Il Cervino come la Tour Eiffel

Non contenti di aver ridicolizzato le più pittoresche vallate, ora si parla di trasformare in una volgare Tour Eiffel la più bella montagna delle Alpi. La ferrovia della Jungfrau poteva passare, ma prendere anche il Cervino è troppo […]. Un tempo i veri svizzeri furono fieri di portare questo nome e se ne resero degni lottando contro l’invasore. I tempi sono cambiati: ora si è svizzeri giusto per convenzione, e con la scusa del progresso ci si sottomette vilmente a ogni sacrilegio. Presto la caricatura di Alphonse Daudet e del suo Tartarino si trasformerà in realtà […]. Ma dobbiamo veramente subire senza dire una parola la ferrovia sul Cervino? Dobbiamo veder sprofondare nella volgarità la cima più nobile delle nostre Alpi? Il popolo svizzero si renderà complice di un atto così vile nel nome del denaro?

Questo brano è tratto dall’articolo Un ascenseur au Cervin pubblicato sulla “Gazette de Lausanne” il 14 gennaio 1907, al tempo in cui si voleva raggiungere la vetta del Cervino con un sistema di cremagliere e funicolari. È interessante e significativo denotare come l’articolista del quotidiano elvetico, per protestare contro l’utopico e scriteriato progetto – lo sarebbe tutt’oggi, figuriamoci allora! – propone e obietta, nei modi del tempo, delle considerazioni che appaiono assolutamente valide anche per il presente dacché infatti si leggono di frequente nei dibattiti in merito a similari progetti infrastrutturali contemporanei in alta montagna o in territori di similare pregio. Ciò per dire: è trascorso un secolo e passa da allora ma intorno a tali questioni le discussioni restano, significativamente, sempre le stesse. Segno che – mi viene da ritenere – quanto meno a livello teorico e “dottrinale” in tutto questo tempo non ci siamo granché evoluti, eh!

Per la cronaca, la citazione l’ho tratta da Enrico CamanniLa nuova vita delle AlpiBollati Boringhieri, 2002. L’immagine che utilizzo a corredo del post, invece, ritrae un’altra ferrovia di alta montagna di Zermatt, la Gornergratbahn, coeva al progetto sopra menzionato, il cui percorso si snoda proprio di fronte al Cervino/Matterhorn e raggiunge la cresta di Gorner (Gornergrat, appunto), a 3089 m di quota.

Land (&) Art #5

Sopra: Mark Rothko, No. 3/No. 13, 1949. Immagine tratta da qui.

Sotto: campi di tulipani a Noordwijkerhout, Paesi Bassi. Fonte: Google Maps (immagine rielaborata da Luca).

Per saperne e capirne di più, su queste immagini che vi propongo, cliccate qui.

Saggezza popolare vs previsioni meteo 2-0

Domenica (scorsa, 06 giugno), ore 15.
Guardo sul web il bollettino riguardante la mia zona per le ore successive di un noto servizio meteorologico, considerato popolarmente tra i più affidabili: segnala temporali tra le 16 e le 18.
Guardo fuori dalle finestre di casa, poi chiedo a Loki, il mio segretario personale a forma di cane: ma secondo te quelli c’azzeccano, ci sarà sul serio un temporale?
«Boououwof!» mi risponde.
Concordo! – gli dico. Ci prepariamo e usciamo a farci una bella camminata sui monti sopra casa. Ci prendiamo due-gocce-due di pioggia per qualche minuto all’inizio dell’escursione, peraltro restando in gran parte riparati dalle chiome degli alberi del bosco nel quale sale il sentiero che percorriamo, e poi fino alle 19, ora del rientro a casa, ci godiamo un cielo placidamente azzurro animato soltanto da innocue velature di passaggio e da qualche raro cumulo più suggestivo. Già.

I “sapientoni” dei servizi meteo avranno pure a disposizione satelliti ultratecnologici, supercomputers, sofisticatissimi software previsionali e quant’altro ma, primo, non li sanno usare e, secondo, manca loro una cosa fondamentale per sapere come andrà il tempo in una certa zona: la saggezza popolare locale, quella che dall’esperienza secolare degli autoctoni ha ricavato proverbi e adagi che ogni zona possiede, referenziati ai propri territori, ai loro elementi geografico-ambientali nonché al bagaglio culturale su di essi accumulato nel tempo, e che risultano puntualmente ben più affidabili di tutta la supertecnologia suddetta.

Così io e Loki, ieri, a fronte della previsione di temporali elaborata solo un’ora prima, dunque presumibilmente sicura o quasi, ne abbiamo considerati due di vecchi proverbi in uso nella mia zona. Il primo: Se ‘l vé déla Còsta èl fa apòsta (“Se viene dalla Costa fa apposta”), che evidenzia come i fronti temporaleschi che giungono sulla mia zona da Oriente, dove è situata la Valle Imagna della quale Costa (Valle Imagna, appunto) è il comune posto sull’altro versante dei monti in questione, in forza delle tipiche correnti atmosferiche locali difficilmente superano quei monti e scaricano pioggia anche al di qua. Può capitare, ma la maggior parte delle volte non accade.
Il secondo proverbio considerato: Se ól Tesòr el gà ól capèl, móla la ranza e ciàpa ól restèll (“Se il Tesoro ha il cappello, lascia la falce e impugna il rastrello”), ovvero, se il monte Tesoro, una delle sommità principali della mia zona, ha la vetta coperta dalle nubi a mo’ di “cappello”, smetti di tagliare l’erba nel prato e radunala col rastrello, perché a breve comincerà a piovere – e l’erba bagnata rischia la marcescenza diventando indisponibile come foraggio per gli animali, per dire.
Bene, ieri le nubi più minacciose venivano dalla Valle Imagna, e il monte Tesoro non aveva il “cappello” di nubi: risultato, nessun temporale né acquazzone o che altro di simile, sicché io e Loki ci siamo fatti la nostra camminata montana senza sgradevoli infradiciamenti.

