Una geografia dell’animo

Durante i primi momenti che vivo in una città, nella quale non sono mai stato prima, mi ritrovo sempre impegnato, anche in modo inconscio, a cogliere quanti più dettagli possibile del nuovo luogo con cui devo interagire, a determinare riferimenti potenzialmente familiari, a individuare e definire quelle coordinate, a cui pensavo poco fa, che mi possano far sentire via via meno perso e più in sintonia con il luogo. Dettagli inizialmente comuni con quelli del mio ambiente quotidiano o noti per cognizione diretta; poi altri meno soliti ma riconducibili ai primi o da essi derivabili e subito dopo altri ancora che possa rapidamente riconoscere come consueti e identificanti il luogo in cui mi trovo. Infine ulteriori magari del tutto avulsi alla mia sfera vitale e intellettuale ordinaria, ma coi quali possa credere di rapportarmi, anche in modo univoco e spesso sulla base di mere congetture o fantasie ma comunque in grado di costruirmi, oltre a una geografia dell’animo ‒ quella dell’anima si può formare solo dopo permanenze ben più prolungate e stanziali ‒ una sorta di personale semantica dell’ambiente d’intorno e di ogni cosa che lo compone: un significato che mi dia una definizione, un dato certo, un punto fisso ovvero un riferimento da utilizzare come segnavia. Magari poi tra solo due giorni mi sentirò come a casa qui, oppure mi sentirò un pesce fuor d’acqua finito su una brace rovente. Tuttavia è un processo mentale che mi si installa regolarmente, e finora credo mi abbia aiutato: a non sentirmi smarrito, in primis, ma appena dopo – e in modo poi preminente – a intercettare e cogliere l’essenza del luogo in cui mi trovo, la sua anima, la parte più intima e urbana ovvero antropologica.

Sì, esatto, anche questo è un brano tratto dal mio libro

Tellin’ Tallinn. Storia di un colpo di fulmine urbano
Historica Edizioni, 2020
Collana “Cahier di Viaggio”
Pagine 170 (con un’appendice fotografica dell’autore)
ISBN 978-88-33371-51-1
€ 13,00
In vendita in tutte le librerie e nei bookstores on line.

Potete scaricare la scheda di presentazione del libro qui, in pdf, e qui, in jpg, oppure cliccare sull’immagine del libro per saperne di più. E vi ricordo che, nell’ambito di BookCity Milano 2021, sabato 20 novembre alle ore 18.15 presso il salone della Cooperativa Corridoni del quartiere di Baggio presenterò Tellin’ Tallinn. Storia di un colpo di fulmine urbano con il prezioso ed entusiasmante supporto del grande Francesco Garolfi, mirabile chitarrista che musicherà dal vivo il reading Tallinn Blues.

Ufficio stampa, promozione, coordinamento:

[Le foto in testa al post sono, dall’alto e da sinistra a destra, di: Neil Gardose, Hert Niks, Kevin Lehtla, Miikka Luotio, Judith Prins e ancora Neil Gardose da Unsplash.]

Sabato 20/11, per BookCity Milano 2021

Per chi vi scrive, quello di sabato 20 novembre prossimo nell’ambito di BookCity Milano 2021 sarà un pomeriggio intenso, emozionante e sicuramente ricco di intriganti suggestioni.

Alle ore 16 avrò l’onore e il piacere di dialogare nuovamente con il geografo, alpinista, esploratore e scrittore Franco Michieli nell’incontro dal titolo Ragazzi che cercano il mondo, intorno all’ultimo libro pubblicato da Michieli, L’abbraccio selvatico delle Alpi (del quale ho scritto qui.)

Alle ore 17.15 il piacere e l’onore sarà per me di dialogare con il viaggiatore e giornalista (di “Touring”, il magazine del Touring Club Italiano) Tino Mantarro, nell’incontro dal titolo Nostalgie dell’Asia Centrale il cui protagonista sarà il suo ultimo libro, Nostalgistan.

