I ghiacciai che verranno giù

[Foto © CNSAS.]

Il Paul prende la pala che gli passa il Georg, la notte scorsa si è staccata la lingua del ghiacciaio, dice, hanno sentito il boato anche in fondo alla valle, la Claire mi ha fin svegliato per dirmi che ci stava arrivando addosso e mi ha abbracciato tutto come se ci restasse solo quella notte lì, di un bello che non ti dico, e sorride tra sé, tra qualche anno se guardiamo su il nostro bel ghiacciaio non lo vediamo più, se ne sarà andato per sempre, altro che eterno, l’unica riserva che ci resta sono le storie, al massimo puoi raccontare com’era.

(Arno Camenisch, Ultima neve, Keller Editore, 2019, traduzione di Roberta Gado, pag.68.)

Mi è capitato di nuovo sotto gli occhi questo brano di Arno Camenisch (il libro da cui è tratto lo vedete qui accanto) il quale m’ha fatto riflettere sul fatto che, forse, la terribile estate 2022, iniziata a fine aprile con la sua siccità estrema e il caldo infernale, è finalmente terminata, lasciandosi dietro una scia di disastri di varia entità nonché, purtroppo, alcune terribili tragedie climatiche come quella della Marmolada, caso estremo di una stagione che per i ghiacciai si è rivelata la più drammatica da almeno due secoli a questa parte, ovvero da quando sono iniziate le misurazioni glaciologiche. Quasi che lo scrittore svizzero in quel passaggio si fosse immaginato, o avesse facilmente previsto, gli accadimenti alpestri dell’anno in corso così attinenti alle sue parole più di quanto accaduto negli anni scorsi, che già hanno registrato diffusi sfaceli montani più o meno cospicui e angosciosi.

In effetti abbiamo temuto, per tutta questa lunga estate e in forza della situazione climatica, altri crolli di porzioni di masse glaciali un po’ ovunque sulle Alpi e altri drammi conseguenti come quelli della Marmolada; d’altro canto di frane in quota dovute in gran parte allo scioglimento del ghiaccio interstiziale (il permafrost) se ne sono registrate moltissime, fortunatamente senza troppi danni a cose e persone. Nell’estate appena terminata “scopriamo” – o, per meglio dire, constatiamo inesorabilmente – una montagna ancora più fragile di quanto si potesse temere, ancora più in balia delle conseguenze dei cambiamenti climatici, percependola fatalmente più “pericolosa” e ciò suo malgrado, in fondo, prima che nostro malgrado – anche se per forma mentis diffusa ci viene semplice definirla “colpevole” di ciò che di funesto accade, come dimostrano di frequente i titoli dei giornali che in quelle circostanze utilizzano formulazioni assai cretine come «montagna assassina» o altre affini. Una montagna che, per tutto questo, si mostra ancora più bisognosa della nostra cura e della più approfondita consapevolezza diffusa riguardo le peculiarità del suo ambiente, soprattutto (anche se trattasi di avverbio fin troppo utopista, temo) ove sia una montagna sottoposta alle dinamiche del turismo di massa. Questa consapevolezza deve anche considerare l’evidenza che le montagne, così come ogni lembo della superficie della Terra, sono soggette a cambiamenti geomorfologici nel corso del tempo per le più varie ragioni: è un aspetto della Natura la cui portata si fa storia che poi sono gli esseri viventi a dover comprendere, capire, ricordare, strutturare in memoria, preziosa esperienza, conveniente resilienza.

