Le montagne, la natura, l’ambiente non sono di destra o di sinistra ma di tutti

Le evidenti conseguenze dei cambiamenti climatici pongono seri interrogativi sulla possibilità di continuare a immaginare un turismo, in particolar modo quello invernale, come se nulla fosse.

Siamo stati abituati ad aumentare tutto: più posti letto, più impianti. Molte località famose diventano grandi parchi giochi, con i locali che si trasformano in comparse e servitori.

È lampante che il “sistema neve” rimane ancora oggi un settore fortemente trainante dell’economia alpina, ma è possibile continuare a immaginare uno sviluppo turistico invernale alla luce dei cambiamenti climatici?

Se è possibile immaginare di spingere sull’industria dello sci in alcune località blasonate e oggi fortemente infrastrutturate — da Madonna di Campiglio a Plan de Corones — per altre l’invito è a immaginare un percorso opposto. Che tolga strutture invece di aggiungerne. Possiamo immaginare una dismissione degli impianti esistenti e la demolizione di tutte le strutture costruite nel corso degli anni? Siamo in grado di attivare un percorso di rinaturalizzazione e valorizzazione di un luogo da «sacrificare» alla classica fruizione fatta di impianti di risalita, ma da offrire invece come una montagna liberamente accessibile?

Questi sono alcuni stralci di un articolo pubblicato lo scorso 24 settembre sul “Corriere del Trentino” che cita… un’ambientalista radicale? No.
Un seguace delle idee sulla decrescita? No.
Un militante politico della parte opposta a quella che di norma sostiene l’industria turistica? Nemmeno.

Sono parole e opinioni di Alberto Winterle, rinomato architetto trentino direttore di “Turris Babel”, la rivista della Fondazione Architettura Alto Adige, già presidente dell’associazione Architetti Arco Alpino costituita dagli Ordini degli Architetti delle provincie alpine italiane. Le ha scritte nell’editoriale dell’ultimo numero della rivista (il #134) che potete leggere qui.

Uno stimato professionista di altissimo profilo, dunque, che esprime opinioni non in base a ideologismi di qualsivoglia natura ma alle proprie grandi competenze e all’autorità che ne deriva.

Già, perché l’ambiente non è né di destra e né di sinistra, è di tutti. E le montagne e la loro gestione non sono e non possono essere soggette alle convinzioni di questa o di quella parte politica, funzionali ai propri interessi particolari ma sono un patrimonio, una responsabilità e una facoltà di tutti, la cui amministrazione deve apportare vantaggi a chiunque e, innanzi tutto, ai territori montani stessi, ai loro ambienti, ai loro paesaggi. Alle montagne, insomma.

[Foto Ansa, fonte https://www.3bmeteo.com/.]
Una questione di competenze, visioni, buon senso, cultura, non di ideologie, slogan, propagande e partigianerie.

Sarebbe finalmente ora di considerare pienamente tale verità e di farne un punto fermo, per il bene di tutti.

Quali soluzioni per l’overtourism in montagna?

[Immagine ©fotoagh.it – Alessandro Ghezzer]
Il dibattito sul tema dell’overtourism nelle località montane si fa a ogni stagione sempre più ampio e articolato, evidenziando la criticità ormai innegabile del problema. Ora il dibattito si placherà, visto che l’estate è terminata, ma non sarà che la quiete dopo una tempesta e prima delle prossime, forse ancora più intense. Fatto sta che il problema, pur con tutti distinguo del caso, è ormai lampante, le soluzioni nel breve termine invece molto meno, nel senso che in buona sostanza non si capisce ancora bene quali potrebbero essere e quanto sarebbero efficaci, se applicate.

[Immagine ©fotoagh.it – Alessandro Ghezzer]
Ovvio che qualcuno potrebbe denotare che la soluzione primaria da mettere in atto è la diffusione di una maggiore e più consapevole cultura del turismo sia tra gli ospiti e sia tra gli abitanti e gli operatori economici delle località coinvolte, con gli annessi e connessi di vario genere che ciò significa. Ma questo è un processo – comunque fondamentale da attuare, sia chiaro – che richiede tempo, mentre per certi versi la situazione impone il bisogno di elaborare provvedimenti che, se non già risolutivi, possano mitigare le conseguenze già riscontrate nell’attesa di porre in opera strategie più organiche e articolate.

[Immagine ©fotoagh.it – Alessandro Ghezzer]
Dunque, a fronte di fenomeni di sovraffollamento turistico a volte così ingenti da generare problemi concreti ai territori che li subiscono e a chi ci vive, e fermo restando che la soluzione non possa logicamente essere l’aumentare i parcheggi, allargare le strade, costruire nuovi alloggi eccetera, come se lo spazio montano a disposizione fosse inesauribile e totalmente da asservire alle esigenze turistiche (seppur non pochi amministratori pubblici di montagna lo pensano, inauditamente!), che si può fare in concreto?

