Ma poi, questa mania del gigantismo?

[Crediti dell’immagine: Wellcome Library, London. Wellcome Images, images@wellcome.ac.uk, http://wellcomeimages.org, CC BY 4.0; fonte dell’immagine: commons.wikimedia.org.]
Se dovessi citare una cosa – una mania, una devianza, un disturbo… si può definire in modi diversi ma tutti di simile accezione clinica e “filosofica” – della quale pare proprio che sia afflitta la nostra società contemporanea, tra le prime mi verrebbe da dire il gigantismo.

Già. Fateci caso. Succede un po’ ovunque, ormai.

Gli smartphone, sempre più grandi. Gli schermi televisivi, idem. I centri commerciali, le utilitarie tanto quanto i SUV, i followers sui social, le navi da crociera, le funivie per portare sempre più persone sulle vette dei monti – a suo modo è un’altra forma di “gigantismo”, il turismo di massa. E al proposito di montagne, guarda caso: le mega-panchine di cui ho scritto qualche giorno fa oppure i ponti tibetani, nuova giostra turistica alpina “alla moda”, sempre più alti, più lunghi, più sospesi e via di questo passo. D’altro canto siamo nell’era delle fake news e in fondo anche la pratica tanto diffusa di «spararle sempre più grosse», come si usa dire vernacolarmente, la si può considerare a sua volta un gigantismo – dell’ignoranza e della falsità. In effetti, poi, una tale devianza la si può comunicare in molti differenti modi, io lì sopra ho citato solo i primi che mi sono venuti in mente: basta guardarsi intorno e se ne trovano ovunque numerosi altri.

Ma fate caso pure a un’altra evidenza: dove si manifesta tutto questo gigantismo? Nelle cose sostanzialmente superflue, quasi che la grandezza della taglia sia inversamente proporzionale all’utilità effettiva dell’oggetto in questione. Per dire: non che se ora non abbiamo un televisore da 70 pollici non possiamo vedere la partita della nostra squadra del cuore, no? E ve li ricordate i cellulari degli anni Novanta, che misure avevano? Certo, non erano smart, ma per telefonare servivano comunque. Di contro è vero che se il SUV non è abbastanza grande, lussuoso e potente, non consente al suo proprietario di mettersi in mostra come probabilmente egli desidera. Il gigantismo della vanagloria, in pratica.

Ecco, forse sta proprio qui il nocciolo della questione: il gigantismo consumistico odierno è diretta conseguenza del nanismo culturale della società che lo manifesta. Dove questa viene a mancare di spessore morale, di identità, di coscienza critica, di sostanza nonché, last but non least, di buon senso, ecco che sopperisce con la forma, inevitabilmente sempre più maxi ovvero no limits (stesso principio), appunto. E sono forme che hanno rotto qualsiasi relazione con la loro funzione: una relazione basilare nella logica del fare umano che, ogni qual volta è venuta a decadere e mancare, ha lasciato spazio a danni e rovine. Oggi l’importante è apparire, non l’essere, la funzione (buona e utile) è cosa trascurabile e dunque, ovviamente, più si è giganti meglio si appare e ci si rende visibili. Finché si supera il punto di rottura e, come detto, tutto implode e crolla miseramente nonché inevitabilmente, così che avremo sempre più a che fare pure con un gigantismo delle macerie. Già.

Merkelship

[Immagine tratta da www.tp24.it.]
Tante cose si stanno dicendo e si diranno su Angela Merkel, inutile rimarcarlo, ma tutte quante, io credo, possono essere riassunte in una definizione sola e pressoché indubitabile: è stata il più grande leader europeo degli ultimi tre lustri – lo scrivo al maschile per evitare equivoci e limitazioni di genere – ovvero l’unica/o le cui decisioni, anche quelle più discutibili, abbiano avuto un autentico spessore politico. E che sia stata pure la sola vera leader, nell’Europa di questi anni, non sminuisce affatto la sua grandezza storica, anzi, la rende ancora più evidente e col tempo ne acuirà la mancanza.

Auf Wiedersehen und danke, Frau Merkel!

