“Filosofia della Fotografia”, per dare un (opportuno) senso alla bulimica produzione contemporanea di immagini

cop_filosofia-fotografiaOggi ormai tutti fotografano tutto. La semplicità della fotografia digitale, e la possibilità di avere a disposizione un obiettivo fotografico su qualsiasi ammennicolo tecnologico d’uso quotidiano, permette una produzione di immagini colossale, forse anche troppo. Come alcuni denotano, si corre il rischio di fotografare senza nemmeno più osservare, ovvero c’è il pericolo che la fotografia, dopo che per tanto tempo è stata ritenuta un’arte minore, inconsistente, e ora è finalmente riuscita a farsi assumere nell’olimpo delle arti contemporanee occupando in esso pure uno spazio prestigioso, perda quanto faticosamente guadagnato per bulimia, e conseguente smarrimento delle proprie qualità nel mezzo di una spropositata e inevitabilmente nociva quantità.
E’ insomma giunta l’ora di mettere qualche necessario punto fermo teorico alla pratica fotografica, per evitare lo smarrimento sopra accennato e non solo, pure per comprendere cosa è e cosa può o deve essere la fotografia, oggi, nel nostro ipertrofico (sotto ogni punto di vista) mondo. E’ quanto fa Filosofia della Fotografia, corposo saggio a cura di Francesco Parisi e Maurizio Guerri per i tipi di Raffaello Cortina Editore.
Così leggo nella presentazione del volume:

Si offre per la prima volta al lettore italiano un ampio studio dedicato esclusivamente alla riflessione filosofica sulla fotografia, considerata come prospettiva privilegiata dalla quale comprendere la contemporaneità sul piano scientifico, sociale, politico. Come emerge con chiarezza lungo il percorso di lettura proposto, la fotografia è il medium attraverso il quale si è formato lo sguardo dell’uomo contemporaneo. Il volume si articola in quattro nuclei tematici: percezione, cultura visuale, arte e mediazione. L’obiettivo è raccogliere le riflessioni più importanti sull’immagine fotografica soprattutto in relazione alle dinamiche socioculturali che hanno determinato la sua affermazione. La scelta dei brani, oltre a importanti classici di filosofia della fotografia, comprende alcuni scritti poco conosciuti nel panorama italiano di cultura visuale, nonché saggi fondamentali tradotti per la prima volta nella nostra lingua.

All’interno del testo si possono leggere scritti di: G. Anders, J. Baudrillard, W. Benjamin, E. Bloch, C. Chéroux, G. Currie, G. Didi-Huberman, V. Flusser, J. Friday, E. Jünger, S. Kracauer, E. Mach, C. Marra, M. McLuhan, L. Moholy-Nagy, F. Ritchin, A. Scharf, R. Scruton, K.L.Walton.
Un parterre intellettuale di livello assoluto per un libro parecchio interessante, che se dovessero leggere tutti quelli che si ritengono “fotografi” producendo molte delle immagini che si possono vedere in giro, probabilmente diverrebbe un best seller epocale…
Beh, sarcasmo a  parte, è indubbiamente una lettura importante per comprendere non solo il senso e la direzione della fotografia contemporanea, ma soprattutto il senso e l’effetto del proprio fotografare, oggi che in un istante possiamo rendere qualsiasi cosa immagine, con tutto quello che ciò comporta.
Cliccate sull’immagine della copertina per conoscere altri dettagli sul libro.

(N.B.: l’immagine in testa al post è tratta da www.lorislorenzini.it)

INTERVALLO – Kenadsa (Algeria), Biblioteca “Khizana”

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Nel bel mezzo dell’arido e infuocato Sahara algerino una biblioteca (e fondazione culturale) tanto piccola quanto preziosa, che custodisce antichi manoscritti insieme a testi più recenti sulla storia e le tradizioni di questo lembo d’Africa. Pure qui, come ovunque vi siano dei libri da leggere, di deserto ci sarà sempre e solo il terreno…
Cliccate sulle immagini per saperne di più (testi in francese).

(P.S.: grazie a Mirella Tenderini per la segnalazione!)

