Un paesaggio idroelettrico “postindustriale” a 2000 m di quota

A volte le dighe sanno compiere un “miracolo”, come racconto nel mio libro Il miracolo delle dighe, a volte no. O comunque non qualcosa che, obiettivamente, si possa definire “miracoloso”.

Ad esempio: una diga tra le meno suggestive delle Alpi Bergamasche e dalla storia travagliata, grossi tubi metallici accanto ai sentieri, condutture di vario tipo, funivie e relativi sostegni, tralicci e cavi elettrici, piani inclinati, edifici d’ogni sorta… la zona del Lago Nero, nell’alta Valle del Goglio (laterale della Valle Seriana, in provincia di Bergamo, meglio conosciuta con il toponimo comunale Valgoglio) è caratterizzata da un paesaggio idroelettrico che più di altri rende l’idea di un’industrializzazione pesante delle alte quote montane, che all’apparenza poco si è curata della salvaguardia estetica del territorio e ha pensato solo a come adattarlo il più funzionalmente possibile ai propri scopi. In prossimità della Capanna Lago Nero (a sua volta ricavata da un ex edificio di servizio agli impianti idroelettrici), se non fosse per la presenza del piccolo Lago Canali sulla cui riva il rifugio si trova e che mantiene nel luogo un elemento di evidente vitalità naturale, si ha veramente l’impressione di stare dentro un impianto industriale inopinatamente sorto a 2000 m di quota, come si può intuire dall’immagine lì sopra. Il che in fondo è sostanzialmente vero, anche se ciò fortunatamente non basta a nascondere la suggestiva bellezza alpestre di questo angolo di Orobie, famoso per la presenza di numerosi laghi artificiali formati da dighe di vario genere – tutte più belle di quella del Lago Nero col suo profilo dozzinalmente squadrato la cui forma, mi raccontarono, è dovuta alla necessità di appesantirne la massa (con il blocco evidentemente aggiunto in un secondo momento sopra il coronamento originario della diga) per incrementarne la stabilità – oltre che da una miriade di laghetti naturali più piccoli, i quali rimarcano la gran ricchezza d’acqua della zona e che sono meta di alcuni itinerari escursionistici di grande fascino.

Di contro, la babele di infrastrutture idroelettriche presenti lassù, obiettivamente non belle da vedere, rende immediatamente evidente, e in modo palese, la fondamentale importanza delle montagne e delle loro risorse naturali – l’acqua innanzi tutto, ma non solo – per lo sviluppo e il sostentamento della civiltà umana, che dalle alte quote ricava molta parte dell’energia necessaria a soddisfare i propri fabbisogni. I tubi e le condotte che fuoriescono dal corpo roccioso della montagna e ne percorrono la superficie fanno pensare alle cannucce di idratazione dei pazienti negli ospedali, solo che qui il ciclo è invertito, il prezioso fluido “vitale” scorre in direzione opposta, dal corpo verso le macchine che lo trasformano in energia elettrica la quale alimenterà le cose umane dal fondovalle in giù, fino alle grandi città delle pianure pedemontane. Dunque, da questo punto di vista, l’impatto visivo eccessivo e disturbante delle infrastrutture nella zona del Lago Nero forse trova la sua unica “giustificazione”: il paesaggio idroelettrico locale è peculiare in quanto modello di una territorializzazione industriale in alta quota ormai storicizzata sulla quale poter riflettere intorno allo sfruttamento antropico della Natura ovvero all’inesorabile contraddizione ecologia/economia, ancor più evidente in un luogo del genere. È un paesaggio che a qualcuno potrà pure apparire affascinante nella sua parvenza quasi “postindustriale” in mezzo a un ambiente alpino così grandioso, con la commistione visiva di forme naturali e strutture artificiali che racconta una relazione tra uomini e montagne piuttosto ardua, che dura ormai da più di un secolo ma che già oggi, e ancor più spingendo lo sguardo e il pensiero al futuro, sembra avviato ad assumere le sembianze – materialmente e immaterialmente – di un singolare sito di archeologia industriale a 2000 m di altezza in mezzo a montagne bellissime tuttavia sempre più “lontane” da quel progresso umano che più di cent’anni fa le avvicinò a sé per servirsene, sfruttarle e imprimervi sopra la propria impronta identitaria.

N.B.: l’immagine in testa al post è di Roberto Garghentini, bravissimo esploratore fotografico (e non solo) delle montagne lombarde (ma non solo!), che ringrazio molto per avermela concessa.

Tiziano Fratus e “Agreste”

È sempre rallegrante, se così posso dire, leggere dell’uscita di un nuovo libro di Tiziano Fratus, a mio parere uno degli autori italiani più affascinanti e balsamici da leggere in senso assoluto, e da qualche giorno è in libreria Agreste, il nuovo «Silvario in versi e radici» edito da Piano B Edizioni come il precedente Sutra degli alberi con il quale forma un dittico di rara luminosità letteraria – a partire dalle copertine, entrambe semplicemente bellissime.

