Tocca restare impotenti di fronte alle moto che scorrazzano sui sentieri?

«Questa mattina andando verso il Cimone di Margno insieme a mio figlio siamo stati raggiunti e passati da due moto da trial puzzolenti e rumorose.
In queste situazioni chi e come si può allertare? Mi sono sentito totalmente impotente.
Un cordiale saluto.»

Ciò è quanto mi ha scritto, con un messaggio privato, un conoscente che si è recato sulla montagna citata, una delle più frequentate della Valsassina in provincia di Lecco.

Questo messaggio, e le risposte alla domanda posta, mi danno l’occasione di rimarcare alcuni aspetti importanti del tema spinoso dei transiti motoristici impropri e/o non autorizzati lungo le vie rurali, verso i quali ci si sente pressoché impotenti, appunto. Me ne sono occupato di frequente in passato ma repetita iuvant, assolutamente.

Dunque, come è ormai evidente e risaputo, i motociclisti (salvo rari casi) sui sentieri fanno quello che vogliono perché sanno benissimo di essere difficilmente perseguibili. Purtroppo in questi casi ciò che in buona sostanza vale è la flagranza di reato: ma quando mai si vedono sulle nostre montagne pattuglie di Carabinieri Forestali o di altre Forze dell’Ordine a fare i controlli che dovrebbero fare? D’altro canto sono troppo pochi, privi di risorse e, appunto, spesso depotenziati da assurde normative vigenti come quelle presenti in Lombardia, che a parole vietano il transito sulle vie rurali ma di fatto lasciano ai comuni la facoltà di regolamentare e autorizzare il passaggio attraverso i propri regolamenti locali. Così, nel caso di sindaci consenzienti, poco sensibili oppure distratti, la libertà di transito è (palesemente o tacitamente) garantita e parimenti lo è ancora di più la percezione da parte dei motociclisti di poter passare ovunque, a prescindere dall’esistenza o meno di regolamenti comunali e dai confini amministrativi.

D’altro canto sulla rete viabilistica rurale i divieti di transito spesso ci sono e ben validi, basta constatare la presenza dei relativi cartelli all’inizio dei percorsi di montagna: se ne vedono ovunque, magari vecchiotti e arrugginiti ma ci sono. Tuttavia, come detto, in presenza di normative ambigue come quelle lombarde (similmente presenti in altre regioni) e in assenza di chi è deputato a vigilare e formulare contravvenzioni al riguardo, i motociclisti si sentono intoccabili e liberi di fare ciò che vogliono praticamente su qualsiasi sentiero, anche in orari di ordinario transito pedestre.

[Immagine tratta da https://valdarno24.it.]
Tuttavia, posta tale (deprecabile) situazione, almeno una cosa importante si può (e si deve) fare, che forse non ha effetti giuridici immediati ma nel tempo li può certamente far maturare anche per come rappresenti un’azione pienamente civica, di cittadinanza attiva e, dunque, detenga pure un valore politico: scattare una o più foto dei motociclisti che si trovano a scorrazzare sui sentieri a loro vietati e inviarla ai comandi locali dei Carabinieri Forestali (e, magari, anche ai comuni nei cui territori ci si trova) chiedendo espressamente di attivare specifici controlli nelle zone indicate e, in generale, sulla rete di percorsi rurali locale. Ciò perché se ci si lascia vincere dallo scoramento e nemmeno si segnalano le violazioni motoristiche a cui si assiste, la situazione resterà immutata e, anzi, peggiorerà inevitabilmente perché nulla potrà impedire una sua evoluzione ulteriore a favore dei motociclisti in assenza di testimonianze concerete delle loro violazioni. Se invece ai comandi locali delle Forze dell’Ordine preposte al controllo territoriale cominciano a pervenire le segnalazioni, e sperabilmente le più numerose possibili, si alimenta un obbligo sostanziale a loro carico di intervenire – e si alimenta pure la più consona sensibilità culturale diffusa al riguardo e in generale sulla salvaguardia dei territori naturali. In fondo per arginare fenomeni del genere la repressione non basta, serve anche e soprattutto la sensibilizzazione: se la prima ha qualche effetto immediato ma senza alcuna garanzia di efficacia concreta e duratura (altrimenti sulle strade non vi sarebbe più infrazioni al Codice della Strada!), è la sensibilizzazione delle persone che frequentano i sentieri di montagna ad alimentare la consapevolezza, il rispetto verso di essa e la cultura che serve per viverla nei modi più armonici possibile.

