Una “Montagna sacra” per rendere libere tutte le altre

La presentazione del progetto “Una Montagna Sacra per il Gran Paradiso” svoltasi sabato presso la Sala degli Stemmi del Museo Nazionale della Montagna di Torino è andata benissimo, anche oltre le più rosee previsioni in primis per quanto ha riguardato l’affluenza, soprattutto se rapportata al carattere particolare del progetto e alla sua proposta altamente simbolica seppur potente ma senza dubbio non immediata, da meditare e comprendere e d’altro canto ricchissima di potenziali concretizzazioni sul campo, con il Monveso di Forzo “Montagna Sacra” quale icona alpestre e egida per una nuova e paradigmatica consapevolezza nei confronti dell’ambiente naturale e della sua salvaguardia che va ben oltre la mera localizzazione geografica della vetta prescelta, legata al centenario del Parco Nazionale del Gran Paradiso.

I relatori intervenuti alla presentazione hanno proposto contributi ottimi, intriganti e illuminanti, con i quali hanno saputo fortificare ancor più il concetto e il messaggio fondamentale del progetto riconnettendone la carica simbolica originaria a una concretezza scientifica e umanistica solida e inconfutabile: credo che grazie a ciò i presenti a Torino abbiano ben capito la notevole sostanza culturale che sta alla base del progetto e sciolto qualsiasi dubbio o perplessità magari prima formulati. Importanti sono stati anche gli interventi dei relatori esterni al comitato promotore del progetto: il presidente del Comitato Direttivo del CAI Piemonte, il Direttore del Parco Gran Paradiso, il sindaco di Ronco Canavese (nel cui territorio si trova il Monveso di Forzo) e il rappresentante di “Fridays for Future” Torino, la cui presenza ha mostrato la forza aggregativa e manifestato la condivisione dell’idea del progetto, due peculiarità fondamentali per la sua diffusione e per la comprensione consapevole del messaggio basilare.

Poi, alla fine della mattinata, alcuni dei presenti con cui ho potuto conferire mi hanno chiesto: «E ora?» Be’, ora, io credo, bisogna essere consci che la giornata di sabato non è stata una meta (se non a livello pratico per noi del comitato promotore) ma un importante e responsabilizzante punto di partenza: come qualcuno ha fatto ben notare, il progetto de “La Montagna Sacra” deve essere raccontato il più possibile e con crescente diffusione, stante la sua potente valenza emblematica e le innumerevoli possibili e proficue ricadute concrete nei territori montani in merito alla loro salvaguardia – potenzialmente in ogni territorio che subisca “turistificazioni” aggressive e invasive, ed è inutile rimarcare quanti ve ne siano un po’ ovunque, soggiogati a tali pratiche degeneranti non solo dal punto di vista ambientale. Il progetto, come ho già denotato, ha tutti i crismi per diventare “iconico” e rappresentare un “nuovo” o differente modus operandi certamente concettuale nella forma originaria ma, appunto, facilmente applicabile con la sua filosofia pragmatica alla sostanza della gestione (politica e non solo) dei territori naturali di pregio e alla necessaria ricostruzione di una cultura ambientale consapevole e neoparadigmatica, base indispensabile per qualsiasi buon sviluppo futuro delle montagne e non solo.

Dunque, il lavoro a favore della “Montagna Sacra” non finisce affatto qui e semmai qui comincia, attraverso iniziative future delle quali sarà data notizia a tempo debito e ancor più, ribadisco, per concretizzare la forza simbolica del progetto in un’azione culturale concreta, sensibile, costantemente aperta a qualsiasi contributo, diffusa e mirata, per quanto possibile, alla generazione un nuovo (e quanto mai necessario) immaginario nei confronti della frequentazione antropica dei territori di montagna. Un immaginario forte della rigenerata cultura ambientale sopra citata e per il quale la consapevolezza del limite e la libertà (perché di questo si tratta in confronto alla soggiogante prepotenza del “no limits”) di sapercisi adeguare in base alle proprie capacità, senza nulla togliere al godimento pieno e consapevole delle bellezze della montagna, rappresentano la base per un piccolo ma prezioso atto rivoluzionario che ciascuno di noi può manifestare e praticare. Sperando sia concretamente utile, per le montagne e per chiunque le voglia frequentare.

P.S.: le foto in testa al post sono mie e sono inesorabilmente mediocri ma in modo inversamente proporzionale al loro valore testimoniale riguardo l’evento di sabato. Sono riconoscibili alcuni dei relatori durante i loro interventi: Alessandro Gogna, Guido Dalla Casa, Riccardo Carnovalini e il sindaco di Ronco Canavese Lorenzo Giacomino.

