Noi montanari

Separando con la sua enorme massa le nazioni che ne assediano i versanti dall’uno e dall’altro lato, la montagna protegge gli abitanti, solitamente poco numerosi, che sono venuti a cercare asilo nelle sue valli. Li ospita, li fa suoi, dà loro costumi speciali, un certo genere di vita, un carattere particolare. Indipendentemente dell’etnia d’origine, il montanaro è divenuto quello che è sotto l’influenza dell’ambiente che lo circonda; la fatica delle scalate e delle penose discese, la semplicità del vitto, il rigore dei freddi invernali, la lotta contro le intemperie ne hanno fatto un uomo a parte, gli hanno dato un atteggiamento, un’andatura, un gioco di movimenti molto diversi da quelli dei suoi vicini di pianura. Gli hanno dato inoltre una maniera di pensare e di sentire che lo distingue; hanno riflesso nella sua mente, come in quella del marinaio, qualcosa della serenità dei grandi orizzonti; in molti luoghi, inoltre, gli hanno assicurato il tesoro senza prezzo della libertà.

(Élisée ReclusStoria di una montagna, Tararà Edizioni, Verbania, 2008, pag.110; 1a ed.1880.)

Mi è tornata in mente questa citazione dell’imprescindibile Reclus nel sentire le “rimostranze” di un conoscente (peraltro era da un po’ che non ne ricevevo, pensavo quasi che la loro “epoca” fosse passata!) il quale, per la prima volta e per un impegno di lavoro, è salito nel comune montano dove abito. «Ah, ma dove vivi? Che strada, tutte curve, e c’era nebbia, non si vedeva nulla, poi arrivo su, non c’è in giro nessuno… ma siete sperduti nel nulla, lì!»

Fate conto che il luogo di mia residenza in questione è a meno di 10 km di strada (asfaltata, eh!) dalla iperantropizzata Brianza e a 40 minuti d’auto da Milano, mica in un vallone sperduto delle Svalbard. Ecco.

Be’, a sentire quelle sue parole, mi è tornato in mente Reclus e mi sono sentito un privilegiato, a poter vivere così “sperduto nel nulla”. Già.

Sean Connery

Figliola, ci sono delle cose che assolutamente non si fanno. Per esempio bere Dom Perignon del ’53 a una temperatura superiore ai 4 gradi centigradi: sarebbe peggio che ascoltare i Beatles senza tappi nelle orecchie.

(James Bond, Agente 007 – Missione Goldfinger, 1964.)

Be’, ora mi auguro solo che Sir Sean Connery, ovunque se ne andrà e sempre indossando il suo più bel kilt, potrà gustarsi il miglior Vodka Martini in assoluto. Ma, anche lì, agitato, non mescolato.
Perché, in effetti,

James Bond ama rompere le regole. Gode di libertà di cui la gente normale non dispone. Gli piace mangiare, gli piace bere, gli piacciono le ragazze. È piuttosto crudele, sadico. Incarna un’elevata percentuale delle fantasie di molta gente… anche se pochi ammetterebbero che gli piacerebbe essere Bond. Non esito a dire che anche a me piace mangiare, piace bere e piacciono le ragazze.

(Sean Connery citato in Andrea Carlo Cappi e Edward Coffrini Dell’orto, James Bond – 50 anni di un mito, Mondadori, 2002, pag. 227.)

Come la Regina Elisabetta

Non so se sia stato per qualche complimento ricevuto particolarmente caloroso, per gli sguardi irresistibilmente dolci di una cagnetta oppure per aver ottenuto il proprio nuovo record personale di pupù giornaliera o per chissà quale altro motivo, ma temo che Loki, il mio segretario personale a forma di cane, si sia un po’ montato la testa.

L’altro giorno, mentre ero in auto con lui dietro, si è piazzato sul sedile in modo da poter salutare i passanti lungo le strade percorse che nemmeno la Regina Elisabetta durante il Trooping the Colour o qualche altra simile celebrazione “regale”, d’un tratto lamentandosi con sonori abbai perché – ho dedotto, forse – stessi percorrendo vie con poco o senza pubblico. Che diamine, mica potevo violare le zone pedonale e a traffico limitato solo per soddisfare questa sua bizzarra fregola!

Chiedo agli amici che convivono con cani: è capitato pure a voi qualcosa del genere? Se l’avete risolta, come? Non è poi che i cani che manifestino tale smania pretendano pure una sontuosa carrozza trainata da cavalli per farla ancora più “seria”, vero?

Ecco, per sapere eh!

In difesa del Vallone delle Cime Bianche, e dello sci

[Immagine tratta da Varasc.it; cliccateci sopra.]
Il previsto collegamento funiviario tra i comprensori sciistici di Cervinia-Zermatt e del Monte Rosa Ski, che si vorrebbe realizzare nel Vallone delle Cime Bianche, uno degli ultimi lembi di territorio in quota rimasti incontaminati sulle Alpi della Valle d’Aosta, non è solo uno sconcertante scempio ambientale, come denunciano da tempo innumerevoli fonti e voci autorevoli della cultura di montagna – si veda qui un riassunto dei vari interventi di Mountain Wilderness, ad esempio. Rappresenta pure, per molti aspetti, un’offesa altrettanto sconcertante alla cultura dello sci che veramente lascia esterrefatti per come un tale progetto possa essere concepito e ritenuto virtuoso per lo sci turistico contemporaneo.

