Colle di Sogno e “La Provincia”

Mercoledì 20 ottobre scorso, sulla pagina del quotidiano “La Provincia” dedicata alla montagna, è uscito un ottimo e completo articolo su Colle di Sogno, sul progetto Un luogo dove re-stare che sto curando con l’Officina Culturale Alpes per il Comune di Carenno e con la collaborazione della locale Pro Loco, e sulla rassegna di eventi che nell’ambito del progetto stanno animando le domeniche di ottobre del sublime borgo prealpino. La pagina la vedete lì sopra e l’articolo nello specifico qui sotto – cliccate sopra ad entrambe le immagini per ingrandirle.

Ringrazio di cuore Paolo Valsecchi, autore dell’articolo e cronista sempre attento e sensibile, per aver ben raccontato quanto stiamo facendo a Colle di Sogno cogliendo lo spirito e la visione del progetto, oltre che per essere stato presente a Colle, domenica 17 in occasione dell’incontro con lo scrittore ed esploratore Franco Michieli, così potendo constatare di persona la qualità degli appuntamenti proposti nella rassegna.

A proposito: domenica 31 ottobre a Colle di Sogno c’è Tiziano Fratus con La Foresta Interiore! Avete già e avrete di nuovo qui sul blog tutti i dettagli per saperne di più e partecipare, altrimenti potete cliccare qui e magari prenotarvi per l’evento. Che è assolutamente da non perdere, ça va sans dire!

Tiziano Fratus a Colle di Sogno, domenica 31

Un altro notevole personaggio animerà il terzo appuntamento della rassegna autunnale del progetto “Colle di Sogno. Un luogo dove re-stare” e il paesaggio del sublime borgo prealpino: Tiziano Fratus. Poeta, scrittore, dendrosofo, opinionista per diversi quotidiani e in queste settimane curatore della rubrica “Alberi Millenari” per la trasmissione “Geo” su Rai 3. Il suo percorso d’autore intitolato La Foresta Interiore vi offrirà un’esperienza intensa e immersiva nei bellissimi boschi di Colle di Sogno e ancor più in voi stessi: per scoprire stando dentro al bosco che gli alberi stanno dentro di noi. Seguirà, dopo pranzo, l’incontro-chiacchierata nel quale verrà presentato il nuovo libro di Fratus, Alberi Millenari d’Italia, in uscita proprio oggi.
Sarà proprio un onore e un vero piacere ospitare un personaggio importante e illuminante come Tiziano Fratus a Colle di Sogno, un piccolo borgo di montagna che sa regalare una montagna di grandi emozioni, anche così.

Vi ricordo che il percorso d’autore del mattino è a prenotazione obbligatoria con Green Pass e si svolgerà con qualsiasi condizione meteo (be’, a meno che ci sia un tifone tropicale o una bufera di neve antartica): sappiate che ci sono già molti iscritti, di posti disponibili ne sono rimasti pochissimi. Per prenotarvi cliccate qui oppure scrivete a prenotazioni@alpesorg.com oppure Whatsapp al 333.772.18.64. L’incontro/chiacchierata delle 14.30 nella piazzetta di Colle di Sogno è invece a partecipazione libera; in caso di maltempo avremo a disposizione i suggestivi locali della vecchia scuola del borgo. C’è anche la possibilità di pranzare presso la Locanda di Colle di Sogno ma anche qui i posti sono limitati: prenotazione diretta al 0341/610021.

Insomma: un altro appuntamento imperdibile, senza dubbio alcuno!

Era domenica 17 ottobre, a Colle di Sogno…

Immagini dal secondo appuntamento della rassegna autunnale Colle di Sogno. Un luogo dove re-stare: il “percorso d’autore” condotto dal rinomato scrittore, geografo e esploratore Franco Michieli domenica scorsa, 17 ottobre, a Colle di Sogno.

Per saperne di più sulla rassegna e sui prossimi eventi cliccate qui.

(Il bel servizio fotografico è di ©Alessia Scaglia, fotografa ufficiale della rassegna, che ringrazio molto. Cliccateci sopra per ingrandirle.)

