Palagnedra, il mini-fiordo (artificiale) delle Alpi tra Ticino e Verbano

[Foto di Diriye Amey from Locarno, Switzerland – GOPR1332, CC BY 2.0, fonte commons.wikimedia.org.]
Sulle Alpi vi sono dighe talmente grandi e imponenti da rappresentare “il” paesaggio fondamentale per il territorio nel quale hanno sede, ovvero l’elemento massimamente referenziale oltre che spettacolare dacché capace di conferire anche valore “estetico” al luogo – ho descritto tale particolare dimensione geoantropica nel mio libro Il miracolo delle dighe, con profusione di particolari e di narrazioni di viaggio al cospetto di quelle grandi dighe.

Di contro, vi sono anche dighe meno imponenti, a volte quasi nascoste nelle pieghe delle valli che le ospitano, ma la cui presenza è il fondamentale elemento generatore della particolare bellezza del paesaggio locale, ciò che ha fatto del territorio modificato dalla presenza del lago artificiale un luogo a suo modo speciale. È il caso della diga e del lago di Palagnedra, posti nei pressi dell’omonima località frazione del comune di Centovalli, in Canton Ticino (Svizzera), a pochi km dal confine italiano verso la Val Vigezzo. Non una grande diga, appunto: 72 metri di altezza per 120 di sviluppo, struttura ad arco-gravità incassata nella gola che in quel tratto dà forma alla valle ma capace, con il suo lago stretto, lungo e serpeggiante, ricco di golfi e insenature sovente delimitate da falesie rocciose dalle quali scendono piccole cascate, di creare un luogo e un paesaggio assolutamente suggestivi e particolari, fotografatissimo dai turisti e dai viaggiatori che transitano sulla affascinante Ferrovia Vigezzina Centovalli la cui linea corre lungo la riva sinistra del lago, spesso a picco sulle sue acque.

[Immagine tratta da https://www.swissdams.ch.]
[Mappa tratta da https://map.geo.admin.ch.]
Il Palagnedra è un vero e proprio fiordo nordico in miniatura infilatosi nella stretta vallata ai piedi del Monte Limidario (o Gridone/Ghiridone), una delle vette più rappresentative di questa regione delle Alpi Ticinesi, che separa le Centovalli dal bacino del Lago Maggiore. Questo suo aspetto “scandinavo” diventa evidente nei mesi autunnali e invernali, quando le montagne d’intorno sono bianche di neve il cui scintillio si riflette sulle acque scure e ombrose del bacino; d’altro canto la particolare bellezza naturale del luogo è amplificata dalla presenza, lungo il litorale destro del lago, della Riserva Forestale di Palagnedra, con vaste e maestose faggete intervallate da abeti rossi e un sottobosco che è considerato un eldorado per gli appassionati di geologia e mineralogia, grazie alla presenza di minerali provenienti da involucri profondi del nostro pianeta. Immaginatevi lo spettacolo del paesaggio locale in autunno, con i colori fiammeggianti delle foreste contrapposti a quello scintillante della prima neve sui monti, il tutto riflesso sulla superficie del lago… Ciò spiega perché la Ferrovia Vigezzina Centovalli sia tra quelle più rinomate dagli appassionati di foliage, a cui sono dedicati appositi viaggi, tra ottobre e novembre, per godere del paesaggio naturale intorno al lago.

[Le foto della galleria qui sopra sono di Cassinam, CC-BY-SA, fonte: https://www.expedia.it/Palagnedra.dx3000479085.]

In ogni caso, la “piccola” ma comunque spettacolare diga di Palagnedra possiede a sua volta una storia particolare. Inaugurata nel 1952, in origine aveva sul coronamento la sede della strada che porta alla frazione omonima, ma nell’agosto del 1978 una devastante alluvione compresse contro il muro della diga una enorme quantità di legname che lì venne bloccata dalla struttura della strada sul coronamento e formò una massa compatta in spinta sul paramento, al punto che si temette per la stabilità della diga le cui fondamenta, per le forze in gioco, subirono una pericolosa erosione. Dopo tale episodio, la diga venne messa per lungo tempo fuori servizio e si eliminò la sede stradale sul coronamento, lasciato a sfioro libero per farvi defluire l’acqua senza più alcun impedimento, mentre per la strada fu costruito un nuovo ponte proprio davanti al muro della diga, la cui presenza rende il transito in zona ancora più suggestivo.