Non vedo l’ora di leggerlo, Agreste: Fratus scrive, racconta, decanta, insegna, ispira, illumina, radica il lettore in una dimensione letteraria nella forma e spirituale nella sostanza quanto mai preziosa e potenzialmente necessaria a chiunque. Proprio come un grande albero, che si fa (ap)portatore di forza, placidità, saggezza, trascendenza.

Per saperne di più su Agreste, cliccate sull’immagine qui sotto:

Pedalare in montagna e in città, una questione di vita o di morte

[Una bike lane in mezzo al traffico a Milano: quanto di più pericoloso vi sia per i ciclisti. Immagine tratta da bikeitalia.it.]
Ancora in tema di ciclovie montane e non solo (è un tema caldo, senza dubbio, e non solo per le temperature estive) sulle quali qualche giorno fa si è espresso con ottime considerazioni Michele Comi (ne ho scritto qui). Mentre «Lungo tutte le Alpi, la rincorsa alle “ciclovie” per le bici elettriche sembra essere il nuovo Eldorado. Ma nobili propositi, volti anche a intercettare nuovi turisti, si accompagnano spesso con interventi sul territorio totalmente dissonanti e fuori misura.» (Comi, appunto), nelle città e nelle zone più urbanizzate ci si guarda bene dall’incrementare in maniera autentica la rete cicloviaria, con il risultato che di incidenti che coinvolgono ciclisti ce ne sono a iosa, non di rado tragici. Una situazione stridente nelle sue opposte realtà e profondamente sconcertante, come misi in evidenza già qui. Prima la politica – e nello specifico il Ministero per le Infrastrutture – ha pensato di azzerare del tutto, nella Legge di Bilancio 2023, le risorse atte alla realizzazione di percorsi cicloviari nelle zone urbane, poi, tra le proteste di molti, ha ripristinato un miserrimo contributo: una vera e propria presa in giro, sotto tutti i punti di vista. Peraltro, tale politica menefreghista, spalleggiata da certa classe dirigente che si permette sparate del tipo “Pnrr: riforme, non piste ciclabili» che sono tanto insulse quanto infondate, perché vorrebbero far credere che, ai fondi del Pnrr, per fare nuove piste ciclabili si sottrarrebbero un sacco di soldi quando è evidente che ne basterebbe una percentuale risibile per aumentare in maniera ingente la rete cicloviaria nazionale.

Solo qualche giorno fa il Politecnico di Milano ha redatto il primo Atlante dei morti e feriti gravi in bicicletta, con lo scopo di «costituire un osservatorio dell’incidentalità ciclistica in grado non solo di svolgere attività di monitoraggio sugli incidenti avvenuti, ma anche di costruire conoscenza prefigurativa, così da poter fornire un contributo proattivo mirato a individuare preventivamente i luoghi di maggior pericolosità potenziale per chi intende muoversi in bicicletta». Lavoro assolutamente importante e di sicura efficacia per quanto prospettato, ma… un “ma” viene inesorabile, nella situazione in cui versa la questione: ma serve veramente uno studio così titolato per conoscere sapere quali siano le strade più pericolose per i ciclisti, quando basta guardare intorno per sapere che lo sono tutte salvo rarissime eccezioni? Non è che uno studio del genere lascia ancora ferma la questione alle parole (importanti, ribadisco di nuovo) quando da tempo si dovrebbero sollecitare con vigore i fatti indispensabili affinché i ciclisti non debbano più rischiare la vita ogni volta che percorrono una strada o una via cittadina italiana, come dovrebbe accadere in ogni paese realmente civile e veramente attento alla salvaguardia dei propri cittadini, soprattutto in un’epoca come la nostra nella quale tutti parlano e spesso blaterano di “mobilità sostenibile”?

Infine, una provocazione (?): di recente a Milano – città che ha il drammatico record nazionale di ciclisti morti in incidenti stradali – si è discusso di istituire un’ampia “Zona 30” anche, se non soprattutto, per incrementare la sicurezza di pedoni e ciclisti. Ma una città realmente protesa al futuro come così spesso Milano si vanta di essere, le autovetture non dovrebbe eliminarle totalmente dalle proprie vie, con solo rarisssssssime eccezioni, portando di contro a un livello di eccellenza assoluta la rete urbana dei trasporti pubblici? Una “città”, per poter essere considerata tale nella contemporaneità, non dovrebbe essere completamente a disposizione di chi va a piedi o in bicicletta? Vi pare logico che le nostre città, (definizione: «Centro abitato fornito di servizî pubblici e di quanto altro sia necessario per offrire condizioni favorevoli alla vita sociale» e ribadisco: condizioni favorevoli alla vita sociale) siano in mano ai mezzi motorizzati, al loro caos, all’inquinamento che provocano e ai pericoli che la loro circolazione sovrabbondante generano?

Secondo me, tutte queste sono domande retoriche. Ma forse sono solo un visionario talmente ingenuo da non voler capire chi comanda, nelle nostre città, e come e perché.

