[Anno 1940, foto di Emmy Andriesse – http://hdl.handle.net, pubblico dominio, fonte commons.wikimedia.org.]Nell’anno in corso si celebrano i centoventicinque anni dalla nascita e i sessanta dalla morte di Alberto Giacometti, uno dei più grandi artisti di tutti i tempi le cui opere, soprattutto le celeberrime sculture in bronzo, tanto minimaliste quanto espressivamente potenti e ipnotiche (ne ho avuto esperienza diretta nei musei ove le ho potute ammirare) hanno raggiunto record di vendita in asta tra i più alti di sempre: ad esempio nel 2015 “L’homme au doigt” (la vedete nell’immagine qui sotto) è stata aggiudicata per 141,28 milioni di dollari da Christie’s a New York. D’altro canto l’importanza dell’arte di Giacometti travalica il proprio mero ambito per toccare diversi aspetti, materiali e immateriali, che danno forma e immaginario alla nostra contemporaneità.
Ma forse più di ogni altra cosa io trovo affascinante, di Giacometti, la sua origine montanara, di una delle valli più belle e emblematiche delle Alpi tra Svizzera e Italia: la Bregaglia, da millenni corridoio orografico e culturale di giunzione tra la pianura padano-lombarda e più in generale il bacino del Mediterraneo, la regione alpina settentrionale e il centro-nord Europa. Una genesi alpina che Giacometti ha fuso con tutti gli altri ambienti sociali e culturali frequentati nel corso della sua vita e che molti storici e critici d’arte ritrovano nei suoi lavori artistici.
[Il villaggio di Stampa. Fonte commons.wikimedia.org.]In Bregaglia, a Borgonovo di Stampa, nel villaggio natale della famiglia del grande artista e presso il cui cimitero riposa con i familiari, tutti identificati da lapidi semplicissime, ha sede il Centro Giacometti, che mira a curare, salvaguardare e valorizzare il patrimonio culturale materiale e immateriale legato alla famiglia e al suo principale esponente, mentre la Fondazione Ciäsa Granda/Atelier Giacometti conserva alcune opere rimaste in valle e rende accessibile di tanto in tanto l’Atelier, sito sempre a Stampa.
[Le semplici lapidi delle tombe dei Giacometti nel cimitero di Stampa. Immagine tratta da centrogiacometti.ch, fonte originaria qui.]Ovviamente il Centro Giacometti ha messo in calendario alcuni eventi, diffusi lungo l’intero anno, che celebreranno Alberto e il suo legame con il territorio bregagliotto. Uno degli appuntamenti principali e più intriganti sarà il simposio in programma a luglio dal titolo: “I percorsi di Alberto Giacometti nello specchio delle sue origini” che, come si legge nel sito del Centro, «farà in particolare luce su alcuni fatti significativi legati alla valle di Giacometti e al mondo culturale italiano da lui frequentato. Ricercatori universitari, curatori e psicanalisti illustreranno vari aspetti del Giacometti “bregagliotto”, cresciuto e formato in una valle di montagna Svizzera, adiacente al mondo lombardo.»
[Giacometti fotografato a Stampa da Henri Cartier-Bresson nel 1961. Immagine tratta dalla pagina Facebook J-Arts.]Per celebrare a modo mio (cioè minimamente, per quel che posso fare) questo “anno giacomettiano”, ripropongo qui un articolo di qualche tempo fa (lo pubblicai la prima volta nel 2014) su uno degli aspetti più singolari e per certi aspetti sconcertanti dell’origine bregagliotta di Alberto Giacometti e della sua presenza in valle, che dal giorno che lo scoprii (grazie a Philippe Daverio) mi ha sempre meravigliato – in diversi modi si possa intendere tale aggettivo. Lo ripropongo di seguito, come detto, con alcune immagini aggiornate, anche nella speranza che possa meravigliare come me molti altri; tenete presente che alcuni cose scritte si riferiscono all’epoca della sua stesura e oggi risultano superate.
[Giacometti al lavoro a Stampa. Immagine tratta da www.giacometti-stiftung.ch.]Passare accanto al “genio” e (forse) non saperlo
Avrete probabilmente letto/visto sui media la notizia del nuovo record di vendita all’asta per un’opera d’arte: “Chariot“, scultura bronzea di Alberto Giacometti (nell’immagine qui sotto), è stata battuta a 101 milioni di dollari, valore secondo solo ai 104,3 milioni di dollari – record assoluto, stabilito nel 2010 – di un’altra opera di Giacometti, “Homme qui marche”.
