I confini prima dell’alba

Cinquanta ettari di terra: ecco, secondo l’impiegato della contea, a quanto ammonta il mio dominio mondano. Ma L’impiegato è un tipo un po’ pigro, e non dà mai un’ occhiata ai suoi registri prima delle nove del mattino. Ciò che essi gli mostrerebbero al sorgere del sole è il tema ora in discussione.
Registri o no, un fatto è certo, sia per il mio cane che per me: prima dell’alba io sono l’unico proprietario di tutti gli ettari di terra sui quali riesco a camminare.
Non sono solo i confini a scomparire, ma l’idea stessa di essere confinato. Distese sconosciute agli atti o alle mappe divengono note a ogni alba, e la solitudine – che sembra non esistere più in questa contea – abbraccia ogni palmo di terra sul quale la rugiada stende il suo velo.

(Aldo LeopoldPensare come una montagna. A Sand County Almanac, traduzione di Andrea Roveda, Piano B Edizioni, 2019, pagg.58.)

Stalle a drappelli, o distratte

[Stalle di Ferubar a Bosco Gurin, Canton Ticino, Svizzera. Foto di Cassinam, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte: commons.wikimedia.org.]

Stalle di sola pietra, o di legno con zoccolo, o tutto legno, scurito, quasi nero talvolta; a drappelli con respiro come avvii di villaggi, o isolate, quasi distratte, che l’occhio errando è contento di ritrovare. Le più famigliari hanno accanto una fontana senz’acqua, guardandola sembra di vedere il getto limpido uscire come una volta, scosso d’improvviso dal vento.

[Giorgio Orelli, Primavera a Rosagarda in Rosagarda, Edizioni Casagrande, 2021, pag.12.]

Torna la bella stagione, torna la guida “Dol dei Tre Signori”

Torna la “bella” stagione, propizia alle escursioni in montagna, e per chi non l’ha ancora tra le mani c’è una nuova possibilità di acquistare la guida escursionistica Dol dei Tre Signori dedicata al cammino della Dorsale Orobica Lecchese, uno dei più spettacolari e affascinanti itinerari delle Alpi lombarde e non solo. La pubblicazione della collana «I cammini di Orobie» curata da Moma Edizioni è infatti in vendita nelle edicole della provincia di Monza e Brianza abbinata al magazine “Orobie a 11,50 Euro, oltre al prezzo del mensile. Un’ottima e comoda occasione per avere a disposizione un volume che racconta, in modo tanto completo quanto originale, un territorio montano ricco di bellezze, di peculiarità speciali, di tesori sconosciuti o quasi e di continue sorprese sospese (gioco di parole voluto!) sui colli di Bergamo, sulla Pianura Padana, sul bacino dell’Adda e sulle valli valsassinesi e bergamasche, fino al paesaggio possentemente alpino della zona del Pizzo Tre Signori, montagna iconica e identificante l’intero itinerario.

La guida, i cui autori sono Sara Invernizzi, Ruggero Meles e chi vi scrive, è stata realizzata da “Orobie” per fare conoscere il bellissimo cammino montano tra le province di Bergamo, Lecco e Sondrio, un progetto che gode della partnership di Italcementi in collaborazione con l’Ersaf-Ente regionale per i servizi all’agricoltura e alle foreste. Sette tappe, da Bergamo a Colico o Morbegno ovvero dalle meraviglie storiche e artistiche del capoluogo orobico a quelle paesaggistiche e naturali del Lago di Como e delle Orobie valtellinesi sulle orme del trekking organizzato da “Orobie” nel luglio 2017.

All’interno della guida escursionistica è presente anche la mappa dell’intero percorso della DOL; inoltre, le pagine sono dotate di descrizioni e narrazioni delle varie tappe oltre che del collegamento tramite codice Qr all’app gratuita di Orobie Active e ai suoi contenuti interattivi.

Per maggiori informazioni, potete contattare la redazione di “Orobie” al 035/358899 o scrivere a abbonati@orobie.it; per saperne di più sulla guida, invece, cliccate qui.

Dunque, buona lettura della guida e buone escursioni lungo la Dol dei Tre Signori!

Tiziano Incani, “Il castello”

Si dice spesso, e a ragione, che noi uomini contemporanei stiamo perdendo la capacità di sorprenderci. In senso generale, e ciò perché ormai tutto o quasi viene preconfezionato, prestabilito, standardizzato e adeguato a certi “metri emotivi” sostanzialmente imposti e conformi all’immaginario diffuso. Effettivamente in circolazione c’è in giro ben poco che possa definirsi spiazzante, nell’accezione letterale del termine ovvero s-piazzante, con la “s” sottrattiva: qualcosa che porta fuori dai soliti luoghi (comuni), dalla “piazza” dove tutti stanno – come indica l’etimologia originaria del termine. Poi, ovviamente, una cosa può essere “spiazzante” nel bene e parimenti nel male, ma anche nel secondo caso rappresenterebbe una rottura potenzialmente positiva, che può far capire cosa ci sia che non vada in quella cosa, evidenziandone l’irregolarità e permettendo di starne alla larga.

Ecco: Il Castello, romanzo di Tiziano Incani pubblicato da Silele Edizioni nel 2021, è un libro che potrei definire tranquillamente “spiazzante”. Sia chiaro: non sono un lettore che da un certo libro si aspetta qualcosa di particolare, se non di godere d’una bella e interessante lettura, come è ovvio, tanto più per il fatto che le mie scelte di lettura sono sempre mirate e ponderate; di contro mi torna in mente quella famosa affermazione di Gauguin, «l’arte o è plagio o è rivoluzione» la quale, fatte le debite proporzioni, rimanda un po’ a quanto scrivevo poco fa, ovvero a che pure un buon libro è tale quando riesce a sorprendere e, in qualche modo, a “spiazzare” il suo lettore, generandogli una sorta di piccola “rivoluzione”. Il castello trovo che lo sia in diversi aspetti []

[Foto di Coccodrillodelnilo, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte commons.wikimedia.org.]
(Potete leggere la recensione completa de Il castello cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)

Maschere senz’anima

C’è un’altra faccia che mi suscita una strana impressione, per metà paura e per metà una specie di macabra fascinazione. Penso che si trattasse della moglie del capo di un campo di concentramento ad Auschwitz che aveva avuto un certo potere e approfittato di una terribile e perversa libertà: si era fatta costruire uno sgabello con ossa umane e un paralume di pelle umana con punti neri e marroni. Di questa donna si potevano vedere due fotografie: nella prima un viso indurito, divenuto una maschera senz’anima, di una bruttezza inumana. Accanto una fotografia di quando era giovane, all’epoca dei suoi diciotto anni: un bel visetto dolce e buono, con un sorriso un po’ malizioso, soave come un giorno di primavera.

(Oscar Peer, Il rumore del fiume, Edizioni Casagrande, 2016, traduzione di Marcella Palmara Pult, pagg.309-310. Cliccate sull’immagine qui sotto per leggerne la mia “recensione”.)

Ripensando a questo passaggio del libro di Peer, inevitabilmente mi tornano alla mente certi visi, certe espressioni, certe maschere che in questi giorni si vedono di frequente, sui media.

Sarà solo una mia suggestione, non lo metto in dubbio. Ma è inevitabile, appunto. Pensando ad altri momenti della storia recente me ne verrebbero in mente altre – la scelta purtroppo è assai varia e assortita, da qualsiasi parte la si contempli – tuttavia ora sono queste, a cui penso. Già.