Ad esempio, per la zona citata nel messaggio dell’amico, indico di seguito i recapiti dei Carabinieri Forestali che hanno giurisdizione sulla Valsassina e sulle montagne lecchesi – che sono anche quelle a me più vicine, per giunta:

  • Nucleo Carabinieri Forestale Lecco: 0341/494668, casella mail Pec: flc43204@pec.carabinieri.it
  • Comando Stazione Carabinieri Nucleo Forestale Barzio: 0341/996393
  • Comando Nucleo Carabinieri Forestale Margno: 0341/840059

Unità superiori:

Alle caselle mail indicate, che sono delle Pec e dunque le cui comunicazioni hanno valore legale, vanno inviate le segnalazioni scritte e le immagini raccolte delle violazioni constatate. Meglio inviare le segnalazioni a tutte le Pec indicate, così da dare loro maggior forza e mettendo in conoscenza anche il comune locale, come detto, in quanto primo ente amministrativo di riferimento che per tale motivo non può ritenersi disinteressato o mostrarsi inerte a tali segnalazioni.

[Immagine tratta da www.voceapuana.com.]
Riguardo qualsiasi altro territorio italiano, per trovare i comandi locali dei Carabinieri Forestali ai quali inviare le segnalazioni e le denunce basta una semplice ricerca sul web e si può anche consultare il sito web dell’Arma; oppure ci si può rivolgere ai comandi delle Polizie Locali nonché ai comuni competenti – insistendo nel caso si mostrino poco sensibili o sfuggenti, cosa che a volte accade.

Ecco, questo è quanto si può fare, in attesa che la crescita dell’attenzione e della sensibilità diffuse su questo tema, effettivamente tra i più inquietanti e irritanti che concernono le nostre montagne, convinca i legislatori locali e nazionali a diventare a loro volta più attenti e attivi alla tutela dei territori montani e naturali. «La speranza è l’ultima a morire» si dice, no?

Un’ennesima discutibile “ciclovia” all’Alpe Lendine in Valle Spluga?

[L’Alpe Lendine, 1700 m, sovrastata dal Pizzaccio, 2589 m. Immagine tratta da https://ape-alveare.it.]
Giorgio Tanzi, amico Accompagnatore di media Montagna “titolare” di Insubria Trekking oltre che Naturalista ed Educatore Ambientale, mi segnala che tra l’Alpe Lendine e l’Alpe Laguzzolo in Valle del Drogo, una laterale della Valle Spluga di grande bellezza alpestre relativamente poco conosciuta e frequentata e per questo capace di offrire angoli di natura sostanzialmente intatta (salvo che per la presenza della Diga del Truzzo e delle opere annesse, d’altro canto prossime al secolo di vita e dunque ormai storicizzate nel paesaggio), è stata realizzata quella che sembra un’ennesima ciclovia, o opera apparentemente similare, che per lunghi tratti ha totalmente stravolto il sentiero originario allargandolo e livellandolo ma di contro presentando pendenze sovente molti forti che appaiono inadatte per la percorrenza con biciclette elettriche o muscolari, semmai più consone ad un transito motoristico. Il tutto, anche qui come in numerosi altri luoghi che hanno subìto la realizzazione di tali tracciati, con ben poca cura dell’inserimento in ambiente e delle finiture dell’opera, al punto che, rimarca Giorgio, sono bastate le prime gelate notturne a generare dissesti sulla superficie del nuovo tracciato.

[Nelle foto di Giorgio Tanzi, sopra il sentiero originario, sotto la nuova “ciclovia” con il fondo già dissestato.]
Vista la zona, il pensiero mi corre subito ad un’altra recente e criticata ciclovia, quella realizzata nella vicina e poco più settentrionale Val Febbraro, tra l’Alpe Piani e il lago di Baldiscio, sotto l’omonimo passo sul confine con la Svizzera (dove è denominato Balniscio) e sopra l’abitato di Isola: ne ho scritto qui. Anche in questo caso, una zona fino ad oggi quasi per nulla turistificata e di grande pregio naturalistico (tant’è che viene definita spesso «selvaggia» dalla promozione turistica locale), ora diventa accessibile anche a chi lassù mai ci sarebbe potuto arrivare, se non a piedi e con un buon allenamento ovvero in forza di una passione autentica per i luoghi montani e la loro bellezza originaria.