Il lago e la diga di Palagnedra rappresentano una piccola/grande attrazione di una zona, quella delle Centovalli, ricchissima di bellezza naturale, ambientale, paesaggistica e di una geografia antropica tra le più affascinanti del Ticino e della Svizzera italiana. Se mai ci passerete e la visiterete – il consiglio, di nuovo, è di farlo viaggiando sui treni della Ferrovia Vigezzina Centovalli, magari sconfinando da/verso l’altrettanto bella Val Vigezzo – sono certo che converrete con me sul fascino particolare e per molti versi unico di questa porzione delle Alpi.

“Maiella Treffen”: sembra un brutto scherzo e invece è tutto vero

[Un scorcio dei territori intorno alla Maiella. Immagine tratta da www.facebook.com/itineraridabruzzo.associazione.]

Nel cuore del Parco Nazionale della Majella si prepara ad accogliere un evento unico nel suo genere: il Majella Treffen. Questo motoraduno, che si svolgerà dal 5 al 7 gennaio 2024, promette di essere un appuntamento imperdibile per gli amanti delle due ruote e della natura.
Un’occasione per esplorare la bellezza selvaggia e incontaminata della Majella e godere di un’esperienza unica all’insegna dell’avventura e della scoperta.
Gli appassionati di moto avranno l’opportunità di condividere esperienze, esplorare sentieri e strade panoramiche della Majella, il tutto immerso nel verde rigoglioso del Parco Nazionale della Majella. Un equilibrio perfetto tra avventura e comodità, per un’esperienza piacevole e senza pensieri.
Il Majella Treffen sarà animato non solo dal rombo dei motori, ma anche dalla musica e dal divertimento. La serata si accenderà con musica dal vivo, DJ set e intrattenimenti vari, creando un’atmosfera festiva e coinvolgente. Un modo perfetto per concludere le giornate di esplorazione e condivisione, celebrando la passione comune per le moto e la bellezza della natura.

Lo so, è così assurdo e grottesco che sembra un testo appositamente inventato per risultare eccessivo e provocatorio, il frutto di una fantasia malata oppure di uno scherzo fin troppo grossolano nelle esagerazioni che esprime.

Invece no, è tutto vero, come si può leggere qui.

Be’, in verità a me non spaventa tanto l’evento in sé, certamente non l’unico di questo genere, ma il messaggio che con esso si vuole imporre: esplorare l’ambiente naturale e le montagne a bordo di un mezzo motorizzato. Un messaggio che troppo spesso nei fatti si trasforma in devastazione dei territori interessati. Bellezza selvaggia, verde rigoglioso, amore della natura con rumore, puzza, inquinamento, deterioramento del terreno. Sarebbe questo l’«equilibrio perfetto» di tali iniziative?

E, domanda inevitabile a questo punto: ma dunque, i parchi nazionali e le aree di tutela ambientale, A COSA C**ZO SERVONO?

 Ecco. E scusate la rudezza espressiva.

P.S.: del grave problema delle moto sui sentieri mi sono occupato più volte, trovate qui i vari articoli al riguardo.

Dal Ministero del Turismo 148 milioni di Euro per gli impianti di sci, solo 4 per il turismo sostenibile. Va bene così?

148 (centoquarantotto) milioni di euro destinati al fondo per l’ammodernamento, la sicurezza e la dismissione degli impianti di risalita e di innevamento artificiale; quattro (4) milioni di euro per la promozione dell’ecoturismo e del turismo sostenibile che mirino a minimizzare gli impatti economici, ambientali e sociali. Entrambi i fondi arrivano dal Ministero del Turismo e sono destinati alle imprese: decreti e graduatorie sono stati pubblicati sul sito del Dicastero citato.

Destinati alle imprese, già, quelle che per proprio statuto fanno lucro in montagna non di rado – purtroppo bisogna denotarlo – senza troppo badare al territorio e al paesaggio sfruttati per i propri interessi. Non vengono destinati alle comunità residenti, ai montanari, ai loro bisogni, ai servizi di base, alle necessità legate alla vita quotidiana, a scuole, trasporti pubblici, sanità, assistenza sociale,  centri socioculturali… tutte cose che, evidentemente, vengono viste con parecchio disprezzo dalle parti del Ministero, altrimenti non si spiegherebbero i 144 milioni di differenza tra i due stanziamenti. Da una parte la torta straboccante di golosità, dall’altra soltanto le briciole.