Per la cronaca, quegli stessi bollettini meteo per la sera davano “attenuazione dei fenomeni”. Infatti la sera ha fatto temporale e piovuto parecchio. Ecco.

Vedete perché io sostengo convintamente che le previsioni del tempo contemporanee sono spesso attendibili quanto l’oroscopo di un rotocalco di gossip?

Studiate e salvaguardate la secolare saggezza condensata nei proverbi e nei modi di dire delle vostre zone, piuttosto! E vedrete che indovinerete la meteo molto di più di quei “meteorologi” da strapazzo, oltre a imparare e tramandare una cultura di valore imperituro e insostituibile utilità.

Ecco Loki, il mio segretario personale a forma di cane, in vetta al monte Tesoro ieri, alle ore 16.56, cioè quando le previsioni meteo di solo un’ora prima davano il clou dei fenomeni temporaleschi. Infatti si noti il cielo terribilmente minaccioso da tempesta imminente, lì sopra!

P.S.: ebbene sì, questo che avete letto è un nuovo “episodio” della personale, strenua battaglia (solitaria?) nei confronti della pseudo-meteorologia nazionalpopolare (quella diffusa da TV, web, social o che altro) e di chi conferisce ad essa un credito che ritengo a dir poco esagerato – ma sono eufemistico, in ciò – a difesa invece della vera meteorologia, scienza assai importante e altrettanto affascinante che con quei bollettini mediatici nulla ha a che fare.

Un futuro paradossalmente “agghiacciante”

[Foto di Mats Speicher da Unsplash.]

Negli ultimi due decenni, indica una ricerca internazionale coordinata dal politecnico di Zurigo (ETH), si sono sciolti a livello planetario 267 miliardi di tonnellate di ghiaccio all’anno e l’accelerazione del fenomeno contribuisce per un quinto all’aumento del livello dei mari.
Nello studio diretto da Romain Hugonnet (ETH di Zurigo e Università di Tolosa) e pubblicato su “Nature”, è stato esaminato un enorme archivio di immagini satellitari con il quale è stata calcolata la perdita di massa di 217.175 ghiacciai tra il 2000 e il 2019: tra il 2000 e il 2004 l’erosione è stata di 227 gigatonnellate all’anno, tra il 2015 e il 2019 la cifra è salita a 298 gigatonnellate, che si sono tradotte in un innalzamento del livello del mare dal 6 al 19%.
Solo in pochissime zone i tassi di fusione dei ghiacciai (Islanda, Scandinavia e sulla costa orientale della Groenlandia) hanno rallentato, a causa di anomalie meteorologiche che si sono manifestate con precipitazioni intense e temperature più basse sull’Atlantico settentrionale.
Duecento milioni di persone potrebbero ritrovarsi a vivere sotto la linea dell’alta marea entro la fine del secolo, di contro più di un miliardo di persone rischia di soffrire per la scarsità d’acqua e l’insicurezza alimentare entro i prossimi tre decenni.
Attualmente il ritiro dei ghiacciai sta alleviando la carenza d’acqua in alcune regioni perché l’acqua di fusione alimenta grandi fiumi come il Gange, il Brahmaputra e l’Indo, afferma Hugonnet. Ma se le masse ghiacciate sull’Himalaya “continueranno a ridursi a un ritmo crescente, fra pochi decenni stati popolosi come l’India o il Bangladesh potrebbero affrontare carenze d’acqua o di cibo.

Ecco. Anche quello dei ghiacciai che svaniscono anno dopo anno è un tema che ritengo assolutamente fondamentale tanto quanto, ancora oggi, osservato con uno sguardo sostanzialmente folcloristico, purtroppo. Per questo ci torno spesso e ugualmente ve lo propongo – sperando vivamente di non risultare troppo tedioso, ovvio. Ma la montagna che cambia perché non ha più ghiacciai finisce (finirà) per cambiare anche noi tutti, in relazione ad essa e non soltanto, come ho cercato di spiegare in questo post. I dati sopra proposti, tratti dalla ricerca che potete leggere nella sua interezza qui, nella loro matematica freddezza ma pure, e anche per questo, inquietante concretezza, servono a dare corpo a scenari prossimo-futuri che, tuttavia, si stanno già compiendo dacché si sono già avviati da tempo, e verso i quali non possiamo per nulla restare impotenti, sia a livello di comprensione che di azione – per quel che possiamo e potremo fare, noi piccoli umani.

P.S.: il testo della citazione è tratto da tvsvizzera.it, qui. L’elaborazione dell’immagine del Ghiacciaio del Morterasch è mia, e nella sua semplicità vuole a sua volta tentare di rendere chiara la questione della quale ho appena scritto.