C’era una volta lo sci estivo (e i suoi ghiacciai): il Cevedale

Come spiego con maggior dovizia di particolari qui, in questa serie di articoli voglio proporre delle immagini comparative di ghiacciai sui quali fino a qualche tempo fa si praticava lo sci estivo (o si pratica tutt’ora ma in un ambiente totalmente diverso e deteriorato rispetto a prima) che per molti versi ritengo ancor più emblematiche di altre “glaciali” riguardo ciò che sta accadendo sulle nostre montagne in forza del cambiamento climatico in corso. Perché c’è stato un tempo e un clima grazie al quale lassù c’erano piste, impianti, alloggi, migliaia di sciatori, divertimento, godimento – che ciò fosse plausibile o no: ora non c’è più nulla, anzi, c’è proprio un altro luogo rispetto ad allora.

Il Ghiacciaio del Cevedale, ad esempio. Ecco come si presentava tra gli anni Sessanta e Settanta:

Ecco come si presentava lo scorso 11 agosto, ripreso dalla webcam soprastante il Rifugio Casati:

Ecco gli altri articoli finora pubblicati nei quali ho scritto di ghiacciai ove si praticava lo sci estivo:

Sta rinascendo la “Cà di Sciùur” del Lago Palù, finalmente!

[La Cà di Sciùur nel contesto naturale della conca del Lago Palù in veste autunnale, qualche anno fa.]
Una delle cose che ultimamente ho constatato con maggior piacere, vagando per terre montane in quest’estate per altri versi angosciante, è l’avvio dei lavori di ristrutturazione della Cà di Sciùur, conosciuta anche come Cà di Ladér, suggestiva costruzione in stile rustico alpino edificata nel 1878 a quasi 2000 metri di quota sulle rive del Lago Palù, in Valmalenco.

Avevo già scritto tempo fa, qui sul blog, di quanto fosse triste osservare lo stato di perdurante abbandono dell’edificio, ogni volta che tornavo lassù, che lo poneva sempre più a rischio di crollo e comunque lo rendeva una presenza desolante in un paesaggio altrimenti meraviglioso. Ne avevo dunque auspicato e perorato un rapido recupero, quale impegno simbolico che chiunque frequenti il luogo e ne apprezzi la bellezza avrebbe dovuto assumere nei confronti dei proprietari dello stabile e di ogni altro soggetto pubblico e privato che potesse fare qualcosa al riguardo. Perché, avevo scritto allora, vedere la Cà di Sciùur crollare e così sparire per sempre dalle rive del Lago Palù sarebbe come perdere una vecchia amica, dal passato assai particolare seppur poco conosciuto dai più (testimoniato fin dalla sua doppia denominazione, bizzarramente antitetica), presenza tranquilla e silente ma in fondo sempre avvenente e di piacevole compagnia, alla quale ci si era ormai affezionati.

Per quanto sopra devo dunque ringraziare la Funivie al Bernina – FAB Spa, società che gestisce il comprensorio sciistico di Chiesa in Valmalenco e proprietaria dello stabile, per aver compreso l’importanza del recupero della Cà di Sciùur – ridenominata nella pratica edilizia “Casa del Palù” – e averne avviato la ristrutturazione, con il necessario avvallo della Soprintendenza ai Beni Culturali che mi auguro sia garanzia di lavori ben fatti anche dal punto di vista filologico rispetto alla storia dell’edificio. Noto che una delle prime operazioni compiute è stata la messa in sicurezza dei pittoreschi affreschi presenti sulle facciate, e questo mi pare un buon segno rispetto a quanto appena rimarcato.

[La Cà di Sciùur qualche inverno fa.]
Non so ancora quale nuovo uso o nuova funzione verrà affidata alla casa, oppure se ciò debba essere ancora stabilito. Nel mio articolo di qualche tempo fa avevo provato a immaginare alcuni utilizzi a mio parere interessanti e soprattutto consoni al luogo e alla presenza in esso della casa. Perché senza dubbio la Cà di Sciùur rappresenta per diversi aspetti un prezioso valore aggiunto al luogo, una ritrovata presenza dal cui fascino peculiare si possono certamente ricavare numerose potenzialità d’uso attrattive e contestuali al paesaggio d’intorno oltre che una altrettanto rinnovata vitalità per il luogo stesso e per l’intero territorio dell’alta Valmalenco.

N.B.: le foto dei lavori in corso sono state effettuate dal sottoscritto lo scorso 11 settembre.

