

Una divisione netta, una differenza di relazione con il territorio e di gestione delle proprie montagne radicale e sconcertante. Di là, nei Grigioni, ammirazione; di qua, in Lombardia, vergogna.


Una divisione netta, una differenza di relazione con il territorio e di gestione delle proprie montagne radicale e sconcertante. Di là, nei Grigioni, ammirazione; di qua, in Lombardia, vergogna.

Mi spiego: il grande ghiacciaio, nonostante il suo stato di notevole sofferenza e di ingente fusione, permette ancora di immaginare come fosse la zona solo qualche decina di anni fa, quando buona parte del territorio attraversato dal sentiero glaciologico Marson che si percorre per giungere al lago proglaciale era sepolto sotto decine di metri di ghiaccio e le due fronti del Fellaria, l’orientale e l’occidentale confluivano ancora l’una nell’altra – negli anni Quaranta del Novecento, in pratica; dunque grazie a tali percezioni si può supporre come fosse la zona in tempi ancora più antichi, quand’era totalmente glacializzata e dalla superficie del ghiacciaio spuntavano solo le sommità montuose più elevate del territorio mentre la lingua glaciale scendeva verso il fondovalle e raggiungeva la piana di Gera, oggi sommersa dalle acque dell’omonimo lago artificiale. Per non parlare poi dei millenni addietro, quando tutta la Valtellina e il bacino del Lago di Como erano occupati dal grande Ghiacciaio dell’Adda!
A questa “post-visione” o memoria percepibile di ciò che era e ora non è più, si sovrappone la visione sincronica del presente, quella che racconta in maniera inequivocabile della realtà climatica attuale, della trasformazione repentina del territorio e del paesaggio, quella che si nutre dello stupore, che per molti versi è sgomento e inquietudine, generati dalla visione del grande lago proglaciale, dei suoi iceberg generati dal distacco di lame ghiacciate dalla fronte del corpo glaciale che lo origina, ormai da anni separata dal ghiacciaio superiore la cui imponente seraccata (tale ancora ma anche in questo caso molto meno massiccia rispetto a qualche anno fa) incombe dal ciglio della parete rocciosa e ogni tanto lascia cadere a valle grossi blocchi di ghiaccio, annunciati da un boato che echeggia per l’intero vallone e fa inesorabilmente rabbrividire chiunque.
Infine, nella mente che elabora le percezioni sensoriali – oculari e uditive in primis ma non solo – prende forma anche la pre-visione del luogo e di ciò che sta diventando in forza delle sempre più rapida trasformazione geomorfologica dovuta alla fusione del ghiacciaio, la cui parte inferiore tra qualche lustro scomparirà definitamente ingrandendo il lago che da proglaciale diverrà naturale e rappresenterà, come già è ora, uno degli specchi d’acqua più grandi della zona – un lago che solo meno di vent’anni fa non esisteva, lo si tenga presente – mentre la parte superiore del Fellaria diventerà sempre meno visibile, in conseguenza dell’assottigliamento della seraccata prima citata la quale si ritirerà a quote sempre più alte, allontanandosi dal ciglio della parete rocciosa e così degradando la cognizione dell’elemento glaciale nello sguardo dei visitatori da visione marcante e identitaria per il luogo a vaga e secondaria impressione. Un po’ come è già accaduto al ramo occidentale del ghiacciaio, appiattitosi e quasi nascosto dietro alla mole rocciosa del Piz Argient, una delle vette principali della zona, il che ha modificato in maniera ingente l’elaborazione percettiva e culturale di quel ramo della valle, oggi principalmente roccioso e erboso.
Insomma, lassù al Fellaria si osserva nello stesso tempo il passato, il presente e il futuro del luogo e del suo paesaggio: la montagna racconta il proprio divenire su differenti piani narrativi che sarebbe bene saper cogliere e comprendere: non solo per elaborare la più completa e compiuta coscienza del luogo ma pure – e soprattutto – perché sia altrettanto compiuta la nostra relazione con esso, che rappresenta la base culturale necessaria per preservare in noi quella narrazione diacronica montana facendone memoria, consapevolezza, cognizione, intuizione, previsione, prospettiva. Tutte cose utili e preziose tanto alla montagna quanto a noi, già.