Fortunatamente, nell’estate da poco conclusa, di altri ghiacciai non ne sono più crollati, almeno con conseguenze tragiche (sorprendentemente, viste le condizioni05), ma la realtà climatica che già viviamo e che ci aspetta negli anni futuri faranno di tali casi una possibilità viepiù frequente. Il pericolo maggiore al riguardo non è quello “ineluttabile” dato dalla condizione delle montagne dettata (anche e in misura sempre maggiore) dalle conseguenze dei cambiamenti climatici, ma dalla nostra potenziale incapacità di comprenderne l’entità attuale e futura e la necessità di agire collettivamente per mitigarne gli effetti, da un lato, e di riequilibrare la nostra relazione con i territori montani dall’altro. D’altronde siamo noi esseri umani, che peraltro abbiamo le nostre belle colpe per l’acuirsi attuale di certi rischi ambientali sui monti, a definire e configurare la stessa nozione di “pericolo” – noi che saliamo alle alte quote in bermuda e infradito e poi inorridiamo quando lassù qualcuno ci lascia le penne ovvero che passiamo in un attimo dal considerare le montagne un confortevole paradiso a temerle come un incubo infernale… Ma le montagne con le loro pareti, le pietraie, le guglie, i ghiacciai, comunque crolleranno prima o poi, che accada domani o tra un milione di anni, per cause naturali oppure artificiali e che se ne percepisca il pericolo o meno. Coniugare e contestualizzare quella nozione nella nostra relazione con i monti può contribuire a rendere il loro valore e la loro bellezza eterni anche nel nostro bagaglio culturale più di quanto le nevi da sempre parimenti definite, “eterne” (definizione sinonimica scolastica di “ghiacciai”, lo saprete), oggi non lo sono più, e allo stesso modo possono permetterci di coltivare la più edotta e proficua consapevolezza diffusa a favore delle montagne e del loro paesaggio. Che potranno variare, modificarsi, rovinarsi o quant’altro ma sono e saranno sempre uno dei più preziosi e fondamentali patrimoni donati all’umanità, finché questa esisterà.

Quando sulle Alpi c’erano posti vietati ai cani e agli italiani

Per tanti secoli le montagne non hanno rappresentato affatto un elemento di divisione tra le genti che le abitavano, ma di solida unione. Spinti dalla curiosità di scoprire cosa c’era dall’altra parte, le comunità alpine hanno viaggiato continuamente da un versante all’altro dei loro monti intessendo rapporti sociali e commerciali, legami affettivi, relazioni culturali, senza che mai quei monti rappresentassero un “confine”. Anzi: «Alpi come cerniera» di unione tra le genti, per usare una definizione particolarmente azzeccata, e per giunta senza conflitti o quasi. Poi, dalla fine dei Seicento, per meri fini di potere geopolitico, in Europa si è imposta la dottrina cartesiana dello spartiacque come elemento di determinazione dei confini dei vari stati alpini, che ha trasformato le montagne in baluardi naturali ai quali demandare la difesa dei territori statali ovvero, di contro, affidando loro il contenimento delle genti e la limitazione delle libertà di transito e di relazione. Così, ove un tempo vi erano amicizia, armonia, relazioni vicendevolmente proficue, si sono generate diffidenza, avversione, ostilità e, inevitabilmente, scontri bellici: inutile rimarcare che la Prima Guerra Mondiale, per quanto ci riguarda, è stato un conflitto prettamente “alpino” nel quale si sono ritrovati dalla parte opposta del fronte a spararsi addosso soldati che fino a qualche tempo prima vivevano da montanari in vallate adiacenti in perfetta concordia.

La realtà sopra sommariamente citata si manifestò un po’ ovunque, lungo la catena alpina, e un recente film d’animazione racconta una di queste storie, accadute intorno alla fine dell’Ottocento quando nelle vallate alpine francesi dirimpettaie a quelle italiane erano diffusi cartelli con sopra scritto Vietato ai cani e agli italiani (Interdit aux chiens et aux italiens nell’originale francese), frase che è diventata il titolo dell’apprezzatissima opera del regista Alain Ughetto, che ha vinto il premio della giuria e il “Prix Fondation Gan à la Diffusion 2022” all’ultimo Annecy International Animation Film Festival, svoltosi lo scorso giugno nella città francese.

Grazie a un’affascinante animazione in stop motion con pupazzi, il film racconta la storia di Cesira e Luigi, una coppia di emigranti italiani che negli anni Venti dello scorso secolo partono alla ricerca di una vita migliore in Francia, lasciandosi alle spalle le vallate alpine italiane e il loro villaggio natale di Ughettera, in Piemonte.  Arrivati sul versante francese, devono fare i conti con il razzismo della popolazione locale, di frequente manifestata dal messaggio che alcuni esercizi pubblici esponevano al loro esterno che, come detto, è diventato il titolo del film.

