Tiziano Incani, “Il castello” (Silele Edizioni)

Si dice spesso, e a ragione, che noi uomini contemporanei stiamo perdendo la capacità di sorprenderci. In senso generale, e ciò perché ormai tutto o quasi viene preconfezionato, prestabilito, standardizzato e adeguato a certi “metri emotivi” sostanzialmente imposti e conformi all’immaginario diffuso. Effettivamente in circolazione c’è in giro ben poco che possa definirsi spiazzante, nell’accezione letterale del termine ovvero s-piazzante, con la “s” sottrattiva: qualcosa che porta fuori dai soliti luoghi (comuni), dalla “piazza” dove tutti stanno – come indica l’etimologia originaria del termine. Poi, ovviamente, una cosa può essere “spiazzante” nel bene e parimenti nel male, ma anche nel secondo caso rappresenterebbe una rottura potenzialmente positiva, che può far capire cosa ci sia che non vada in quella cosa, evidenziandone l’irregolarità e permettendo di starne alla larga.

Ecco: Il Castello, romanzo di Tiziano Incani pubblicato da Silele Edizioni nel 2021, è un libro che potrei definire tranquillamente “spiazzante”. Sia chiaro: non sono un lettore che da un certo libro si aspetta qualcosa di particolare, se non di godere d’una bella e interessante lettura, come è ovvio, tanto più per il fatto che le mie scelte di lettura sono sempre mirate e ponderate; di contro mi torna in mente quella famosa affermazione di Gauguin, «l’arte o è plagio o è rivoluzione» la quale, fatte le debite proporzioni, rimanda un po’ a quanto scrivevo poco fa, ovvero a che pure un buon libro è tale quando riesce a sorprendere e, in qualche modo, a “spiazzare” il suo lettore, generandogli una sorta di piccola “rivoluzione”. Il castello trovo che lo sia in diversi aspetti: innanzi dal titolo del libro, che di primo acchito avevo ritenuto un po’ troppo semplice e poco indicativo («Il castello cosa?» mi chiedevo) ma che in effetti, a fine lettura, appare quello giusto cioè lecitamente poco rivelatore, se così posso dire. Spiazzante lo è poi per la trama, il cui plot narrativo lavora su vicende diverse che s’incrociano di frequente ma che appaiono a lungo quasi indipendenti, l’una dall’altra: alcune si sviluppano fin quasi alla fine, alcune altre si spostano verso il margine della trama, e quella che emerge come preponderante, nel finale del libro, lo fa in maniera non poco sorprendente – vedi sopra, appunto.

Vi è poi un lavoro di spiazzamento piuttosto evidente (almeno alla mia percezione) che Incani fa rispetto all’ambito geografico entro il quale si svolge il romanzo, cioè la provincia di Bergamo – in tal senso Il castello è invece assolutamente “piazzato” e geograficamente identificato, quasi identitario: ma più per la mappatura dei luoghi che prende forma pagina dopo pagina e per l’uso frequente nei dialoghi del lessico bergamasco (altra cosa che penso apparirà spiazzante per alcuni) che per altri motivi. Ciò in quanto, come stavo per dire, l’autore compie pure un processo di spiazzamento della storia e del suo principale protagonista dai convenzionalismi legati alla provincia bergamasca, a volte subiti suo malgrado, altre volte ostentati in modi fin troppo pittoreschi e folcloristici, dai quali l’autore “cava” la sua storia quasi di forza: Carmelo, il suddetto protagonista, è una persona che vive una piccola ma importante crisi personale nei confronti del mondo che ha intorno e in molte delle persone che lo abitano, e nella narrazione della sua vicenda lungo il libro non è difficile cogliere numerosi accenni critici a quella “orobicità profonda” che molti suoi compaesani palesano in maniera poco culturale e troppo casereccia, sovente legati a certi luoghi comuni locali (e localistici) marcanti e marchiani. Incani, da profondo conoscitore della “razza umana bergamasca” quale è, indaga quelle caratteristiche denotando senza remore certe bassezze tanto quanto evidenziandone le pur importanti doti, che per certi versi lo stesso “Castello” sembra ammirare con le sue frequenti visite in terra bergamasca: doti che tuttavia si rilevano e appaiono virtuose nelle figure umane più semplici e maggiormente consapevoli del piccolo mondo nel quale vivono – mi sto riferendo ad alcuni personaggi del romanzo, sì. Ecco: poi, a proposito di “oltre modo spiazzante”, anche per la stessa natura del libro, c’è proprio il “Castello”: apparizione misteriosa un po’ fantasy e un po’ fantascientifica, rimodulazione per certi versi del celebre monolite di 2001: Odissea nello spazio e per altri di tematiche afferenti al paranormale (UFO, alieni e via di questo passo) che con la sua surreale presenza in una narrazione altrimenti del tutto realistica dona quasi alla storia vaghi sentori di realismo magico, un po’ alla Borges ma forse più alla Buzzati anche per come quella presenza stra-ordinaria (altro sinonimo di s-piazzante, a ben vedere), viene continuamente “riportata” sulla rude terra orobica e riferita alla sua realtà dalla narrazione che nel frattempo vi si dipana intorno, ben agganciata alla quotidianità locale.