 

Una firma per salvare il Lago Bianco del Passo di Gavia

[Foto di Zairon, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte commons.wikimedia.org.]
In tema di salvaguardia ambientale e del paesaggio, un’altra cosa che in Italia da tempo non funziona al meglio è la gestione politica delle aree sottoposte a tutela, dai parchi naturali in giù: territori soggetti a vincoli che ne determinano la protezione speciale e di conseguenza il valore paesaggistico e culturale i cui enti di gestione troppo spesso dimenticano il senso del termine “tutela”, promuovendo ovvero assentendo ad interventi per i quali la salvaguardia dei territori che ne sono oggetto appare palesemente come l’ultima cosa che conta – o la prima a non contare per nulla. Accennavo a tale questione proprio qualche giorno fa, riguardo il Parco delle Orobie Bergamasche: trovate l’articolo qui.

Quanto sopra rimarcato, come detto, vale sia per le piccole aree protette e sia per quelle più importanti e prestigiose come il Parco Nazionale dello Stelvio, che peraltro già da tempo soffre d’una gestione politica a dir poco problematica, e al riguardo vi è un recente caso tanto significativo tanto inquietante, denunciato dall’amico Marco Trezzi: il progetto di utilizzo delle acque del Lago Bianco, uno dei bacini lacustri naturali più belli delle Alpi Retiche, posto a 2600 m di quota sull’ampia sella del Passo di Gavia tra la Valtellina e la Val Camonica per il quale rappresenta un elemento geografico identitario potente nonché un biotopo di grande valore naturalistico, per alimentare gli impianti di innevamento artificiale al servizio delle piste di Santa Caterina Valfurva. In pieno Parco Nazionale dello Stelvio, appunto.

Un’assurdità bella e buona, senza alcun dubbio: sarebbe come se per costruire un nuovo locale di divertimenti a Milano venisse prelevato del marmo dal Duomo. Una follia, ribadisco, e la dimostrazione di un atteggiamento cinico e sprezzante di certa industria turistica, e delle istituzioni politiche locali che la spalleggiano, nei confronti delle (proprie) montagne e del loro paesaggio, invariabilmente considerati una risorsa da consumare a piacimento per meri fini di lucro.

Marco Trezzi ha attivato al riguardo una raccolta firme su change.org, per cercare di sensibilizzare chiunque abbia a cuore il futuro della montagna verso lo scellerato progetto in questione, che descrive con dovizia di particolari qui. Giustamente nel testo ci si chiede:

«Dov’è il Parco Nazionale dello Stelvio quando c’è da fare il lavoro per cui è nato oltre 80 anni fa? Ormai è agli occhi di tutti che è diventato solo un ente burocratico, fatto di politici che sanno fare i forti con i deboli ed i deboli con i forti. Multano ed alzano la voce con un residente che allarga una finestra di una baita o taglia una pianta che stava crollando in mezzo al sentiero, ma permettono come se nulla fosse che una società di gestione degli impianti di sci scavi una vallata per chilometri per interrare tubi di plastica, per rubare l’acqua ad un lago che sta lì,  Dio solo sa da quanti secoli, per innevare le loro piste da sci.»

Tutto ciò andando contro lo statuto del Parco Nazionale stesso, che rimarca tra gli scopi fondamentali dell’ente quello della protezione della natura e della tutela del paesaggio. E, come detto, per meri fini di lucro riguardo un’attività ludico-ricreativa che, posta la realtà climatica che stiamo vivendo, è destinata a diventare sempre più precaria e sempre meno necessaria, in senso economico e sociale, al territorio ove si sviluppa, soprattutto rispetto ai danni materiali e immateriali che vi arreca.

Funzionano così, dunque, le istituzioni italiane atte alla tutela del patrimonio naturale nazionale? È questa la salvaguardia che propongono e, quindi, il futuro che prospettano alle nostre montagne? Sono queste le politiche ambientali e di resilienza climatica che le istituzioni pubbliche ci vogliono imporre?

Vi invito caldamente a firmare la petizione per salvare il Lago Bianco. È un gesto piccolo ma fondamentale, sia fattivamente per la causa in sé e sia simbolicamente nei confronti di quelle istituzioni pubbliche e private così cieche e pericolose per i nostri territori naturali, e prezioso per diffondere finalmente una rinnovata consapevolezza verso il mondo che abbiamo intorno. Non è “ambientalismo” questo, è senso civico e lungimirante intelligenza. Tanta roba, insomma.

I “doni” di Mauro Lanfranchi

Ho la gran fortuna di conoscere alcuni tra – a mio parere – i migliori fotografi di montagna italiani, e in essi annovero a pieno titolo il lecchese Mauro Lanfranchi, autentico cantore per immagini dei territori montani lombardi (non solo, ma soprattutto) e in particolar modo delle montagne tra Lecco e la Valtellina per le quali rappresenta ormai pure una specie di enciclopedia naturalistica (illustrata, ovvio!) vivente, stante la sua profondissima conoscenza di tale territorio. Di lui ho già scritto qui, ma credo che chiunque di voi lo abbia “editorialmente incrociato” almeno qualche volta, posta la vastità della sua produzione fotografica e delle collaborazioni con praticamente tutte le testate nazionali che si occupano di ambiente e natura, oltre agli innumerevoli libri che contengono i suoi scatti, il cui stile peculiare è sovente ben riconoscibile.