Ora, al di là di tali vertici di mercato artistico e dello scalpore che hanno generato, quando penso ad Alberto Giacometti – senza dubbio uno dei più grandi artisti del Novecento – e ancor più in considerazione di quanto sopra citato, mi torna in mente quella piccola, caratteristica baita che si trova giusto accanto alla strada che da Chiavenna (e dunque da Milano) porta a Sankt Moritz, lussuosissima località turistica che non abbisogna di presentazioni: baita che è proprio l’atelier della famiglia Giacometti, a Borgonovo di Stampa, piccolo villaggio tra i monti della Svizzera – nel Grigioni di parlata italiana – del quale la famiglia è originaria.
Quella strada, la quale appunto porta dall’Italia a una delle più note località delle Alpi (e che è quella visibile nelle foto a corredo di questo articolo), è trafficatissima in ogni stagione ma soprattutto d’inverno, quando orde di sciatori vi transitano per recarsi sulle piste di Sankt Moritz ovvero – se detengono un’adeguata fortuna economica – per viverne il lusso, frequentare il jet set internazionale, fregiarsi dell’aver lì casa e dunque fare parte della società che conta, accanto a VIP d’ogni genere e sorta. Ecco, posto quanto scrivevo poc’anzi, mi fa semprespecie constatare come la gran parte di quel traffico passi accanto a quella baita, all’atelier di Alberto Giacometti e prima del padre Giovanni, ignorandone totalmente la presenza. Transitano veloci in tanti, le auto ordinarie oppure fuoriserie con gli sci sul tetto e i bagagli nel baule, e non sanno di sfiorare un luogo dal quale è partito un grandissimo personaggio, una vera e propria icona del Novecento e – be’, non si può non rimarcarlo di nuovo – colui che si può definire Mister 205 milioni di dollari (la somma del valore delle due opere sopra citate; oggi sarebbe da aggiornare in Mister 350 milioni, visto il successivo record di “L’homme au doigt” del 2015 sopra citato)… Altro che i miseri 6 milioni del protagonista di quella nota serie televisiva anni ’80!
P.S. – una curiosità: se ingrandite l’immagine in cui la costruzione è ripresa sul lato, potrete leggere l’intitolazione della stessa ai Giacometti, incisa sulle travi di legno. Una sorta di firma in veste di dedica sulla baita, come su un’opera d’arte. La scritta è visibile e quasi del tutto leggibile anche nelle immagini di Google Maps (cliccateci sopra per ingrandirla):
Mi coglie una gran tristezza ogni volta che transito davanti all’ex Grande Albergo del Pertüs – succede spesso, visto che si trova sui monti di casa – e ne constato lo stato di abbandono, la conseguente e crescente incuria, le imposte danneggiate e in certi casi aperte così che gli interni si deteriorino ancora più rapidamente di quanto imponga il tempo, i danni da intemperie, e quel cartello «VENDESI» ormai esposto da qualche anno che accentua la percezione di abbandono, di dimenticanza dello stabile e del luogo.
Eppure quello del Pertüs è un edificio che trasuda narrazioni affascinati da ogni suo mattone: fu uno dei primi grandi alberghi costruiti in quota delle Alpi lombarde, edificato a fine Ottocento sul modello degli hotel alpestri svizzeri, dotato di confort all’epoca rivoluzionari come l’energia elettrica e il telefono anche prima che tali invenzioni servissero i paesi sottostanti, di stanze, soggiorni lussuosi e sale da ballo, frequentato da molte famiglie benestanti milanesi e bergamasche che vi giungevano a dorso di mulo e da lassù godevano dell’aria salubre profumata dalle essenze silvestri delle maestose foreste circostanti nonché di vedute panoramiche ampissime e spettacolari. Ne parlo con cognizione di causa perché ebbi la grande fortuna, ormai otto anni fa (era il 15 ottobre 2017), di farmi concedere l’apertura straordinaria dagli allora proprietari e di guidare una nutrita comitiva alla sua scoperta cui narrai la storia del luogo e alcune delle sue affascinanti vicende – visita poi raccontata in un bell’articolo del magazine “Orobie” sul numero di ottobre 2018.