La “Montagna Sacra” e il senso del limite

Noi del comitato promotore del progetto “Una Montagna Sacra per il Gran Paradiso” sapevamo e sappiamo bene che un’idea del genere, con un nome così immediato tanto quanto “controvertibile” e con appresso un messaggio concreto assai profondo e oltre modo importante, non è semplice da comunicare, trasmettere e da approvare. Da un lato le mille e più adesioni al progetto, sovente di figure importanti nel mondo della cultura (in generale, non solo di montagna) confutano questo timore, dall’altro le obiezioni e le critiche che giungono non sono solo legittime ma pure preziose, proprio per affinare sempre di più il dibattito sui temi concreti del progetto e riguardo la concretizzazione sul campo nelle iniziative che, dopo la presentazione di sabato a Torino, verranno messe in atto. Il fatto che da tempo si sia avviato questo dibattito, con al suo interno molte discussioni interessanti e significative al netto dei rari interventi superficiali e incoerenti, è già un primo interessante risultato ottenuto dal progetto: un calderone di opinioni che sta montando con il tempo nel quale i diversi punti di vista sono necessari e importanti nell’ottica dello scopo condiviso da tutti, ovvero la salvaguardia del patrimonio naturale comune nell’epoca presente e negli anni futuri. In tal senso ogni iniziativa, concreta o immateriale, condivisibile oppure no, che si ponga il suddetto nobile e necessario fine, può e deve essere utile: una rete tra le varie azioni di forme diverse ma simili sostanze, nell’ottica dell’unione che fa la forza, è senza dubbio qualcosa di molto importante a favore delle montagne e della loro cura.

Mi permetto al riguardo alcune riflessioni che elaboro leggendo certe obiezioni al progetto, assolutamente legittime e importanti – ribadisco – ma che a volte mi sembra tendano a fermarsi troppo su alcune presunte caratteristiche – il “divieto”, il “sacro”… – che in realtà nel progetto o non sono affatto presenti (la prima che ho scritto ma, chissà perché vengono còlte) oppure sono utilizzate dal progetto funzionalmente all’identificazione e alla generazione di quel “simbolo” che la “Montagna Sacra” vuole essere e che intende diventare un centro d’interesse attorno al quale generare le innumerevoli ricadute concrete dell’idea di base, il cui nocciolo, è bene rimarcarlo con decisione, è il senso del limite in relazione alla contemporaneità, dunque senza rimandi a concezioni trascendenti svincolate dal qui e ora.

Dunque: è giusto, è sbagliato, è nobile, è stupido chiedere di non salire su una vetta tra mille altre? A ben vedere ogni opinione al riguardo è lecita perché non è questa la risposta che si cerca. Semmai, la risposta necessaria è quella alla domanda: è giusto, oggi – cioè nel tempo presente con tutte le sue criticità, ambientali e non solo, e in maniera ancor maggiore negli anni futuri -, porsi un limite in tema di frequentazione, fruizione, antropizzazione, patrimonializzazione delle montagne, a fronte di molte (troppe) situazioni nelle quali probabilmente si è andati troppo oltre, cagionando danni materiali e immateriali sovente ingenti ai monti? Ecco, la “Montagna Sacra”, con la sua funzionale carica simbolica che tuttavia richiama e riporta subito alla riflessione sul senso del limite e alle sue manifestazioni concrete, vuole identificare e se possibile approfondire la discussione su questo macro-tema, dal quale è inutile dire che ne derivano tanti altri. Anche perché, se attendiamo ancora un po’ che la “sacralità naturale” che ogni vetta montana ha in sé ovvero che eventualmente gli è riconosciuta dalla cognizione culturale umana (come accade da millenni) venga finalmente recepita e manifestata nei comportamenti di chi vi salga, e ancor più da chi le montagne ha il compito di amministrarle politicamente, temo che di montagne incontaminate, sacre o meno, non ne resteranno più tante.

C’è senza dubbio da (ri)costruire una cultura diffusa in tal senso, pur dotata di differenti sensibilità ma mirate allo stesso obiettivo, una cultura per la quale “sacro” non è che un termine a mero servizio della “montagna”, teoria e pratica si sorreggono e alimentano a vicenda e l’unico divieto veramente da osservare è quello di non fare, di restare impassibili, di non riflettere, non meditare, non contribuire alla costruzione di quella consapevolezza diffusa che determinerà non solo l’immaginario montano del futuro ma pure le sorti stesse delle montagne. Fino a che la loro “sacralità”, che venga definita in questo modo oppure in altri o ancora sia data per scontata e assimilata in quanto essenza del luogo, spirito, Genius Loci o manifestazione più “profonda” del paesaggio, torni a essere l’elemento fondante della relazione con essa dell’uomo, che lassù ci viva o ci salga per diletto. Anche per ciò ogni opinione, quando costruttiva, è importante e necessaria: ciascuna, a suo modo, è un passo che con ogni altro ci può far incamminare insieme verso la direzione giusta.

