Non è così che Regione Lombardia può aiutare i territori montani, come invece dice di fare!

[Veduta di Vilminore di Scalve, con la Presolana sullo sfondo.]
Leggo sulla stampa (qui, ad esempio) che Regione Lombardia ha stanziato per l’anno 2025 alle Comunità Montane della regione 11 milioni di Euro, per «aiutare i territori montani, costituiti da piccoli comuni situati spesso in zone svantaggiate, e nel garantire servizi ai cittadini che li abitano. Grazie alle risorse messe a disposizione proseguiamo l’importante lavoro di valorizzazione delle Comunità montane.»

L’articolo riporta che in Lombardia le Comunità montane sono 23, con una popolazione complessiva di oltre 1,2 milioni di abitanti ripartita in 510 Comuni: in pratica fanno poco più di 9 Euro per abitante.

La stessa Regione Lombardia, nel frattempo, potrebbe spendere almeno 30 milioni di Euro per sostenere il progetto di collegamento sciistico tra Colere e Lizzola, avversato da più parti per evidenti ragioni di insostenibilità economica e ambientale nonché per l’obsolescenza di un progetto del genere in un territorio montano nel quale, per le sue specificità, è tanto inevitabile quanto vantaggiosa la transizione a modelli turistici più consoni alla realtà presente e del territorio stesso, dunque ben più funzionali al sostegno generale e durevole delle comunità residenti.

30 milioni di Euro se non di più per un solo comprensorio sciistico, e a diretto vantaggio di una sola società privata, e 11 milioni di Euro per tutte le Comunità Montane lombarde. Senza contare i tanti altri progetti (sciistici, ma non solo) di simile natura e altrettanta incongruenza che vengono o potrebbero essere finanziati da soldi pubblici regionali.

Trovate che vi sia una logica, in tutto ciò?

Magari voi sì. Io no.

Non credo che per «aiutare i territori montani, costituiti da piccoli comuni situati spesso in zone svantaggiate, e nel garantire servizi ai cittadini che li abitano» si debba politicamente e amministrativamente agire in questo modo. Infatti i servizi di base nei territori montani continuano a sparire mentre i tralicci dei nuovi impianti di risalita o i tubi dei sistemi di innevamento artificiale continuano a comparire, spesso su versanti e a quote dove le condizioni per sciare non ci sono già più ora, figuriamoci nei prossimi anni.

Credo invece che per «aiutare i territori montani, costituiti da piccoli comuni situati spesso in zone svantaggiate, e nel garantire servizi ai cittadini che li abitano» la maggior parte dei finanziamenti pubblici dovrebbero essere destinati a progetti di sviluppo territoriale generale strutturati sul medio lungo termine che mettano in rete tutte le componenti sociali della comunità e sostengano tutte le economie locali, tra le quali certamente anche quella turistica (elemento importante e necessario ma in tali circostanze non più egemonico), con preminenza data a quelle le cui ricadute positive concrete vadano a vantaggio della più ampia parte di comunità residente, oltre che al sostegno dei servizi di base e ecosistemici necessari alla quotidianità degli abitanti e alle loro prospettive future di vita in loco.

[Una veduta della media Valtellina, dominata dalla mole del Monte Disgrazia. Foto di marco forno su Unsplash.]
Sono progetti di certo non semplici da elaborare che abbisognano di volontà politica, visione strategica, competenze tecnico-amministrative e culturali, ma quanto mai indispensabili alle nostre montagne così soggette a variabili e criticità complesse che non possono essere risolte con quelle ingenti elargizioni prive di logica e visione a realtà pressoché insostenibili, lasciando quanto avanza alle cose veramente importanti per le comunità residenti.

Anche perché, in territori tanto pregiati quanto fragili e delicati come quelli montani, gli errori di gestione nella politica locale si possono pagare cari e li paga la comunità residente. Sarebbe bene non dimenticarlo.

Il nome giusto per il comprensorio sciistico sul Monte San Primo

Come forse avrete letto sui media d’informazione, gli enti promotori del progetto di nuovi impianti sciistici sul Monte San Primo a soli 1100 metri di quota (Comune di Bellagio, Comunità Montana del Triangolo Lariano, Regione Lombardia) hanno confermato di voler andare avanti con il progetto e di spenderci più di due milioni di Euro di soldi pubblici. Ciò nonostante la crisi climatica in corso e che sul San Primo da lustri non ci sono più le condizioni ambientali e non nevica a sufficienza per sciare (piove, semmai), nonostante i danni ambientali conseguenti e la palese insostenibilità economica degli impianti, nonostante i pareri contrari, solidamente motivati, di esperti d’ogni settore e l’opposizione generale, nonché rifiutando ogni confronto sul progetto e qualsiasi interlocuzione con la comunità locale.

[La quota delle piste in concessione sul Monte San Primo, tratto dall’“Elenco regionale delle piste dedicate agli sport sulla neve”, Decreto nr.8838 del 11/06/2024 di Regione Lombardia.]
Nonostante un progetto che da subito si manifesta sotto ogni aspetto come un disastro annunciato, in buona sostanza.

A questo punto, ai suddetti promotori degli impianti sul San Primo vorrei proporre il nuovo nome del comprensorio sciistico, che mi pare assolutamente consono alle circostanze e alla “filosofia” di fondo del progetto:


Ecco.

N.B.: per qualsiasi altra informazione al riguardo, potete visitare il sito web del Coordinamento “Salviamo il Monte San Primo”, qui.

Diamo sempre troppa attenzione alle notizie brutte e trascuriamo quelle buone. Che vengono dal Texas, ad esempio

«Fa più rumore un albero che cade che una foresta che cresce» dice quel celebre aforisma attribuito al filosofo cinese Laozi, ed è una verità incontrovertibile: nell’era dell’informazione globale in salsa social, veniamo costantemente inondati da innumerevoli notizie su cose brutte e vi diamo più attenzione mentre trascuriamo quelle belle. Le quali sono sicuramente la maggioranza ma, appunto, non fanno notizia, non generano dibattiti, scontri, propagande, polarizzazioni, tutte cose di cui la stampa contemporanea si nutre volentieri e poi “vomita” addosso all’opinione pubblica. Che ne risulta prima frastornata, poi inquietata, quindi incattivita.

Un buon esempio tra i tanti al riguardo: dopo l’elezione di un personaggio variamente deprecabile come Donald Trump alla presidenza, gli USA ci appaiono come un paese ove le politiche di salvaguardia ambientale e del clima siano state totalmente messe al bando. Almeno in questo modo verrebbe da pensare, al sentire le notizie riguardanti le politiche della nuova amministrazione sul tema e in effetti spesso è così, ma non sempre.

Fatto sta che nel Texas, stato da decenni a guida repubblicana e che per molti aspetti rappresenta l’America più cupa, il Dipartimento dei Parchi e della Fauna Selvatica dello stato ha acquistato 2.020 acri di terreno naturale (pari a più di 800 ettari) nella contea di Burnet per 35 milioni di dollari, utilizzando una combinazione di uno stanziamento una tantum da parte della legislatura e di entrate fiscali (soldi totalmente pubblici, dunque), al fine di ampliare la superficie tutelata del Colorado River Bend State Park, un parco naturale posto lungo il fiume Colorado. Il territorio è situato circa 100 miglia a nord-ovest di Austin, la capitale del Texas, ed è caratterizzato da una geografia collinare parecchio selvaggia, ricca di corsi d’acqua e di habitat naturali diversificati di grande pregio.

Per uno stato che presenta una delle più alte percentuali di territorio di proprietà privata in America, spesso occupato da devastanti campi petroliferi, questa è senza dubbio una bella notizia a favore della conservazione del patrimonio naturale e, ribadisco, è significativo che si tratti di un’iniziativa istituzionale dello stato.

Insomma: certamente cadono alberi e il fragore comprensibilmente ci spaventa ma, nel frattempo, non smettono di crescerne di nuovi. Non sarebbe male (e non ci farebbe male) ascoltare e dare più considerazione alle nuove silenziose foreste che crescono nel mondo: forse ci aiuterebbe a non avere troppa paura degli alberi cadenti e dunque a reagire meglio allo spavento che provocano.

Non è un esercizio di puerile positività, questo, ma un atto politico e civico di grande importanza dagli effetti indubitabilmente concreti.

Un’indigestione di funivie

[La nuova telecabina “Cortina Skyline”. Immagine tratta da www.impianticortina.it.]

Amore e odio. Un po’ come per una cosa dolce che ci piace tanto, il cioccolato per esempio, ma che abbiamo mangiato troppo e ora ci ripugna. Così sono le nostre funivie. Chi non ha amato quelle storiche, le prime che solcavano i cieli delle Alpi come le funivie del Cervino (al Plateau Rosa, la scomparsa Furggen…), quella del Monte Bianco (sostituita con l’”ottava meraviglia” dello Skyway), la dismessa funivia di Punta Indren che ci depositava direttamente sul ghiacciaio (oggi per vederlo ci vuole il binocolo)… E alzi la mano l’alpinista che non ne ha mai usufruito, con gratitudine! Ma ora l’indigestione è totale, e ogni nuovo progetto ci pare insensato e predatorio, un insulto al paesaggio.
Tra le cose migliori che ho letto, c’è il prossimo completamento della funivia che entro l’anno collegherà lo stabilimento della Melinda con la miniera Rio Maggiore, in Val di Non, dove con i nuovi ampliamenti verranno stoccate 40.000 tonnellate di mele risparmiando 12.000 chilometri annui oggi percorsi dai camion. E a proposito di “funivie orizzontali”, come non citare la recente Skyline di Cortina tra Son dei Prade e Bai de Dones, lunga oltre quattro chilometri e mezzo per un dislivello di appena 243 metri: porta 1800 persone l’ora ed è stata concepita per “alleggerire dal traffico” la statale tra Cortina e il Passo Falzarego e liberare il parcheggio a monte. Un’iniziativa ad alto rischio ambientale venduta come “tassello fondamentale per l’ulteriore sviluppo turistico dell’area attorno a Cortina d’Ampezzo”. Come se ce ne fosse bisogno. Come se, l’esperienza insegna, una strada asfaltata potesse essere sostituita da una (costosissima) funivia. Diamo più opportunità di raggiungere un luogo e il traffico si moltiplicherà, invece che diminuire.

[Tratto da Ma quante belle funivie. Troppe, forse di Paolo Paci, pubblicato su “Montagna.tv” il 29 gennaio 2025. Cliccate qui per leggere l’articolo nella sua interezza.)

Personalmente ho sempre amato le funivie, sovente capolavori di arditezza tecnologica e ingegneristica oltre che il mezzo di trasporto che probabilmente più di ogni altro ha cambiato il destino delle nostre montagne. Un tempo soprattutto in bene, oggi di frequente in male, cioè dove la loro funzione logistica originaria è stata sostituita da una meramente commerciale, in forza della quale le funivie non sono più “semplici” mezzi di trasporto ma strumenti di marketing a mero scopo di lucro e, a volte, di propaganda ideologica. Legittimo tutto ciò? Non dico di no, almeno fino a che i cavi delle funivie non imprigionino le montagne ad una sorte del tutto antitetica alla loro realtà e alle proprie specificità – quelle specificità che sarebbero il tesoro più prezioso anche per il turismo, principale fautore delle funivie oggi, il quale tuttavia spesso non è più in grado di comprenderne il valore perché troppo concentrato a voler accrescere a dismisura i propri, di “valori”, a discapito di tutto e tutti.

[La funivia di Melinda in Val di Non. Immagine tratta da www.funivie.org.]