Infine (last but not least i hope, direi se fossi anglofono) alle ore 18.15 il protagonista sarò immotivatamente io ma con il prezioso ed entusiasmante supporto musicale del grande Francesco Garolfi, mirabile chitarrista con il quale vi accompagnerò alla scoperta del mio Tellin’ Tallinn. Storia di un colpo di fulmine urbano nel music reading Tallinn Blues.

Il tutto, in un luogo di grande storia, autenticamente meneghina, e di altrettanto fascino senza tempo: la “Cooperativa Edificatrice Operaia Filippo Corridoni”, luogo dell’anima storica e sociale del quartiere milanese di Baggio, nonché sotto l’egida di ArtIcon, garanzia di grande qualità culturale.

Cliccate sulle varie immagini degli eventi per saperne di più o su quella in testa al post per visitare il sito web di BookCity Milano e conoscere ogni dettaglio sull’edizione di quest’anno; in ogni caso, fin da ora, segnatevi gli appuntamenti e, se potete e volete, partecipate: ci sarà di che divertirsi ed appassionarsi, ve lo assicuro.

Non è cambiato nulla, ma è cambiato tutto

[Photo by Jaanus Jagomägi on Unsplash.]

Me ne sono reso conto subito stamattina, appena sono uscito dall’hotel e mi sono immerso nell’ormai riconosciuto, accogliente paesaggio urbano. O invero me lo sono confermato, dopo averlo intuito l’altra mattina, quando mi sentivo così stupidamente allegro.
È come quando un paesaggio sia illuminato dalla luce solare che ne delinei l’aspetto e la visione generali, vi conferisca particolari forme e colori, vi accenda molteplici fulgori e disegni determinate ombre le quali al paesaggio diano spessore, volume, sostanza dunque definizione, percettibilità… E poi, di colpo, basta che una piccola nube si frapponga davanti al sole smorzandone la luce e tutto si trasforma. Le forme sembrano modificate, i colori si spengono e se ne evidenziano altri, le ombre s’allungano, si torcono, si spandono inglobando e velando parte del paesaggio, variandone la definizione, la percezione allo sguardo, l’aspetto generale, sì che nei primi istanti un certo spaesamento pare cogliere l’osservatore privato dei riferimenti precedenti, resi così evidenti dalla luce.
Non è cambiato nulla, ma è come se fosse cambiato tutto. Al contrario del noto passo gattopardesco, certe volte non deve cambiare nulla affinché cambi ogni cosa, forse anche perché molte volte non c’è alcun cambiamento esteriore se parimenti non sia pure interiore.

Sì, esatto, è un brano tratto dal mio ultimo libro:

Tellin’ Tallinn. Storia di un colpo di fulmine urbano
Historica Edizioni, 2020
Collana “Cahier di Viaggio”
Pagine 170 (con un’appendice fotografica dell’autore)
ISBN 978-88-33371-51-1
€ 13,00
In vendita in tutte le librerie e nei bookstores on line.

Potete scaricare la scheda di presentazione del libro qui, in pdf, e qui, in jpg, oppure cliccare sull’immagine del libro per saperne di più. Anzi, a tal proposito: sappiate che molto presto Tallinn “tornerà” a Milano con un nuovo evento assolutamente speciale! Seguite il blog e a breve avrete tutti i dettagli al riguardo.

Ufficio stampa, promozione, coordinamento:

Uno dei luoghi al mondo più fuori dal mondo

[Foto di Gernot Hecker, CC BY-SA 3.0, fonte commons.wikimedia.org.]
Chiunque subisca il fascino dei luoghi remoti, come me, non resterà insensibile a quello di Jan Mayen. Non il posto più remoto e lontano da ogni altro del pianeta ma senza dubbio uno di quelli che più sa vividamente suscitare tale impressione.

