I Piani Resinelli, tra splendore e trascuratezza

[La Grignetta dal Parco Valentino alle pendici del Monte Coltignone, con la casa-museo Villa Gerosa-Crotta.]
Qualche giorno fa sono tornato ai Piani Resinelli, passeggiando da “turista della domenica” per la località attraverso i percorsi più frequentati, e l’impressione che ne ho ricavato da quelle ore trascorse lassù è sostanzialmente la stessa che ho elaborato altre volte: quella di stare in un terreno aurifero nel cui mezzo è incastonato un diamante di purezza assoluta ma sempre troppo impolverato e trascurato al punto da non brillare come potrebbe. Oppure, per usare un’altra immagine metaforica, una galleria d’arte ricca di opere di gran pregio e con al centro un capolavoro assoluto, ma frequentata come fosse un supermercato o una sagra paesana e popolana.

Invero i Piani Resinelli sono una specie di straordinario capolavoro geografico: un luogo meraviglioso, dotato di un paesaggio eccezionale e di un’anima profondamente alpestre, che suscita percezioni di ambiti montani lontani e ben più vasti e vibra di un’energia che fluisce giù dalla sempre sorprendente Grignetta, scultura dolomitica la cui visione lascia inevitabilmente a bocca aperta – anche alla milionesima veduta come nel mio caso – e potente manifestazione materiale del Genius Loci, permeando vitalmente ogni angolo dei Piani. E tutto ciò, a pochi km in linea d’aria (e qualcuno di più su strada) dalla città di Lecco e dalla sua caotica dimensione urbana, già pienamente da hinterland di Milano. Vai sul Coltignone, il monte il cui corpo sorprendentemente ambiguo (dolci versanti di boschi e prati a nord, scoscendimenti e precipizi verticali a sud) separa i Resinelli dal bacino del lago di Lecco e del fiume Adda e, se ti giri da una parte, vedi la gran distesa di cemento che dai suoi piedi di estende verso Milano, mentre se ti volti dall’altra dalla prima subito te ne distanzi moltissimo e godi dell’immagine della montagna più autentica e per molti versi “selvaggia” (le innumerevoli guglie della Grignetta aiutano molto a suscitare questa fantasia), come se già fossi chissà dove sulle Alpi e chissà quanto lontano dalla civiltà. Che invece è lì ai tuoi piedi, al punto da udirne costantemente il minaccioso rumore bianco di sottofondo.

[I Piani Resinelli – o meglio una parte di essi – visti dalla zona dei Torrioni Magnaghi, sul versante sud della Grignetta. Immagine di Valeria Viglienghi tratta da montagnelagodicomo.it, fonte originale qui.]
Tuttavia, come dicevo, quando salgo ai Resinelli mi sorge sempre l’impressione che resti un luogo sottovalutato, non compreso nelle sue autentiche peculiarità, trascurato ovvero del quale si continua ad avere un’idea impropria, decontestuale. Un’impressione che viene inevitabilmente alimentata anche dalla considerazione di come la località sia gestita politicamente e amministrativamente – ne ho scritto più volte al riguardo, in passato: i Resinelli sono il luogo che nel lecchese più presenta problemi di sovraffollamento turistico – ma per la gran parte è un turismo del fine settimana, «mordi e fuggi» come si dice, che al netto di ciò che può spendere nei bar/ristoranti dei Piani non apporta alcun valore proficuo al luogo e al suo paesaggio ma anzi lo consuma inesorabilmente. La vicinanza alla “civiltà” rende pressoché inevitabile questa realtà ma non per questo la deve trasformare in un motivo di massificazione irrefrenabile della frequentazione del luogo, di un far numeri e quantità a più non posso (spacciandoli per una prova del “successo” turistico della località) trascurando quasi del tutto la qualità che invece la bellezza e la particolarità dei Piani Resinelli imporrebbe. Lo scorso anno mi irritò non poco – e ne scrissi sui media locali – il fatto che, a fronte della eccessiva presenza di auto nei fine settimana e della conseguente carenza di posti auto (peraltro resi a pagamento da maggio 2023), qualche amministratore locale propose di cercare nuove aree da adibire a parcheggio. Ma come?! Già le auto invadono ogni metro quadro occupabile al punto da far sembrare certi angoli dei Piani Resinelli l’area esterna di un grande centro commerciale della periferia milanese, e invece di liberare il luogo da questo cappio soffocante (e inquinante, e degradante, e bruttissimo) ancora si pensa di portarcene sempre di più? Ecco, questo è un esempio tra i numerosi possibili che a mio modo di vedere denota una visione del luogo, da parte di chi ha la responsabilità della sua gestione, superficiale, sottovalutante, trascurata e, se posso dire, anche un po’ offensiva.

