L’abominevole uomo delle (nostre) nevi

[Il famoso filmato “Patterson-Gimlin”, del 1967, nel quale sarebbe stato ripreso un Bigfoot. Fonte dell’immagine: https://it.wikipedia.org.]
In un articolo di qualche settimana fa, “Il Post” ha raccontato la leggendaria storia dei cosiddetti abominevoli uomini delle nevi, in particolare del Bigfoot o Sasquatch, del celebre Yeti e di altre creature selvagge di aspetto antropomorfo, i cui miti sono presenti un po’ ovunque sul pianeta e soprattutto nei territori di montagna. Infatti, anche sulle Alpi “dimorano” molte di queste creature misteriose, soprattutto nelle fogge degli uomini selvatici o wilder mann, le cui testimonianze vernacolari si possono ritrovare in ogni angolo della regione alpina. I territori della Dol dei Tre Signori, tra lecchese, bergamasca e Valtellina non fanno eccezione, d’altro canto offrendo un alto tasso di elementi leggendari e mitografici; anzi, le montagne della Dol custodiscono la presenza di una delle più celebri di tali creature, l’Homo Salvadego, raffigurato in un altrettanto celebre affresco (lo vedete qui sotto) a Sacco in Val Gerola, laterale orobica della Valtellina. Dunque, noi  autori (Sara Invernizzi, Ruggero Meles e lo scrivente) della guida “Dol dei Tre Signori”, nella quale abbiamo raccontato per quanto possibile l’intero territorio in questione, non potevamo certamente esimerci dal segnalare – pur succintamente, per inesorabili ragioni di spazio – questa leggendaria e affascinante presenza, tanto peculiare del territorio quanto assolutamente affine all’iconografia e all’archetipo classico dell’uomo selvatico diffusi in tutte le Alpi:

[L’Homo Salvadego della Val Gerola; ingrandite l’immagine per apprezzarla meglio. Fonte: www.ecomuseovalgerola.it.]

Ecco, caro viaggiatore, stai per arrivare a Sacco, e questa volta il cammino senza indugi attraversa il paese e ti porta proprio nella piazza della Chiesa Parrocchiale di San Lorenzo. Sei a due passi da uno dei gioielli più preziosi dell’Ecomuseo della Val Gerola: la famosa Camera Picta di Casa Vaninetti, fatta affrescare nel 1464 da “Augustinus de Zugnonibus” a tali “Simon et Battestinus pinxerunt”, l’uno il committente e gli altri autori dell’opera i cui nomi consunti si possono intuire sopra e sotto la stessa. Oggi è un accogliente museo che racconta la ricchezza e il livello di civiltà di questa contrada e della valle nel Quattrocento. Il gioiello più stupefacente custodito in esso è il dipinto, sito accanto alla porta d’ingresso, che raffigura tra le altre cose un’immagine dell’“Homo Salvadego”, ricoperto di folto pelo e con un nodoso bastone tra le mani nel mentre che declama la famosa frase “Ego sonto un homo salvadego per natura, chi me ofende ge fo pagura” scritta come fosse un fumetto accanto al suo volto irsuto. L’Homo Salvadego è uno dei personaggi leggendari di cui si narra nell’intero arco alpino con diverse denominazioni ma uguale essenza, simbolo di una Natura che sa essere amica o nemica a seconda di come la si tratti: spesso è a questa figura che si attribuisce di aver insegnato agli uomini che si sono insediati sulle montagne i segreti dell’arte casearia e anche lui, come il Gigiat che forse incontrerai e di cui parleremo quando sarai giunto più a valle, è spesso collegato ai cicli vitali della Natura, dunque alla relazione sussistenziale degli abitanti dei monti con l’ambiente naturale.

Tale necessaria ma meditata brevità di cenni è d’altronde ben bilanciata dalla presenza di numerose notizie in rete sull’Homo Salvadego dei monti della Dol: le migliori delle quali, comprensibilmente, sono quelle riferite dal sito web dell’Ecomuseo della Val Gerola, e le trovate qui; riguardo il mito dell’Uomo Selvatico in generale e sul suo valore culturale in relazione ai territori alpini, potete invece trovare un altro mio contributo qui. Sull’altra creatura leggendaria citata nel brano sopra pubblicato, il Gigiat, a sua volta peculiare e archetipica, magari tornerò più avanti. Infine, per saperne di più sulla guida “Dol dei Tre Signori” e su come/dove/perché acquistarla, date un occhio qui o cliccate sull’immagine qui accanto.