Come starete notando, della trama de Il castello non vi sto dicendo quasi nulla, dato che mi piacerebbe che chi ne voglia affrontare la lettura possa farsene spiazzare senza alcun mio spoiler al riguardo. Tuttavia, in relazione a ciò e a quei sentori di realismo magico appena citati, ci tengo a rimarcare come il finale del libro sia a mio parere la parte più sorprendente dacché spiazzante, per quanto appaia surreale, onirica, delicata e commovente – di natura quasi hofmanniana, mi viene da dire –  nonché legata a quello che, in fin dei conti, è il sentimento fondamentale per gli esseri umani dacché li rende veramente umani, l’amicizia (ancor più dell’amore che nel bene e nel male vi risulta inferiore, come rimarca lo stesso Incani attraverso alcune vicende vissute dal protagonista del romanzo), tanto più se tale sentimento trascende l’ambito umano e si fa condiviso con altre creature che ne sono esempi fondamentali – ma anche qui non vi dico di più.

Infine, a suo modo spiazzante è il fatto che molti, nel libro – acquistato magari proprio per il motivo di cui sto per dire -, non troveranno Il Bepi, il «cantante nazionale bergamasco» come lo definisco io, sovente citato quale icona della “bergamaschità” più autentica. Anzi, Incani sceglie a suo modo di distanziarsene piuttosto nettamente, al punto che, a pagina 290, fa definire Il Bepi da uno dei protagonisti secondari del romanzo come un «personaggio stranissimo, abbastanza fuori dagli stracci». Poche ma fondamentali parole che, ribadisco, sicuramente spiazzeranno molti ma che di contro fanno acquisire a Il castello un valore che va oltre il mero prodotto editoriale e che a suo modo – o, per meglio dire, nel modo scelto dall’autore – ridefinisce un rapporto consapevole e un equilibrio quasi antropologico – ma non voglio volare troppo alto coi “paroloni” – tra la storia narrata, i luoghi nei quali si svolge, i personaggi che ne sono protagonisti e ciò di cui si fanno evidenti emblemi, nell’ambito di quella localizzazione geografica ben determinata che racchiude – come la geografia fa sempre – pure la storia e l’identità culturale delle genti che abitano quei luoghi nel presente e senza dubbio anche nel futuro, tutti elementi indagati e analizzati dal romanzo.

Insomma, è un libro per molti aspetti spiazzante, Il castello, ma in un modo che mi riporta alle considerazioni iniziali di questo mio scritto, cioè alla sorpresa che può sicuramente suscitare in molti suoi lettori i quali probabilmente vi troveranno cose che, sono sicuro, non si aspettavano. E questa, a prescindere da che poi il romanzo piaccia o meno, è comunque una delle migliori doti che può manifestare un oggetto artistico-culturale come un libro. Per giunta è pure scritto bene – stiano tranquilli, i non orobico-parlanti: i dialoghi in lessico locale sono tutti adeguatamente tradotti con note a piè di pagina – dunque, appunto: un libro sorprendente e nel suo piccolo geografico “rivoluzionario”. Ma in fondo cos’è la geografia (umana) se non innanzi tutto una condizione dello spirito ben più che una dimensione meramente spaziale?