[Anno 1972, quando ai Resinelli si sciava abitualmente. Immagine da cartolina in vendita su Ebay.]
Di contro, salendo fuori dai periodi di maggior sovraffollamento, magari in una giornata un poco uggiosa con un Sole assai pallido (condizione fascinosa che per molti aspetti esalta il luogo, ma notoriamente non apprezzata dal turista medio) e dunque senza la distesa quasi uniforme di autovetture in vista e il massiccio passeggio di gitanti che pare d’essere in centro a Milano, la sensazione è appunto quella di un luogo un po’ lasciato a se stesso, con la sublime Grignetta tenuta lì in disparte, suggestivo sfondo per simpatici selfies ma per il resto poco considerata, come fosse una montagna uguale a tante altre – cosa che qualsiasi autentico appassionato di montagne del pianeta Terra sa essere una gran falsità: basti constatare lo stato dei sentieri che salgono sulla Grignetta per capire indubitabilmente ciò che voglio dire (spoiler: lo stato è pessimo, anche per la prolungata mancanza di manutenzione) oppure, ai suoi piedi, ad esempio l’assenza quasi totale di cartelli escursionistici che suggeriscano ai visitatori le più belle mete dei Piani Resinelli e dei loro dintorni raggiungibili a piedi – anche senza essere degli escursionisti esperti. Tutto ciò senza contare la presenza in loco di opere da “luna park alpino” non solo inutili al godimento della bellezza del luogo ma pure inevitabilmente degradanti per esso oltre che visivamente brutte: altro segno di una visione turistica dei Resinelli sovente superficiale tanto quanto omologata a modelli risaputamente rovinosi – ma funzionali allo spendere rapidamente i finanziamenti pubblici e fare “risultato”. E perché poi l’ufficio turistico in loco deve restare chiuso per buona parte dell’anno, aprendo solo nella “bella stagione” nonostante anche quella “brutta” sia bellissima e assolutamente affascinante, ai Resinelli, senza contare che anche in pieno inverno di gente che sale per godersi una giornata all’aria aperta ce n’è eccome? Perché non organizzare iniziative anche nei mesi tardo-autunnali e invernali che permettano la scoperta e la conoscenza delle innumerevoli bellezze dei Piani? Perché considerare il luogo solo come una meta «esotica di prossimità», per usare la significativa espressione coniata dall’antropologo Annibale Salsa, cioè come una specie di giardino pubblico urbano un po’ più distante degli altri dal centro città (dunque conseguentemente fruiti) e non invece per ciò che i Piani Resinelli sanno offrire di ben più culturalmente “spesso” e di valore, ad esempio riguardo i temi dell’educazione ambientale, dell’approccio consapevole al territorio montano, della trasmissione di conoscenza e consapevolezza riguardo gli ambienti e i paesaggi naturali prossimi alle aree più antropizzate e per ciò forse i più importanti a nostra disposizione?

[Vestigia abbandonate e arrugginite di un tempo che fu, nei boschi sopra i Piani Resinelli.]
Insomma, avete sicuramente capito cosa intendo dire. Qualcuno potrebbe anche ritenere che sia meglio così, che se i Resinelli restassero in questo stato piuttosto brado invece di subire una ancor maggiore turistificazione, per quello che spesso ciò comporta di deleterio come le cronache al riguardo raccontano, si manterrebbero meglio e più a lungo salvaguardandosi dal turismo più tossico. Può ben essere così, certamente; d’altro canto un luogo così bello, così prezioso e ricco di narrazioni montane, naturalistiche, paesaggistiche, geografiche, alpinistiche eccetera da poter ascoltare, credo sia un peccato che resti inascoltato, trascurato ovvero, come ho detto, fruito tramite modalità superficiali e massificate poco o nulla in relazione con il luogo, le sue peculiarità e parimenti ben poco in grado di apportare un autentico valore e un beneficio ad esso a favore del suo futuro. Ribadisco; è come avere tra le mani un tesoro inestimabile continuando a non capirne la bellezza e il reale valore e per questo utilizzandolo come fosse un bene qualsiasi, qualcosa da usare per quel che si pensa possa servire e per il resto amen, arrivederci e grazie. Un vero peccato che per certi versi diventa una sconcertante colpa, senza alcun dubbio.

P.S.: qui trovate tutti gli articoli che ho scritto in passato su Piani Resinelli.