Aumentare le tasse di soggiorno e istituire ticket d’ingresso alle località per il turismo giornaliero (come stanno pensando di fare alcune località in Svizzera, ad esempio)? Contingentare i posti letto negli hotel e i coperti nei punto di ristoro? Elaborare la capacità di carico turistica di ogni località e farne una regola giuridica assunta come limite dal Comune locale? Fissare di conseguenza numeri chiusi da gestire con appositi “varchi” (dove sia possibile) all’ingresso delle località?

E, qualsiasi possa essere la soluzione, come poi si possono mettere in equilibrio le presenze turistiche, la libertà d’impresa, il benessere della comunità locale, la tutela ambientale e del paesaggio? Può essere possibile fare ciò oppure obiettivamente è pura utopia?

[Immagine ©fotoagh.it – Alessandro Ghezzer]
In ogni caso, tra mille domande e dubbi una cosa è innegabilmente certa: qualche soluzione va trovata, e in fretta, se non si vuole rischiare situazioni come quelle delle immagini che vedete (sono opere di Alessandro Ghezzer, create con l’IA e tratte dalla sua pagina Facebook). Ne va della sorte delle nostre montagne e di chi le abita mantenendole vive.

Piani Resinelli, la solita storia: turisti privilegiati, residenti trascurati. Così il luogo muore (ma tanto c’è il bel panorama, no?)

[Panorama dei Piani Resinelli dai contrafforti della Grigna Meridionale o Grignetta. Immagine di Valeria Viglienghi tratta da montagnelagodicomo.it, fonte originale qui.]

Un bel giorno, consultando gli orari degli autobus dall’app mobile della tua città, scopri che la fermata dietro casa è stata soppressa. Non per un giorno, non per qualche settimana. Per sempre. Stordita, cerchi informazioni sulle fermate della zona. Tutte soppresse. Ti domandi come farai a cucinare qualcosa per pranzo, dato che il frigo è quasi vuoto e il primo supermercato dista da te più di 25 km. Non ci sono alimentari nelle vicinanze, tutte le attività sono state chiuse e sostituite da alberghi, ristoranti e attrazioni per turisti.
In effetti ti chiedi come farai a lavorare, visto che anche la connessione internet è debole e la fibra non funziona. Sei completamente isolata, senza mezzi pubblici e senza connessione web. Ti accorgi che anche l’acqua ha smesso di uscire dal rubinetto della cucina: la tua casa non è più allacciata all’acquedotto comunale. Dovrai arrangiarti.
Ora, tutto questo, è la quotidianità di chi vive in montagna. Non in qualche valle sperduta ma qui, ai Piani Resinelli, a un’ora da Milano. Cerchiamo di ripeterlo, alle istituzioni, che su queste montagne ci sono persone che ci vivono. Famiglie. Cittadini e cittadine che pagano regolarmente i contributi, proprio come tutti gli altri a quote inferiori o sul lago. A differenza degli altri, però, queste cittadine e cittadini sono soli. E scoprire così, un mattino, che i mezzi pubblici sono stati cancellati, senza un avviso, senza uno scrupolo, perché bisogna fare dei tagli, perché quella tratta non raccoglie grandi numeri e quindi non è importante, lasciamoli lassù a brontolare, i montanari. Lasciamoli lassù, che c’è l’aria buona. L’aria che piace tanto ai turisti, quella che profuma di soldi e fatturato.
Noi siamo i cittadini sacrificabili. Quelli che tanto è una scelta loro. Quelli che vabè, tanto hanno il panorama. Quelli che tanto vivere in montagna è come stare sempre in vacanza. Un giorno questo luogo sarà finalmente come lo vogliono: deserto. Un circo per i turisti della domenica. Disabitato e spettrale per tutto il resto del tempo. Ci siamo già vicini. Notizie come questa sono passi sempre più decisi che muoviamo in questa direzione. Dobbiamo esserne consapevoli.

