Pista di bob a Cortina, l’Olimpiade del grottesco

La vicenda della pista di bob olimpica di Cortina, prevista per i giochi invernali di Milano-Cortina 2026, assume connotati sempre più grotteschi oltre che, per molti versi, vergognosi. Per una mera pretesa regionale appoggiata dal CONI, le cui motivazioni nessuno comprende e tanto meno il CIO, si vogliono spendere 120 milioni di Euro (sempre che il costo non lieviti ancora) per un’infrastruttura che potrà funzionare, se va bene, forse solo per qualche giorno all’anno ma di contro impatterà in maniera pesante sul territorio cortinese, dimostrando perfettamente quanto la politica contemporanea, tanto più se “esaltata” da certi grandi eventi d’immagine, sia distaccata dalla realtà e alienata in una dimensione nella quale nulla conta se non la propria autoreferenzialità. Purtroppo, le Olimpiadi invernali di Milano-Cortina 2026 stanno palesando in modi chiari tanto quanto sconcertanti la gravità di quell’alienazione politico-amministrativa – lo racconta bene Luigi Casanova in questo libro.

D’altro canto temo che comunque, anche di fronte a tali evidenze incontrovertibili, a Cortina la pista di bob si farà. Si escogiteranno chissà quali magheggi politici e finanziari, si calpesteranno norme e regolamenti ancor più di quanto fatto finora, si inventeranno tutte le giustificazioni, le emergenze, le criticità, le urgenze possibili pur di spendere tutti quei soldi pubblici e soddisfare l’ego politico dei promotori dell’opera, così da “regalare” alla meravigliosa conca ampezzana una nuova, ennesima, assurda cattedrale nel deserto che deturperà rapidamente il paesaggio e degraderà l’immagine di Cortina e delle sue montagne agli occhi del mondo.

Ma chissà, forse la sto facendo troppo pesante… sto soltanto esagerando con cotanto pessimismo al riguardo (beh… nonostante i precedenti). Ne sarò ben felice, nel caso. Chissà.

P.S.: cliccate sull’immagine in testa al post per leggere l’articolo. Qui invece trovate il comunicato sulla vicenda del Comitato Civico Cortina, dal quale ho tratto anche l’immagine soprastante.

Soldi stanziati per la montagna: meglio “piuttosto” che “niente”?

[Una veduta della media Valtellina, con il Disgrazia sullo sfondo. Foto di Marco Forno su Unsplash.]
Nei giorni scorsi la Regione Piemonte ha stanziato 9,2 milioni di Euro per finanziare «la realizzazione delle “green communities”, ovvero le comunità locali che si coordinano per valorizzare in modo equilibrato le risorse principali di cui dispongono (acqua, boschi e paesaggio) e aprire un nuovo rapporto sussidiario e di scambio con le comunità urbane e metropolitane». Invece la Regione Lombardia ne ha stanziati 5,6 milioni, di Euro, «per l’ottimizzazione della gestione della risorsa idrica nei territori montani, per la realizzazione, il ripristino e la manutenzione straordinaria di piccoli bacini e di sistemi di raccolta e stoccaggio delle acque, nonché dei relativi sistemi di adduzione e distribuzione».

Sono due dei più recenti stanziamenti pubblici rivolti a soggetti pubblici e privati di montagna dei quali si è potuto leggere sugli organi di informazione. Al netto delle tifoserie politiche, si può pensare che siano tanti soldi o che siano pochissimi, oppure si può concludere alla maniera di quel noto motteggio milanese (ma presente anche in altri dialetti), «Piutost che nigot, l’è mej piutost» cioè piuttosto che niente è meglio piuttosto. Bisogna accontentarsi di quel che c’è, insomma.

Tuttavia, al riguardo, è sempre bene contestualizzare le cose, dando loro un peso più obiettivo: ad esempio, considerando che, a costi aggiornati all’anno corrente, la costruzione di una seggiovia 6 posti ad ammorsamento automatico richiede intorno ai 10 milioni di Euro – e non è ovviamente l’impianto di risalita più costoso. Ovvero, l’intero stanziamento piemontese o lombardo destinato a tutti i soggetti potenziali del rispettivo territorio regionale, per le importanti finalità indicate, non basta a coprire il costo della realizzazione di un solo impianti di risalita per scopi sciistici e turistici.