La «geografia del tempo libero» che ha trasformato il paese

Al tempo della ricostruzione, la società del tempo libero aveva dato il suo contributo alla ristrutturazione del paesaggio. Dopo la circonvallazione e il silo per il grano, la stazione balneare era diventata uno dei totem della Francia opulenta. La società degli anni Sessanta, sicura dell’avvenire, trasformava il territorio in un campo-giochi. A est, lungo l’arco alpino, gli impianti sciistici attiravano i vacanzieri per gli sport invernali. Dopo sei mesi, il bilanciere oscillava all’indietro e portava i bagnanti in riva al mare. Nascevano le «basi per il tempo libero» e i «villaggi-vacanze». Dopo aver sciato sulla neve sparata dai cannoni, si andava a giocare nella sabbia rastrellata dai trattori. La geografia del tempo libero aveva inferto gli ultimi colpi di bisturi necessari a trasformare il volto del paese.

[Sylvain Tesson, Sentieri Neri, Sellerio Editore, Palermo, 2018, pagg.143-144.]

Il secondo Novecento “turistico” francese descritto da Tesson è sostanzialmente lo stesso che anche l’Italia ha vissuto e subìto, quello che ha visto la nascita del turismo dei grandi numeri e della conseguente massificazione culturale dei luoghi deputati a essere mete di villeggiatura. Il viaggio è diventato vacanza, il viaggiatore si è trasformato prima in turista e poi in vacanziere, le zone turistiche da luoghi sono diventati lidi, resort, villaggi ovvero divertimentifici, le montagne in particolar modo sono state rese periferie in altura delle città. In effetti è stato il turismo a inventare i primi veri non luoghi, non solo per i contesti spaziali ma pure per gli elementi che li componevano e caratterizzavano: neve artificiale sulle montagne, manufatti ludico-ricreativi uguali l’uno all’altro, spiagge artificiali attrezzate con mille attrazioni, architetture conformate alle necessità del consumismo turistico, località standardizzate ormai avulse dal contesto paesaggistico locale… Anche dal punto di vista finanziario è un’industria “fiorente” ma solo artificialmente, quella del turismo di massa, spesso priva di autentiche basi imprenditoriali e di visioni strategiche, basata sul far debiti e sui conseguenti contributi pubblici e che si sa alimentare solo con il continuo aumento delle quantità a discapito delle qualità, delle masse, dei clienti paganti, dei vacanzieri, inesorabilmente vocata all’overtourism ovvero all’antitesi assoluta con il proprio territorio e con la comunità autoctona, resa ostaggio con promesse di lauti guadagni e benessere imperituro… Ma è ormai evidente come è andata a finire, questa storia, basta leggere i vari report prodotti intorni a questi temi e con le sole eccezioni di alcune località che, per quanto riguarda le montagne italiane, si possono contare sulle dita di una sola mano.

Eppure si pretende ancora – da parte di certi politici e dei loro sodali – di continuare con quel sistema, con la geografia del tempo libero citata da Tesson quale unica lettura dei territori e dei paesaggi, imponendo l’idea (del tutto folle) che solo con una monocultura turistica quelli si possano salvare, come se la gente del posto non potesse e non sapesse fare altro. Anche perché, se volesse fare altro, gli verrebbe impedito.

Quei soggetti che promettono di “sviluppare” i territori montani in realtà li tengono ancorati a un passato che non esiste più e ovviamente giammai tornerà, a quel primo dopoguerra nel quale il boom economico rendeva «sicuri dell’avvenire» e faceva credere che tutto fosse possibile – sciare ovunque, persino sui ghiacciai e pure se non c’era la neve, avere spiagge vaste come paesi interi, comprare e consumare qualsiasi cosa, tanto l’industria avrebbe reintegrato le scorte… Pensano che il mondo sia fermo agli anni Sessanta o Settanta: non solo offendono e degradano le montagne nel loro spazio che devastano e distruggono ma pure nel loro tempo che ignorano, annullano, rifiutano. Sarebbe bene che tutto ciò si fermasse e non avvenisse più, per far che il «bisturi» che ha cambiato in questi decenni «il volto del paese», e quello della società che lo vive, non finisca per sfregiarlo definitivamente.

P.S.: a breve potrete leggere la personale “recensione” di Sentieri neri, qui sul blog; invece, stasera a Milano… clic!