N.B.: cliccate sull’immagine della locandina in testa al post per scaricarla in formato pdf.

Un luogo che è come un parente di sangue

[La boscosa penisola di Chastè si allunga nel Lago di Sils.]

In molte contrade della natura noi scopriamo di nuovo noi stessi, con piacevole terrore; è quello il più bel sdoppiamento. Quanto deve essere felice colui che prova questa sensazione proprio qui, in quest’aria di ottobre costantemente soleggiata, in questo malizioso e giocondo gioco dei venti dall’alba fino a sera, in questa purissima chiarità e modesta freschezza, in tutto il carattere graziosamente severo dei colli, dei laghi e delle foreste di questo altipiano, il quale si stende senza paura accanto all’orrore delle nevi eterne, qui dove Italia e Finlandia hanno fatto alleanza e sembra trovarsi la patria di tutti gli argentei toni di colore della Natura; quanto felice colui che può dire: vi è certo molto di più grande e bello nella Natura ma questo è per me intimo e famigliare, mi è parente di sangue, anzi ancor di più.

Così Friedrich Nietzsche, nell’aforisma nr.338 de Il Viandante e la sua ombra (incluso in Umano troppo umano, vol.II, traduzione di Sossio Giametta, Adelphi, Milano, 1981), scrive della Penisola di Chastè, esile lembo di terra ricoperto di boschi che si prolunga per qualche centinaio di metri nelle acque cristalline del Lago di Sils, in Alta Engadina – località presso la quale il grande filosofo soggiornò per molte estati – sul quale amava recarsi a meditare in umana solitudine e al contempo in “compagnia” del grandioso panorama alpino engadinese. Ma non fu il solo a rimanere incantato dalla bellezza del paesaggio di Chastè, che conquistò altri grandi personaggi come Joseph Beuys e David Bowie.

[Il porticciolo di Chastè con le barche dei pescatori di Sils.]

[Un altro punto di vista su Chastè. Foto di Seb Mooze da Unsplash.]
[Panoramica sui due villaggi che formano Sils im Engadin e sull’omonimo lago, con Chasté in bella evidenza; cliccate sull’immagine per ingrandirla e godervela meglio. Foto di Simon Gamma da Unsplash.]
Un luogo raccolto, intimo, affascinante, al centro di un paesaggio di rara bellezza pur nel gran campionario di meraviglie che le Alpi possono offrire, nel quale ho vagabondato a lungo, in passato, in estate e in inverno, al punto da conoscerne quasi ogni sasso e in cui conto di tornare al più presto. Dacché è tanto che non ci vado e mi manca, il paesaggio engadinese: un paesaggio il quale veramente, quando ci sto, lo sento a mia volta come fosse un parente di sangue – per usare l’espressione di Nietzsche – una forza quasi sovrannaturale che ti percepisci chiaramente dentro e alla quale ti senti legato, in forza di quella sua peculiare energia che pare fluire direttamente dal cielo e far vibrare ogni cosa d’una nota fondamentale e assoluta alla quale accordarsi è un atto di vitalità necessaria e fondamentale, cioè di vita alla massima potenza. Essere in un luogo come Chastè e non sentirsi profondamente parte di esso, e il luogo sentirlo intimamente parte di sé, be’, sarebbe qualcosa di semplicemente malaugurante.

[La “Pietra di Nietzsche”, a Chastè, con inciso un brano tratto da “Così parlò Zarathustra”.]

P.S.: ove non indicato diversamente, le foto sono tratte dal sito Sils.ch, in particolare da questa pagina, che vi invito a leggere (è in inglese) per conoscere molte belle cose riguardo Chastè e il territorio di Sils.

I ghiacciai che verranno giù

[Foto © CNSAS.]

Il Paul prende la pala che gli passa il Georg, la notte scorsa si è staccata la lingua del ghiacciaio, dice, hanno sentito il boato anche in fondo alla valle, la Claire mi ha fin svegliato per dirmi che ci stava arrivando addosso e mi ha abbracciato tutto come se ci restasse solo quella notte lì, di un bello che non ti dico, e sorride tra sé, tra qualche anno se guardiamo su il nostro bel ghiacciaio non lo vediamo più, se ne sarà andato per sempre, altro che eterno, l’unica riserva che ci resta sono le storie, al massimo puoi raccontare com’era.

(Arno Camenisch, Ultima neve, Keller Editore, 2019, traduzione di Roberta Gado, pag.68.)