Proprio qualche giorno fa Mauro ha compiuto 70 anni, buona parte dei quali passati a vagabondare per le montagne – sovente raggiunte a bordo della sua celeberrima Vespa con viaggi anche di molti km, a volte con tempo da lupi – e a fissare nei suoi scatti la loro grande bellezza, spesso scovata e rappresentata nelle circostanze più insolite e nei dettagli meno evidenti ma per molti versi peculiari e maggiormente narrativi dell’essenza dei monti.

Voglio omaggiarlo con alcune immagini in bianco e nero tratte da un’ampia galleria fotografica pubblicata lo scorso luglio da Alessandro Gogna su sherpa-gate.com, che vi invito a visitare per godervela nella sua interezza (qui ne trovate un’altra, di galleria, dalla quale proviene l’immagine in testa al post), e ringrazio di cuore Mauro per avermi concesso di pubblicarle. Solo poche immagini – che peraltro intendo pure come ben auguranti per il prossimo inverno – ma credo già del tutto significative riguardo l’arte fotografica di Lanfranchi, che mi auguro possa continuare ancora per lunghissimo tempo a praticare i propri vagabondaggi alpestri e a donarci le sue affascinanti, preziose visioni montane.

La nascita di un “nuovo” passo alpino

[Ciò che resta del ghiacciaio di Tsanfleuron in un’immagine tratta dal sito web https://karst.iah.org.]
Durante l’agosto scorso il Passo del Tsanfleuron, in Svizzera, valico posto tra le cime del gruppo di Les Diablerets che collega il Canton Vaud e quello del Vallese a 2800 metri di quota, è riemerso dai ghiacci e tornato parzialmente sgombro dopo che per almeno 2000 anni è rimasto sepolto sotto la massa dell’omonimo ghiacciaio.

La notizia, inquietante come molte altre simili lette sui media negli questi mesi in forza della realtà climatica che stiamo vivendo (e in particolar modo per la drammaticità manifestatasi quest’anno), è d’altro canto pure drammaticamente affascinante, per come lo scioglimento di strati glaciali così vecchi “azioni” una sorta di macchina del tempo immateriale che riporta materialmente nel presente dei lembi di mondo nello stato che presentavo secoli addietro, magari in epoche nelle quali il passo in questione era abitualmente transitato dai viandanti perché privo di ghiaccio ma, ciò, per cause ben diverse da quelle che la scienza da tempo accerta per la situazione attuale.

In effetti, il cambiamento dei territori montani in forza degli effetti del cambiamento climatico, per i quali l’estinzione di molti ghiacciai rappresenta uno dei fenomeni più impattanti e visibili, inevitabilmente cambierà anche la nostra percezione del paesaggio, dunque il nostro relativo immaginario, la concezione e la considerazione dell’ambiente montano, la nostra relazione con esso. È un po’ come se fino a oggi avessimo letto un libro con un suo determinato testo e la relativa narrazione, la cui lettura ci abbia lasciato un certo messaggio che abbiamo fatto nostro e elaborato nel tempo, e ora quel libro presentasse numerose delle sue pagine con un testo differente: il libro è sempre lo stesso e anche il titolo è identico e uguale il numero delle pagine, ma la narrazione derivante dal suo testo variato risulterà inevitabilmente diversa da quella precedente, e parimenti lo sarà la sua elaborazione.

Ho già affrontato alcune volte questo tema, qui sul blog (esempio) e altrove, che probabilmente apparirà molto teorico e poco concreto rispetto a tante altre questione inerenti la montagna e i cambiamenti climatici dotate di una maggiore e più immediata criticità. Eppure è un tema parecchio importante e al momento assai poco indagato, ma che credo risulterà basilare nell’evoluzione della nostra relazione futura con le montagne che frequenteremo. Montagne che apparentemente saranno le stesse di un tempo, dal paesaggio a prima vista identico a quello che si ammirava anni fa ma in realtà diverse, che probabilmente non osserveremo e non percepiremo più come allora.

Come ciò finirà per modificare la nostra relazione con i monti è difficile se non impossibile da dire, dato che il paesaggio è nella sua concezione immateriale anche il frutto del “qui e ora”, seppur definito da convenzioni comuni la cui base cognitiva si costruisce e definisce col tempo. La forma geografica delle montagne (salvo cataclismi) resterà suppergiù la stessa, la sostanza culturale presumibilmente no. E magari, sulle gande un tempo sepolte dai ghiacci e ora sgombre, tra qualche decennio crescerà l’erba e spunteranno piante, proprio come accadeva alcuni secoli fa a quelle quote alpine. Chissà se, nel caso, gli uomini del futuro potranno apprezzarlo oppure dovranno angosciarsene ancor più di quelli del 2022.