Il nerbo dell’Appennino

[Il Lago del Matese nei pressi di Bocca della Selva, nell’omonimo Parco Regionale. Fonte dell’immagine: elevation.maplogs.com.]

C’erano una volta sull’Appennino i popoli di montagna. La loro terra non bastava a sfamarli tutti. Per sopravvivere, decisero di sacrificare i loro figli in primavera, ogni certo numero di anni. Era il sangue del cosiddetto Ver sacrum, l’atroce “primavera sacra” dei popoli italici. Nei secoli il rituale si umanizzò e si scelse di espellere, anziché uccidere, gli uomini in sovrabbondanza. Partivano a eserciti, nelle primavere stabilite, accompagnati dell’emblema di un animale totemico. Hirpus e luk, il lupo; picus, il picchio; vitulus, il vitello. Così nacquero popoli che furono il nerbo dell’Appennino: Irpini, Piceni, Lucani.
Posti dove l’orrido si ostenta ai forestieri. Gole senza fondo, strade che vi si infilano senza nemmeno lo spazio per i paracarri; curve a picco sul nulla come nelle illustrazioni dantesche del Doré, insegne che additano il “Saloon dell’Impiccato” o valloni arcigni come la Bocca della Selva. Per sfamarsi, questi cominciarono a premere su città, coste e pianure, ma vennero ricacciati indietro. E quando Roma cominciò a espandersi, si arroccarono sulle montagne adottando una tecnica “afghana” di agguati, senza mai scontri in campo aperto. Spesso si federarono, comunicando fra loro con una rete di tratturi. Forse gli stessi che Annibale avrebbe attraversato per scendere verso Roma.

(Paolo RumizAnnibale. Un viaggioFeltrinelli 2008, pagg.138-139.)

La “valorizzazione”

“Valorizzazione”.
Già, perché spesso, quando si vogliono giustificare interventi e infrastrutture ad uso turistico con mera matrice ludica, ovvero di quelle che nel concreto non generano grandi ricadute positive (d’ogni genere) nei territori presso i quali vengono realizzate, i loro promotori parlano di “valorizzazione” del luogo e del paesaggio in questione. Come se prima non avessero valore, come se solo con tali opere ne possano guadagnare e le persone ne possano godere…

(Cliccate sulle due immagini per leggere i relativi articoli.)

Valorizzazione. Un termine molto potente, in effetti. Peccato che a volte la sua potenza sfugga di mano a chi lo utilizza, già. Fin dall’accezione che gli si vuol dare: che si intende, infatti, con “valorizzazione” di un luogo o di un paesaggio? Abbellimento estetico? Creazione di un interesse turistico, e nel caso a favore di chi? È un sinonimo di “patrimonializzazione” del bene-paesaggio? O il “valore” a cui si fa riferimento è quello dei soldi pubblici spesi e fatti girare per fini non unicamente correlati all’opera realizzata (lo scrivo senza pensar male, sia chiaro)? Dunque alla fine cosa si “valorizza”? E in che modo?

Facendo un passo avanti in più, potrei anche chiedere: essendo che i luoghi di pregio e i loro paesaggi sono elementi culturali (c’è una specifica Convenzione Europea che lo sancisce nel proprio preambolo, d’altro canto), come possono essere valorizzati da interventi e infrastrutture che non propongono e non sviluppano, anche indirettamente, una fruizione di matrice culturale dei luoghi e dei paesaggi e non vengono nemmeno pensati per perseguire un tale fine pur così fondamentale per l’apprezzamento e la salvaguardia dei luoghi?

Ribadisco per l’ennesima volta (e l’avevo scritto anche nei miei precedenti articoli sulla passerella del Mallero e su quella dei Resinelli, alle quali si riferiscono i due articoli lì sopra): il problema di fondo non è cosa si fa, ma come si fa. Ovvero, il problema non è la passerella in sé così come qualsiasi altra opera similare, che può essere pensata bene o male ma alla fine è un manufatto al quale viene delegata una funzione la quale dovrebbe essere logica e coerente con il luogo, ma è la fruizione culturale (o meno) del luogo che la sua realizzazione propone e che deve essere parte integrante e irrinunciabile del progetto con la quale il manufatto viene realizzato. Viceversa, l’opera non è solo qualcosa di fine a se stesso o avente fini decontestuali da essa ma risulterà in breve inevitabilmente dannosa per il luogo in cui si trova.