Non sono stato di recente in Valle del Drogo, ma la segnalazione “edotta” di Giorgio (che ringrazio di cuore per avermela comunicata), viste le sue notevoli competenze montane, mi impone di salirci, appena possibile, per verificare di persona quanto è accaduto. Fatto sta che sono episodi, questi, che danno nuova forza al timore manifestato già da tanti in base al quale, per certi amministratori pubblici locali e per i loro sodali del settore turistico, sembra proprio che l’infrastrutturazione per ebike dei territori montani, e in particolar modo di quelli ancora intatti, stia diventando la versione estiva di quella sciistica oltre che la discutibile declinazione dell’idea di “destagionalizzazione”: un grimaldello con il quale violare zone in quota altrimenti non sfruttabili turisticamente al fine di piazzarci attrazioni conseguenti e, al contempo, spendere (e spandere) finanziamenti pubblici con l’altrettanto abusata scusa della “valorizzazione” (in passato ho scritto spesso sulla questione, vedi qui). Generando invece evidenti dissesti del territorio, il degrado e la banalizzazione dei luoghi, la messa a valore degli stessi per venderli come “merce turistica” senza di contro apportare alcun vantaggio concreto per le comunità locali, anzi, inquinando la relazione culturale e antropologica intessuta con le loro montagne.

Se per caso qualcuno passerà dalle zone citate e così sarà testimone diretto di quanto sopra riferito oppure di altre cose simili e similmente discutibili, me/ce lo faccia sapere. Grazie!

L’ambiguità del Comune di Bormio è un altro ottimo motivo per continuare la lotta in difesa della piana dell’Alute

La verità che è emersa lo scorso 16 ottobre dall’aula del Tribunale Amministrativo Regionale nel corso della seduta dedicata alla vicenda della “Tangenzialina dell’Alute” di Bormio – la nuova strada, opera “olimpica”, che con la scusa di togliere il traffico turistico-sciistico dal centro della località per portarlo direttamente agli impianti di risalita, in realtà distrugge l’ultima, bellissima piana agricola della conca bormina e vi agevola la speculazione edilizia e la cementificazione – è che il Comune di Bormio ha formalmente “ingannato” i propri cittadini, sostenendo che l’opera fosse sospesa ma in realtà deliberando la riprogrammazione dell’inizio dei lavori nel tentativo di “fuggire” da un probabile procedimento legale, come ha ben spiegato il comunicato stampa congiunto del Comitato Tutela dell’Alute e di Italia Nostra [1] e parimenti questo articolo su “Il Fatto Quotidiano”.

Dunque, la Giunta comunale in carica sta permettendo – come hanno denotato in tanti, a partire ovviamente dal Comitato suddetto in lotta ormai da anni contro l’opera – la devastazione di una zona che, come ho raccontato lo scorso 24 agosto durante il mio intervento nell’incontro pubblico tenutosi sul tema a Bormio, è rimasta l’unica a custodire il Genius Loci bormino rappresentando un paesaggio identitario di inestimabile valore storico e culturale per la comunità tanto quanto per i turisti, in mezzo a un territorio altrimenti parecchio turistificato, e lo sta facendo per realizzarvi un’opera palesemente inutile se non – come accennato – a vantaggio di speculazioni immobiliari devastanti e dannose innanzi tutto proprio per la comunità locale, e tutto ciò, come visto, agendo di nascosto, ben sapendo di essere nel torto e in antitesi a ciò che vorrebbero i bormini stessi. I quali tempo fa hanno firmato in migliaia, ben oltre il numero richiesto dalla legge, per chiedere un referendum sulla Tangenzialina che il Comune non ha concesso.