Mi è capitato di nuovo sotto gli occhi questo brano di Arno Camenisch (il libro da cui è tratto lo vedete qui accanto) il quale m’ha fatto riflettere sul fatto che, forse, la terribile estate 2022, iniziata a fine aprile con la sua siccità estrema e il caldo infernale, è finalmente terminata, lasciandosi dietro una scia di disastri di varia entità nonché, purtroppo, alcune terribili tragedie climatiche come quella della Marmolada, caso estremo di una stagione che per i ghiacciai si è rivelata la più drammatica da almeno due secoli a questa parte, ovvero da quando sono iniziate le misurazioni glaciologiche. Quasi che lo scrittore svizzero in quel passaggio si fosse immaginato, o avesse facilmente previsto, gli accadimenti alpestri dell’anno in corso così attinenti alle sue parole più di quanto accaduto negli anni scorsi, che già hanno registrato diffusi sfaceli montani più o meno cospicui e angosciosi.

In effetti abbiamo temuto, per tutta questa lunga estate e in forza della situazione climatica, altri crolli di porzioni di masse glaciali un po’ ovunque sulle Alpi e altri drammi conseguenti come quelli della Marmolada; d’altro canto di frane in quota dovute in gran parte allo scioglimento del ghiaccio interstiziale (il permafrost) se ne sono registrate moltissime, fortunatamente senza troppi danni a cose e persone. Nell’estate appena terminata “scopriamo” – o, per meglio dire, constatiamo inesorabilmente – una montagna ancora più fragile di quanto si potesse temere, ancora più in balia delle conseguenze dei cambiamenti climatici, percependola fatalmente più “pericolosa” e ciò suo malgrado, in fondo, prima che nostro malgrado – anche se per forma mentis diffusa ci viene semplice definirla “colpevole” di ciò che di funesto accade, come dimostrano di frequente i titoli dei giornali che in quelle circostanze utilizzano formulazioni assai cretine come «montagna assassina» o altre affini. Una montagna che, per tutto questo, si mostra ancora più bisognosa della nostra cura e della più approfondita consapevolezza diffusa riguardo le peculiarità del suo ambiente, soprattutto (anche se trattasi di avverbio fin troppo utopista, temo) ove sia una montagna sottoposta alle dinamiche del turismo di massa. Questa consapevolezza deve anche considerare l’evidenza che le montagne, così come ogni lembo della superficie della Terra, sono soggette a cambiamenti geomorfologici nel corso del tempo per le più varie ragioni: è un aspetto della Natura la cui portata si fa storia che poi sono gli esseri viventi a dover comprendere, capire, ricordare, strutturare in memoria, preziosa esperienza, conveniente resilienza.

Fortunatamente, nell’estate da poco conclusa, di altri ghiacciai non ne sono più crollati, almeno con conseguenze tragiche (sorprendentemente, viste le condizioni05), ma la realtà climatica che già viviamo e che ci aspetta negli anni futuri faranno di tali casi una possibilità viepiù frequente. Il pericolo maggiore al riguardo non è quello “ineluttabile” dato dalla condizione delle montagne dettata (anche e in misura sempre maggiore) dalle conseguenze dei cambiamenti climatici, ma dalla nostra potenziale incapacità di comprenderne l’entità attuale e futura e la necessità di agire collettivamente per mitigarne gli effetti, da un lato, e di riequilibrare la nostra relazione con i territori montani dall’altro. D’altronde siamo noi esseri umani, che peraltro abbiamo le nostre belle colpe per l’acuirsi attuale di certi rischi ambientali sui monti, a definire e configurare la stessa nozione di “pericolo” – noi che saliamo alle alte quote in bermuda e infradito e poi inorridiamo quando lassù qualcuno ci lascia le penne ovvero che passiamo in un attimo dal considerare le montagne un confortevole paradiso a temerle come un incubo infernale… Ma le montagne con le loro pareti, le pietraie, le guglie, i ghiacciai, comunque crolleranno prima o poi, che accada domani o tra un milione di anni, per cause naturali oppure artificiali e che se ne percepisca il pericolo o meno. Coniugare e contestualizzare quella nozione nella nostra relazione con i monti può contribuire a rendere il loro valore e la loro bellezza eterni anche nel nostro bagaglio culturale più di quanto le nevi da sempre parimenti definite, “eterne” (definizione sinonimica scolastica di “ghiacciai”, lo saprete), oggi non lo sono più, e allo stesso modo possono permetterci di coltivare la più edotta e proficua consapevolezza diffusa a favore delle montagne e del loro paesaggio. Che potranno variare, modificarsi, rovinarsi o quant’altro ma sono e saranno sempre uno dei più preziosi e fondamentali patrimoni donati all’umanità, finché questa esisterà.