La condanna perenne di Adamo per Eva

[Immagine tratta da blog.pianetadonna.it, fonte qui.]
Quando leggo e sento per l’ennesima volta notizie riguardanti casi di femminicidio nella maggioranza dei quali l’omicida è il marito, l’uomo che la vittima ha sposato e con il quale formava una famiglia giuridicamente riconosciuta – altrimenti detta “tradizionale”, come impone la morale cristiano-cattolica così diffusa, qui – puntualmente mi ritornano in mente le considerazioni che il cattolicissimo James Joyce scrisse già a inizio Novecento (ne ho già disquisito qui e qui, tempo fa) su come la “famiglia”, per come venga intesa e plasmata da diktat ideologici, luoghi comuni, convenzionalismi e disimpegni morali celati dietro presunte “sacrosante verità” ovvero intrisa di quella «meschinità che pare governare i rapporti umani e in particolare quelli protetti dall’istituzione matrimoniale, che paiono essere privi di un qualsiasi valore» (parole di Joyce, sì), il tutto virato ancora oggi in chiave moralistica e patriarcal-maschiocentrica, conosce (e conosceva già allora, appunto) una cronica, irrefrenabile tanto quanto inevitabile e inquietante decadenza.

In forza di questo suo precarissimo equilibrio, niente affatto primigenio ma indotto nel tempo da tutte le suddette pericolose devianze, che hanno avviluppato e incredibilmente avviluppano tutt’oggi la “famiglia tradizionale” di conformismi e ipocrisie, pretendendo di difenderla ma in verità disgregandone senso e sostanza, appena quell’infido castello artificiale di “verità” perverse costruitole sopra comincia a oscillare, sgretolarsi, perdere pezzi (e non ci vuole molto: basta ad esempio che la donna rivendichi il diritto di essere se stessa, molto semplicemente), ecco che la “famiglia” rapidamente implode, l’equilibrio artificioso si rivela una condizione di sproporzione iniqua e tutta la “moralità” introiettatale dentro a forza inesorabilmente diventa violenta disumanità contro l’elemento femminile che in essa si crede (ancora oggi, ribadisco) inferiore, “legittimamente” sottomesso e fonte della “colpa originaria” – siamo ancora fermi alla storia della maledetta Eva che frega il “probo” Adamo ascoltando il diavolo e cogliendo la mela, insomma. È d’altro canto questa una violenza già ben presente nelle basi del concetto ancora così diffuso di “famiglia tradizionale”, quantunque nessuno di chi lo perpetra e difende avrà il coraggio di ammetterlo: convinzione, questa, smentita (da anni, ormai) dalla realtà dei fatti e dalla sua oggettività criminale – ma l’analfabetismo funzionale al riguardo è a livelli deprecabilmente alti, è noto.

Una tale realtà dei fatti la si ribalta – perché è da ribaltare totalmente, definirla solo da “cambiare” è puro esercizio eufemistico – non tanto con nuove o più severe leggi, come ogni volta si torna a dire (leggi che ci sono già e, a quanto pare, non rappresentano affatto un deterrente in tali situazioni così deviate) ma con tanta, tanta, tanta cultura, da diffondere e sviluppare fin dall’età scolastica per renderla abbastanza forte da eliminare radicalmente quei “centri di pensiero” (politici, religiosi, ideologici, sociali, eccetera) che ancora rappresentano e diffondono le basi ideologiche “tradizionali” al riguardo. E poi la si ribalta pure con tanti, tanti, tanti uomini. Veri, intendo dire, e veramente consapevoli di cosa sia l’uomo nei riguardi della donna e della società formata da entrambi anche a prescindere da formalismi tradizionali a volte ormai culturalmente sterili, e non burattini alienati che in men che non si dica, e in totale assenza di personalità e di reali capacità cognitive (annullate proprio dall’incultura diffusa, vedi sopra), si trasformano in barbari assassini. Uomini veri, sì: tuttavia, roba forse troppo rara da trovare, in certe situazioni della nostra contemporaneità.