Il CAI e l’industria dello sci

Anche il Club Alpino Italiano, pur con i suoi a volte “pachidermici”[1] tempi, a novembre 2020 ha espresso la propria posizione riguardo la questione dell’industria dello sci su pista e del suo futuro prossimo con il documento Cambiamenti climatici, neve, industria dello sci, il cui frontespizio vedete qui sotto (fateci clic per aprire il pdf e leggere il documento nella sua interezza). Sarebbe stato valido, tale documento, per la stagione invernale scorsa che tuttavia, a causa della pandemia, è saltata: dunque viene utile ora e per questo ve lo propongo, con l’inverno che si avvicina e con un protocollo governativo (sul quale ho già disquisito da par mio in questo articolo) che salvo cataclismi garantirà la riapertura di impianti e piste.

Nel documento in verità il CAI giunge a conclusioni poco risolute[2] e tralascia di analizzare alcune componenti fondamentali della realtà dei territori di montagna (quella culturale e antropologica, ad esempio, che è invece basilare per “legare” gli abitanti vecchi e nuovi dei monti ai luoghi vissuti facendone i primi e più consapevoli custodi e membri di una cittadinanza attiva che non può non essere coinvolta nei processi di sviluppo e gestione di propri territori. Un tema disquisito in modo approfondito proprio da un past Presidente Generale del CAI, Annibale Salsa, nel suo recente libro I Paesaggi delle Alpi) ma di contro offre una disamina pratica della questione certamente completa e in tal senso molto utile a chiunque voglia conseguire una minima ma già compiuta conoscenza della questione stessa.

Uno dei passaggi più significativi del documento CAI è quello che apre il paragrafo 6, dedicato alle “Strategie alternative” di sviluppo delle località turistiche montane, che può ben rappresentare un sunto programmatico del futuro che attende tali territori di montagna:

In questa situazione di stagnazione duratura del mercato sciistico, forte concorrenza internazionale, cambiamenti climatici in corso e conflitti con la protezione della biodiversità, è necessario profilare un tipo di sviluppo delle aree montane che proponga una riflessione profonda sull’economia dello sci da discesa e, nel contempo offra delle valide alternative alle comunità di montagna, ovunque risiedano e indipendentemente dalla presenza di impianti di risalita.

Si indica una necessità, non solo ineluttabile ma ormai sempre più pressante, che chiunque abbia un minimo di attenzione e sensibilità riguardo ciò che osserva e coglie sulle nostre montagne riconosce in questo modo ma che di contro l’industria dello sci, e la gran parte della politica che per propri interessi le è a fianco, continua a ignorare quando non a negare. Ciò nonostante una notevole messe di numeri certi (quelli che segnalano la consistenza dei cambiamenti climatici, ad esempio, oppure quelli in rosso dei bilanci di tantissime stazioni sciistiche, mantenute artificialmente aperte da iniezioni di denaro pubblico). Eppure, per quanto mi riguarda, non c’è affatto da invocare la sparizione dello sci su pista, ma c’è assolutamente da invocare che lo sci su pista si renda consapevole della realtà di fatto del mondo che ha intorno e vi si adegui di conseguenza (è per il suo bene e la sua sopravvivenza, d’altronde), così come c’è che i politici, al solito lontanissimi da tale realtà di fatto (anche quelli locali, spesso), si devono rendere conto una volta per tutte che il procrastinare certe strategie turistico-commerciali obsolete e ormai fallimentari solo per difendere le proprie “posizioni di potere” (se così si possono definire) non sta affatto aiutando la montagna ma, al contrario, la sta soffocando definitivamente.

Ben venga dunque questa ulteriore presa di posizione del Club Alpino Italiano sulla questione, nella speranza che finalmente la realtà delle nostre montagne possa riequilibrarsi e armonizzarsi con il tempo che viviamo e su una buona via verso il futuro. Di contro augurandoci pure che nel frattempo, e magari con la scusa delle prossime Olimpiadi di Milano-Cortina, non si compiano ulteriori e probabilmente definitivi oltraggi alle montagne italiane!

[1] Non me ne vogliano gli amici caini, ma non di rado il CAI si è dimostrato assai “ministeriale” e ben poco reattivo nei confronti di temi importanti e critici per i territori di montagna, peraltro assumendo in certi casi posizioni vaghe quando non ambigue.