Riproduco tale e quale e rilancio la testimonianza/denuncia che ha pubblicato sulla propria pagina Instagram Resinelli Tourism Lab riguardo la situazione della località montana ai piedi delle Grigne, dacché sono pienamente d’accordo con quanto vi è espresso (la potete leggere in originale cliccando sull’immagine qui sotto.). La situazione dei Piani Resinelli, località meravigliosa e ricolma di infinite possibilità di frequentazione turistica sostenibili e virtuose a beneficio di tutti, turisti, residenti e villeggianti, ma che da alcuni degli amministratori pubblici locali viene considerata solo come una meta da turismo giornaliero di massa, un divertimentificio dove conta solo la quantità di persone che ci possono stare, non la qualità della fruizione del luogo, e per ciò viene offesa e degradata – una situazione sulla quale ho scritto spesso, peraltro – sta diventando sempre più paradossale oltre che pericolosa per la sopravvivenza sociale e culturale della località stessa. Il menefreghismo nei suoi confronti è ormai palese, il disinteresse nel suo futuro anche, il fastidio verso chi comprende le grandi valenze dei Piani e vorrebbe che i turisti vi ci si trovassero bene innanzi tutto perché bene ci si sentono i residenti altrettanto.

A proposito di trasporto pubblico poi – uno dei servizi di base del quale un luogo di montagna e la sua comunità hanno bisogno, per giunta – notate il paradosso (appunto): si chiama “trasporto pubblico” perché è della collettività, è di tutti, ma la politica, che dovrebbe rappresentare la collettività, si comporta come se il trasporto fosse privato, roba sua e dunque della quale disporre a piacimento e in base a qualsiasi motivazione, peraltro usurpando il valore funzionale delle tasse pagate della collettività. Se dunque il trasporto è pubblico e le tasse le paga il pubblico, se non ci sono i soldi e per ciò il trasporto viene tagliato non è un problema del pubblico ma della politica che, evidentemente, i soldi delle tasse non li sa gestire al meglio così come non sa gestire al meglio i servizi di base che vanno (andrebbero) garantiti alla collettività. Garantiti, ripeto, senza se e senza ma così come senza giustificazioni d’alcun genere. Garantiti e basta.

[Evidentemente a certi amministratori pubblici locali i Piani Resinelli piacciono solo così, ingolfati di auto e sovraffollati di turisti-mordi-e-fuggi.]
Dunque, la suddetta politica che dice? Che fa? Come intende agire? Ovviamente con i fatti, non solo con le belle parole che sa sempre ben spendere e altrettanto bene sa non concretizzare. Quella politica che in gran parte, per dire, da anni diffonde promesse, intenzioni, impegni a favore dei Piani Resinelli (così come in innumerevoli altre località delle montagne italiane), e poi lascia che i servizi essenziali alla comunità vengano tagliati. Quindi, che ha da dire ora al riguardo?

Il grosso problema del cicloescursionismo sulle montagne

[La ciclovia verso il Passo del Muretto, in alta Valmalenco: a sinistra in fase di realizzazione nell’estate 2023, a destra come è ridotta un anno dopo, tra piogge intense e transiti eccessivi. Vedete altre immagini del percorso lì sotto.]
Scopro l’acqua calda nell’affermare che il cicloescursionismo è ormai diventato un problema, per le montagne. D’altro canto era inevitabile che accadesse: alla nascita e al rapido sviluppo del fenomeno turistico, favorito dalla diffusione delle e-mtb che consentono a taluni cicloamatori di giungere dove altrimenti mai sarebbero arrivati, non è seguita alcuna gestione da punto di vista politico e ambientale, come spesso accade in Italia. Non solo: molti, troppi soggetti pubblici e privati hanno invece pensato solo a ricavare tornaconti di varia natura dal fenomeno, spacciandolo come un “grande sostegno” alle economie dei territori montani interessati. Niente di più falso: la gran parte del fenomeno è ascrivibile all’ambito del turismo mordi-e-fuggi che poco o nulla lascia nei territori che frequenta, ma nel frattempo quei territori sono stati sconquassati da ciclovie d’ogni genere e sorta, funzionali a fare affari, spendere soldi pubblici e generare propagande elettorali ma spesso realizzate in maniera maldestra e distruttiva per le montagne: le immagini sopra pubblicate lo dimostrano perfettamente (e di esempi al riguardo ce ne sono a iosa, per le montagne italiane).

Intanto in Norvegia, paese che ha conosciuto la grande diffusione delle e-mtb prima dell’Italia e dunque è più avanti di noi anche nella constatazione delle conseguenze, «una proposta di legge che potrebbe vietare le ebike nei percorsi fuoristrada. Mai più gravel o MTB elettriche nei boschi norvegesi» (fonte qui). Ovviamente tale proposta sta agitando i bikers italiani e non solo, d’altro canto la realtà dei fatti impone al più presto, e definitivamente, una regolamentazione generale dell’attività cicloescursionistica negli ambienti naturali, soprattutto in quelli montani, concordata tra tutti i soggetti pubblici e privati interessati: per tutelare i bikers che praticano l’attività in maniera consapevole, salvaguardare ambientalmente i territori che ospitano i percorsi, impedire l’ormai diffuso conflitto tra bikers e camminatori lungo i sentieri, rendere la pratica ciò che dall’inizio doveva essere cioè una bella opportunità per le montagne, non un grosso problema per giunta in crescente aggravamento.