Innanzi tutto, è un progetto che si basa ancora (nel 2020!) sul modello industriale degli “ski resort” degli anni Settanta, una concezione ampiamente superata e da più parti fallita miseramente. A cosa serve avere un unico grande domain skiable (come si diceva un tempo) di 600 km? Chi se li scia tutti quei km di piste? Non bastano i 350 e più km del comprensorio Cervinia-Zermatt e i quasi 200 del Monte Rosa Ski? Veramente i responsabili del progetto credono che lo sci di oggi sia ancora una questione di quantità e non di qualità? Sia in pratica solo una questione di “ce-l’ho-più-grosso-io!” (il comprensorio sciistico)? Ma quanto sono fuori dal tempo e dalla realtà, questi signori? Probabilmente moltissimo, visto quanto sostengono nel testo diffuso qualche settimana fa a favore del progetto (ne parla qui Enrico Camanni), talmente ridicolo e banale da sembrare uno scherzo di qualche adolescente stupidotto e buontempone.

[Immagine tratta da caibiella.it.]
Se lo sci di oggi viene ritenuto – come è palese lo ritengano i fautori del progetto – una pratica ludico-sportiva così stupida da abbisognare di iniziative tanto anacronistiche e alienate, anche dal punto di vista delle strategie turistiche contemporanee, allora temo che nel giro di breve tempo scomparirà del tutto, e non (solo) per colpa dei cambiamenti climatici ma a causa di chi continua a gestirla in modi totalmente fallimentari – anche sul lato economico, peraltro. Pensare che sia ancora la quantità di piste e impianti a far la fortuna di una località sciistica è come ritenere che sia l’auto più grossa, potente e costosa a generare l’importanza sociale e il carisma di chi la guida. Siamo nel terzo Millennio, corriamo a grandi passi verso cambiamenti climatici che sconvolgeranno l’ambiente e il paesaggio delle Alpi nel mentre che la società dei consumi evolve verso nuove forme di fruizione turistica che richiedono una rinnovata qualità dell’offerta relativa nel contesto di strategie relative totalmente ripensate: e tale nuova qualità comprende in modo preponderante l’aspetto della sostenibilità ambientale delle infrastrutture ad uso turistico e, parimenti, della sostenibilità culturale, un elemento altrettanto fondamentale, oggi, in ogni strategia di gestione del turismo soprattutto in territori tanto di pregio quanto delicati come quelli alpini. Un progetto come quello che si vorrebbe realizzare in Valle d’Aosta rovinando il vallone delle Cime Bianche è una sorta di mega centro commercial-sciistico, del tutto avulso alla realtà territoriale e paesaggistica dei luoghi interessati e che ne deprime qualsiasi valenza culturale, un “non luogo” alpino che basa tutta la sua “importanza” sul numero di impianti e di piste e non sulla presenza culturale degli sciatori nel territorio (forse occorre ricordare ai “signori” suddetti che il turismo in qualsiasi forma è cultura molto prima che utili di bilancio, e dove non è stato così è miseramente fallito, appunto), sciatori trasformati in utili idioti fruitori delle “giostre di risalita” d’un tale divertimentificio industriale alpino peraltro economicamente bastonati da chissà quali prezzi degli skipass, necessari ad un comprensorio così volgarmente mastodontico. Il tutto, col paesaggio d’intorno irrimediabilmente guastato, inquinato, svilito, come appunto denunciano in tanti da tempo.

[Immagine tratta da AostaCronaca.it]
Io veramente, da sciatore appassionato quale sono da sempre, non posso credere che un progetto così stupido possa essere stato concepito e si pensi ancora di realizzarlo. Non lo posso credere, punto. Rappresenta realmente una pietra tombale, almeno per quei luoghi, sulla cultura, sulla passione, sul godimento della pratica dello sci. In un comprensorio sciistico del genere io non ci andrei mai a sciare: lo riterrei offensivo verso la passione che da sempre nutro per lo sci, senza alcun dubbio, e che mi auguro anche molti altri nutrano allo stesso modo. Ecco.

P.S.: vi sono numerosi siti che sul web si stanno impegnando per la salvaguardia del Vallone delle Cime Bianche, non solo a livello nazionale (come Mountain Wilderness) ma anche a livello locale. Tra questi, oltre al sopra citato Varasc.it, c’è lovecimebianche.it, afferente al gruppo di lavoro “Ripartire dalle Cime Bianche” che nasce da un comitato spontaneo di cittadini, residenti, proprietari e amici storici di Ayas, che si è attivato nel corso degli scorsi anni 2015 e 2016 ai fini della tutela e della valorizzazione dell’alta Val d’Ayas e del Vallone delle Cime Bianche, formalizzatosi nel corso del 2017 (CF  91070320071), al fine di rafforzarne l’attività di studio, di divulgazione, di confronto e di animazione sul territorio. Dategli un occhio.

La fine (?)

[Foto di Martin Sanchez da Unsplash.]
Mah, forse si sta tanto qui a dire, fare, disfare, disporre, obiettare, ipotizzare, decretare, prevedere, e poi questo Covid-19 sarà veramente l’evento che metterà la parola “FINE” al genere umano, un po’ come narrato da certi romanzi di fantascienza.
Chissà.

Be’, nel caso, potremo prenderla come il buon Shakespeare:

Di morte mangerai, che mangia gli uomini, | e il morir finirà, morta la morte.

(Sonetto CXLVI, da I sonetti, a cura di Rina Sara Virgillito, Newton Compton, 1988.)

P.S.: comunque, quasi tutti quei romanzi di fantascienza che narrano di morbi letali raccontano pure di sopravvissuti, pochi o tanti, ai quali resta dunque il compito di ricostruire la civiltà umana. Se questo dopo tutto possa considerarsi un “finale a lieto fine”, non lo so. Pensate ad esempio se, per un inopinato e spaventoso caso, i sopravvissuti siano un gruppo di seguaci di QAnon. Ecco.

P.S.#2: suvvia, non preoccupatevi. L’umanità non finirà con il coronavirus. Be’… però forse con quelli di QAnon . Ok, preoccupatevi!