Una guida in buona compagnia

È sempre piacevole visitare un luogo dove sai di trovare tanti buoni amici, alcuni conosciuti bene e da tempo, altri che conosci appena ma sai già che li conoscerai meglio quanto prima, altri invece che non conosci affatto e non pensi nemmeno di farteli “amici”, prossimamente, ma che ti fa comunque piacere vedere, lì insieme agli altri in un “assembramento” tanto variegato quanto gradevole e per nulla pericoloso, anzi, solamente e profondamente benefico dacché in un luogo del genere si può diffondere una “pandemia” che di più salubri non ce ne sono. E poi, d’un tratto, ti trovi di fronte ciò che l’immagine qui sopra mostra, comprendi il senso di tutto ciò che stai osservando e con animo leggero pensi: «Ecco perché mi trovo così bene qui, in questa libreria!»

P.S.: perché sì, quella è la guida escursionistico-letteraria Dol dei Tre Signori, che ho scritto insieme a Sara Invernizzi e Ruggero Meles, ospitata in una libreria della catena “Libraccio” nella quale la potere trovare e ovviamente acquistare (grazie di cuore a Loretta Carsana per la fotografia!), oltre che sulle principali librerie on line e, ancora in questo periodo, come allegato del quotidiano “La Provincia di Sondrio”. Per saperne di più al riguardo cliccate qui, oppure cliccate sull’immagine in testa all’articolo per conoscere ogni dettaglio utile sulla guida. Se invece del volume e delle sue narrazioni (scritte e fotografiche) volete godere qualche intrigante pillola, visitate la pagina Facebook “I Cammini di Orobie”.

Il prodigioso Gantrisch

[Copyright: Switzerland Tourism via swiss-image.ch / Roland Gerth.]
Le Alpi sono notoriamente una delle catene montuose più antropizzate al mondo – se non la catena più antropizzata – e lo sono nel bene e nel male: da un lato offrono ancora oggi mirabili esempi (seppur rari, soprattutto rispetto a un tempo) di armonia e equilibrio tra territorio naturale e presenza umana, dall’altro subiscono infrastrutturazioni spesso troppo pesanti e invasive, in primis dove si pretende di adattare il territorio alpino al turismo di massa. Ma ci sono pure, nelle Alpi, delle zone quasi “prodigiose”, se così posso dire, nelle quali il paesaggio alpino si presenta con magnificenza e fascino assoluti nonostante la presenza dell’uomo sia evidente e, ancor più, sebbene città anche grandi e importanti siano in vista, poste a soli pochi km di distanza, mentre di contro il turismo troppo invasivo sembra quasi ignorarle, anche a prescindere che tali territori siano in qualche modo sottoposti a protezione (il che non è un’automatica certezza di salvaguardia dal turismo massificato o da interventi antropici fuori luogo, d’altronde: le Alpi italiane presentano alcuni tristi esempi al riguardo – certe zone del Parco Nazionale dello Stelvio, per dire).

Una di tali zone prodigiose, che ammetto di conoscere poco e che vorrei esplorare meglio, appena possibile, è il Gantrisch, in Svizzera, un territorio montano di carattere prealpino (che prende il nome dalla sua vetta più elevata) designato nel 2012 “Parco Naturale Regionale”, posto tra le città di Friburgo, Thun e Berna la cui periferia meridionale è già posta sul limite del parco. È un luogo veramente sorprendente per come, mantenendo in vista i tetti delle grandi città citate e del loro hinterland urbanizzato, sappia donare una sensazione di naturalità profonda e viva nonché di distacco intenso dal mondo antropizzato, al contempo mostrando chiaramente l’impronta storicizzata della presenza umana sul territorio che tuttavia rivela una relazione con il luogo di rara armonia. E il Gantrisch sorprendente lo è, anche, perché in base ai modelli turistici classici e alquanto opinabili così diffusi sulle Alpi che renderebbero le sue montagne assai sfruttabili in tal senso, lo sono invece quasi per nulla (ci sono solo due piccoli impianti di risalita per sciare d’inverno, per dire), conservando dunque un aspetto che, nel suo equilibrio tra Natura e presenza umana, risulta oltre modo affascinante, quasi poetico oltre che paesaggisticamente (ovvero esteticamente, anche) spettacolare.

Se cliccate sull’immagine in testa al post ne potrete sapere di più, sul “prodigio” del Gantrisch e sul suo Parco Naturale; io poi, ribadisco, prima o poi ci andrò e, nel caso, vi racconterò, ecco.

N.B.: le immagini sono tratte da www.myswitzerland.com.