Si riuscirà a conseguire questo importante obiettivo, oppure tutto quanto resterà confinato al solito pour parler utile solo ad peggiorare la situazione fino a renderla definitivamente irrisolvibile?

P.S.: le immagini qui pubblicate me le ha gentilmente fornite Michele Comi, che ringrazio di cuore.

«Benvenuti nell’era dell’overtourism!»

[Immagine proveniente dalla Val Badia, tratta dalla pagina Facebook di Carlo Alberto Zanella, presidente del CAI Alto Adige.]

Non esiste più differenza tra mare, montagna o città. Quello che conta oggi è ostentare quello che si fa, purché sia un posto famoso da esibire come trofeo di viaggio. Nella testa delle persone questo dà un certo prestigio, che a volte viene esternato tramite le reti sociali. Il meccanismo psicologico è lo stesso, per questo si è appiattito tutto: non si riesce più a comunicare che la montagna, per tanti motivi, è diversa dal mare e dalla pianura.
Si tratta di un turismo che in sociologia si chiama “di performance”, di prestazione, che viene amplificato secondo diversi canali. Un turismo di consumo, che però non rappresenta una novità: saranno almeno trent’anni che è in atto, probabilmente anche molto di più andando indietro nella storia. Già in passato sono subentrate nel lessico comune frasi come “Ho fatto il Messico, ho fatto il Brasile”. C’era già il germe della prestazione, che in una società come la nostra, che assegna un enorme valore all’individualità, premia le imprese individuali. Il turismo non bisogna studiarlo solo dal punto di vista economico, delle ricadute, dell’indotto, dei guadagni, ma anche dal punto di vista delle scienze umane. Rispecchia gli orientamenti della nostra società, che non è messa molto bene, a mio parere.

Duccio Canestrini, docente universitario e antropologo culturale, in alcuni passaggi dell’intervista di Alessandro Michielli in Benvenuti nell’era dell’overtourism sul “Corriere delle Alpi” (corrierealpi.gelocal.it) del 15 agosto 2024, ripresa su “GognaBlog” di Alessandro Gogna il 5 settembre 2024, dove la potete leggere nella sua interezza.

Canestrini, uno che il turismo e le sue fenomenologie li conosce come pochi altri in Italia dato che li studia (e insegna) da decenni, offre una illuminante – seppur succinta, dato lo spazio concesso dal quotidiano – analisi del turismo montano contemporaneo e dell’impatto culturale, sociologico e psicologico che ormai sta cagionando alle zone coinvolte dai flussi turistici più ingenti.

La sua analisi mi fa pensare a come per le comunità di montagna, già alle prese con problemi diversi e a volte annosi (in Italia le montagne continuano a restare territorio al margine del “paese reale”) e per le quali il turismo è stato e potrebbe ancora rappresentare un elemento variamente benefico, lo stesso sia ormai diventato un ennesimo elemento di frizione quando non già di rottura. Da una parte chi con il turismo ci lavora, e vorrebbe lavorare (cioè guadagnare) sempre di più, e molte amministrazioni pubbliche che lo utilizzano come strumento di politica e di propaganda, dall’altra i residenti che invece non ci lavorano oltre a quelli che, a prescindere da interessi economici diretti, restano sensibili alla salvaguardia – non solo ambientale – dei luoghi e dei territori abitati.

È un contrasto per certi versi inevitabile, anche per come ancora poco si faccia in concreto per regolamentare realmente i flussi turistici troppo ingenti, per altri versi esacerbato strumentalmente, per altri ancora che sarebbe largamente scansabile se, appunto, le comunità in questione non fossero già tribolate da altre criticità minanti la coesione sociale e civica e riuscissero a convergere su un pensiero e una strategia comuni che consentano flussi turistici consoni ai luoghi al contempo salvaguardandone l’integrità materiale e immateriale, quella che poi contribuisce a definire l’identità stessa delle comunità coinvolte e dunque, guarda caso, agevolandone la coesione nonché, facilmente, la consonanza d’intenti.

In ogni caso, la cosa più certa di tutte è che tale situazione si è ormai fatta problema sempre più critico col passare delle stagioni turistiche, e che dunque diventa ormai urgente una sua gestione finalmente razionale, elaborata, approfondita, indipendente dai “desiderata” di questa o quella categoria e innanzi tutto attenta ai territori, ai paesaggi e alle geografie umane che li abitano. Attenta soprattutto alle montagne, insomma.