Inevitabilmente anche l’UNCEM, Unione Nazionali Comuni Comunità Enti Montani, denuncia tale assurda situazione attraverso le parole del Presidente Marco Bussone (prese dall’articolo di “Ossola News” che vedete lì sopra, nel quale le potete leggere nella loro interezza):

I fondi potevano essere distribuiti diversamente, guardando alla vera sostenibilità, alle green communities, e non solo ai 300 paesi alpini e appenninici con impianti di risalita, importantissimi, ma non da soli, in un sistema. I finanziamenti del Ministero del Turismo, ribadiamo con forza, vanno investiti coinvolgendo insieme con le imprese – come Uncem aveva chiesto, inascoltata senza motivo, in alcuni tavoli tecnici ministeriali – direttamente gli Enti locali, Comuni, Unioni montane, Comunità montane. Potevano essere loro i beneficiari, per fare progetti integrati pubblico-privati, per le comunità locali. Invece le risorse ministeriali vanno direttamente alle imprese. Molti fondi per far fronte al futuro dello sci che, con la crisi climatica in corso, va totalmente ripensato.

Anche su “Il Fatto Quotidiano” Alberto Marzocchi, giornalista nonché maestro di sci, dunque assai competente sulla materia, ha pubblicato un illuminante articolo nel quale elenca, con nomi e somme, tutti gli stanziamenti a livello nazionale per le stazioni sciistiche, accentuando il parossismo della “nevicata” di soldi pubblici elargita dal Ministero, sovente a comprensori che da numerose stagioni lavorando in perdita e presentano bilanci da tribunale fallimentare. Una vera e propria «politica dell’accanimento terapeutico», come inevitabilmente la definisce Marzocchi.

Be’, a me pare ormai palese che, in tema di politica contemporanea e gestione dei territori montani e rurali, abbiamo a che fare con un sistema distorto, malato, pericoloso, insostenibile sotto ogni punto di vista, per nulla vantaggioso ma distruttivo per le montagne e per le loro comunità. Un sistema che va cambiato più rapidamente possibile, altrimenti il rischio sarà di degradare in maniera irreversibile un patrimonio inestimabile di storia, cultura, economia, bellezza, paesaggio, Natura che è di tutti noi e chiunque ha il diritto di godere e il dovere di tutelare. Anche contro certe figure politiche così strafottenti verso di esso e, appunto, verso di noi tutti.

La montagna ha bisogno di una politica olistica

[Veduta di Scanno, provincia di dell’Aquila. Foto di claude_star da Pixabay.]
Per gestire al meglio – politicamente, e non solo – i territori di pregio tanto quanto delicati come quelli montani, la visione alla base della loro gestione deve essere necessariamente olistica, al fine che il risultato finale sia più della somma delle parti di cui è composto, che è poi la definizione di “olismo”.

In parole più semplici, facendo un esempio concreto: se si realizza qualcosa nell’ambito turistico, ciò dovrà comportare ricadute positive anche per il territorio nel quale si realizza, per la comunità che lo abita, per la socialità diffusa, la cultura, eccetera. Idem, se si interviene con qualsiasi opera sul territorio, questa dovrà saper apportare vantaggi alla comunità residente ma pure attrattiva potenziale per il turismo, contribuendo alla cultura locale, alle reti sociali territoriali e così via.

Non è difficile come sembra, anzi: nella maggior parte dei casi basta che ciò che si fa sia ben pensato, ben realizzato e basato sul più ordinario buon senso. In questo caso il risultato finale sarà più della somma delle parti di cui è composto proprio perché apporterà vantaggi diffusi a tutte le parti, che ne potranno fare tesoro per svilupparli nello stesso modo olistico.

Invece oggi, spesso, sembra che la politica locale agisca in base a una visione sostanzialmente individualistica e riduzionistica, funzionale unicamente a se stessa e focalizzata su un unico punto, con tutto il resto d’intorno che viceversa è come se non avesse importanza. Se ad esempio si realizza un’infrastruttura turistica mirando a ricavarci più tornaconti specifici possibile senza considerare le sue ricadute su ogni altro elemento che compone la realtà territoriale locale, quell’infrastruttura farà forse guadagnare qualcuno ma inesorabilmente finirà per causare problemi al luogo e a tutti gli altri che lo abitano: ciò proprio perché si rivelerà pensata senza una visione omnicomprensiva e pienamente contestuale al luogo e alla sua realtà ma, probabilmente, dando più peso a certi aspetti – e conseguenti fini – trascurando gli altri.

È un po’ come cucinare un piatto la cui bontà sia apprezzata e metta d’accordo tutti: bisogna saper bilanciare tutti gli ingredienti necessari nelle loro giuste dosi equilibrandone i sapori affinché ciascuno collabori al buon risultato finale. Se tra quegli ingredienti vi fosse – ad esempio – il peperoncino e chi cucina il piatto esageri la dose perché a lui piace un sacco oppure perché glielo chieda uno dei commensali, il piatto finale sarà conseguentemente gradito solo a lui scontentando tutti gli altri. I quali, se la cosa dovesse reiterarsi, ci penseranno bene dal tornare a mangiare i piatti di quel “cuoco” andandosene altrove.

Ecco, in fondo è lo stesso motivo per il quale certi progetti imposti dalla politica ai territori montani presentati come “un antidoto” allo spopolamento e un “supporto” all’economia locale, invece di attenuarli o risolverli finiscono per aggravare tali aspetti. Manca la visione olistica, non c’è alcuna crescita e tanto meno reale valorizzazione del capitale territoriale, che è poi il patrimonio collettivo fondamentale che permette alle persone di vivere pienamente il territorio ovvero di sviluppare in esse la consapevolezza del poterlo abitare vantaggiosamente e, di contro, di fare dello stesso abitare una pratica di sviluppo virtuoso del territorio a vantaggio di chiunque, anche del visitatore occasionale – turista o meno. Una condizione olistica, appunto.

Purtroppo, la sensazione vivida è spesso che le politiche di gestione territoriale messe in atto dagli enti pubblici locali il solo “spopolamento” che vogliano contrastare è quello del consenso – materiale e immateriale – verso la loro parte, mentre di quello demografico e di tutto quanto ne sia conseguenza (non di rado drammatica per territori fragili come quelli montani) a quelli poco o nulla interessa: come fosse un mero effetto collaterale esterno al sistema sul quale campano, da non considerare e amen.

A Carona, dunque, il Comune acquisterà gli impianti di sci: scelta saggia oppure no?

A Carona, in alta Valle Brembana (Alpi Bergamasche), evidentemente leggono questo blog* e in particolar modo l’articolo che ho pubblicato lo scorso 14 dicembre (ripreso anche da alcuni organi di informazione) sulla messa in vendita del locale comprensorio sciistico di Carisole e su quanto di similare – a mio modo di vedere e ovviamente al netto delle differenze locali – accaduto a Prali, in Piemonte, ed ecco dunque che:

[Per leggere l’articolo cliccateci sopra.]
Decisione formalmente giusta tanto quanto inevitabile, secondo il mio punto di vista (che ho espresso dettagliatamente nell’articolo suddetto), in primis per evitare ulteriori speculazioni a danno della località e della sua comunità, ciò nonostante si tratti di un (ennesimo) esborso di soldi pubblici. Che sarebbe comunque arrivato prima o poi, temo, vista la situazione in cui versa il comprensorio.

Ora il Comune dovrà trovare un gestore per la società degli impianti: rilancio l’ipotesi “Prali” ovvero la creazione di un soggetto basato su un ampio azionariato popolare locale, semmai per vendere o affidare la gestione imprenditoriale a un privato più avanti se e quando l’attività sciistica sia stata adeguatamente rilanciata. Altrimenti, se ciò non avverrà anche in forza delle condizioni meteoclimatiche ormai sfavorevoli, ovvero se per tale motivo si deciderà preventivamente di puntare su altro, si dovrà avviare la dismissione di buona parte degli impianti con il mantenimento di quelli consoni a strutturare e servire una proposta turistica post-sciistica, naturalmente destagionalizzata e integrata da iniziative indipendenti dalla messa in servizio degli impianti nonché maggiormente integrate alla realtà comunitaria locale.

La contiguità con Foppolo, altra località sciistica parecchio claudicante (o già nella condizione di zombie, per alcuni), non aiuta di sicuro e il rischio è quello che entrambe si trascinino vicendevolmente nel baratro del fallimento definitivo; per questo sarebbe il caso che Carona cominciasse a pensare a un futuro prossimo turistico autonomo, e non solo per la stagione estiva.

In ogni caso, ribadisco quanto scrissi nel precedente articolo: qualsiasi sarà la scelta intrapresa, deve/dovrebbe/dovrà essere comunque la comunità di Carona a decidere, non altri. E mi auguro che i locali sapranno formulare la necessaria forza d’animo condivisa per decidere quale via seguire, per il loro bene e delle bellissime montagne che abitano.

*: Ovvio che non so affatto se quelli di Carona leggano questo mio blog! Diciamo che mi diverte supporlo, e comunque la consequenzialità dei fatti è interessante, dal mio punto di vista.