A Madesimo c’è una buona notizia, e una forse meno buona

Ho scritto tante volte qui e altrove del Lago di Motta, meglio conosciuto come Lago Azzurro, uno degli specchi d’acqua naturali più belli delle Alpi lombarde, da qualche stagione “scomparso” – cioè svuotato delle sue acque – in forza dei periodi di scarse precipitazioni nevose e piovose. Be’, c‘è una buona notizia per i suoi tanti estimatori: è ricomparso, bello pieno, presumibilmente grazie alle recenti e intense piogge. Speriamo che resti così a lungo, al netto delle sue variazioni stagionali ordinarie: l’evidenza che il lago sia così dipendente dalle precipitazioni, che i cambiamenti climatici in corso rendono sempre più irregolari sia in quantità che in periodicità, non risolve la preoccupazione per la sua sussistenza ma, appunto, c’è da augurarsi che le cose per il Lago Azzurro si rimettano al meglio.

Di contro, c’è un’altra notizia che concerne la zona, forse meno buona: è ormai quasi pronto il nuovo grande bacino di raccolta delle acque per l’alimentazione dell’impianto di innevamento programmato delle piste da sci di Madesimo. Ecco, in tal caso – al netto dell’assenso o del dissenso verso un’opera del genere – bisogna vivamente sperare che tale bacino non vada a drenare eccessivamente le risorse idriche del territorio (in un articolo del 2021 si legge che «L’acqua sarà prelevata dal torrente Groppera senza modifiche rispetto al prelievo attuale. Andrà ad alimentare un bacino da 45 mila metri cubi»), compromettendo la salute dei corsi d’acqua e magari quella dei bacini lacustri naturali della zona, proprio in considerazione delle mutate condizioni climatiche, dunque inesorabilmente pregiudicando pure la bellezza e il valore ambientale del paesaggio locale.

Purtroppo, il futuro delle nostre montagne è spesso troppo legato a mere speranze più che a solide certezze, visioni programmatiche, idee virtuose, resilienze necessarie. È un altro macro-tema sul quale ci sarebbe moltissimo da lavorare, e con urgenza.

C’era una volta lo sci estivo (e i suoi ghiacciai): la Plaine Morte, a Crans Montana

[Immagine del 2014 tratta da lenouvelliste.ch.]
Come spiego con maggior dovizia di particolari qui e qui, in questa serie voglio proporre delle immagini comparative di ghiacciai sui quali fino a qualche tempo fa si praticava lo sci estivo (o si pratica tutt’ora ma in un ambiente totalmente diverso e deteriorato rispetto a prima) che per molti versi ritengo ancor più emblematiche di altre “glaciali” riguardo ciò che sta accadendo sulle nostre montagne in forza del cambiamento climatico in corso. Perché c’è stato un tempo e un clima grazie al quale lassù c’erano piste, impianti, alloggi, migliaia di sciatori, divertimento, godimento – che ciò fosse plausibile o no: ora non c’è più nulla, anzi, c’è proprio un altro luogo rispetto ad allora. Un’altra montagna, un altro paesaggio, un mondo diverso, spesso irriconoscibile, in origine dominio dei ghiacci e del silenzio, poi conquistato e antropizzato dall’uomo il quale ora lo deve gioco forza abbandonare lasciando lassù non solo i segni della sua presenza, non di rado inquinanti, ma pure una visione della montagna e una relazione con le terre alte che non esistono più.

Dal 1969 al 1990 la Plaine Morte, il plateau glaciale più vasto delle Alpi, posto a quote comprese tra i 2600 e i 2900 m sopra la rinomata località di Crans Montana (Vallese, Svizzera), ospitò con continuità un piccolo ma frequentato comprensorio sciistico, dotato di tre skilift e alcune piste interessanti anche in forza dello straordinario contesto paesaggistico di questa regione delle Alpi bernesi, che facevano della stazione vallesana una di quelle dove si poteva sciare per 365 giorni all’anno.

Negli anni successivi sono cominciati i problemi climatici e nivoglaciali, tali per cui gli impianti potevano essere aperti per poche giornate estive oppure fino a stagione primaverile avanzata nelle annate particolarmente favorevoli, ma l’impressionante ritiro della Plaine Morte degli ultimi anni ha impedito anche l’accessibilità invernale dei pendii, totalmente deglacializzati e accidentati, determinando nel 2016 la fine definitiva dell’era dello sci estivo sul ghiacciaio svizzero.

Nelle immagini, partendo da quella lassù in testa al post e scendendo (cliccateci sopra per ingrandirle): il ghiacciaio nel marzo 2014, immagine che rende l’idea di come potesse presentarsi la Plaine Morte anche nelle stagioni estive migliori; due degli skilift che servivano le piste; un panorama del ghiacciaio del 2014 sul quale ho indicato in rosso la linea dei due skilift estivi principali un tempo installati e, con la freccia gialla, il punto di scatto dell’immagine successiva, concessami dall’amico Pierluigi D’Alfonso (che ringrazio di cuore) e risalente allo scorso agosto, dopo una leggera nevicata che tuttavia non nasconde la perdita estrema di massa glaciale, dalla quale spuntano prominenze rocciose prima sepolte. Infine l’ultima immagine, dell’estate 2022, mostra il ghiacciaio sempre meno esteso nonché totalmente e tristemente privo di copertura nevosa sul quale è ben visibile l’ampio lago proglaciale che ne raccoglie l’acqua di fusione generando da qualche tempo a valle non pochi timori per un suo eventuale svuotamento improvviso (peraltro già avvenuto una volta nel 2018 con danni per milioni di franchi nell’alta Simmental).

[Foto di Björn S., CC BY-SA 3.0, fonte: commons.wikimedia.org.]

[Immagine tratta da www.berneroberlaender.ch.]
P.S.: altri ghiacciai ove si praticava lo sci estivo dei quali ho già scritto (in ordine di pubblicazione):

C’era una volta lo sci estivo (e i suoi ghiacciai): lo Scerscen

[Immagine tratta da www.paesidivaltellina.it.]
Come spiego con maggior dovizia di particolari qui e qui, in questa serie voglio proporre delle immagini comparative di ghiacciai sui quali fino a qualche tempo fa si praticava lo sci estivo (o si pratica tutt’ora ma in un ambiente totalmente diverso e deteriorato rispetto a prima) che per molti versi ritengo ancor più emblematiche di altre “glaciali” riguardo ciò che sta accadendo sulle nostre montagne in forza del cambiamento climatico in corso. Perché c’è stato un tempo e un clima grazie al quale lassù c’erano piste, impianti, alloggi, migliaia di sciatori, divertimento, godimento – che ciò fosse plausibile o no: ora non c’è più nulla, anzi, c’è proprio un altro luogo rispetto ad allora. Un’altra montagna, un altro paesaggio, un mondo diverso, spesso irriconoscibile, in origine dominio dei ghiacci e del silenzio, poi conquistato e antropizzato dall’uomo il quale ora lo deve gioco forza abbandonare lasciando lassù non solo i segni della sua presenza, non di rado inquinanti, ma pure una visione della montagna e una relazione con le terre alte che non esistono più.

[Immagine tratta dal web.]
Quello sul Ghiacciaio di Scerscen Inferiore, in alta Valmalenco nel gruppo del Bernina, era un comprensorio sciistico estivo per “buongustai”: attivo dagli anni Settanta fino ai Novanta, si raggiungeva percorrendo in jeep un’ardita strada sterrata, stretta, tortuosa e che in certi tratti intimoriva non pochi, fino a circa 2750 m di quota, quindi bisognava salire a piedi per un sentiero altrettanto tortuoso fino a raggiungere il Rifugio Entova, posto sul margine del ghiacciaio e unico alloggio in zona, mentre sci e bagagli salivano con una teleferica. Sullo Scerscen vi erano due skilift che servivano piste non banali (a volte vi si allenava anche la nazionale svizzera di sci) e, soprattutto, poste in uno scenario d’alta quota a dir poco spettacolare, al cospetto delle massime vette del Bernina.

Purtroppo il ghiacciaio di Scerscen ha poi subito un rapido e drastico disfacimento: un tempo tra i più vasti delle Alpi centrali, formando con lo Scerscen superiore un’unica massa glaciale dalla quale fluiva una lingua valliva che scendeva fin quasi a 2100 m, è oggi ridotto a un corpo di ghiaccio grigio, sempre più fratturato da barre e cordoni rocciosi riemersi in superficie, raramente dotato di copertura nevosa e sovente percorso da numerosi torrenti epiglaciali.

Nella foto in testa al post lo si può vedere nel 2019, ripreso dalla vetta del Monte delle Forbici; la cartolina lì sopra, presumibilmente dei primi anni Ottanta, lo mostra in salute con uno degli skilift attivi mentre l’immagine sottostante (tratta da questo interessante video), presa più o meno nello stesso punto ad ottobre 2022, rende l’idea dello stato attuale. L’immagine d’epoca in basso lo ritrae nel 1939 (nota: il tizio a sinistra con gli occhiali è il celebre geografo Giuseppe Nangeroni, uno dei padri della moderna glaciologia italiana): i tratti rossi indicano le linee dei due skilift attivi. Infine l’ultima immagine, presa dallo stesso punto nel 2019, fa capire quanto il disfacimento del ghiacciaio sia sempre più drammatico; la freccia gialla indica la posizione del Rifugio Entova.

[Immagine tratta dal web.]

P.S.: altri ghiacciai ove si praticava lo sci estivo dei quali ho già scritto (in ordine di pubblicazione):