Il bello e il brutto (tempo)

[Foto di Free-Photos da Pixabay.]
Il bello di quando piove, e il cielo è ingombro di nubi grigie e il terreno zuppo e fangoso, è sapere che prima o poi torneranno il Sole e il cielo azzurro.

Il bello di quando c’è il Sole, e magari fa molto caldo, è sapere che prima o poi tornerà la pioggia e la sua frescura la si godrà ancora di più.

Il bello del tempo meteorologico, a prescindere, è che a volte c’è il Sole, a volte piove e, in verità, non è mai “brutto” se non per chi non sa far altro che lamentarsene. Ma lamentarsi e lasciarsi condizionare, della meteo e delle sue vitali mutevolezze, è un po’ come lagnarsi del fatto che, dovendo respirare, a volte si annusano esalazioni poco gradevoli.

Va bene, allora non respirate. Ovvero, non uscite di casa. Ecco.

 

Camminare sulle parole #4

(Una serie di articoli dedicata al mio intervento per ALT[R]O FESTIVAL 2020: per saperne di più cliccate qui. Gli articoli precedenti sono qui, qui e qui.)

Ciò che Barry Lopez sostiene, in questo passaggio tratto da Una geografia profonda (è alle pagine 34-35) è una di quelle cose così chiare ed evidenti ovvero “ordinarie”, nella nostra relazione di esseri umani e creature viventi con il paesaggio, da finire per essere trascurate e ignorate, paradossalmente. Eppure è una cosa assolutamente fondamentale: il paesaggio esteriore che noi “vediamo”, cioè che concepiamo e definiamo come elemento culturale, si riflette sempre, inevitabilmente, dentro di noi, generandoci un relativo paesaggio interiore che, in pratica, racchiude forma, sostanza e senso della nostra presenza nel luogo dal quale si genera il paesaggio in questione. Conseguentemente, da un lato si genera e definisce ogni elaborazione di quel paesaggio, il suo valore culturale e antropologico, la sua identità, e dall’altro lato si genera la nostra identità in relazione ad esso: riconosciamo il luogo e riconosciamo noi stessi in esso, non sentendoci smarriti in quel luogo e tanto meno dentro di noi.

Posto ciò, e dato che anche la concezione e la determinazione del valore estetico (o quello presumibilmente tale) è uno degli elementi del processo appena descritto, per lo stesso principio non si può definire un paesaggio come “bello” oppure “brutto” senza prima considerare che il paesaggio siamo noi a crearlo, è frutto in buona parte della nostra relazione, esteriore e interiore, con ciò che abbiamo intorno, della nostra sensibilità più intima e del bagaglio culturale che ciascuno possiede: tutti elementi con i quali interpretiamo ciò che colgono i nostri sensi – e questo accade anche inconsciamente, sia chiaro.

Quindi, prima di stabilire il valore estetico del paesaggio, dovremmo prima interrogarci, ovvero metterci in dubbio, la capacità personale di “creazione” del paesaggio, e ciò lo possiamo fare solo quando siamo in grado, almeno minimamente, di comprendere cosa i nostri sensi colgono di ciò che c’è intorno a noi così come, ugualmente, quanto di ciò che abbiamo intorno influenza la nostra percezione e la nostra sensibilità al riguardo – un ambito che oggi viene praticato dalla cosiddetta psicogeografia, disciplina tanto sperimentale quanto di importanza potenzialmente concreta.

Tuttavia, è bene rimarcare che quanto afferma Lopez all’inizio della sua citazione, in relazione alla conoscenza geografica del paesaggio, è comunque qualcosa di importante per entrare in relazione con esso, anzi, è la competenza materiale basilare da affiancare alla cognizione immateriale ovvero un’ottima chiave per aprire le porte verso un rapporto più profondo e consapevole con il mondo che abbiamo intorno. In fondo, e per citare il precedente protagonista di questo cammino letterario, Davide Sapienza, «La mappa è il ricordo più antico che può essere scritto nel codice umano» cioè, sotto molti aspetti, la geografia esteriore, con tutti gli elementi che vi afferiscono, dà forma anche alla nostra geografia interiore, arricchendola del senso e del valore culturale di quei suoi elementi. Alla fine, ribadisco, conoscere il paesaggio in questo modo significa non solo sapersi non smarrire in esso ma, ancor più, saper non smarrirsi cioè ritrovarsi in se stessi, generando un’armonia tra paesaggi esteriori e interiori essenziale e profondamente vitale.