[Un momento della visita dell’ottobre 2017.]Da qualche anno, appunto, è stato messo in vendita ma senza suscitare l’interesse di nessuno, a quanto pare. D’altro canto l’edificio è molto grande e articolato, in alcune parti ancora ben conservato ma in altre – soprattutto quelle all’ombra e più esposte alle intemperie proprie di una sella montana – già deteriorate; l’eventuale ristrutturazione imporrà certamente spese ingenti e altrettante difficoltà logistiche, senza contare che non sarebbe ammissibile alcuna banalizzazione di un luogo di tale importanza storica e valore culturale. Ma è anche vero che il suo attuale stato di abbandono non farà che generare un rapido degrado della struttura: eventualità a sua volta inammissibile, dal mio punto di vista.
[Il Grande Albergo in una fotografia di inizio Novecento, successivamente colorata.]Dunque auspico che qualcuno prima o poi – più prima che poi – si prenda a cuore l’ex Grande Albergodel Pertüs e si adoperi quanto meno per non far avanzare ulteriormente il deterioramento, pensando nel frattempo a come riportare in vita l’edificio nella maniera più consona alla sua identità storica e alla bellezza naturale del luogo in cui si trova. È un patrimonio che merita di non venir dimenticato e di essere salvaguardato quanto più possibile. E di rimanere considerato, da qualsiasi escursionista o viandante vi passi accanto.
Piove. E quando piove almeno due cose sono certe: che il governo è ladro (che poi, fateci caso, la pioggia è sempre bipartisan) e che lo scrivente prepara lo zaino, infila le scarpe da trekking, un copricapo impermeabile in testa e va per i monti. A meno che non ci siano nubifragioni nell’aria, ovvio, e d’altronde il temporale che fino a poco prima ha scosso la zona scaricando anche un po’ di grandine è già corso verso levante, ormai per me innocuo.
Ho scelto un percorso particolarmente silvestre, sia per ripararmi almeno un poco dalla pioggia a tratti battente e sia perché so bene quanto sia fenomenale attraversare i boschi madidi: gli alberi cantano felici come se imitassero noi umani sotto la doccia, il ticchettio delle gocce di pioggia sulle foglie che ancora stazionano sui rami battono il codice morse dell’entusiasmo arboreo, il terreno effonde profumi intensi, ancestrali, quasi inebrianti, i corsi d’acqua, anche quelli periodici, si ravvivano e rivitalizzano l’ambiente. Fuori dal bosco, il verde dei prati si fa quasi fosforescente tant’è brillante mentre le nuvolaglie sfilacciate si fanno indossare dalle cime dei monti come sciarpe fluttuanti.
Tutto questo – anche tutto questo – fa sì che il sentiero lungo il quale cammino l’ho già fatto mille volte e questa milleunesima è sorprendente come fosse la prima: è la manifestazione di una poiesis geopoetica e psicogeografica, un “fare dal nulla” il paesaggio il quale immediatamente diventa la dimensione fondamentale di quei momenti. Alla cui meraviglia, lo ammetto, contribuisce il fatto che non ci sia nessuno in giro – andata e ritorno, non ho incrociato anima (umana) viva; ma in fondo mi dispiace che tali condizioni, anche quando non siano affatto problematiche, scoraggino molti dal farsi una bella camminata al ritmo naturale battuto dalla pioggia sulle chiome arboree. Questa meteo diversamente bella rende percepibili cose diversamente speciali del paesaggio altrimenti sfuggenti – i profumi del bosco, appunto, o le forme dei monti definite dalle nuvole che vi si inframezzano, i differenti toni virenti della vegetazione, eccetera – così che in quel paesaggio ci si senta in qualche modo ancora più dentro del solito, ancora più parte di esso: in fondo si è tutti – umani, animali, piante, pietre – nella stessa condizione madida di pioggia. Alla fine anche il fango che resta sulle mie scarpe o che mi inzacchera i polpacci mi interra più del solito in quel paesaggio, in quell’ambiente grigio, bagnato, freddiccio, eppure così inopinatamente bello e speciale.
Eppoi dopo la pioggia viene sempre il sereno, Rodaridocet; ne sarò ancora più contento del suo calore, del cielo tornato terso, della luce ritrovata, proprio grazie alla pioggia, in fondo. Yin e Yang, notte e giorno, caldo e freddo, cielo e terra, negativo e positivo. Ecco anche perché quando piove io comunque prendo lo zaino e comincio a camminare: per farlo pure col Sole con identica, meravigliosa, salutare soddisfazione.