Daniele Dell’Orco, “Nicola Bombacci, tra Lenin e Mussolini”

cop_bombacci_dellorcoItaliani, popolo di santi, poeti, navigatori ma pure a volte – troppe volte, dobbiamo ammettercelo – di banderuole, baciapile, voltagabbana e ipocrita compagnia cantante… Vien troppo facile citare a sostegno di ciò la realtà politica attuale (e non solo) quando invece proprio al politico, per il compito istituzionale che deve svolgere ma, ancor più e più semplicemente, per dover amministrare la res pubblica, sarebbe necessario richiedere la massima coerenza possibile a quegli ideali che ogni buona e urbana società dovrebbe avere alla base per prosperare al meglio – e, sia chiaro, si tratta quasi sempre di ideali universali, slegati da qualsivoglia colore politico come lo è e lo dovrebbe sempre essere il bene comune di qualsiasi comunità sociale determinata, nazionale o meno.
Ecco: raro esempio di coerenza ai propri ideali fu quello di Nicola Bombacci, passato alle cronache storiche come gran traditore ma invero, analizzando la sua parabola di vita – umana e politica oltre che intellettuale – veramente sinonimo di attaccamento alle proprie convinzioni ad ogni costo, anche al più caro, controverso e infamante. La analizza, tale parabola, Daniele Dell’Orco in Nicola Bombacci, tra Lenin e Mussolini (Historica, 2013), un saggio tanto agile quanto intenso che tratteggia bene l’unicità del rivoluzionario (come egli sempre si definì) romagnolo, efficacemente espressa nel titolo del volume che a chi non conosca il personaggio sembrerà del tutto antitetica…

Leggete la recensione completa di Nicola Bombacci, tra Lenin e Mussolini cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!

Un libro di pietra che cade in rovina. Il degrado del Sacrario di Redipuglia e la meschina indifferenza verso la storia di una nazione senza memoria.