[Immagine di Emmanuel Boutet, CC BY-SA 3.0, fonte commons.wikimedia.org.]
Jan Mayen è un’isola sperduta tra il Mar di Norvegia e il Mar di Groenlandia, più o meno a un terzo di rotta navale tra l’Islanda e le Svalbard, ampia 377 km2 e caratterizzata dalla presenza di un grande vulcano ricoperto di ghiacciai, il Beerenberg, alto 2277 m (lo stratovulcano attivo più settentrionale del mondo), da una geologia e da una geografia assolutamente particolari, veramente da “altro mondo”, e da un clima artico che raramente concede giornate di bel tempo mentre più spesso sono nebbie, piogge e bufere di neve a farla da padrone, acuendo la sensazione di posto lontanissimo dalla “civiltà” e dai suoi agi. Non è permanentemente abitata salvo che da qualche decina (35 al massimo) di scienziati, meteorologi e operatori della locale installazione radio/radar. Nonostante sia in mezzo al mare, Jan Mayen non possiede un porto e attracchi per navi, in forza delle sue coste alte e rocciose ovvero basse e ghiaiose: ci si arriva solo in aereo, atterrando sull’unica pista adibita allo scopo – quando il meteo lo consenta, ovvio.

[Foto di Hannes Grobe, Alfred Wegener Institute, opera propria, CC BY-SA 2.5, fonte  commons.wikimedia.org.]
Il toponimo dell’isola, a sua volta assai particolare, deriva da quello del navigatore olandese Jan Jacobszoon May van Schellinkhout, che visitò e “scoprì” l’isola nel 1614, ma le virgolette sono d’obbligo in quanto numerosi altri esploratori ritennero di averla scoperta ovvero di essere i primi a mettervi piede, ignari che altri lo avessero già fatto, così che nel tempo all’isola sono stati dati innumerevoli altri nomi: Hudson’s Touches, Trinity Island, Isabella, Mr. Joris Eylant, Maurits Eylandt, Thomas Smith’s Island, Île de Richelieu, ma forse anche il toponimo vichingo Svalbarð, che oggi identifica l’omonimo arcipelago, inizialmente faceva riferimento a Jan Mayen, indicando che furono in realtà i vichinghi ad aver raggiunto per primi l’isola (considerando l’antecedente e celebre Navigazione di san Brendano un testo fondamentalmente leggendario e dunque non attendibile).

[Foto di Banja-Frans Mulder, CC BY 3.0, fonte: commons.wikimedia.org.]
[Foto di Hannes Grobe, Alfred Wegener Institute, opera propria, CC BY-SA 2.5, fonte commons.wikimedia.org.]
Insomma: uno dei luoghi al mondo più fuori dal mondo, come si usa dire, ma senza dubbio anche tra i più affascinanti e singolari – e che tale è destinato a rimanere, visto che per fortuna non è visitabile se non da personale scientifico/tecnico autorizzato. Ma potete saperne di più visitando, oltre ai link presenti nell’articolo, il sito jan-mayen.com (in inglese), dedicato all’isola e alle sue eccezionali peculiarità.

N.B.: cliccate sulle immagini per ingrandirle.

Come dipingere paesaggi

[Foto di Xavier von Erlach da Unsplash, rielaborata da Luca. Cliccateci sopra per ingrandirla.]
Il paesaggio è per noi come il ritratto che l’artista dipinge sulla propria tela, ovvero sul territorio nel quale stiamo. Così viene creato il quadro ma l’opera vera e propria è il dipinto: la tela, la cornice e tutto il resto sono a loro volta fondamentali ma non sono ciò che l’artista crea, sono il supporto sul quale si concentra l’artista per dipingere il ritratto. Senza di essi l’opera non esisterebbe ma, parimenti, senza l’opera la loro contemplazione non avrebbe molto senso. Anche per questo la concezione del paesaggio non è solo una manifestazione intellettuale ma è pure artistica ed estetica, e non a caso proprio dal paesaggio l’uomo ha da sempre ricavato buona parte del concetto di “bellezza” comunemente in uso. In base a ciò, quando sappiamo formulare, dall’osservazione del mondo che abbiamo intorno, un’adeguata concezione del paesaggio, cioè quando siamo in grado di fare ciò, per certi versi siamo un po’ artisti. Solo che, salvo le eccezioni del caso, la “tela” sul quale lo dipingiamo è la nostra mente e il nostro animo: ma è comunque un’opera che, per noi, può avere un valore inestimabile.