Insomma: non è colpa del manufatto in sé se alcuni dei suoi fruitori non possiedono educazione, senso civico e non sono in grado di capire quanto il luogo nel quale si trovano sia tanto bello quanto delicato, ma la presenza del manufatto e quanto suscita mi ricorda per molti aspetti la cosiddetta teoria delle finestre rotte: se non la conoscete, ne potete sapere di più in questo mio articolo. Ecco: i promotori di tali infrastrutture turistiche dovrebbero per primi studiarsela per bene, quella teoria, riflettere sulla sua applicazione ai luoghi presso i quali si vogliano sviluppare “valorizzazioni” del genere nonché, riguardo le loro infrastrutture, cercare di non vederle per quanto siano belle e attrattive ma per ciò che sono e saranno in grado di costruire nel tempo a vantaggio concreto del luogo e dei suoi abitanti.

Altrimenti, inesorabilmente, anche la montagna con i suoi meravigliosi paesaggi diventerà soltanto un posto pieno di vetri rotti, nei quali nessuno più si recherà anche solo per il timore di ferirsi.

Il mondo salverà il mondo #3

(Cliccate qui, per capire meglio.)

#3: Rockwell Kent, Snow Fields (Winter in the Berkshires), 1909

[Per ingrandire l’immagine cliccateci sopra. Per saperne di più sull’opera, qui.]

C’è fiordo e fiordo

[Foto di bre, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte: commons.wikimedia.org. Per ingrandire l’immagine cliccateci sopra.]
Una suggestiva immagine di uno dei tanti fiordi della regione di Vestlandet, nella parte occidentale della Norveg… – e invece no! Non è un fiordo norvegese ma è il Fälensee, un lago alpino nella zona dell’Alpstein, cantone di Appenzello interno, Svizzera. Che a un fiordo scandinavo in effetti ci assomiglia parecchio – date un occhio a certe immagini del Nærøyfjord, ad esempio.

Al solito: la “verità” del paesaggio è innanzi tutto nella nostra mente ed è il frutto delle nostre percezioni tanto quanto della nostra cultura. Noi dobbiamo dare un senso obiettivo e realisticamente identificante al paesaggio; quando ciò avviene, il paesaggio dà un senso al luogo e offre un’identità a noi che lo viviamo, per poco tempo o per una vita intera.

P.S.: a proposito di paesaggi “inconfondibili” o forse no, ovvero per capire ancora meglio cosa voglio dire, cliccate qui.

Questa settimana sul “Giornale di Lecco”

Sul settimanale “Giornale di Lecco” in edicola da lunedì 17 gennaio scorso, a pagina 40, un articolo curato da Federico Pozzoni riprende il post che qualche tempo fa sul blog ho dedicato al piccolo Monte Barro e alle sue grandi “magie”, ovvero al monte che chiude a Sud Ovest l’orizzonte della città di Lecco e delimita da quella parte il ramo lecchese del Lago di Como: il più basso, tra quelli che circondano la città, nonché il meno noto – essendo al cospetto di “celebrità prealpine” quali Grigne e Resegone – ma di contro una montagna ricca di fascino, suggestioni, attrattive e d’un che di quasi magico, appunto. Nell’articolo, grazie all’antecedente chiacchierata con Pozzoni, si approfondiscono pur succintamente alcuni dei temi che ho trattato nel mio post cercando di rendere ancor più interessante la presenza di un monte come il Barro nel panorama transprealpino lecchese, ove il piede dei rilievi montuosi che a Nord si innalzano sempre di più per confluire nella catena alpina principale si immerge nell’articolato falsopiano brianzolo ovvero nell’ampio solco del bacino dell’Adda: un territorio estremamente antropizzato ma che, anche per questo, esalta ancor più tali “oasi” di Natura montana sulle quali si possono trovare condizioni ambientali e relative percezioni sensoriali e intellettuali tanto inopinate e sorprendenti quanto piacevoli e rigeneranti, pur restando a poche centinaia di metri in linea d’aria dalla “civiltà” più spinta.

Ringrazio di cuore Federico Pozzoni per aver donato così tanta considerazione al mio scritto sul Monte Barro (lo ritrovate anche qui) al punto da dedicargli un articolo e naturalmente vi invito ad acquistare il giornale, che trovate in tutte le edicole della provincia di Lecco, per leggerlo. Anzi, a questo proposito mi auguro che la lettura dell’uno e dell’altro possa incuriosire tanti lettori sulle piccole grandi magie del Barro così come su quelle di numerosi altri luoghi particolari e fascinosi che, magari, abbiamo a pochi passi dall’uscio di casa – ovunque, intendo dire – ma proprio per tale prossimità non consideriamo e non comprendiamo come meriterebbero.