Paolo Rumiz, “Annibale. Un viaggio” (Feltrinelli)

Dici (a chiunque) “Annibale”, e inevitabilmente sono due termini più altri a saltare in mente ai più, come se rappresentassero per il primo una necessaria referenza: elefanti e Alpi. Perché l’episodio (invero ancora parecchio indeterminato, geograficamente) del passaggio delle Alpi con i grandi pachidermi africani – alte quote, neve, ghiaccio, eccetera contro savana, sabbia, caldo, eccetera – è senza dubbio quello grazie al quale la maggior parte delle persone ricordano il nome del grande condottiero cartaginese. Molto meno fissata nella memoria, a parte che per qualche fugace nozione scolastica (Canne), è invece la fondamentale realtà storica legata ad Annibale Barca, figlio di Amilcare detto Barak, “il fulmine” , ovvero quella che lo certifica come il grande fustigatore di Roma, l’unico ad averle suonate di santa ragione all’Impero Romano e, per questo e soprattutto in forza di una retorica formulatasi durante il periodo fascista e tale rimasta (non c’è nulla da fare, gli italiani non hanno né memoria e né senso critico storico), sostanzialmente rimosso dalla storia d’Italia oppure sostituito, nelle citazioni glorificanti, dall’unico romano che invece lo sconfisse militarmente, Publio Cornelio Scipione detto poi l’Africano – guarda caso è il suo, l’Elmo di Scipio cantato nell’inno nazionale. In verità l’esercito cartaginese venne sconfitto in quella battaglia (Zama, 202 a.C.) ma non certo Annibale, che peraltro non fu soltanto uno dei più grandi condottieri e strateghi militari della storia, uno che riuscì, con un esercito parecchio pugnace ma quasi sempre inferiore in numero e mezzi rispetto ai nemici, a mettere a ferro e fuoco l’intera Europa Sudoccidentale, non fu solo colui che sconfisse la Roma imperiale: fu pure un personaggio molto particolare, con un’intelligenza e un carisma fuori dal comune, una libertà di pensiero e d’azione altrettanto straordinarie per l’epoca e, appunto, uno che riuscì a fare cose incredibili, a partire dal far valicare le Alpi a degli enormi animali africani abituati a tutto fuorché alle montagne fredde e innevate.

Forte della sua insuperabile esperienza di viaggiatore illuminato e visionario – nonché della propria grandissima cultura – Paolo Rumiz si trasforma in una sorta di detective spazio-temporale e si mette sulle tracce del grande cartaginese, ripercorrendo la sua rotta europea dalla Spagna fino al Sud Italia, quindi quella che lo riporta in Africa e poi che lo fa finire in Turchia, ove finirà anche la sua vita. Annibale. Un viaggio (Feltrinelli, 2008) si può dire sia il diario di quell’investigazione geografica e storica, nato inizialmente come reportage per La Repubblica, quotidiano ove Rumiz scrive tutt’ora, ma poi diventata un’esperienza a tutto tondo per la quale il resoconto giornalistico è stata solo una delle conseguenze, e probabilmente non la più importante – almeno dal punto di vista culturale e umano.

Così, esattamente come Annibale, Rumiz comincia il suo viaggio – termine che giorno dopo giorno (e pagina dopo pagina) accresce tutti i suoi sensi con la massima intensità – da Qart Hadasht, la città iberica fondata da Asdrubale, genero di Annibale, poi divenuta Nova Carthago e oggi Cartagena, ne ricostruisce le vittoriose gesta belliche contro gli Iberi, punta poi verso le Alpi e indaga le molte ipotesi su quale sia stato il valico affrontato e superato da Annibale coi suoi quaranta (tanti la tradizione ne ricorda) elefanti, scende nella Pianura Padana e celebra le prime batoste inflitte ai Romani, poi la vittoria del Trasimeno e quindi quella celeberrima di Canne, nel 214 a.C., nella cui piana si palesano in tutta la loro genialità le capacità strategiche del cartaginese e, di contro, si attua una terrificante carneficina delle legioni romane oltre che una profonda crisi di nervi e di testa dell’impero capitolino, che arriva quasi sul punto di cadere.

Poi, inspiegabilmente, Annibale si ferma. Dopo Canne potrebbe fare della città di Roma un sol boccone, invece la sfiora soltanto senza colpo ferire e poi va ancora più a Sud, in Calabria. È un’insperata via di salvezza per Roma, che dimostra a sua volta di essere grande e forte metabolizzando rapidamente lo shock delle sconfitte cartaginesi e ricavandone per giunta una rinnovata energia bellica e una volontà di rivalsa militare e geopolitica che la porterà non solo, come detto, a vendicarsi di Annibale a casa sua – Zama è a due passi da Cartagine – ma che avvierà in maniera definitiva l’espansionismo imperiale romano tutt’attorno al Mediterraneo e fino al Nord Europa, con un’efficienza militare e una capacità di gestione geopolitica ancor oggi stupefacenti e, in Italia, insuperate – al di là che poi, qualche secolo più avanti, per mano dei barbari ma soprattutto per l’inevitabile corso della storia, Roma cadrà e il suo Impero finirà definitivamente. Al punto che lo stesso Rumiz, in alcuni passaggi del libro assolutamente illuminanti, si chiede che fine abbia fatto quella grandezza romana nell’Italia moderna e contemporanea, e come sia possibile che dalla storia di quello che fu uno dei più grandi e potenti Imperi di sempre ne è uscito un paese sempre più piccolo, miserrimo, sbandato, pusillanime. Insomma, se Roma ha fatto la storia, per certi aspetti lo deve ad Annibale, alle sconfitte da egli subite, alla presa di coscienza che non serve essere più potenti di forza e di numeri del nemico per avere la certezza di poterlo vincere ma bisogna anche, anzi soprattutto, essere più astuti di lui e più tenaci, più ostinati, più perseveranti.

In effetti, Annibale. Un viaggio pagina dopo pagina si trasforma, da un’indagine di viaggio appassionata sulla leggenda e il mito di Annibale delle sue gesta italiche diventa anche, parallelamente, un’attestazione ragionata e ammirata della grandezza di Roma, della sua resilienza nei confronti delle legnate annibaliche e poi della capacità di riprendersi e rilanciarsi anche attraverso la formulazione di strategie diplomatiche che le cosiddette “grandi potenze” contemporanee non saprebbero nemmeno abbozzare. Non solo: il nostro mondo di oggi presenta tante altre sconcertanti storture che i Romani mai avrebbero consentito e tanto meno le civiltà d’un tempo, verso le quali noi uomini del XXI secolo ci sentiamo così avanzati senza tuttavia capire che senza un cervello realmente funzionante e una conseguente saggezza civica nessuna pur futuristica tecnologia può salvarci da disastri altrimenti inevitabili, da guerre, ingiustizie sociali, ignoranze culturali, distruzioni geografiche e antropologiche.

Di frequente Rumiz devia dal corso cronologico e geografico seguito per allargare temporalmente lo sguardo verso il mondo odierno e le sue realtà, e per proporre correlazioni e relative riflessioni sui temi fondamentali comuni. Lo fa col suo solito stile elegante, palesemente sviluppato sulle pagine dei giornali più che su quelle letterarie ma che per questo si mantiene sempre intrigante e incuriosente – salvo in alcuni passaggi nei quali forse l’autore indugia troppo in una scrittura “editorialistica”, per così dire, e in una costruzione della “notizia” (storica) su basi tematiche meno solide e importanti che in altri momenti del testo. Tuttavia, ribadisco, Rumiz sa tenersi al fianco il lettore lungo i suoi cammini, sa come raccontargli le cose anche nei momenti di apparente stanca, sa che personaggi come Annibale, il cui mito ha subìto un forzato oblio dal tempo e dalla memoria, come detto, devono essere in qualche modo rimessi nella loro giusta luce e questo chiarore via via aumentato di potenza illuminante.

Infine (ma chiudo questa mia veloce disamina sul libro sottolineando che ci sarebbe molto altro da poter scrivere, su un’opera del genere così come per tutte quelle di Rumiz, così eclettiche e polifoniche), Annibale. Un viaggio rappresenta certamente anche un invito indiretto, ma non troppo, a rendere programmatico in linea di principio il suo stesso titolo: viaggiare per (ri)conoscere e (ri)scoprire, per inseguire e meravigliarsi della grande forza di miti autentici, per capire il presente attraverso l’immersione nel passato e nella storia, per essere consapevoli che il “viaggio” non è mai solo uno spostamento nel tempo ma anche nello spazio, è la tessitura di un legame tra il viaggiatore e i luoghi attraverso cui si viaggia, è la connessione e il dialogo con il Genius Loci di essi, con l’entità supertemporale che ancora può offrire vivide testimonianze circa la storia e circa le vicende umane di chiunque sia passato nei relativi luoghi. In fondo, saper fare ciò, durante i propri viaggi, è un po’ come ispirarsi al mito stesso di Annibale Barca: fortunatamente senza più bisogno di guerreggiare, altrettanto fortunatamente potendo inseguire quella sublime e assoluta pace interiore che la pratica del viaggio sa donare.

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