L’inganno che spiana le montagne

Lungo tutte le Alpi, la rincorsa alle ciclovie per le bici elettriche sembra essere il nuovo Eldorado. Ma nobili propositi, volti anche a intercettare nuovi turisti, si accompagnano spesso con interventi sul territorio totalmente dissonanti e fuori misura. Ciò accade quando, anziché adattare i percorsi su due ruote alla rete escursionistica esistente, si modificano in modo irreversibile sentieri e mulattiere per far combaciare il tempo libero con quello del consumo.
Scassare l’impervio e livellare gli ostacoli lungo antiche vie è il sacrificio che tante vallate stanno offrendo per abbattere la barriera della fatica e consentire ai ciclisti di andare ovunque. Questo significa rinunciare completamente ad accogliere i nostri limiti, senza accettare la meravigliosa imperfezione di sentieri, rocce, boschi e pascoli, perdendo la possibilità di trovare un senso, relazioni ed esperienza autentica con le nostre montagne.
I promotori delle “ciclovie”,  che cannibalizzano gli antichi tracciati, sono spesso gli stessi abitanti, obnubilati da una cultura massificante, che non sanno più riconoscere i propri luoghi, incapaci di vedere l’unicità e valore di questi spazi e di prendersene cura preservandone l’identità. Ne vale la pena? Sacrificare il patrimonio incalcolabile rappresentato da sentieri e mulattiere storiche per la nuova mobilità “green” da offrire al turista su due ruote? Far confluire ciclisti con pedoni non può che generare conflitti. […]

[Tratto da E-bike in montagna, opportunità o inganno? di Michele Comi, pubblicato su “Montagna.tv” l’11 giugno 2023. Nella foto, tratta dallo stesso articolo: la “Ciclovia del Monte Rosa” sottoposta a sequestro giudiziario a Macugnaga.]

Al solito, Michele è mirabile nella chiarezza espositiva e nella lucidità della sua visione delle realtà montane (ancor più vi sembrerà tale leggendo il suo articolo su “Montagna.tv” nella sua interezza).

Mi viene di aggiungere solo un appunto, rivolto a certi soliti facinorosi pronti ad alzare barricate manichee (che poi in realtà sono fatte di mattoni di sabbia, pieni di nulla): la questione non è essere contro le ebike e nemmeno le piste ciclabili tout court ma contro le cose fatte male e prive di senso, contro le opere «fatte su» tanto per far su e poi farne bieca propaganda (elettorale o altro), utili solo ad approfittarsi del “business” (?) del momento e per questo realizzate senza nemmeno capire cosa si sta facendo, quali conseguenze avranno, che ne sarà di esse tra qualche tempo.

Come sempre e ovunque, ogni cosa può e deve essere fatta con buon senso: è così difficile da capire? Evidentemente, per taluni amministratori pubblici e per i loro sodali, che i “sensi” li mettono da parte per lasciar campo libero ai bisogni di pancia, sì: è difficile, e nemmeno ci provano a capire se invece possa essere facile e, soprattutto, utile, necessario, doveroso. Va bene così? Li lasciamo fare senza batter ciglio, come se le montagne fossero “roba loro” e non patrimonio di tutti – ribadisco, di tutti noi?

Mario Rigoni Stern, 15 anni

Noi, da ragazzi, si andava a piedi lungo le vie dei pastori e dei carbonai, o sulle mulattiere della guerra. Ma da vent’anni a questa parte il nostro Altopiano è stato riscoperto dalle masse come luogo di svago, di riposo, di agonismo, di funghi: terra ludica da conquistare e godere. Ben sappiamo, però, come questa fruizione del territorio, questa antropizzazione, se fatta in maniera volgare può cagionare, e cagiona, anche consumo di ambiente e, quindi, di natura, con la perdita parziale, e forse totale di quel topos di cui tutti sentiamo il bisogno: un rifugio dell’anima e del corpo, sempre più necessario a mano a mano che crescono i rumori confusi della civiltà dei consumi.

[Mario Rigoni Stern, Camminare. Ritrovare quanto perduto, 1983, tratto da Andrea Cunico Jegary, Nomi, luoghi e comunità. Quaderni di toponomastica Cimbra, Altra Definizione Editore, 2021.]

Rigoni Stern lasciava le sue montagne e il nostro mondo esattamente 15 anni fa, il 16 giugno 2008. Autentica e lucidissima coscienza di quelle (ovvero di tutte le) montagne e del tempo che viviamo, il grande autore slegar (asiaghese, in cimbro) non è più tra noi ma resta quanto mai presente e fondamentale, aiutandoci costantemente a meditare e comprendere molte delle cose che col tempo sui monti (e non solo qui) noi uomini facciamo. Resterà – dovrà restare – una figura imprescindibile, e in modo crescente, anche in futuro: finché lo sarà, noi tutti avremo un buon sentiero lungo il quale incamminarci.

P.S.: per conoscere Mario Rigoni Stern e approfondirne la grandezza culturale e umana, c’è sicuramente da leggere il recente Mario Rigoni Stern. Un ritratto, di Giuseppe Mendicino, massimo esperto del grande scrittore di Asiago – sul quale di libri ne ha scritti anche altri, si veda qui. L’immagine in testa al post è tratta dalla pagina Facebook dedicata a Rigoni Stern.