Ah, un’ultima cosa: nonostante la cospicua frequentazione delle montagne della Dol da parte di creature misteriose e in certi casi apparentemente spaventose, non si segnalano negli ultimi anni incidenti o episodi spiacevoli a persone e cose, dunque potete camminare tranquillamente lungo la Dol e meravigliarvi della bellezza dei suoi paesaggi senza timore alcuno, ecco. Semmai, se d’improvviso un Homo Salvadego spunterà dal folto del bosco e vi si parerà davanti, non ofendetelo, appunto, e vedrete che lui non ve farà pagura!

L’archeologia idroelettrica dell’Orrido del Gallavesa

Premessa: l’Orrido del Gallavesa, del quale racconta questo brano (tratto dal volume Sö e só dal Pass del Fó. In cammino da 75 anni sui sentieri del Resegone e della storia di Calolziocorte, che ho scritto e curato nel 2015 per la sezione CAI di Calolziocorte; per saperne di più, cliccate qui) è una profonda forra posta nel territorio comunale di Erve (Val San Martino, Lecco) formata dalle acque dell’omonimo torrente, che scende dai contrafforti meridionali del Resegone e sfocia nel Lago di Garlate. La forra, il cui intaglio potete intuire nell’immagine qui sopra, è popolarmente conosciuta come “orrido” per la sua profondità (circa 2-300 metri dal ciglio superiore dei versanti sovrastanti) in relazione alla larghezza, anzi, alla strettezza delle pareti rocciose che la racchiudono (solo qualche metro, sul fondo) e la rendono piuttosto cupa e impressionante. D’altro canto, a generare questa percezione contribuisce certamente anche la spettacolare strada carrozzabile che da Calolziocorte giunge a Erve, un capolavoro d’ingegneria d’inizio Novecento, la quale attraversa la gola con un lungo tratto scavato nella roccia e parzialmente a sbalzo sul precipizio.
Buona lettura.

Da che nella seconda metà dell’Ottocento il progresso industriale prese a spandersi oltre le periferie delle città più grandi raggiungendo, anche grazie allo sviluppo dei reti di trasporto su rotaia, le zone rette fino a quel punto da un sistema economico di tipo rurale, anche a Calolziocorte sorsero i primi importanti stabilimenti, i quali rapidamente assorbirono buona parte della forza lavoro prima dedita sostanzialmente al lavoro nei campi diventando il motore fondamentale dell’economia locale. Ma per essere tali, anche i motori nel senso letterale del termine ovvero i macchinari impiegati nel processo produttivo abbisognavano di adeguata e crescente forza motrice ovvero di energia elettrica, che fin da quando venne “inventata” (anche se il termine è improprio) rappresentò una enorme rivoluzione rispetti ai precedenti sistemi di produzione endotermica o ad altri di concezione più primitiva. Rapidamente le principali fabbriche del territorio calolziese intuirono di avere a porta di mano, sul territorio, una preziosa possibilità di produzione in proprio di energia derivandola dall’acqua e dunque con sistemi idroelettrici, quand’essi presero a diffondersi: la forra del Gallavesa, nella quale il torrente scorreva con impeto e portata adeguati a ricavarne elettricità. Fu così che nacquero ben tre piccole centrali idroelettriche, sorte in differenti punti dell’orrido per iniziativa di altrettante delle più importanti fabbriche del calolziese: la “Sali di Bario”, il cui nome segnala la produzione di derivati della barite, la “Gavazzi”, industria tessile, e la “Pirelli”, attiva nella lavorazione della gomma. Furono installate tubature per convogliare l’acqua e turbine per la produzione di energia: in particolare la centrale a monte della località Vai – più o meno a metà forra; il curioso toponimo, molto semplicemente, significa “scoiattolo” – di proprietà della Gavazzi, si segnalava per la particolarità tecnologica legata alla presenza di una turbina “Pelton”, di tipo ad azione dato che l’acqua veniva trasformata in energia cinetica con dei particolari ugelli prima di giungere alle pale della stessa, a differenza degli altri tipi di turbina nei quali parte dell’energia cinetica legata all’acqua in movimento viene prodotta dentro di essa, grazie alla conformazione dei condotti di ingresso – e per ciò definite a reazione.

Ma fino a qui, particolarità tecniche a parte, la storia delle centrali idroelettriche dell’orrido del Gallavesa non presenta nulla di così speciale. Alquanto speciale, invece, e quasi incredibile a pensarci oggi – soprattutto per chi conosce la zona e comprende quanto il termine “orrido” per la Valle del Gallavesa in quel tratto sia assolutamente consono – è che quelle centrali erano presidiate durante tutto l’anno da custodi che vivevano presso di esse, in alloggi a dir poco spartani ricavati accanto ai locali delle turbine. In quell’orrido, appunto, in zone di disagevole raggiungimento tra altissime pareti rocciose che tutt’oggi scaricano frequentemente sassi e nelle quali, durante la lunga stagione invernale, freddo, gelo e ombra dominavano su ogni cosa, alcuni uomini, anche con famiglie al seguito, vivevano e lavoravano in condizioni che, è facile immaginarlo, verrebbero considerate insostenibili da buona parte di noi contemporanei; di essi si ricorda tale Ettore Manzoni di Somasca oppure Egidio Valsecchi di Calolzio, mentre di altri non si conservano informazioni. Tuttavia a quei tempi – fate conto che le centrali vennero dismesse intorno agli anni Sessanta del Novecento – l’elettronica, l’automazione industriale e i sistemi di controllo remoto erano ancora di là da venire, dunque era necessario che qualcuno si infilasse in quella forra “dantesca” e ci restasse a lungo per vegliare sui macchinari presenti. Qualcosa che sotto certi aspetti può ricordare alcune delle più disagevoli attività legate alla montagna, solo che in quei casi, l’isolamento, la solitudine e le condizioni ambientali difficili erano a poche centinaia di metri da Calolziocorte e dalla sua civiltà, e non venivano certo sostenute per passione o diletto. D’altro canto, è un aspetto della storia industriale del territorio calolziese insolito e poco conosciuto oltre che, a proposito di attività alpestri, a suo modo emblematico del rapporto che il territorio intratteneva con le montagne locali e le loro risorse, non diversamente che in zone più prettamente montane; una storia che di certo non tornerà più come allora (per la cronaca, uno degli impianti idroelettrici presenti nell’orrido è stato ripristinato qualche anno fa ma ovviamente con tutte le automazioni del caso oggi disponibili) e proprio per questo meritevole di considerazione, anche in memoria di attività lavorative quotidiane, dunque vitali, e di una nozione generale di “lavoro” che al giorno d’oggi, nel senso e nella sostanza, ci sembrano parte di un passato lontanissimo, ben più distante di quanto in realtà non sia.

N.B.: si tenga conto che l’Orrido del Gallavesa formalmente non è percorribile; sul web si trovano ancora numerose pagine che riferiscono di un sentiero attrezzato del CAI di Calolziocorte il quale attraversa la gola ma che è stato completamente smantellato qualche anno fa, essendo alcuni tratti ora ostruiti dalla presenza delle tubature della nuova centralina idroelettrica.

(Le immagini sono dello scrivente, di Giuseppe Rocchi che ringrazio per avermele concesse e tratte da https://mapio.net/s/49927776/ e da https://www.vieferrate.it/pag-relazioni/lombardia/63-prealpi-lombarde/108-gallavesa.html.)

Grandi viaggi con pochi passi

A volte si percorrono grandi distanze ma si fanno “piccoli” viaggi. A volte invece basta fare pochi passi per compiere viaggi e avventure incredibili, o per scoprire che di ciò che si credeva di conoscere in verità si conosce poco o nulla.

Per il viaggio autentico non serve tanto una meta, e non serve un modo di viaggiare più di altri: se è vero ciò che disse Pessoa, «i viaggi sono i viaggiatori», è perché è altrettanto vero che i viaggiatori sono il viaggio. Che questo sia lungo solo pochi passi oppure milioni di chilometri, che porti in capo al mondo o poco oltre l’uscio di casa: non è tanto che per viaggiare servano dei viaggiatori, semmai per il viaggiatore autentico serve un viaggio da fare. Qualsiasi esso sia, ovunque esso porti.

È ciò che, per naturale conseguenza, rende un viaggio veramente autentico, più di ogni altra cosa.

AA.VV., “Carnevali e folclore delle Alpi”

Fin dai primi tempi in cui l’uomo ha cominciato a frequentarle e abitarle, le montagne sono diventate un “inevitabile” habitat per creature soprannaturali d’ogni genere e sorta, mostri, draghi, demoni, uomini selvatici e quant’altro, e di conseguenza una fonte ricchissima di relative leggende e mitografie: quasi ovunque l’uomo, per scelta o gioco forza, non fosse giunto a abitare e adattare il territorio alle proprie esigenze – boschi, vette, ghiacciai, forre, eccetera – vi era il regno del mistero e del pericolo: una dualità tra mondo umanizzato e mondo selvaggio sulla quale si è dipanato buona parte dello sviluppo culturale della montagna e della relazione degli uomini con essa dalle frequentazioni primitive fino all’era industriale. Poi, appunto, il progresso ha fatto svanire pressoché tutta quella dimensione sovrannaturale e i timori d’un tempo ad essa legati sono diventati sollazzi folcloristici che il turismo ha sovente inglobato nelle proprie manifestazioni e non di rado banalizzato, dimenticandosi l’antica e emblematica storia culturale che stava alle spalle.

Ma c’è un momento, durante il corso dell’anno, nel quale il sovrannaturale montano torna a manifestarsi, un momento condiviso nella forma con il resto del mondo ma nella sostanza parecchio diverso e ben più significativo, dunque molto più affascinante: il carnevale. Sulle Alpi – e non solo, ma nella regione alpina soprattutto – il carnevale non è un semplice periodo di feste e scherzi dal carattere meramente ricreativo, anche se all’apparenza può sembrare così. In molti carnevali delle Alpi, infatti, tornano in superficie molte di quelle creature sovrannaturali ovvero di quelle leggende, mitografie, superstizioni, fantasie, narrazioni che, se nella forma attuale sono state modellate dal basso Medioevo in poi assumendo i vari caratteri dei relativi momenti storici, a uno sguardo più attento palesano le origini ancestrali e misteriose che riportano direttamente a miti pre-cristiani e pagani, ancor più antichi rispetto alle Dionisie greche e ai Saturnali romani dai quali viene fatto derivare il senso del carnevale odierno (pur con la sua caratterizzazione prettamente cristiano-cattolica) e soprattutto peculiari rispetto all’ambito alpino e montano nonché alla relazione con esso delle genti che nei secoli lo hanno antropizzato.

Carnevali e folclore delle Alpi, edito nel 2012 dall’Associazione culturale LOntàno Verde e curato da Luca Giarelli, membro della Società Storica e Antropologica di Valle Camonica, rappresenta un ottimo compendio sul tema raccogliendo una serie di interventi su alcuni dei più significativi carnevali e delle feste in costume della catena alpina, sulle loro caratteristiche e sulle maschere che li animano, nelle quali si ritrovano la gran parte delle ancestrali creature sovrannaturali di cui ho detto poco fa. Il volume consente un vero e proprio viaggio etnologico, antropologico, folclorico e storico lungo l’intera regione alpina italiana, dal Piemonte fino al Friuli, con alcune puntate oltre confine in Svizzera e in Austria, incontrando in ogni luogo le mitologie che animano i festeggiamenti tra il periodo natalizio e la fine dell’inverno e che caratterizzano il folclore locale []

[Ol Badalisc, il mitologico mostro della Valle Camonica, Lombardia, con il suo ” guardiano”. Foto di Luca Giarelli, opera propria, CC BY-SA 3.0, fonte: commons.wikimedia.org.]
(Potete leggere la recensione completa di Carnevali e folclore delle Alpi cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)

Di antiche storie scritte “sul” Monte di Brianza

Questa volta io e Loki, il mio fidato segretario personale a forma di cane – sempre più abile nella sua mansione di «scovavecchisentieri» -, siamo andati a leggere antiche narrazioni di paesaggi antropici inscritti con caratteri selciati di vario stile sulle “pagine” del libro-Monte di Brianza, lì dove le prime propaggini prealpine si innalzano tra la pianura alto-milanese e la valle dell’Adda, le cui acque da poco uscite dal Lago di Como fluiscono verso Sud.