[2] Appunto, vedi nota 1.

Ci sono i draghi, lassù?

Quand’ero ragazzino, coi genitori passavo le vacanze d’agosto in una località di montagna posta sul confine con la Svizzera. Un giorno – avrò avuto nove o dieci anni – con mio padre e un amico di famiglia effettuai un’escursione fin su una sella a oltre 2000 m di quota oltre la quale la vallata scendeva in territorio elvetico. Su quella sella era dunque posto il confine e, giunti in prossimità di esso, mio padre mi raccomandò di stare attento a non andare oltre, per evitare eventuali “guai” e ripercussioni di sorta. Allora non erano ancora in vigore gli accordi di Schengen, le dogane lungo i collegamenti stradali erano attive, i controlli scrupolosi, e sui rischi legati all’oltrepassare il confine seguendo le vie secondarie giravano leggende metropolitane – o “metroalpine”, potrei dire – d’ogni genere: dalle guardie confinarie a cavallo acquattate dietro le rocce che bloccavano all’istante chiunque lo superasse, alla detenzione altrettanto immediata, addirittura ai colpi d’arma da fuoco legati soprattutto al fenomeno degli spalloni, i contrabbandieri che per buona parte del Novecento commerciavano illegalmente beni italiani con merci svizzere. Era come se lassù, su quell’ampia sella tra i monti, vi fosse realmente un muro invalicabile, una linea rossa tracciata sul terreno esattamente come sulle mappe che generasse un “di qua” e un “di là” inequivocabili, una demarcazione netta e indiscutibile. Ovvio che io stavo ben attento a non trasgredire le raccomandazioni paterne, quantunque il fascino dell’andare oltre, dell’infrangere le prescrizioni dettate dalle regole era forte. Ma, metti caso che quelle leggende fossero vere…
Hic sunt dracones, insomma. Come ci fossero stati pericolosissimi draghi, oltre il crinale.
In verità, il mio sguardo curioso e ingenuo di ragazzino affascinato dal paesaggio selvaggio dell’alta montagna di linee rosse sul terreno non ne vedeva. Né vedeva muri, reticolati o che altro; solo qualche piccolo cippo qui e là confuso tra le rocce, che peraltro erano del tutto uguali sia da una parte che dall’altra. Stesso paesaggio, stesse montagne, identica orografia, col sentiero sul fondovalle che da qui andava di là. Tuttavia il confine lo sentivo, nella mente, in forza di tutte quelle voci e delle relative raccomandazioni che lo rendevano presente, come se realmente una qualche barriera vi fosse. Ed essendo percepito nella mente, era pure lì sul terreno.
Anche se non c’era nulla. Tanto meno c’erano i draghi, ça va sans dire.
Rimase a lungo viva, quella costruzione mentale indotta, almeno finché non presi ad andare per monti in età adulta portandomi nello zaino, oltre ai viveri, un bagaglio culturale maggiore e più consapevole, anche dal punto di vista geografico ovvero geopolitico. Quando cioè vidi che non c’era nulla da vedere, sul terreno, niente linee o che altro, mentre tutt’intorno osservavo un unico paesaggio nel quale venivano in contatto “due” (giuridicamente) spazi abitati, peraltro conformati da una pressoché identica cultura che da secoli si muoveva lungo le vie che attraversavano quel territorio da una parte all’altra e viceversa, alimentandone le società per la cui determinazione l’unico con-fine era quello fisico, del passo alpino da superare.
Hic absunt dracones, già.

Questo è un brano tratto dal mio saggio Hic absunt dracones presente nel volume Hic Sunt Dracones di Francesco Bertelé, (postmedia books 2020), che è parte integrante dell’omonimo progetto a cura di Chiara Pirozzi realizzato grazie al sostegno dell’Italian Council (4a Edizione, 2018), programma di promozione di arte contemporanea italiana nel mondo della Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero per i Beni e le Attività Culturali e per il Turismo.
Per saperne di più sul volume e su come acquistarlo, cliccate sull’immagine della copertina qui accanto.