Il Percorso Libropedonale di Songavazzo

Arrivo purtroppo con deprecabile ritardo ma spero non oltre tempo massimo per segnalarvi una bella e esemplare iniziativa che verrà inaugurata domani (alle ore 11) a Songavazzo, piccolo comune posto in uno degli angoli più belli della montagna bergamasca, in bella vista della “Regina” Presolana: il Percorso Libropedonale di Songavazzo, un progetto che si propone di valorizzare il territorio di Songavazzo dal punto di vista turistico e culturale attraverso la letteratura e segnalando l’“alta concentrazione di lettura” presente in loco. Nel 2011 viene infatti inaugurata la Cà di Leber (“Casa dei libri” in lingua bergamasca), tra i primi esempi di bookcrossing presenti sul territorio nazionale, alla quale si uniscono nel 2014 le quattro Casette dei Libri, realtà fortemente volute e progettate proprio al fine di permettere un’ampia condivisione culturale a residenti e turisti. Il Percorso è stato infatti pensato per collegare tutte e quattro le Casette presenti sul territorio, intersecando la loro natura letteraria ad alcuni luoghi panoramici e a monumenti di interesse storico-artistico. Il fil rouge che collega tutto il progetto è costituito da brani scritti da diversi autori che hanno trovato spunto proprio dal paesaggio di Songavazzo per le proprie opere, dalla storia all’arte presente nel Paese.

[La Cà di Leber. Immagine tratta da qui.]
Il Percorso Libropedonale di Songavazzo prevede nove soste intervallate dalle quattro Casette dei Libri segnalate da appositi leggii sui quali si potranno leggere i brani letterari proposti. Vari sono gli autori che hanno partecipato al progetto, proponendo brani inediti od estratti delle loro opere già pubblicate. Tramite il QR Code presente nella grafica dei pannelli di ogni tappa, si potrà accedere alla pagina dedicata al percorso sul sito di Borghi della Presolana e qui ascoltare direttamente la lettura integrale dei brani dalla voce degli autori stessi. Oltre alle letture, ogni pagina contiene tutte le informazioni storico-artistiche relative al territorio e alcune notizie sugli autori che hanno partecipato al progetto: Lorenza Garbarino, Quinto Antonelli¸ Giuliano Covelli, Grazia Milesi, Oriana Bassani, Andrea Cammelli, Laura Benzoni, Urmila Chakraborty e il caro amico Davide Sapienza, imprescindibile Nume tutelare di questi luoghi orobici che abita da tempo nonché di innumerevoli altri paesaggi, e che ringrazio per avermi segnalato il progetto.

Sulla locandina lì sopra trovate le principali informazioni sull’evento, mentre qui potete leggere il relativo comunicato stampa.

Sabato 21 maggio a Barzago

Sabato 21 maggio, alle 14.30, avrò l’onore e il piacere di accompagnare Franco Michieli nella sua “passeggiata letteraria” per il ciclo Storie in quota. Racconti e discussioni tra libri e montagne organizzata a Barzago (Lecco) dal Comune e dalla locale Biblioteca. Si tratterà di una vera camminata, semplicissima tanto quanto suggestiva, nel territorio barzaghese, che al netto dell’antropizzazione inesorabile e sovente deprecata della Brianza conserva delle oasi silvestri che sono il retaggio del primordiale, rigoglioso ambiente naturale che contraddistingueva queste zone nel passato, facendo del vagabondare in esse un’esplorazione emblematica tra storia e geografia. E praticare tale vagabondaggio con una guida d’eccezione come Franco Michieli, scrittore, geografo, alpinista e in primis esploratore tra i più autentici e originali in assoluto, assicura ai partecipanti il dono di un’esperienza affascinante, profonda e illuminante.

Per qualsiasi ulteriore informazioni potete consultare il sito web del Comune di Barzago, nel quale trovate anche i relativi contatti. Se potrete partecipare, ve l’assicuro, passerete un pomeriggio probabilmente memorabile.

L’abominevole uomo delle (nostre) nevi

[Il famoso filmato “Patterson-Gimlin”, del 1967, nel quale sarebbe stato ripreso un Bigfoot. Fonte dell’immagine: https://it.wikipedia.org.]
In un articolo di qualche settimana fa, “Il Post” ha raccontato la leggendaria storia dei cosiddetti abominevoli uomini delle nevi, in particolare del Bigfoot o Sasquatch, del celebre Yeti e di altre creature selvagge di aspetto antropomorfo, i cui miti sono presenti un po’ ovunque sul pianeta e soprattutto nei territori di montagna. Infatti, anche sulle Alpi “dimorano” molte di queste creature misteriose, soprattutto nelle fogge degli uomini selvatici o wilder mann, le cui testimonianze vernacolari si possono ritrovare in ogni angolo della regione alpina. I territori della Dol dei Tre Signori, tra lecchese, bergamasca e Valtellina non fanno eccezione, d’altro canto offrendo un alto tasso di elementi leggendari e mitografici; anzi, le montagne della Dol custodiscono la presenza di una delle più celebri di tali creature, l’Homo Salvadego, raffigurato in un altrettanto celebre affresco (lo vedete qui sotto) a Sacco in Val Gerola, laterale orobica della Valtellina. Dunque, noi  autori (Sara Invernizzi, Ruggero Meles e lo scrivente) della guida “Dol dei Tre Signori”, nella quale abbiamo raccontato per quanto possibile l’intero territorio in questione, non potevamo certamente esimerci dal segnalare – pur succintamente, per inesorabili ragioni di spazio – questa leggendaria e affascinante presenza, tanto peculiare del territorio quanto assolutamente affine all’iconografia e all’archetipo classico dell’uomo selvatico diffusi in tutte le Alpi:

[L’Homo Salvadego della Val Gerola; ingrandite l’immagine per apprezzarla meglio. Fonte: www.ecomuseovalgerola.it.]

Ecco, caro viaggiatore, stai per arrivare a Sacco, e questa volta il cammino senza indugi attraversa il paese e ti porta proprio nella piazza della Chiesa Parrocchiale di San Lorenzo. Sei a due passi da uno dei gioielli più preziosi dell’Ecomuseo della Val Gerola: la famosa Camera Picta di Casa Vaninetti, fatta affrescare nel 1464 da “Augustinus de Zugnonibus” a tali “Simon et Battestinus pinxerunt”, l’uno il committente e gli altri autori dell’opera i cui nomi consunti si possono intuire sopra e sotto la stessa. Oggi è un accogliente museo che racconta la ricchezza e il livello di civiltà di questa contrada e della valle nel Quattrocento. Il gioiello più stupefacente custodito in esso è il dipinto, sito accanto alla porta d’ingresso, che raffigura tra le altre cose un’immagine dell’“Homo Salvadego”, ricoperto di folto pelo e con un nodoso bastone tra le mani nel mentre che declama la famosa frase “Ego sonto un homo salvadego per natura, chi me ofende ge fo pagura” scritta come fosse un fumetto accanto al suo volto irsuto. L’Homo Salvadego è uno dei personaggi leggendari di cui si narra nell’intero arco alpino con diverse denominazioni ma uguale essenza, simbolo di una Natura che sa essere amica o nemica a seconda di come la si tratti: spesso è a questa figura che si attribuisce di aver insegnato agli uomini che si sono insediati sulle montagne i segreti dell’arte casearia e anche lui, come il Gigiat che forse incontrerai e di cui parleremo quando sarai giunto più a valle, è spesso collegato ai cicli vitali della Natura, dunque alla relazione sussistenziale degli abitanti dei monti con l’ambiente naturale.

Tale necessaria ma meditata brevità di cenni è d’altronde ben bilanciata dalla presenza di numerose notizie in rete sull’Homo Salvadego dei monti della Dol: le migliori delle quali, comprensibilmente, sono quelle riferite dal sito web dell’Ecomuseo della Val Gerola, e le trovate qui; riguardo il mito dell’Uomo Selvatico in generale e sul suo valore culturale in relazione ai territori alpini, potete invece trovare un altro mio contributo qui. Sull’altra creatura leggendaria citata nel brano sopra pubblicato, il Gigiat, a sua volta peculiare e archetipica, magari tornerò più avanti. Infine, per saperne di più sulla guida “Dol dei Tre Signori” e su come/dove/perché acquistarla, date un occhio qui o cliccate sull’immagine qui accanto.

Ah, un’ultima cosa: nonostante la cospicua frequentazione delle montagne della Dol da parte di creature misteriose e in certi casi apparentemente spaventose, non si segnalano negli ultimi anni incidenti o episodi spiacevoli a persone e cose, dunque potete camminare tranquillamente lungo la Dol e meravigliarvi della bellezza dei suoi paesaggi senza timore alcuno, ecco. Semmai, se d’improvviso un Homo Salvadego spunterà dal folto del bosco e vi si parerà davanti, non ofendetelo, appunto, e vedrete che lui non ve farà pagura!

La libertà non è limitabile

[Foto di Matej Rieciciar da Unsplash.]

Non vi è confine d’alcun genere e fisicità, giuridico o meno, che possa realmente limitare la libertà degli individui, sia chiaro. E nemmeno vi è un limite concettuale, mentale, culturale, se la libertà prima e più grande di cui l’uomo gode è quella del pensiero. Quando il nostro mondo, invece, genera limiti e confini in primis nella forma di costruzioni mentali, da cui trarne inevitabilmente altrettante “fabbricazioni” materiali, manifesta senza alcun dubbio una grave carenza di libertà. Dalla quale scaturisce l’accezione separativa e non connettiva del termine “confine”, resa dogma geopolitico da qualche secolo a questa parte, donando la “libera” (dacché autoproclamata e autoalimentata) dominazione dei territori geografici ai potenti del mondo e di contro generando la devastazione dei soggetti collettivi e sociali sottoposti a quelle demarcazioni territoriali, con tutto quanto di culturalmente conseguente.
Ma la libertà naturale dell’individuo, appunto, non è limitabile. La stessa libertà che al principio della storia della nostra specie ha spinto l’uomo primitivo a uscire dalle caverne e sganciarsi dalla protezione offerta da esse, dunque a sconfinare da quei limiti che demarcavano la vita e la cognizione del mondo per cominciare a scoprire il territorio al di là della soglia e allargare la visione verso un nuovo e illimitato orizzonte, a segnarvi le prime tracce di passaggio, di transito e comunicazione, a identificarsi nella sua geografia e di rimando facendo che il territorio si identificasse e conformasse nel suo moto, ponendo in tal modo le basi fondamentale per la costruzione della civiltà umana – quella libertà primordiale è in fondo la stessa, genetica, che anima qualsiasi azione dell’uomo nei secoli fino ai giorni nostri. È la stessa che, ad esempio, porta un uomo a salire lungo una repulsiva parete verticale di montagna rischiando pericoli mortali e sopportando notevoli fatiche psicofisiche per conseguire un mero appagamento ludico (pur se poi elaborato in modi diversamente più profondi) che lo faccia sentire più vivo, ed è la stessa che di contro spinge masse di persone ad abbandonare le proprie terre natie e affrontare azzardate traversate marine o terrestri sfidando pericoli mortali e sopportando notevoli fatiche psicofisiche per cercare altrove né più né meno che una vita migliore, più dignitosa, che le faccia sentire più vive.
È la liberta di ribaltare la visione ordinaria delle cose, il corso degli eventi, la sorte apparentemente prestabilita, l’ordine e la prassi, di destabilizzare la realtà quand’essa sia delimitata da barriere e ostacoli che si possono superare ma che è “stabilito” non si debba fare.

Questo è un brano tratto dal mio saggio intitolato Hic absunt dracones presente nel volume Hic Sunt Dracones di Francesco Bertelé, (Postmedia books, 2020), che è parte integrante dell’omonimo progetto a cura di Chiara Pirozzi realizzato grazie al sostegno dell’Italian Council (4a Edizione, 2018), programma di promozione di arte contemporanea italiana nel mondo della Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero per i Beni e le Attività Culturali e per il Turismo.
Per saperne di più sul volume e su come acquistarlo, cliccate sull’immagine della copertina qui accanto.

I draghi del Pilatus

[Foto di Peter Wormstetter da Unsplash.]

Nel Medioevo si credeva che tra le crepe rocciose del Pilatus fossero abitate da un drago benevolo. Nell’estate del 1421 un gigantesco drago sorvolò il Pilatus e precipitò così vicino al contadino Stempflin che egli perse i sensi. Quando si riprese trovò un grumo di sangue rappreso e la pietra di drago accanto a sé, i cui effetti guaritori furono confermati ufficialmente nel 1509. (…) Alle prime ore dell’alba del 26 maggio 1499, a Lucerna si poté ammirare uno spettacolo meraviglioso: dopo un temporale terrificante un enorme drago senza ali emerse dalle acque selvagge della Reuss, nei pressi della Spreuerbrücke. Probabilmente la creatura era stata sorpresa dal temporale, le cui acque l’avevano trascinata dal Pilatus al torrente Krienbach, che sfocia nella Reuss sotto la chiesa dei Gesuiti. Numerosi cittadini onorevoli ed eruditi garantirono l’autenticità di questa storia.

lucerna_book1_800Questo è un brano – ovviamente composto dalla citazione di una celebre leggenda – tratto dal mio libro

Lucerna, il cuore della Svizzera
Historica Edizioni, 2016
Collana Cahier di Viaggio
ISBN 978-88-99241-94-0
Pag.167, € 10,00

Il Pilatus è LA montagna di Lucerna. La si può ammirare da qualsiasi punto della città, alla quale fa da immancabile e spettacolare quinta scenografica, rappresentando al contempo un possente fulcro montano attorno al quale ruota tutto il territorio tra il centro urbano, la sua periferia e la parte nordoccidentale del Lago dei Quattro Cantoni del quale, essendo l’ultima importante vetta delle Alpi verso settentrione, caratterizza in modo decisamente alpino il paesaggio. Ma la sua prossimità alla città ha reso pure il Pilatus un generatore e un attrattore di numerose leggende e mitologie, ovvero un contesto ideale, e idealmente arcano anche grazie alle sue caratteristiche ambientali, per farne la sede di molteplici apparizioni misteriose e sovrannaturali – e quella del drago non è affatto l’unica, come potrete scoprire leggendo il mio libro…

Ecco: per saperne di più, sul libro, cliccate sull’immagine della copertina lì sopra.