Come racconta lo stesso Alain Ughetto, «Prima di morire mio padre mi ha parlato di un villaggio in Piemonte i cui abitanti avrebbero tutti il nostro cognome. Incuriosito dall’origine misteriosa di questo cognome, sono andato sul posto, dall’altro lato delle Alpi, a Ughettera, “la terra degli Ughetto”. Chi erano queste persone? Come hanno vissuto? Che cosa le ha fatte andar via e dove sono andate? Grazie alle testimonianze di contadini piemontesi nati alla fine del XIX secolo, rievoco il percorso di mio nonno, nato nello stesso luogo e nello stesso periodo, ed emigrato in Francia come migliaia d’altri italiani. E nel mio studio ridò vita a questo mondo scomparso, questa civiltà contadina che era quella dei miei nonni, il “ mondo dei vinti”, come lo chiama Nuto Revelli che ne ha raccolto le ultime parole. Mettendo le mani nella pasta modellabile, ritrovando i loro gesti di lavoro, di vita, di sopravvivenza, mi interrogo sul lavoro stesso delle mie mani. Che cosa mi resta di loro, delle loro tecniche, del loro saper fare, dei loro paesaggi, della loro lingua, del loro immaginario? Che cosa è ancora vivo, in me, di questo mondo scomparso?»

Vietato ai cani e agli italiani è un’opera assolutamente emblematica riguardo l’evoluzione, o l’involuzione, della relazione che per lungo tempo le genti alpine hanno dovuto formulare con i territori montani abitati in forza di poteri politici del tutto avulsi dalle realtà montane e dalla storia delle comunità residenti. Di contro, l’opera di Ughetto segnala la necessità di recuperare sempre più quella dote di “cerniera” che le Alpi, e le montagne in generale, hanno manifestato a chiunque le abbia frequentate e le frequenti, sia da abitante stanziale e sia da visitatore occasionale, rispetto ai versanti geograficamente contrapposti ma anche in merito al rapporto tra montagne e città. Ciò al fine di riattivare quella rete socioculturale (la metromontagna, per usare la definizione di Giuseppe Dematteis) che deve – dovrebbe – stare alla base dello sviluppo virtuoso condiviso dei territori alpini in questa nostra epoca per molti aspetti problematica – lo stiamo vedendo già ora quanto lo sia – per strutturare la migliore resistenza possibile e rigenerare in maniera compiuta le comunità alpine in ogni aspetto della quotidianità vissuta.

Per saperne di più sul film, cliccate sull’immagine in testa all’articolo.

Perché saliamo sulle montagne?

[Foto di Félix Lam da Unsplash.]
Perché andiamo in montagna?

Penso che una domanda del genere, quelli che come me frequentano con una certa assiduità le terre alte se la saranno fatta, almeno una volta. Ma anche più d’una, probabilmente.

Perché è bello, per la sensazione di libertà, per panorami vasti e orizzonti lunghi, per mero diletto, per fare sport, perché ci vanno gli amici, per immergersi nel sublime, per respirare aria buona… di possibili risposte a quella domanda potrebbero essercene tante quante vette hanno le montagne o quasi, suppongo. Anche perché ciascuno potrebbe formulare una propria risposta che, nella sua singolarità, sarebbe valida e buona come ogni altra.

Personalmente, considerando l’andare per i monti nella sua forma più classicamente compiuta, cioè il salire fin sulle loro vette, mi si genera in mente l’immagine che la montagna rappresenti una sorta di forma capovolta che rappresenta simbolicamente me che la salgo: il corpo montuoso come un cono con il suo apice – la vetta, appunto – che capovolto diventa un imbuto con un fondo appuntito che lo conclude. Più salgo lungo i pendii del cono della montagna, più scendo all’interno dell’imbuto che, per molti aspetti, potrei identificare con la mia vita (o il mio involucro vitale) nel presente. Raggiungendo la vetta della montagna, raggiungo anche la parte più profonda di me stesso, un punto di compiutezza che nell’istante assume un valore assoluto esattamente come la vetta della montagna ascesa rappresenta un punto altitudinale assoluto per quella porzione di territorio nel quale la montagna si trova. Giungendo fino in cima, realizzo compiutamente l’ascesa sentendomi parimenti realizzato: nel sentirmi bravo, capace, forte o audace per essere arrivato fin lassù, oppure nel percepire il godimento intenso dello stare in un luogo così bello e simbolicamente potente o del dominare dall’alto il resto del mondo d’intorno. Ma quel processo di realizzazione avviene anche interiormente, per i motivi appena citati e per molti altri oppure perché, nello sforzo psicofisico speso nel compiere l’ascesa con tutti gli annessi e connessi – impegno, fatica, concentrazione, emozioni, volontà, gestione della paura, relazione con il paesaggio… – ho avuto la possibilità di percepire ovvero realizzare me stesso in maniera più profonda e intensa che in altre situazioni: d’altro canto questa è una condizione che, in senso generale, molti che vanno per monti in maniera più o meno ardimentosa segnalano e che, anche nella sua forma più semplificata, trae origine da tradizioni culturali ancestrali (le stesse che per molte religioni hanno reso le sommità montuose luoghi sacri e di manifestazione del divino/sovrumano/trascendente la cui salita rappresentava una pratica esteriore e ancor più interiore dai molteplici significati).

A chi sappia qualcosa di filosofia questa mia immagine forse ricorderà, neanche troppo vagamente, il cosiddetto Cono di Bergson. Una tale analogia invero è accidentale (non sono così dottamente aulico) ma ci potrebbe anche stare: se in Bergson la base del cono (capovolto, guarda caso) è il passato dov’è la memoria e la punta è l’istante della percezione del reale nel presente, nella mia immagine alla base del cono sta la coscienza di sé fino a quel momento acquisita (che è anche “memoria di sé”, in effetti) mentre la punta è l’istante della percezione della propria realtà – o dell’acquisizione della percezione reale di sé – nel presente, conseguita attraverso l’ascesa del cono-montagna fino alla punta-vetta, il cui raggiungimento rappresenta in tal senso un’idea assoluta di “presente” (nel senso temporale del termine) nello stesso modo in cui la vetta è un punto assoluto nello spazio. D’altro canto la fisica contemporanea insegna che il tempo esiste solo come moto nello spazio, e dunque l’intersezione della punta con il piano che per Bergson rappresenta il presente è interpretabile come il moto attraverso lo spazio con il quale si raggiunge la vetta del monte.

In ogni caso, speculazioni filosofiche più o meno appropriate a parte (sperando che i bergsoniani eventualmente leggenti non ritengano una blasfemia quanto hanno appena letto), tutto quanto sopra esposto deve contemplare il fatto che io, salendo su per la montagna fino alla vetta, proietti su di essa me stesso e il senso della mia esistenza in quel frangente di spazio e di tempo. Ma è in fondo quello che accade in vario modo a chiunque vada per monti e vette, sulle quali proietta la ambizioni personali, il bisogno di bellezza o di svago, il desiderio di successo, la necessità di fuggire dalla quotidianità, l’afflato spirituale e quant’altro. Tutte cose che, in fondo, riproducono atteggiamenti e predisposizioni proprie di quasi ogni nostra azione quotidiana e, in effetti, sovente tendiamo a frequentare le montagne attraverso un modus vivendi e una forma mentis che non si discostano granché da quelle utilizzate per vivere e affrontare la quotidianità ordinaria.

C’è dunque bisogno di tornare al multiplo senso originario del termine ascensione, che indica (tra le altre cose) tanto la scalata di un monte quanto un movimento di ascesa in genere, di elevazione spirituale. O ancora meglio, c’è bisogno di riscoprire la correlazione etimologica tra due termini che al precedente sono legati, “ascesa” e “ascesi”: il primo che deriva dal latino ascendĕre, formato da ad- e scandĕre cioè “salire”, il secondo che si origina dal latino tardo ascesis che a sua volta deriva dal greco ἄσκησις derivazione di ἀσκέω cioè “esercitare” e si ricollega al primo nell’identica voce verbale ascendere. Ovvero: salire una montagna fin sulla vetta come esercizio di (ri)scoperta, della montagna stessa in senso esteriore e di sé stessi in senso interiore, entrambi come pratiche di ascensione, di elevazione (laiche, ovviamente) sia del corpo che dell’animo per raggiungere il vertice assoluto (la vetta) del monte, con tutto ciò di materiale e immateriale che ne consegue, e così ugualmente raggiungere la profondità più assoluta di sé stessi. Si tratta di punti “assoluti” in senso relativo, come ripeto, ma per quel frangente di realtà, di spazio e di tempo effettivamente tali, dunque dimensione ideale per compiere l’ascensione.

Ecco.

Poi, sia chiaro, tutto questo nel concreto più immediato significa innanzi tutto un gran divertimento, quello che proviamo noi tutti che con appassionata (o passionale) assiduità saliamo sulle montagne. Tuttavia credo, o mi illudo di poter supporre, che in ognuno di noi questa “ascensione” si compia e si renda percepibile, consciamente o meno e a prescindere dalle forme attraverso cui saliamo sui monti (salvo quelle più turisticamente banalizzate le quali d’altro canto esulano pressoché totalmente da questa mia argomentazione). E credo anche, pur quando non ci si capaciti di essa o la si viva in modo esclusivamente esteriore e materiale, che alla fine l’andare in montagna ci faccia sentir bene proprio grazie a essa. Non so se alla fine valga pure come buona risposta alla domanda iniziale: per me lo può essere, insieme a tutte le altre possibili e immaginabili.

Prima che il paese imputtanisca

[Uno scorcio di Foroglio in Val Bavona, Canton Ticino. Immagine tratta da www4.ti.ch.]

Tre operai sono seduti attorno al fuoco, mangiano pane e cacio e mi guardano tranquillamente. Dicono, e ridono, che sono arrivati prima loro di noi, che pure siamo di qui. Uno, siciliano, dice che poi faranno enormi ripari contro le valanghe e larghe strade, cambieremo faccia a questa valle.
«Come facevate a viverci, sì dico prima?»
Non è mica facile rispondere, potrei dirgli solo: che non potrei più viverci ora. E i contadini? I contadini è più facile, basta fargli vedere una cappellata di soldi, dopo fanno festa anche ai cagnoni e agli onorevoli che vengon su a mangiarci terra e acqua. Giura: non scrivere mai patetiche elegie sul tuo paese che sarà deturpato. Giura: o un feroce silenzio (male) o la razionale opposizione politica: scegli, ma non l’elegia della memoria, che finisce col fare i comodi di chi comanda male, cioè mangia addosso al paese e fa in modo che il paese imputtanisca.

(Giovanni OrelliL’anno della valangaEdizioni Casagrande, 1991-2017, pag.123-124; 1a ed. Mondadori 1965.)

Fare cose belle e buone, in montagna. A Ostana (Valle Po), ad esempio

[Foto di Silvia Pasquetto – Comune di Ostana, CC BY-SA 4.0, fonte commons.wikimedia.org.]
Probabilmente non c’è bisogno che vi racconti la storia della rinascita di Ostana, in Valle Po, uno degli esperimenti (ma ormai ci sarebbe da parlare di concretizzazioni) di rigenerazione di un centro abitato alpino e del relativo territorio più riusciti, sulle montagne italiane, al punto da essere ormai diventato un caso esemplare e illuminante per qualsiasi altra similare progettualità. Se invece non la conoscete al meglio, trovate un buon riassunto della storia recente di Ostana qui.

Dunque, in questo mio articolo non miro a ribadire quanto già noto a tanti: tuttavia, per rimarcare comunque la notevole qualità del “progetto Ostana” e il suo essere un modello di cose belle e buone realizzate in montagna, vi dico di uno strumento “pratico” facente parte a tutti gli effetti del progetto e del suo successo, che fin dalla sua prima conoscenza ho trovato estremamente interessante per come rappresenti una delle basi fondamentali per la concretizzazione della rinascita del villaggio piemontese, per la quale l’architettura ha giocato un ruolo primario e non solo in quanto pratica necessaria al recupero funzionale degli edifici: il Manuale delle linee guida e degli indirizzi tecnici per gli interventi di recupero ed ex novo a Ostana, grazie al quale il villaggio è diventato un laboratorio di architettura alpina, riconosciuto a livello nazionale e anche al di fuori dei confini. Un compendio tecnico ma con grandi valenze culturali che dimostra bene come i migliori e più efficaci progetti di rigenerazione dei territori montani siano quelli scaturenti da un processo di conoscenza approfondita dei territori stessi, dalla quale conseguentemente può scaturire la sensibilità migliore  e la cura più attenta e edotta nei confronti del luogo e di chi lo vive e lo vivrà nel futuro.

