Domani sera a Erba, con Luigi Casanova in difesa del Monte San Primo

La Regione Lombardia negli ultimi anni ha approvato numerosi atti nei quali le piste da sci al di sotto dei 1.500 metri di altitudine vengono ritenute non più economicamente sostenibili. Ciò anche in forza dei report sugli scenari climatici al 2050 elaborati da ARPA Lombardia, che prevedono sempre meno neve naturale e temperature sempre più elevate anche a quote maggiori di 1.500 metri, condizioni che per giunta inficeranno la possibilità di innevamento artificiale nei comprensori di bassa quota.

Posto ciò, perché dunque il Comune di Bellagio e la Comunità Montana del Triangolo Lariano, con fondi pubblici provenienti anche dalla stessa Regione Lombardia (?!) per più di due milioni di Euro complessivi, continuano a perseverare con il proprio progetto di nuove infrastrutture sciistiche sul Monte San Primo poco oltre i 1000 metri di quota (!), avendo il Comune di Bellagio affidato – lo scorso 10 ottobre 2025 con la determina n.322 – l’incarico di sviluppare il progetto esecutivo ad uno studio di ingegneria, passaggio tecnico inequivocabile al fine di avviare i lavori? Perché insistono con il loro dissennato progetto ignorando bellamente le stesse indicazioni climatiche e ambientali di Regione Lombardia e di ARPA sopra citate nonché il recente parere negativo espresso dalle Commissioni Ambiente e Territorio regionali in seduta congiunta, evitando pervicacemente qualsiasi interlocuzione con la società civile, in primis con il Coordinamento “Salviamo il Monte San Primo”, e rifiutando qualsiasi proposta per uno sviluppo turistico alternativo, ben più logico e sostenibile (nonché vantaggioso) del monte?

Insomma, che cavolo gli passa per la testa a quelli?

È un mistero sempre più oscuro e sconcertante, in effetti. Sul quale cercheremo di fare luce, per quanto possibile, domani, venerdì 7 novembre alle ore 21, a Erba, dove avrò il privilegio di parlare con il presidente di Mountain Wilderness Italia Luigi Casanova, una delle figure più prestigiose della salvaguardia dei territori montani italiani, di quanto sta accadendo sul San Primo e dei tanti parallelismi – inopinati ma forse nemmeno tanto – con l’organizzazione delle prossime Olimpiadi invernali di Milano Cortina, delle quale Casanova ha scritto nel suo imperdibile libro “Ombre sulla Neve”.

Dunque, se potete e vorrete esserci, ci vediamo domani sera a Erba, per assistere insieme a un incontro importante e assolutamente significativo. Per saperne di più, cliccate qui.

Quanto manca all’inizio… anzi, alla fine delle Olimpiadi di Milano Cortina?

[Il cantiere della nuova cabinovia Apollonio-Socrepes a Cortina, opera “olimpica” in grave ritardo peraltro rimasta ferma molti giorni a causa di una frana causata proprio dai lavori. Immagine tratta dalla pagina Facebook “Voci di Cortina“.]
Lo scorso 29 ottobre sono stati “celebrati” i 100 giorni dall’inizio delle Olimpiadi di Milano Cortina, la cui inaugurazione è appunto fissata per il 6 febbraio 2026. Dunque oggi (6 novembre) ne mancano 92.

Ovviamente la ricorrenza è stata celebrata con grande entusiasmo pro-olimpico da parte degli organizzatori istituzionali e non, anche troppo: ad esempio, che sia «tutto pronto» per le Olimpiadi è palesemente non vero, e lo sanno per primi gli abitanti dei territori nei quali si stanno realizzando le opere olimpiche, moltissime delle quali sono in ritardo e non saranno pronte né per i Giochi e né per ancora qualche anno. Senza contare poi le varie criticità aperte, elencate ad esempio nel rapporto “Open Olympics” e raccontate da numerosi libri, dossier e articoli di stampa.