«Le Olimpiadi sono sostenibili!»
Certamente chiedere conto di certi temi all’attuale Presidente della Giunta Regionale della Lombardia durante un recente convivio offerente abbondanti dosi di ottimo vino non è il massimo; d’altro canto, mi sembra di poter dire, non è che in circostanze diverse la situazione cambi e comunque la pur pregiata produzione enologica valtellinese non può e non deve permettere al massimo rappresentante politico regionale di proferire falsità riguardo la sostenibilità delle Olimpiadi invernali di Milano-Cortina 2026 come ha fatto nell’intervista concessa a Unica TV! (Andata in onda nel TG del 19 settembre scorso; cliccate sull’immagine lì sopra per vederla.)
Al di là delle iniziali affermazioni fuori contesto proferite nell’intervista (vedi sopra), bastano poche domande per svelare l’infondatezza di quanto sostenuto dal Presidente lombardo: se le Olimpiadi di Milano-Cortina 2026 sono così “sostenibili”, perché le opere non vengono assoggettate alla VAS, la Valutazione Ambientale Strategica, come imporrebbe la legge? Forse perché si sa benissimo che, se valutate adeguatamente, le “Olimpiadi sostenibili” non sarebbero sostenibili affatto? E perché le “Olimpiadi sostenibili” anche economicamente, come dice il Presidente lombardo, hanno visto nei mesi aumentare in maniera spropositata i costi di tutte le opere, con l’esempio massimo al riguardo della nuova pista di bob a Cortina? Perché ai tavoli di confronto sulle varie opere non sono mai stati invitati e tanto meno ascoltati i portatori d’interesse dei territori coinvolti? Perché le associazioni “ambientaliste” (in verità non solo queste) si sono viste costrette ad abbandonare i suddetti tavoli di confronto con la Fondazione Milano Cortina constatandone il dialogo totalmente improduttivo?
Domanda di riserva e finale: ma non si vergognano, i rappresentanti politici e degli enti coinvolti nell’organizzazione e nella gestione dei giochi olimpici, di proferire pubblicamente falsità così palesi?
Poi, c’è da scommetterci, tra tre anni le Olimpiadi andranno trionfalmente in scena coi volti dei suddetti organizzatori in mondovisione sui quali vedremo stampati sorrisi a sessantacinque denti e espressioni irrefrenabilmente giubilanti. Tanto a spalare la [CENSURA] nel frattempo sparsa sui monti a degradare il loro paesaggio – e la quotidianità di chi lo abita – ci dovrà pensare sempre qualcun altro. E scusate la ruvida franchezza.

Rilancio dunque l’invito alla manifestazione di domenica 24 a Cortina, della quale vedete la locandina qui sotto (ne ho parlato anche qui): contro la nuova spaventosa pista di bob in primis, ma pure, in fondo, contro questa montante vergogna olimpica italiana che rischia di rovinare l’immagine e il territorio di tutte le montagne loro malgrado coinvolte.
N.B.: per capire meglio come stanno le cose sul tema delle Olimpiadi di Milano-Cortina 2026 resta una validissima lettura – anche se il libro è uscito a fine 2022 – quella di Ombre sulla neve, di Luigi Casanova. Ne ho scritto qui.

Dal 1969 al 1990 la Plaine Morte, il plateau glaciale più vasto delle Alpi, posto a quote comprese tra i 2600 e i 2900 m sopra la rinomata località di Crans Montana (Vallese, Svizzera), ospitò con continuità un piccolo ma frequentato comprensorio sciistico, dotato di tre skilift e alcune piste interessanti anche in forza dello straordinario contesto paesaggistico di questa regione delle Alpi bernesi, che facevano della stazione vallesana una di quelle dove si poteva sciare per 365 giorni all’anno.
Negli anni successivi sono cominciati i problemi climatici e nivoglaciali, tali per cui gli impianti potevano essere aperti per poche giornate estive oppure fino a stagione primaverile avanzata nelle annate particolarmente favorevoli, ma l’impressionante ritiro della Plaine Morte degli ultimi anni ha impedito anche l’accessibilità invernale dei pendii, totalmente deglacializzati e accidentati, determinando nel 2016 la fine definitiva dell’era dello sci estivo sul ghiacciaio svizzero.
Nelle immagini, partendo da quella lassù in testa al post e scendendo (cliccateci sopra per ingrandirle): il ghiacciaio nel marzo 2014, immagine che rende l’idea di come potesse presentarsi la Plaine Morte anche nelle stagioni estive migliori; due degli skilift che servivano le piste; un panorama del ghiacciaio del 2014 sul quale ho indicato in rosso la linea dei due skilift estivi principali un tempo installati e, con la freccia gialla, il punto di scatto dell’immagine successiva, concessami dall’amico Pierluigi D’Alfonso (che ringrazio di cuore) e risalente allo scorso agosto, dopo una leggera nevicata che tuttavia non nasconde la perdita estrema di massa glaciale, dalla quale spuntano prominenze rocciose prima sepolte. Infine l’ultima immagine, dell’estate 2022, mostra il ghiacciaio sempre meno esteso nonché totalmente e tristemente privo di copertura nevosa sul quale è ben visibile l’ampio lago proglaciale che ne raccoglie l’acqua di fusione generando da qualche tempo a valle non pochi timori per un suo eventuale svuotamento improvviso (peraltro già avvenuto una volta nel 2018 con danni per milioni di franchi nell’alta Simmental).