Per tutto ciò e oltre a quanto già rimarcato, mi permetto di osservare che la Giunta bormina ha mancato di adempiere anche, se non innanzi tutto, ai doveri etici e morali che dovrebbero guidare l’amministrazione di un territorio e della cosa pubblica che lo caratterizza. Doveri che includono l’integrità etica e personale (la mancanza di trasparenza citata), il contrasto a sprechi (la Tangenzialina dell’Alute costerebbe 7 milioni di Euro) e l’uso oculato dei beni pubblici, tra i quali c’è il territorio naturale, il rispetto della missione istituzionale e il rifiuto di favoritismi – ad esempio a quei soggetti che potrebbero avere interessi alla lottizzazione immobiliare della piana.

In poche parole, con la vicenda dell’Alute il Comune di Bormio sta dimostrando di non riservare alcuna attenzione e tutela al proprio territorio promuovendone anzi il consumo speculativo e la sua svendita a interessi che nulla di vantaggioso potranno portare alla comunità locale.

Un pasticcio politico e amministrativo parecchio desolante, insomma, posta poi la bellezza assoluta della conca di Bormio e il degrado del suo paesaggio che scaturirebbe dai lavori nell’Alute, oltre a quanto già imposto al territorio dalle altre opere legate alle Olimpiadi invernali di Milano Cortina.

Posta tale inquietante – oltre che desolante, come detto – situazione, che fa della vicenda della “Tangenzialina” una di quelle più emblematiche della turistificazione insensata delle Alpi lombarde e italiane, è quanto mai necessario continuare con il massimo impegno e altrettanta determinazione la lotta per la tutela della piana dell’Alute fino alla cancellazione definitiva del terribile progetto: una lotta che, vista l’importanza turistica e culturale di Bormio e la peculiare bellezza del suo paesaggio, non è solo dei bormini ma di tutti gli appassionati di montagna. La si può continuare già da domani sera, giovedì 20 novembre, grazie all’incontro i cui dettagli vedete nella locandina lì sopra: sarà importante partecipare, per chi potrà, e per chiunque altro è necessario sostenere tale lotta così emblematica, per il bene futuro del territorio bormino e di ogni altro luogo montano sottoposto a progetti del genere nonché, assolutamente, di tutte le nostre montagne e delle loro comunità.

[1] Senza nulla togliere alle altre sezioni di Italia Nostra, quella di Sondrio e della Valtellina è un po’ la sezione “per eccellenza” dell’associazione, che venne fondata nel 1955, insieme ad altre figure di prestigio, da un grande valtellinese come Antonio Cederna.

Preoccupazioni e diffidenze inevitabili

Lo so, si rischia di risultare noiosi a riferire di cosa sta accadendo con le Olimpiadi di Milano Cortina. Tuttavia, obiettivamente, a fronte di ciò che riferisce la stampa e pur formulando tutta la positività, la benevolenza, l’indulgenza verso l’evento olimpico, come si fa a non essere preoccupati o diffidenti al riguardo?

Di sicuro non per le gare olimpiche, quelle andranno come andranno ovverosia bene, soprattutto per chi le vincerà, e in fondo nemmeno per l’evento in sé – al netto di certe infrastrutture parecchio esecrabili, delle quali la nuova pista di bob di Cortina è forse la più nota (ma ve ne sono altre similmente emblematiche).

Semmai, si è preoccupati e diffidenti rispetto a chi sta gestendo le Olimpiadi e per come lo sta facendo. Aspetti sui quali è ormai pressoché inutile commentare, basta constatare la realtà effettiva delle cose – il contrasto di ciò che riferiscono i due articoli sopra riportati mette bene in evidenza lo stato dell’arte.

Le Olimpiadi per i territori coinvolti sarebbero potute essere una grande occasione di sviluppo sensato e sostenibile, stanno diventando sempre più un’occasione sprecata, rischiano seriamente di trasformarsi in un disastro epocale. Intanto mancano 125 giorni – alla fine di Olimpiadi e Paralimpiadi, quando i nodi cominceranno a venire al pettine. Già.

P.S.: per chi non lo sapesse, Fabio Saldini è il Commissario straordinario per le opere olimpiche e Amministratore Delegato di Simico S.p.A., la società che si occupa della progettazione e realizzazione delle opere necessarie per i Giochi Olimpici; la Corte dei Conti è l’organo costituzionale italiano con funzioni di controllo e giurisdizione in materia di contabilità pubblica e amministrazione nonché di garante della legalità e della correttezza nella gestione delle finanze statali.

In difesa del Monte San Primo, sempre (anche con un esorcista!)

A proposito di cose belle accadute qualche giorno fa alle quali ho avuto la fortuna e il privilegio di partecipare, quello scorso è stato un altro importante e partecipato weekend di eventi a sostegno della difesa del Monte San Primo dallo scellerato progetto di sviluppo sciistico presentato dal Comune di Bellagio e dalla Comunità Montana del Triangolo Lariano, del quale ormai anche i sassi hanno conoscenza e vi manifestano un dissenso netto.

[Immagine tratta da www.erbanotizie.com.]
Venerdì 7 novembre, a Erba, insieme al presidente di Mountain Wilderness Italia Luigi Casanova e a Roberto Fumagalli del Coordinamento “Salviamo il Monte San Primo”, abbiamo discusso di ciò che sta accadendo per le prossime Olimpiadi invernali di Milano Cortina, partendo dal libro di Casanova “Ombre sulla neve” – e anticipando quello che uscirà a breve, “Oro colato”, scritto con il direttore di “AltræconomiaDuccio Facchini, per poi analizzare le molte analogie, di forma, sostanza e visione dei territori montani che accomunano – nonostante le diverse proporzioni – le Olimpiadi con il progetto “Oltrelario” sul Monte San Primo. Come sempre accade con Luigi Casanova, è stata una bella e illuminante conversazione alla quale ha partecipato anche il pubblico presente ponendo domande e considerazioni sulle realtà di fatto delle due questioni. Per conto mio ringrazio di cuore gli organizzatori dell’incontro e chi vi ha partecipato portando il proprio sostegno alla causa.

[Immagine tratta da www.erbanotizie.com.]
Domenica 9, invece, si è svolto il doppio evento dal titolo “Ascoltare la montagna: il San Primo tra sentieri e musica”, con al mattino una camminata lungo un tratto del “Sentiero Italia” che ha portato i partecipanti a scoprire la bellezza straordinaria dei versanti del San Primo con splendide visuali sul Lago di Como, mentre nel pomeriggio si è tenuto un momento di intrattenimento musicale con il gruppo Flûtes en vacances e il duo acustico Tou e la Vale. Un altro evento alquanto partecipato che ha mostrato l’attaccamento e la sensibilità degli appassionati di montagna nei riguardi del Monte San Primo e della causa in sua difesa.

Una difesa che, è bene ribadire, non è affatto giunta a compimento, nonostante alcuni titoli usciti sui quotidiani nazionali e locali, come quelle che vedete qui sotto del “Corriere della Sera” hanno fatto credere molti che dopo le audizioni del Coordinamento presso le Commissioni Ambiente e Territorio regionali in seduta congiunta e i pareri negativi da queste espressi, il progetto sciistico sia stato fermato.

No, purtroppo il progetto non è stato sospeso: il Comune di Bellagio, lo scorso 10 ottobre 2025 con la determina n.322, ha affidato l’incarico di sviluppare il progetto esecutivo ad uno studio di ingegneria, passaggio tecnico inequivocabile al fine di avviare i lavori. Dunque il Monte San Primo non è ancora salvo, la “battaglia” deve continuare fino a eliminare definitivamente la minaccia sciistica perpetrata dal progetto “Oltrelario”, la quale peraltro appare sempre più assurda e pericolosa visto anche ciò che ha già subìto il San Primo in passato, nei precedenti tentativi di rilanciarvi l’attività sciistica tutti inesorabilmente, miseramente falliti con conseguente spreco di risorse pubbliche. Potete vedere un emblematico video al riguardo cliccando sull’immagine qui sotto:

Dice quel noto proverbio che “Errare è umano, perseverare è diabolico”: che al Comune di Bellagio e in Comunità Montana del Triangolo Lariano occorra veramente la presenza di un esorcista?

Come sempre vi ricordo che per restare aggiornati sulla vicenda del Monte San Primo e sulle attività del Coordinamento in sua difesa potete visitare il sito web, qui, oppure la pagina Facebook “Per il Monte San Primo”.