Anche qui, a poche centinaia di metri in linea d’aria da strade ipertrafficate e abitati rumorosi, boschi giovani ma già orgogliosamente rigogliosi nascondono e sovente inglobano nel proprio manto virente innumerevoli segni umani che oggi raccontano – a chi sa coglierle – di relazioni ormai dimenticate degli abitanti di queste zone con il monte e i suoi fianchi i quali, sempre aguzzando la curiosità e lo sguardo per intrufolarsi tra le ramature ombrose e i fitti cespugli, rivelano la presenza frequente di terrazzamenti e altri adattamenti che l’uomo ha invocato alla montagna e la montagna – d’altro canto qui del tutto bonaria e quasi del tutto priva di precipitevoli rudezze più classicamente alpestri – per secoli ha concesso.

Poi, anche qui come in innumerevoli altri posti, tutto è cambiato: per fortuna (forse) per gli abitanti, purtroppo per la montagna, che da inseparabile sodale di esistenza e resilienza quotidiana è diventata quasi del tutto estranea, all’improvviso lontana, quasi temuta con questi suoi boschi ora così densi e ombrosi da sembrare diffidenti verso chi ora li penetra.

Ma quassù, se pur a molti questo luogo suscita ormai un che di selvaggio, in verità c’è ancora un paesaggio, diverso da com’era un tempo ma nemmeno troppo. Il libro-territorio ha pagine polverose e un po’ sgualcite sulle quali tuttavia si possono ancora leggere piuttosto bene molte scritte, numerose narrazioni, diverse storie stese sul monte come sul tempo che raccontano il paesaggio e che consentono al viandante di farne parte, anche solo per qualche momento. Trovo sempre affascinante constatare la realtà di questi luoghi nei quali la Natura s’è rapidamente ripresa lo spazio che aveva concesso all’uomo, il quale in origine glielo aveva richiesto, a volte anche in modo pressante e poi, nel giro di breve tempo, ha deciso di disinteressarsene. Affascinante è il contrasto tra il bosco rigoglioso che ammanta la gran parte del monte e di primo acchito suscita sensazioni di vigorosa selvatichezza inglobando rapidamente ogni cosa, come se fosse lì da secoli, e la presenza comunque ancora lampante di tantissime tracce umane che raccontano d’un passato assai meno selvatico, appunto. Come la bellissima mulattiera selciata che io e Loki abbiamo seguito: nella prima parte assai deteriorata al punto da poter essere confusa con l’alveo di un ruscello in secca (ma che tale ritorna a essere nel caso di forti piogge, temo), la mulattiera rivela se stessa e la propria storia penetrando sempre più nel bosco e salendo in quota, quando comincia a diventare visibile l’artificialità della disposizione delle pietre che spuntano dal terreno le quali poi si conformano in una selciatura ormai evidente e particolare, diversa rispetto a quelle che si possono riscontrare a solo pochi km di distanza sui monti dell’altra sponda della valle dell’Adda (storicamente un altro mondo, tuttavia, che il fiume ha diviso politicamente e sotto certi aspetti anche culturalmente per molti secoli) e con peculiarità a volte insolite – come l’improvviso cambio di tipologia di selciato che si vede bene in una delle immagini che vi propongo qui.

Poi, la mulattiera – le cui origini, al di là della selciatura oggi visibile, sono sicuramente antiche, visto che porta a un nucleo abitato già citato su documenti dell’anno 1085, sbuca nel bosco e giunge nei pressi della propria meta, a suo modo del tutto emblematica rispetto – ovvero in antitesi – all’itinerario appena percorso e altrettanto parossistica riguardo la relazione tra l’uomo contemporaneo e la montagna che si è sviluppata dal dopoguerra in poi, quando l’ambiente naturale è spesso diventato uno mero strumento da sfruttare per ricavarne interessi e tornaconti del tutto avulsi dal contesto geografico, dalla sua storia e dal patrimonio culturale che il paesaggio conserva. Sto parlando di Consonno, sì: forse uno dei primi non luoghi in altura nel senso più significativo della definizione (quando la definizione non esisteva ancora, peraltro). Ma in effetti questa è un’altra (non) storia, ecco.