Artisti, occupatevi di cose serie!

La cosa divertente, quando si gira un film, è il fatto di realizzarlo, l’atto creativo. Gli applausi non significano nulla. Anche gli elogi più sperticati non ti evitano l’artrite e il fuoco di sant’Antonio. Ed è cosi terribile che qualcuno non impazzisca per il tuo lavoro? Che a qualcuno possa non piacere il tuo film? L’universo si sgretola alla velocità della luce e tu ti preoccupi di un tipo di Sheboygan secondo cui i tuoi film sono lenti? O una signora di Tuscaloosa scrive che sei un genio e tu credi che la sua opinione ti renda pari a Rembrandt o Chopin? Occupati di cose serie.

(Woody Allen, A proposito di niente. AutobiografiaLa Nave di Teseo, 2020, traduzione di Alberto Pezzotta, pag.192.)

L’autunno dentro

Il bello dell’autunno, e di vivere i suoi momenti, è che a volte ti dà una sensazione come quando fuori tira un vento freddo e ti ripari in una baita entro la quale il fuoco che danza e crepita in un bel caminetto diffonde un gradevole tepore e una delicata ma vivace luminosità. Solo che il tepore e la luce te li fa percepire dentro quando sei all’aperto – ad esempio di fronte a visioni come quella lì sopra, nella placida quiete d’un pomeriggio montano.

P.S.: sì, quest’anno mi sento particolarmente affine all’autunno e mi viene da scriverne spesso. Chissà perché.

Dio esiste e vive a Bruxelles

Se volete vedere un film tanto originale quanto poco conosciuto, da queste parti, eppure per molti versi notevole, provate con Dio esiste e vive a Bruxelles, del regista belga Jaco van Dormael.
Come dice il titolo (italiano, nell’originale è Le Tout Nouveau Testament), racconta di Dio che vive a Bruxelles ed è – per essere chiari – uno stronzo, un ometto rozzo, viscido e sadico la cui unica attività è causare problemi e dolori agli umani il quale per giunta, al contrario di ciò che si pensa abitualmente, non possiede nemmeno poteri “divini”, appunto. Il figlio maschio è stato crocifisso duemila anni fa, come sostengono le cronache evangeliche, mentre la moglie, pur essendo a sua volta di genesi divina, gli è del tutto sottomessa. La figlia adolescente, invece, si chiama Ea e ha un carattere ben più ribelle: rendendosi conto del sadismo paterno, prima combina un gran casino, inviando via sms a ogni essere umano la data della propria morte, poi gli sfugge (grazie a una lavatrice-teletrasporto ideata dal fratello JC – Jesus Christ, ovviamente) e, reclutando sei nuovi discepoli personali da aggiungere ai dodici del fratello, ne raccoglie le vicende umane con tutte le relative confessioni, emozioni, afflizioni e aspirazioni per compilare un “nuovo Nuovo Testamento” molto più pragmatico, terreno e umano del precedente, per la cui scrittura recluta anche un simpatico senzatetto che diventa il segretario personale della ragazzina. Eppoi c’è il finale che ovviamente non “spoilero”.

Dio esiste e vive a Bruxelles è un film estremamente originale, in certi passaggi divertente e in altri commovente, onirico, surreale, molto poetico e delicato ma altrettanto forte nell’idea offerta dell’entità divina (un’idea con la quale non posso che concordare) la quale alla fine è moooolto umana, in primis nella sua cattiveria (raffigurazione geniale, a ben vedere: l’uomo è fatto “a immagine e somiglianza di Dio”… o viceversa?), con gran fotografia e sublime colonna sonora, un’opera cinematografica che, alla fine, è talmente dissacrante da proporre un’idea di “sacro” e di “divino” molto più umana e umanistica di quelle proposte da qualsiasi religione, senza per questo risultare offensiva al riguardo, anzi, tutto il contrario. A parte che per Dio ma ciò inesorabilmente, forse.

Guardatevelo – lo trovate sulle piattaforme on demand (io l’ho visto su Prime Video) – è un’opera assai suggestiva e fuori dagli schemi che, anche solo per questo, merita senza dubbio di essere vista.