Capirete bene che, a prescindere dall’essere favorevoli o meno alla costruzione di impianti del genere e considerando gli stanziamenti al riguardo di cui si legge spesso sulla stampa, siamo di fronte a una sproporzione evidente nella ripartizione delle risorse destinate alla montagna, sia dal punto di vista meramente finanziario e sia nell’ottica delle finalità di spesa e dei conseguenti benefici generati a favore delle comunità residenti.

A questo punto tocca porsi un’ennesima “domanda spontanea”: siamo proprio sicuri che il “piuttosto” sia veramente meglio del “niente”? O forse c’è il rischio che, a furia di accontentarsi più o meno forzatamente del “piuttosto”, la montagna col tempo sia stata condannata ad un costante stato di precarietà che alla fine di concreto non porta niente (o quasi) ma risulta funzionale a certi soggetti ai quali non conviene che tale situazione possa cambiare?

Qualcuno potrebbe obiettare che, d’altro canto, le risorse a disposizione sono quelle che sono, in un paese finanziariamente debole come l’Italia. Ma se così fosse: embè? Non sarebbe questa una motivazione ulteriore per riequilibrare la proporzione dei finanziamenti nell’ottica di un ben maggiore e migliore spettro di benefici concreti e condivisi a favore dei territori montani? Vi pare logico che per ottimizzare la gestione dell’acqua, tema quanto mai attuale e vitale in prospettiva presente e futura, si possa spendere la metà dei soldi necessari per costruire una sovente meno utile e proficua seggiovia?

Per me no, ecco.

La storia dell’uomo nel culto dei monti

All’origine dei tempi storici tutti i popoli, fanciulli dalle mille teste ingenue, guardavano così verso le montagne; vi scorgevano le divinità, o almeno i loro troni che si mostravano o si nascondevano di volta in volta, sotto il mutevole velo delle nubi. A queste montagne facevano risalire quasi tutti l’origine della loro razza; vi ponevano la sede delle loro tradizioni e leggende; vi contemplavano, inoltre, nel futuro l’avverarsi delle loro ambizioni e dei loro sogni; di là doveva sempre discendere il salvatore, l’angelo della gloria o della libertà. Tanto importante era il ruolo delle alte vette nella vita delle nazioni che si potrebbe narrare la storia dell’umanità attraverso il culto dei monti; sono come grandi pietre miliari, situate ad ampi intervalli sulla via dei popoli in cammino.

(Élisée ReclusStoria di una montagnaTararà Edizioni, Verbania, 2008, pag.131; 1a ed.1880.)

A proposito di conoscenza della montagna, che il nuovo collegamento funiviario tra Cervinia e Zermatt sul quale ho scritto stamattina dice di voler promuovere, e della montagna per eccellenza, ovvero proprio il Cervino/Matterhorn attorno al quale il suddetto collegamento corre, rileggo il brano lì sopra di Reclus e, in tema di culti dei monti fondativi per la vita delle nazioni ai loro piedi, penso al “culto” fondamentale del quale oggi viene reso (s)oggetto il Cervino/Matterhorn, ben evidenziato dalle icone lì sopra riprodotte (una minima parte di quelle citabili).

Reclus scrisse – a fine Ottocento, si badi bene – che «si potrebbe narrare la storia dell’umanità attraverso il culto dei monti» ovvero la storia della comunità umana che vive alla base di certi monti: be’, direi che pure nel caso del Cervino/Matterhorn ha avuto ragione, da qualche giorno ancora di più. Ecco.

Nelle immagini, (cliccateci sopra per ingrandirle): il Cervino/Matterhorn “celebrato” su una nota barretta al cioccolato, un’attrazione di Disneyland, un dolcificante per caffè, una marca di filtri per l’acqua, un deodorante per il corpo, un gin e un pacchetto di sigarette.

Un paesaggio idroelettrico “postindustriale” a 2000 m di quota

A volte le dighe sanno compiere un “miracolo”, come racconto nel mio libro Il miracolo delle dighe, a volte no. O comunque non qualcosa che, obiettivamente, si possa definire “miracoloso”.

Ad esempio: una diga tra le meno suggestive delle Alpi Bergamasche e dalla storia travagliata, grossi tubi metallici accanto ai sentieri, condutture di vario tipo, funivie e relativi sostegni, tralicci e cavi elettrici, piani inclinati, edifici d’ogni sorta… la zona del Lago Nero, nell’alta Valle del Goglio (laterale della Valle Seriana, in provincia di Bergamo, meglio conosciuta con il toponimo comunale Valgoglio) è caratterizzata da un paesaggio idroelettrico che più di altri rende l’idea di un’industrializzazione pesante delle alte quote montane, che all’apparenza poco si è curata della salvaguardia estetica del territorio e ha pensato solo a come adattarlo il più funzionalmente possibile ai propri scopi. In prossimità della Capanna Lago Nero (a sua volta ricavata da un ex edificio di servizio agli impianti idroelettrici), se non fosse per la presenza del piccolo Lago Canali sulla cui riva il rifugio si trova e che mantiene nel luogo un elemento di evidente vitalità naturale, si ha veramente l’impressione di stare dentro un impianto industriale inopinatamente sorto a 2000 m di quota, come si può intuire dall’immagine lì sopra. Il che in fondo è sostanzialmente vero, anche se ciò fortunatamente non basta a nascondere la suggestiva bellezza alpestre di questo angolo di Orobie, famoso per la presenza di numerosi laghi artificiali formati da dighe di vario genere – tutte più belle di quella del Lago Nero col suo profilo dozzinalmente squadrato la cui forma, mi raccontarono, è dovuta alla necessità di appesantirne la massa (con il blocco evidentemente aggiunto in un secondo momento sopra il coronamento originario della diga) per incrementarne la stabilità – oltre che da una miriade di laghetti naturali più piccoli, i quali rimarcano la gran ricchezza d’acqua della zona e che sono meta di alcuni itinerari escursionistici di grande fascino.

Di contro, la babele di infrastrutture idroelettriche presenti lassù, obiettivamente non belle da vedere, rende immediatamente evidente, e in modo palese, la fondamentale importanza delle montagne e delle loro risorse naturali – l’acqua innanzi tutto, ma non solo – per lo sviluppo e il sostentamento della civiltà umana, che dalle alte quote ricava molta parte dell’energia necessaria a soddisfare i propri fabbisogni. I tubi e le condotte che fuoriescono dal corpo roccioso della montagna e ne percorrono la superficie fanno pensare alle cannucce di idratazione dei pazienti negli ospedali, solo che qui il ciclo è invertito, il prezioso fluido “vitale” scorre in direzione opposta, dal corpo verso le macchine che lo trasformano in energia elettrica la quale alimenterà le cose umane dal fondovalle in giù, fino alle grandi città delle pianure pedemontane. Dunque, da questo punto di vista, l’impatto visivo eccessivo e disturbante delle infrastrutture nella zona del Lago Nero forse trova la sua unica “giustificazione”: il paesaggio idroelettrico locale è peculiare in quanto modello di una territorializzazione industriale in alta quota ormai storicizzata sulla quale poter riflettere intorno allo sfruttamento antropico della Natura ovvero all’inesorabile contraddizione ecologia/economia, ancor più evidente in un luogo del genere. È un paesaggio che a qualcuno potrà pure apparire affascinante nella sua parvenza quasi “postindustriale” in mezzo a un ambiente alpino così grandioso, con la commistione visiva di forme naturali e strutture artificiali che racconta una relazione tra uomini e montagne piuttosto ardua, che dura ormai da più di un secolo ma che già oggi, e ancor più spingendo lo sguardo e il pensiero al futuro, sembra avviato ad assumere le sembianze – materialmente e immaterialmente – di un singolare sito di archeologia industriale a 2000 m di altezza in mezzo a montagne bellissime tuttavia sempre più “lontane” da quel progresso umano che più di cent’anni fa le avvicinò a sé per servirsene, sfruttarle e imprimervi sopra la propria impronta identitaria.

N.B.: l’immagine in testa al post è di Roberto Garghentini, bravissimo esploratore fotografico (e non solo) delle montagne lombarde (ma non solo!), che ringrazio molto per avermela concessa.

Tiziano Fratus e “Agreste”

È sempre rallegrante, se così posso dire, leggere dell’uscita di un nuovo libro di Tiziano Fratus, a mio parere uno degli autori italiani più affascinanti e balsamici da leggere in senso assoluto, e da qualche giorno è in libreria Agreste, il nuovo «Silvario in versi e radici» edito da Piano B Edizioni come il precedente Sutra degli alberi con il quale forma un dittico di rara luminosità letteraria – a partire dalle copertine, entrambe semplicemente bellissime.

Non vedo l’ora di leggerlo, Agreste: Fratus scrive, racconta, decanta, insegna, ispira, illumina, radica il lettore in una dimensione letteraria nella forma e spirituale nella sostanza quanto mai preziosa e potenzialmente necessaria a chiunque. Proprio come un grande albero, che si fa (ap)portatore di forza, placidità, saggezza, trascendenza.

Per saperne di più su Agreste, cliccate sull’immagine qui sotto: