La neve, la meteo, il clima e i mussi

[Foto di Sanna da Pixabay.]

Un soffio d’inverno sta attraversando la catena alpina. E menomale verrebbe da dire!
Eppure c’è già chi ha incominciato ad affermare – aggrappandosi a singoli eventi meteorologici – che questi episodi sono la dimostrazione che il clima non sta cambiando. Niente di più scorretto.
È giusto godere della neve di questi giorni. Allo stesso tempo, è anche necessario imparare a leggere i singoli episodi come parte di un quadro climatico più ampio. Solo così, forse, sarà possibile sviluppare politiche e comportamenti più attenti alle caratteristiche ambientali del presente.

[Da “L’AltraMontagna”.]

La (o il) meteo non è il clima, già. «Repetita iuvant» tocca esclamare!

O forse riguardo certe persone incapaci di guardare oltre la punta del proprio naso è meglio dire «non ti curar di loro ma guarda e passa»?

Che poi in tal caso la lingua veneta offre una versione ancora più chiara: «Inutie spiegare le robe ai mussi, te perdi tempo e te infastidissi la bestia». I mussi sono gli asini, ma non quelli con quattro zampe.

In ogni caso evviva la neve abbondante, che non fa felici solo gli sciatori!

La neve come quella di una volta

Una recente veduta della Valmalenco coperta da una nevicata «come quelle di una volta», in una bella immagine dell’amico Roberto Garghentini.

“Come una volta”: quante volte ci viene di usare questa definizione quando torna a cadere abbondante la neve? Ormai siamo tutti ben consci (salvo qualche impostore) del cambiamento climatico in corso e di come influisca sulle stagioni invernali più visibilmente che sulle altre. In verità, di nevicate abbondanti ce ne potranno ben essere anche in futuro: il problema semmai è che il limite delle nevicate si alzerà a quote sempre maggiori e la neve resterà sul terreno molto meno di una volta – appunto. Non dovremo dunque ricordarci tanto i momenti come quello fissato nell’immagine qui sopra, quanto le montagne imbiancate pur lunghi mesi, ovvero la permanenza di un paesaggio innevato per l’intera stagione invernale. In altre parole, negli anni futuri l’inverno “di una volta” si trasformerà viepiù in un autunno inoltrato e poi in una primavera anticipata, separate da qualche giorno nel quale il meteo e il clima sembrerà quello di anni fa: ma sarà un’apparizione invernale fugace, purtroppo.

Questo dovrebbe da una parte spingerci a elaborare in maniera sempre più compiuta la consapevolezza verso il cambiamento climatico e il conseguente, inevitabile cambiamento della nostra relazione e dell’atteggiamento riguardo i territori che più di altri ne subiscono le conseguenze, come le montagne, e dall’altro a sviluppare sempre di più i territori montani come laboratori di buone e innovative pratiche di sostenibilità atte a garantirci la resilienza necessaria alla realtà in divenire nonché l’equilibrio della nostra presenza sui monti, sia essa stanziale come abitanti oppure occasionale come turisti. Anche per far che la bellezza e il fascino insuperabili delle montagne coperte di neve possano rischiararci la mente e ravvivare l’animo sempre, quando ce le troveremo di fronte e quando non più come accadeva una volta, ecco.

Il Lago d’Aral e l’industria dello sci

[Foto di tunechick83 da Pixabay.]
Probabilmente numerosi di voi conosceranno la storia del Lago d’Aral, ne avranno letto da qualche parte o visto le inquietanti immagini che la testimoniano.

In passato il Lago o Mare di Aral (definizione adottata della lingua inglese, Aral Sea), che si trova in Asia centrale tra l’Uzbekistan e il Kazakistan, era il quarto lago più esteso del mondo (circa 100mila kmq) al punto da essere definito “mare”, appunto. Oggi è ridotto al 10% della sua estensione originaria, persa in meno di 50 anni a causa dei prelievi massicci delle acque dei suoi immissari decisi a partire dagli anni Sessanta dall’allora governo sovietico per coltivare a cotone il deserto. Privato di gran parte dell’apporto dei corsi d’acqua che vi confluivano, il Lago d’Aral ha iniziato a ridursi progressivamente per la forte evaporazione: le acque si sono ritirate in tre bacini residui, lasciando una distesa arida, sabbiosa e salata (chiamata oggi deserto Aralkum), intrisa di residui di pesticidi provenienti dalle colture. La fiorente economia legata alla pesca è andata distrutta: nei bacini rimasti, la salinità era così elevata che i pesci sono quasi del tutto scomparsi. Uno dei più grandi disastri ecologici della storia umana, insomma.

Le immagini del Lago d’Aral che probabilmente avrete visto e che vi saranno risultate più emblematiche al riguardo, oltre a quelle aeree e satellitari che evidenziano la sparizione delle sue acque, sono di sicuro quelle delle numerose navi rimaste in secca nei porti scomparsi o adagiate in abbandono su quello che fino a qualche decennio fa era il fondale sottomarino e ora è il deserto Aralkum.

Inutile rimarcare che da tempo, e tanto più oggi, da quelle parti nessuno ha più pensato di spendere soldi per costruire nuove navi che possano solcare le acque dell’Aral, visto che di acqua nel lago non ce n’è praticamente più.

Be’, quando leggo sui media titoli e notizie come che vedete qui sopra (fateci clic per leggerla), mi viene in mente la storia del Lago d’Aral, già.

Cioè di quando nel bacino un po’ di acqua ce n’era ancora ma molto meno rispetto a un tempo e si era ormai compresa la sorte inesorabile che il lago avrebbe subìto. Al punto che laggiù non vi si costruirono più imbarcazioni ne piccole ne grandi che lo potessero navigare, come detto. Avrebbe significato buttare una gran quantità di soldi al vento, in buona sostanza. Come avreste guardato, e cosa avreste pensato, nel vedere qualcuno varare nel basso e irregolare fondale salmastro superstite di quello che un tempo era l’Aral un maxi-yacht, pure alquanto lussuoso, del costo di svariati milioni per giunta di origine pubblica?

Una follia, in buona sostanza.

Ecco. A leggere le suddette frequenti notizie, sembra che qui sì, se ne vogliono costruire ancora e parecchie di “grandi navi” nonostante l’acqua, nella forma cristallina che ricopriva e imbiancava le montagne al punto che un tempo si potevano facilmente definire un “mare” di neve, stia ugualmente diminuendo sempre di più, purtroppo. Già.

L’Antartide, la “speranza di ghiaccio” del pianeta

Sulle nostre Alpi i ghiacciai probabilmente (ma speriamo di no) spariranno quasi del tutto entro la fine di questo secolo, quelli dell’Himalaya e delle Ande non sono messi molto meglio e pure le ampie masse di ghiaccio iperboree, quelli delle terre intorno al Polo Nord, continuano a diminuire.

Per noi terrestri l’ultima “speranza glaciale” resta l’Antartide, anch’essa in sofferenza ma che, posta la sua vastità, permarrà ancora a lungo la più grande zona glaciale della Terra. Tuttavia di tale inestimabile tesoro di ghiaccio ne dobbiamo avere cura, tutti quanti, e altrettanto curare in noi la consapevolezza della sua delicatezza: sotto qualsiasi punto di vista ecologico, climatico, ambientale nonché perché l’Antartide è una sorta di mondo nel mondo, di pianeta alieno sulla Terra, il luogo che più si avvicina alle sembianze di un altro mondo. Lo dimostra bene l’immagine satellitare che vedete lì sopra, in realtà una composizione di più immagini ottenute dal satellite Aqua e dai suoi vari strumenti e poi elaborata dalla NASA il 21 settembre del 2005, in un periodo – che corrisponde alla fine dell’inverno australe – nel quale l’estensione e la concentrazione del ghiaccio raggiungono il massimo stagionale. A questo link potete anche vedere, navigare e scaricare l’immagine ad alta risoluzione (c’è anche quella dei ghiacci boreali, peraltro).

Purtroppo, se l’evoluzione del cambiamento climatico in corso continua come i report scientifici prevedono, c’è il rischio nel prossimo futuro che l’idea e la nozione più consone ai termini “ghiaccio” e “ghiacciaio” saranno solo quelle provenienti dall’Antartide. Per questo il continente antartico è e deve restare un luogo speciale, da preservare in ogni modo da qualsiasi intervento antropico non scientifico e troppo impattante. Una cura e un’attenzione che per certi versi e almeno in alcune circostanze avremmo dovuto – e dovremmo ancora – manifestare anche sulle nostre montagne ma, per inconsapevolezza o per negligenza, non abbiamo saputo – e non sappiamo ancora – palesare.

[Veduta del plateau antartico, la regione più fredda e inospitale della Terra. Foto di Stephen Hudson, opera propria, CC BY 2.5, fonte commons.wikimedia.org.]

La stagione è salva!

Ciò che si afferma nel titolo di questo articolo, quale compendio dei suoi contenuti, trovo che sia veramente interessante e altrettanto significativo (ne trovate un riassunto qui).

«La neve artificiale salva la stagione».

Passatemi il paragone “forte” (chiedo venia), ma è un po’ come dire che praticando nove rapporti sessuali su dieci con bambole gonfiabili la razza umana sia salva.

E se «La situazione sulle Alpi è ottima» (cosa detta prima delle nevicate di queste ore, la cui entità peraltro è tutta da verificare), di sicuro ci sarà qualcuno che trova la “situazione” con le bambole suddette similmente “ottima”. Basta crederci, ecco.

Per la cronaca, e stando alle ultime stime disponibili, l’Italia è tra i paesi alpini più dipendenti dalla neve artificiale con il 90% di piste innevate artificialmente, seguita da Austria (70%), Svizzera (50%), Francia (39%). La percentuale più bassa è in Germania, con il 25%. (Fonte qui.) Di contro, secondo i dati dell’ultimo bollettino di Arpa Lombardia sulle riserve idriche, pubblicato il 28 dicembre, sulle montagne mancano 426 milioni di metri cubi di acqua del manto nevoso, il 34,6% in meno della media (fonte qui).

La stagione è “salva”, già. E lo sono anche i produttori di bambole gonfiabili, bontà loro.

Ma le montagne intorno? Sono salve?

P.S.: sul tema ne ho scritto anche qui.