al voto nel prossimo fine settimana, va in scena una sfida elettorale parecchio strana e per molti versi significativa. Si presentano due liste afferenti alla stessa formazione politica, i cui canditati sindaco peraltro hanno lo stesso cognome (tipico della zona) ma che su molte cose sostengono visioni opposte. In particolar modo, riguardo lo sviluppo turistico e il relativo progetto “Winter & Summer Alta Valsassina” (l’intervento più ingente tra quelli previsti nel comune), una lista sostiene a spada tratta il progetto – palesemente insensato – che spendendo 4,5 milioni di Euro in gran parte pubblici prevede nuovi impianti sciistici e innevamento programmato in una località dove già da vent’anni non si scia più, a quote inferiori a 1800 metri e con esposizione sfavorevole (pur dichiarando che «i maggiori investimenti sono relativi alla stagione estiva o comunque riguardano opere che saranno fruibili tutto l’anno», cosa smentita dai contenuti stessi del progetto); l’altra lista invece sostiene che il turismo vada sviluppato ma si oppone alla «opportunità di investire somme così ingenti sulla promozione della stagione più fredda visto “l’andazzo” degli ultimi inverni in Alta Valsassina e vista la vicinanza di stazioni sciistiche ben più rinomate e competitive» – posizione che peraltro a sua volta smentisce ciò che sostiene l’altra lista circa la destinazione dei maggiori investimenti. Tutto ciò, ovviamente, al netto di quanto proposto da entrambe le liste, con cui si può concordare o meno.

[L’Alpe di Paglio, località sciistica chiusa dal 2005 dove si vorrebbero ripristinare piste e impianti, come si presenta di frequente negli ultimi inverni: con ben poca neve durante giornate fin troppo calde.]
Eppure, ribadisco, le due liste scaturiscono dalla stessa fazione politica (anche se i rispettivi referenti della stessa sono diversi, non a caso). Una situazione obiettivamente curiosa che non può essere spiegata con la mera “libertà d’opinione”, visto che i vertici di quella parte politica le idee sul tema citato le hanno ben chiare – e puntano decisamente alla infrastrutturazione pesante delle montagne a scopo turistico. D’altro canto, la situazione di Casargo dimostra che lo “sviluppo” (termine quanto mai ambiguo e dunque potenzialmente pericoloso) dei territori montani è cosa delicata che non può essere (più) gestita attraverso progetti calati dall’alto, decontestuali, irrealistici e privi di visione strategica del futuro oltre che di una ricaduta sistematicamente positiva sulla comunità locale – su tutta, ovviamente, non solo su una parte.

Territori, d’altro canto, che vengono continuamente depotenziati nei servizi di base da una politica che ai livelli superiori appare costantemente insensibile alla realtà autentica delle montagne (cioè dove non ci sia da fare business e propaganda: cosa ben esplicata da certi progetti imposti ai territori montani di matrice meramente consumistica per i quali i sindaci rappresentano solo dei silenti passacarte) e che dunque abbisognerebbero di una distribuzione delle risorse disponibili ben più meditata, oculata, elaborata e centrata sulla comunità locale, innanzi tutto, e poi su ogni altra cosa. Tra il dire e il fare c’è di mezzo un mare di riflessioni, ponderazioni, studi, analisi, valutazioni; di frequente invece, sulle nostre montagne, sembra che tra il dire e il fare ci un ruscelletto secco al punto da poterlo saltare a piè pari dimenticandosene subito.

Questa, insomma, la situazione a Casargo. Dalle vostre parti esistono casi simili? Sarebbe interessante conoscerli e analizzarli, non per ricavarne chissà quale dibattito politico ma per capire ciò che accade nei comuni montani quando arrivano le elezioni: momento che, ormai lo sappiamo tutti bene, rappresenta l’unico vero orizzonte (temporale e non solo) al quale puntano le amministrazioni locali. Nel bene e ancor più, purtroppo, nel male.

P.S.: i vari articoli che ho dedicato a Casargo e alle sue vicende politico-montane li trovate qui.