La storia è cultura, inutile affermarlo, e “cultura” significa anche ricordo, rimembranza degli eventi che la storia custodisce e per i quali il tempo dona la facoltà di consentirci l’assimilazione del significato e del senso storico, nonché il superamento delle matrici di fondo, siano positive ovvero, e soprattutto, negative o in qualche modo infauste. Si può dire che da sempre la storia passata viene “raccontata”, oltre che dalle parole, dalle testimonianze monumentali che vengono edificate: certamente spesso intrise di retorica anche bieca se non in certi casi riprovevole, di enfasi patriottica (o pseudo-tale) francamente a volte ridondante e tronfia, non si può tuttavia ignorare che, appunto, tali monumenti rappresentano veri e propri libri di storia all’aperto, le cui vicende vengono narrate non da testi e parole ma da alberi, aiuole, costruzioni, architetture e pietre più o meno artistiche capaci di generare nell’animo del visitatore emozioni e sentimenti certamente vividi e autentici. Poi, ribadisco, si potrà essere più o meno concordi con il messaggio commemorativo che questi monumenti trasmettono, con le motivazioni per le quali sono stati edificati e con il senso che oggi, a distanza di decenni, possono ancora conservare, ma ciò non toglie che raccontano un pezzo di storia, e spesso una storia dalla quale, nel bene e nel male, la nostra società attuale deriva.
Posto ciò, trovo del tutto deprecabile lo stato di degrado e di sostanziale abbandono nel quale versa il Sacrario Militare di Redipuglia, il più grande d’Italia e uno dei maggiori al mondo, in cui sono tumulati i resti di oltre 100.000 combattenti della Prima Guerra Mondiale (e tra di essi una sola donna, Margherita Kaiser Parodi Orlando, una crocerossina di 21 anni), molti dei quali morti proprio sulle colline ove il Sacrario è stato costruito. Redipuglia è anche il monumento italiano che ricorda simbolicamente tutte le vittime del primo conflitto mondiale, con un’apposita cerimonia che qui si tiene il 4 Novembre di ogni anno. Un tempo gestito direttamente da un apposito distaccamento dell’Esercito, ora è passato sotto l’amministrazione della Redipuglia_ossa_photoprovincia di Gorizia ma, appunto, le solite mancanze all’italiana – soldi in primis, poi personale, attrezzature e, cosa più grave in assoluto, volontà politica – ne stanno provocando un degrado inesorabile: si veda, nella eloquente foto qui sopra, addirittura le lapidi rotte entro le quali si scorgono i resti mortali conservati… A tal punto, sarebbe più “onorevole”, o meno indegno, radere al suolo tutto quanto e tanti saluti.
Ora, al di là di qualsivoglia parere, considerazione e posizione di matrice retorico/politica, quanto mai lontana dallo scrivente (in fondo lo stesso Sacrario è un esempio notevole della tipica retorica architettonica fascista) e del senso primigenio e attuale dello stesso – è anche una rappresentazione guerresca impressionante tanto quanto spaventosa, per come lo schieramento delle lapidi ricordi quello d’una armata pronta all’attacco, con gli ufficiali sepolti nelle prime file e la truppa dietro – non si può ignorare che nel monumento si trovano le spoglie di uomini morti in battaglia, chissà con quali atroci sofferenze, nella maggior parte dei casi costretti a lasciare le proprie vite quotidiane per diventare soldati con animo – credo di non sbagliare nell’affermare ciò – sicuramente non felice, anzi… Persone, insomma, che sono morte in un periodo tetro della nostra storia recente ma le quali, nel bene e nel male, rappresentano i costruttori di una parte del percorso storico e sociale che porta direttamente al presente e alle nostre attuali vite quotidiane. Il Sacrario narra, per così dire, le loro vite e, soprattutto, il loro contributo alla generazione della storia che noi oggi viviamo. Storia magari giusta, magari sbagliatissima, ma lo ripeto di nuovo: non è questo ciò che conta. Semmai è una questione di cultura, autentica cultura appunto: e una questione di preservazione della storia come inconfondibile monito ai posteri, di ineludibile senso civico, di comprensione sociologica e antropologica della vicenda narrata da quel monumentale “libro” di pietra e, ultimo ma non ultimo, di rispetto per la tragedia che l’impressionante numero di lapidi del Sacrario rende così suggestivamente vivida. Lasciare che venga cancellata, dunque eliminata anche dalla memoria collettiva, è pura ottusità sociopolitica che solo una classe dirigente mentecatta potrebbe mettere in atto.
L’anno prossimo, 2014, ricorrerà il centenario dello scoppio della Prima Guerra Mondiale: già molti paesi in Europa stanno preparando consone e significative commemorazioni, con relativo stanziamento di fondi governativi (la Gran Bretagna, giusto per citare un esempio, ha stanziato 59 milioni di Sterline, pari a 50 milioni di Euro). C’è da augurarsi che entro tale ricorrenza la situazione di Redipuglia possa finalmente essere risolta e in modo pregevole, anche perché uno stato che disdegna la conservazione e la promozione del ricordo della propria storia – la quale, bella o brutta che sia, sempre storia propria è! – non può certo dirsi realmente “civile” e, al contrario, facilmente diventa promotore della propria irrefrenabile decadenza.

Roberto Trussardi, “La Taverna del Diavolo”

cop_taverna_diavoloE’ un debutto di spessore sotto molti punti di vista, questo di Roberto Trussardi, avvocato bergamasco che “rilega” in un bel volume edito da Stampa Alternativa la vicenda di Simone Pianetti, anarchico di origini brembane che in un solo giorno, il 14 Luglio 1914, uccise sette compaesani colpevoli di averlo additato come un demonio proprio per quelle idee sovversive e/o alternative alla rigidissima ordinarietà quotidiana delle valli bergamasche, così rovinandogli totalmente la vita e spingendolo, appunto, alla più efferata delle rivalse.
La storia è reale, accaduta, sovente dura e violenta, cruda, seppur attenuata in molte sue parti in fumosi ricordi popolari già vicini ad un embrione di leggenda, dunque la “romanzatura” compiuta su di essa da Trussardi non può certo risultare forzata; di contro, la stessa storia pare veramente un copione cinematografico, per la sua complessità e la ricchezza di eventi: Pianetti, volenteroso di sfuggire alla povertà e alla monotonia, soprattutto intellettuale, della sua pur amata Valle Brembana, emigra in America, dove casualmente entra in contatto con gli ambienti anarchici italo-americani e in particolare con un personaggio che segnerà la sua vita e quella dell’intera Europa: Gaetano Bresci, assassino del re Umberto I nel Luglio 1900…

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