[Un articolo al riguardo pubblicato da “La Provincia-Unica TV”; cliccateci sopra per leggerlo.]
D’altro canto è legittimo augurare che le Olimpiadi vadano per il meglio, non solo dal punto di vista sportivo e non tanto perché così verrà solennemente affermato (vedi qui): speriamo vadano bene anche al di là degli slogan che al riguardo sentiremo in gran profusione!

Tuttavia, vista la realtà di fatto e le circostanze che l’hanno determinata, io penso che il conto alla rovescia più giusto e logico da tenere monitorato è questo:

Ovvero, i giorni che ad oggi mancano al 16 marzo 2026, il giorno successivo alla fine delle Paralimpiadi invernali (le quali inizieranno il 6 marzo) e dunque dell’intero periodo olimpico milano-cortinese (potete calcolarli anche da voi ad esempio qui).

Sarà da quel giorno, e per i mesi (e gli anni) successivi, che potremo capire se le Olimpiadi saranno andate veramente bene, se le opere realizzate e aperte saranno funzionali e se non avranno cagionato danni di alcun genere ai territori e al paesaggio delle località coinvolte – dunque anche alle comunità residenti –, se realmente le opere rimaste incompiute saranno continuare portate a termine con la dovuta solerzia, se i benefici economici e culturali per i territori saranno concreti e diventeranno persistenti, se la cosiddetta “legacy olimpica”, così tante volte invocata, citata e magnificata (preventivamente), sarà veramente tangibile e vantaggiosa per i territori olimpici oppure, malauguratamente, diventerà una promessa mancata insieme alle tante altre nonché una causa di danno e di degrado per quei territori e i loro abitanti.

[I cantieri “olimpici” sui versanti sciistici del Mottolino a Livigno qualche giorno fa. Immagine tratta da “La Provincia-UnicaTV“.]
Ribadisco: mi auguro vivamente che ciò non succederà. Tuttavia, vista la cronaca di questi anni di iter olimpico – cioè dal 24 giugno 2019, data di assegnazione delle Olimpiadi da parte del CIO, il Comitato Internazionale Olimpico, a Milano e Cortina – è logico non lasciarsi vincere dal troppo facile entusiasmo e coltivare un sano, razionale, civico dubbio. Ecco.

Sabato 8 novembre, a Milano per il “Premio Meroni” a Giovanni Baccolo

Sarà veramente un enorme piacere per me ritornare a Milano, sabato 8 novembre prossimo, per la premiazione dei vincitori della XVII edizione del Premio Marcello Meroni, e di farlo da proponente, insieme alla cara amica Annamaria Gremmo (già vincitrice nel 2023), del candidato nominato vincitore del premio per la sezione “cultura”: Giovanni Baccolo. Scienziato, docente e ricercatore con notevoli esperienze nello studio dei ghiacciai, dell’ambiente e dei climi alpini e montani, autore di due libri e di decine di pubblicazioni su riviste internazionali nonostante l’ancora giovane età, ma pure in quanto grande appassionato di montagne e natura, Giovanni possiede la rara dote di rendere comprensibili e avvincenti a chiunque temi scientifici sovente complessi, in ciò rappresentando un divulgatore culturale di eccezionale valore nonché un prezioso educatore alla conoscenza e alla sensibilità verso i territori montani e i loro ambienti meravigliosi e fragili. Doti la cui importanza diffusa – non solo tra i frequentatori delle montagne – è inutile rimarcare, posta la complessità della crisi climatica in divenire e di contro la consapevolezza per molti versi ancora carente nei riguardi di un tema così fondamentale per il nostro futuro.

[Giovanni in missione nel nord della Groenlandia, agosto 2022.]
Anche per questi motivi sono felice che la giuria del Premio Meroni abbia deciso di accettare la candidatura mia e di Annamaria Gremmo decretando Giovanni Baccolo vincitore. È un premio quanto mai meritato e assolutamente significativo che riconosce tanto il valore scientifico e culturale quanto quello umano di Giovanni. E per “induzione” anche il valore ambientale (e non di meno culturale, a loro volta) dei ghiacciai delle nostre montagne, così messi a dura prova dal riscaldamento globale.

Il Premio Marcello Meroni, a ricordo e testimonianza dello stile, delle passioni e degli interessi di Marcello Meroni, è organizzato dalla Scuola di Alpinismo e Scialpinismo “Silvio Saglio” della Sezione SEM del CAI e dalla Scuola Regionale Lombarda di Alpinismo ed è dedicato a persone “eccezionalmente normali” che si sono contraddistinte per aver portato a termine iniziative di puro volontariato legate alla montagna e caratterizzate da originalità, valenza sociale, dedizione e meriti etici e culturali.

Il premio ha il patrocinio del Club Alpino Italiano, del Comune di Milano, di ARCUS dell’Università Statale di Milano e dell’Università della Montagna UNIMONT.

Dunque siete tutti invitati a Milano, sabato 8 novembre dalle ore 9,15 presso la Sala Alessi di Palazzo Marino, in Piazza della Scala, per la presentazione aperta al pubblico e gratuita che sarà condotta da Luca Calvi, altra figura assai nota del mondo della montagna italiana. Ogni altra informazione utile sull’evento la potete trovare nella locandina lì sopra pubblicata.

Ovviamente, se sarete presenti, fatevi riconoscere!

MONTAG/NEWS #3: notizie interessanti e utili da sapere dalle terre alte

In questo articolo a cadenza domenicale trovate una selezione di notizie relative a cose di montagna pubblicate in rete nella settimana precedente che trovo interessanti e utili da conoscere e leggere, con i link diretti alle fonti originarie così che ognuno possa approfondirle a piacimento. Di notizie del genere sulle montagne ne escono a bizzeffe: questo è un tentativo di non perdere alcune delle più significative. Durante la settimana le più recenti di tali notizie le trovate sulla home page del blog nella colonna di sinistra; qui invece trovate il loro archivio permanente.


COSA SIGNIFICA IN CONCRETO UN RISCALDAMENTO DI 1.5°C O DI 2°C PER IL MONDO PER ALPI?

È ormai certo che l’obiettivo di limitare il riscaldamento climatico a 1,5°C rispetto ai livelli preindustriali, fissato dall’Accordo di Parigi del 2015, non sarà raggiunto. Anzi, in Svizzera, paese alpino per eccellenza e dunque emblematico circa il clima nelle Alpi, la temperatura media è già aumentata di 2,8°C, ben oltre il limite suddetto. Cosa comporterà nei prossimi anni tale scenario? La testata “Swissinfo.ch” prova a dare qualche risposta al riguardo in questo articolo.


IL TURISMO DELLA NEVE VALE 11 MILIARDI (MA È SEMPRE PIÙ CARO)

Il 27 ottobre su “La Stampa” si fa il punto del turismo della neve ovvero delle luci e delle ombre che lo caratterizzano: presenze in aumento ma più straniere che italiane, rincari continui (in media il 7,2% in più nell’anno corrente, «aumenti spesso ingiustificati» sostengono molti), vacanze più brevi, necessità di destagionalizzare i flussi e di puntare sul turismo sostenibile anche se, alla fine della fiera, lo sci la fa sempre da padrone – nonostante la crisi climatica, già.


IL PRESENTE “SQUILIBRATO” E IL FUTURO INCERTO DELLE DOLOMITI

Sul quotidiano “Alto Adige” lo scorso sabato 25 ottobre è uscita una bella intervista a Luigi Casanova, Presidente di Mountain Wilderness Italia, nella quale analizza “a tutto tondo” la realtà attuale delle Dolomiti, tra impatto delle Olimpiadi, turismo insostenibile, i giovani che se ne vanno anche dai ricchi Trentino e Alto Adige, la Fondazione Unesco che dovrebbe tutelare i “Monti Pallidi” e invece è sempre più evanescente. Cliccate sull’immagine per leggerla.


PIÙ DI 12.000 FIRME CONTRO IL TRAFFICO NELLE ALPI SVIZZERE

«Le Alpi devono essere protette dal traffico e questo senza ulteriori indugi». La pensano così anche le 12mila e 266 persone che hanno risposto all’appello di Pro Alps, firmando la petizione «che ricorda al Consiglio federale il suo mandato: proteggere le Alpi dal traffico e attuare l’articolo costituzionale sulla protezione delle Alpi» dicono i responsabili di Pro Alps, che da tempo lotta sul tema (cliccate sull’immagine per saperne di più). Sarebbe una petizione, questa, molto necessaria anche in Italia: ma avrebbe successo oppure verrebbe ignorata?


SE FRANA L’ANIMA DEI LUOGHI DI MONTAGNA

Con un articolo sul sito web dell’associazione Sostenibilità Equità Solidarietà, Dante Schiavon riflette sul presente e sul futuro delle zone di montagna turistificate prendendo spunto dalla emblematica situazione dei passi dolomitici, paradossale riproduzione in quota del caos degli ambiti urbani e prova del «superamento di ogni limite senza che nessuno faccia niente per tutelare la bellezza dei luoghi» consumandone l’anima peculiare. Potete leggere l’articolo cliccando sull’immagine qui sopra.

Innevamento artificiale e risorse idriche di montagna: (ri)facciamo il punto della situazione

[©canva, 4FR, fonte www.cipra.org/it/notizie.]
Uno degli argomenti più dibattuti in tema di innevamento artificiale – i cui impianti hanno già cominciato a sparare “neve tecnica” in molte località alpine, al fine di preparare le piste alla prossima stagione sciistica – è quello legato al consumo di acqua dei cannoni piazzati ormai sulla grande parte delle piste italiane. Dell’argomeno me ne sono occupato più volte, nello specifico ad esempio qui e in altre occasioni con questi articoli.

Ovviamente i gestori dei comprensori sciistici, spalleggiati dalle aziende che realizzano gli impianti di innevamento artificiale, sostengono che non vi sia spreco di acqua:

«La neve artificiale è composta esclusivamente da acqua e aria, senza l’aggiunta di altre sostanze. Grazie a un processo di atomizzazione, gocce d’acqua vengono raffreddate e trasformate in cristalli di neve tramite l’uso di appositi generatori. Questo procedimento permette di replicare un fenomeno naturale, garantendo però maggiore prevedibilità e sicurezza per la stagione sciistica. L’acqua, quindi, non viene sprecata né inquinata: viene semplicemente trasformata in neve e restituita all’ambiente con il disgelo primaverile.» Così ad esempio scrive l’ANEF, l’Associazione Nazionale Esercenti Funiviari, che rappresenta buona parte degli impiantisti italiani.

[Cannoni già in azione sulle piste di Madonna di Campiglio a inizio ottobre, visti dal satellite Sentinel-2. Immagine di Alessandro Ghezzer.]
Le associazioni ambientaliste la pensano inevitabilmente in maniera opposta. Ecco ad esempio cosa sostiene Legambiente:

«Il sistema di innevamento artificiale non è una pratica sostenibile e di adattamento, dato che comporta consistenti consumi di acqua, energia e suolo in territori di grande pregio. In particolare, l’associazione ha fatto la seguente stima: considerando che in Italia il 90% delle piste è dotato di impianti di innevamento artificiale il consumo annuo di acqua già ora potrebbe raggiungere 96.840.000 di m³ che corrispondono al consumo idrico annuo di circa una città da un milione di abitanti.»

Tra i due “litiganti” c’è un terzo che è necessario ascoltare, non fosse altro che per l’autorevolezza sperimentale, cioè basata su dati e rilievi certi, delle proprie affermazioni al riguardo, ed è il mondo scientifico. In tema di risorse idriche montane Carmen de Jong è una delle massime autorità europee: è professoressa di idrologia all’Università di Strasburgo e da oltre 35 anni conduce ricerche sulla scarsità d’acqua e sui pericoli naturali nelle regioni montane di tutto il mondo.

Bene: la professoressa de Jong ha espresso le proprie idee ben chiare sul tema in questo articolo (con intervista audio annessa) pubblicato sul sito web della CIPRA, la Commissione Internazionale per la Protezione delle Alpi: in base ai propri studi e al lavoro pluridecennale svolto sul campo, de Jong critica il turismo sciistico alpino sostenendo che è stato raggiunto un punto di svolta pericoloso. Il consumo di acqua per l’innevamento artificiale è elevatissimo; spesso si attinge persino alle falde acquifere, con gravi conseguenze per l’uomo e la natura. E più della metà di quest’acqua va persa.

[Foto di moerschy da Pixabay.]
Nel corso dell’intervista (della quale trovate la trascrizione in inglese qui) de Jong afferma:

«Ormai quasi nessuna stazione sciistica può funzionare senza innevamento artificiale. E penso che la maggior parte degli sciatori e dei turisti non sappia che questa massa bianca è composta da acqua e che è molto, molto complicato portare quest’acqua sulle piste da sci. Non si tratta semplicemente di acqua che esce da un cannone sparaneve o da una lancia, ma dietro c’è un’infrastruttura immensa, davvero immensa e molto complessa, che viene ampliata e modificata continuamente.

L’innevamento artificiale viene preparato ogni notte nelle grandi stazioni sciistiche con veicoli diesel e, naturalmente, si produce sempre più neve, non solo perché la superficie coperta da neve si è ampliata, ma anche a causa del cambiamento climatico, poiché la neve deve essere reintegrata spesso, rimane al suolo per meno tempo, quindi naturalmente serve più acqua e tale acqua non è più disponibile localmente, motivo per cui vengono costruiti sempre più bacini idrici, anche a quote molto alte, dove i bacini idrografici sono semplicemente troppo piccoli per riempirli. Questo significa che gran parte dell’acqua deve essere pompata da valle e il problema non è solo questo: in alcuni casi non ce n’è nemmeno abbastanza e si pompa acqua direttamente dalle falde acquifere. Quindi, a mio parere, avendo lavorato in questo settore per molto tempo, abbiamo raggiunto un punto di svolta molto pericoloso, dove stiamo arrivando al nocciolo della questione, all’acqua di falda sicura che molti comuni utilizzano anche per l’acqua potabile.

Poi ci sono le controargomentazioni delle stazioni sciistiche, che dicono, sì, consumiamo risorse idriche ma l’acqua rimane nel suo ciclo, la stiamo solo usando, e non è vero che la vegetazione ne viene danneggiata. Sono tutte argomentazioni fastidiose perché non scientifiche. Non è vero che l’acqua rimane al 100% nel ciclo perché ne evapora molta di più rispetto a quanto farebbe se rimanesse nel sistema naturale. L’acqua deve evaporare quando nevica, fa parte del processo. Inoltre l’acqua evapora anche nei grandi bacini idrici, che si riscaldano, e naturalmente ci sono anche perdite lungo il percorso, spesso tubature difettose e così via. Anche l’SLF (l’Istituto svizzero per lo studio della neve e delle valanghe, n.d.L.) ha pubblicato uno studio su questo argomento qualche anno fa: da esso emerge che in media circa il 35% dell’acqua viene perso, ma questa percentuale può arrivare anche al 60%.

Ciò significa che le valli alpine o i pendii sottostanti si stanno letteralmente prosciugando. E io ho già lavorato su esempi molto specifici, su alcune specie vegetali che si sono estinte: vi stiamo ancora indagando.

E alla domanda finale dell’intervista circa il futuro delle stazioni sciistiche alpine, de Jong rimarca:

Di futuro ce n’è molto poco. Per quanto riguarda il turismo sciistico alpino, continuerà ancora per qualche anno e poi finirà molto rapidamente. Stiamo assistendo a un aumento delle temperature dovuto ai cambiamenti climatici, anche più di quanto previsto dai modelli, e penso che lo sci finirà molto rapidamente per vari motivi, ma soprattutto per quanto riguarda la questione dell’acqua e della sua disponibilità.»

Ecco, questo è il punto della situazione in tema di neve artificiale e acqua. Ognuno può trarre le proprie considerazioni ovvero proporre ulteriori osservazioni di qualsiasi sorta, che siano ben argomentate e comprovate.