Il paesaggio non è mai uguale a se stesso e parimenti il luogo che identifica non è mai lo stesso, anche se sembra tale, persino se è la millesima volta che lo si visita e contempla.
Questa verità me la riconfermo ogni volta che torno in Valle della Pietra, laterale della Valgerola che a sua volta lo è della Valtellina: secondo me uno dei posti più belli delle Prealpi lombarde. Salendo da Gerola o da Laveggiolo e superando la boscosa dorsale nordorientale del Pizzo Melàsc, mi ritrovo davanti la testata della valle in tutta la grandiosa potenza alpestre che la caratterizza e che lo sguardo può cogliere. Non so quante volte l’abbia percorso, quell’itinerario che d’altro canto è parte della DOL dei Tre Signori, la Dorsale Orobica Lecchese: decine e decine di sicuro, eppure ogni volta lo stupore nell’osservare il paesaggio della Valle della Pietra è lo stesso della prima, il colpo d’occhio appena fuori dal bosco mi sgrana tanto le palpebre quanto la mente e l’animo, sicché per qualche secondo non posso che restare imbambolato a godermi la straordinaria visione.
Lo stesso paesaggio di sempre ma ogni volta diverso: sembrerebbe un controsenso, questo, e invece è la pura verità. Cambiano le condizioni ambientali, il tempo, la luce e le ombre, i colori, i profumi, la vegetazione e ancor più ogni volta sono cambiato io che osservo. Il paesaggio esteriore cambia perché è cambiato il paesaggio interiore e, come ha scritto Lucius Burckhardt, «Il paesaggio è un costrutto, non va ricercato nei fenomeni ambientali ma nelle teste degli osservatori». Ecco perché non è mai uguale anche se così a molti appare, e perché ogni volta che lo si osserva può suscitare le stesse impressioni della prima volta: è come se a ciascun ritorno in quel paesaggio lo si ricreasse, come se la nostra mente lo reinventasse ex novo in base alle condizioni del momento e alle sensazioni dell’osservatore.
Posso tornare infinite volte nello stesso luogo conoscendone ormai a menadito ogni suo elemento, anche il più microscopico e insignificante, eppure mi sento sempre come se vi giungessi per la prima volta. In fondo, così facendo, ogni volta non rigenero solo il paesaggio ma pure me stesso. Credo sia un buon modo per sentirsi vivi e esserne gratificati, questo.
Ore 07.30, cielo coperto, nebbie sfilacciate sulle cime, nevischio, freddo. Una giornata perfetta per andare in montagna, conveniamo io e il segretario personale (a forma di cane) Loki!
Così andiamo e la montagna, di solito tra le più frequentate di tutte le Alpi, oggi è quasi tutta nostra: è bizzarro trovare il grande parcheggio praticamente vuoto, non incrociare nessuno sui sentieri, non udire del vociare umano nei prati o nelle baite – ma forse dovrei pensare che è “bizzarro” il contrario, per certi versi.
La montagna è assopita in un silenzio che la neve fresca caduta la notte prima rende ancora più avvolgente. Mi diverto a sentirla crocchiare sotto le suole delle scarpe e a cercare dal suono di indovinarne la densità. È uno dei rumori più piacevoli che si possano sentire, camminando nella natura, e qui lo è anche di più visto come stia diventando ormai raro.
In verità non siamo del tutto soli: il segretario Loki ogni tanto punta occhi e corpo verso il folto del bosco, intercettando infallibilmente qualche presenza. Io non vedo nulla, ma forse quel tonfo sordo appena sentito non era provocato dalla caduta al suolo di un grumo di neve da qualche albero.
Torniamo all’auto a metà pomeriggio fendendo la nebbia che ora avvolge la zona. Persone incrociate sui sentieri percorsi dalla mattina, in totale: quattro. Ci fosse stato il Sole, e magari una temperatura mite come di questi tempi spesso accade, ci sarebbero voluti due zeri dopo quel numero
In montagna non esistono “brutte” giornate (a meno che non ci si trovi sul K2 o sul Cerro Torre, ovviamente!), ma solo giornate più o meno “confortevoli” per come noi vogliamo intenderle. È comprensibile, senza dubbio, però certe volte sono proprio le giornate “brutte” a regalare dei momenti di insperabile e inopinata bellezza, quei momenti che non si direbbero tali e d’altro canto solo vivendone gli attimi li si può riconoscere. Sarebbe stato un vero peccato non goderne: a volte è il comfort interiore quello che conta veramente.