A tal proposito, è interessante leggere nel Manuale (che potete consultare nella sua interezza cliccando sull’immagine della copertina lì sopra) quella che dai suoi autori è stata definita la “filosofia Ostana”:

Da diverso tempo Ostana è diventata un punto di riferimento sul tema del recupero e della valorizzazione dell’architettura alpina. A partire dalla metà degli anni ottanta, la comunità locale ha infatti perseguito una diffusa e condivisa politica di riuso delle antiche costruzioni montane in un’ottica di qualità. Una filosofia incentrata sulla qualità e sulla reinterpretazione dei caratteri morfologici, costruttivi e tecnologici dell’architettura tradizionale occitana. Una filosofia che ha privilegiato il recupero dell’ingente patrimonio edilizio esistente ma che ha altresì portato ad alcune realizzazioni ex-novo. Gli interventi hanno così riguardato opere pubbliche e private, il costruito e gli spazi aperti: case, edifici del comune, strutture ricettive, costruzioni di servizio, spazi pubblici, percorsi pedonali, autorimesse parcheggi, ecc. Tra i principali fautori di questo recupero vi è l’architetto locale Renato Maurino che ha riversato parte della notevole esperienza acquisita nel manuale Recupero edilizio e qualità del progetto scritto con Luigi Dematteis e Giacomo Doglio (Edizioni Primalpe, Cuneo, 2003), il quale ha costituito una solida base di partenza per questo lavoro. Riuso e qualificazione oculata del patrimonio architettonico hanno dato vita ad una nuova identità e riconoscibilità di questo piccolo comune di montagna determinando una rinascita anche sotto il profilo economico e sociale. Qualità architettonica, identità e nuova abitabilità, sostenibilità ambientale, offerta di un turismo pertinente rispetto ai luoghi hanno permesso al paese dell’alta Valle Po entrare nella rete dei «borghi più belli d’Italia». Ostana rappresenta un vero e proprio laboratorio di architettura alpina contemporanea che può essere preso ad esempio per le politiche sulla montagna dei prossimi anni.

Ovviamente il Manuale di Ostana non è solo di tale tipologia esistente nei comuni alpini italiani, prendendo peraltro le mosse da similari materiali già esistenti pur a livelli diversi e per competenze differenti – ma in modi eccellenti come pochi altri sa coniugare la propria teoria nella pratica del territorio ostanese e delle sue peculiarità, anche grazie alla notevole competenza dei due responsabili scientifici Antonio de Rossi e Massimo Crotti. In tal modo, ovvero ponendo così solide basi teoriche ai contenuti che propone, il Manuale rappresenta una potenziale ottima garanzia per l’esecuzione di lavori ben eseguiti, coerenti con la storia e la geografia del territorio, inseriti in esso armoniosamente oltre che capaci di coltivare una proficua socialità a sostegno della comunità locale (l’architettura è anche, forse soprattutto, una disciplina sociologica, è bene ricordarlo) e capaci nel complesso di riattivare e rinnovare anche l’identità del luogo dando forza espressiva al suo paesaggio, sia quello prettamente naturale e sia quello antropico. Un Manuale come quello di Ostana è dunque non solo un documento tecnico ma anche un dispositivo culturale, che raccoglie la tradizione storica del costruire e dell’abitare il territorio di Ostana traghettandola attraverso il presente verso un futuro tanto coerente con quella tradizione quanto concretamente rinnovatore e così in grado di strutturarsi nel tempo come nuova tradizione locale, garantendo la continuità della storia del luogo e della sua comunità.

Insomma, è un documento che ogni comune di montagna, e in generale ogni centro abitato dotato di pregi architettonico-urbanistici come tanti ve ne sono ovunque nel territorio italiano, dovrebbe elaborare (affidandosi a figure competenti e sensibili, ripeto), possedere e adottare con la piena consapevolezza della sua importanza da parte degli amministratori pubblici locali. Se ciò accadesse, sono certo che di brutture assortite e interventi disgraziati e degradanti che tocca ritrovare sulle nostre montagne ce ne sarebbero molti meno, a tutto vantaggio della cura dei territori e del valore culturale e sociale del paesaggio.

N.B.: altre cose belle e buone fatte in montagna: