In Svizzera si scia su un altro pianeta?

[Panoramica delle piste di St. Moritz-Corviglia, ubicate tutte oltre i 1800 m di quota. Immagine tratta da facebook.com/@EngadinMountains.]

Il riscaldamento globale viene ormai considerato come parte integrante della strategia del settore. Il futuro degli impianti di sci è oltre i 1800 metri.

Queste che avete appena letto sono parole di Berno Stoffel, direttore di Funivie Svizzere, l’associazione dell’industria elvetica delle funivie, riprese qualche giorno fa dai quotidiani svizzeri (ad esempio qui).

Il presidente degli impiantisti svizzeri, già.

Quasi in contemporanea la corrispondente associazione italiana degli esercenti degli impianti a fune, l’ANEF, ha presentato uno studio sull’impatto socio-economico a livello locale degli impianti di risalita (ne riparlerò presto), ricco di dati interessanti ma nel quale manca totalmente un elemento fondamentale: il riscaldamento globale. Come se a livello climatico non stesse accadendo nulla, tant’è che mentre in Svizzera si disincentivano in tutti i modi i nuovi impianti sotto i 1800 metri di quota, in Italia impiantisti e politici, in una mescolanza di mire e interessi ormai del tutto confusa, spendono centinaia di milioni e spandono tonnellate di cemento ben al di sotto di quella quota per realizzare impianti, piste, innevamenti tecnici e quant’altro.

Ora, delle due l’una: o i comprensori sciistici svizzeri si trovano su un pianeta che non è la Terra, sul quale invece stanno quelli italiani, oppure in Italia è chi gestisce lo sci a stare su un altro pianeta e a non vedere la realtà dei fatti, con gravi conseguenze per le montagne, le comunità che le abitano e per le casse pubbliche dalle quali vengono tolti decine di milioni di Euro per impianti sciistici destinati a un rapido fallimento.

[Le piste da sci di Aprica-Magnolta, con il resto del comprensorio poste per la gran parte al di sotto dei 2000 m di quota.]
Dunque, sciisticamente parlando chi è più “fuori dal mondo”? Gli svizzeri o gli italiani?

P.S.: come ho già accennato, tornerò presto sul tema con più dettagli e maggior approfondimento.

P.S.#2: preciso ancora una volta: non è una questione politica o ambientale e non c’è da parte mia nessuna pregiudiziale verso l’industria dello sci. Semmai è una pura e semplice questione di buon senso, quello che manca a chi so ostina a proporre e finanziare (quasi sempre con soldi pubblici, ribadisco) impianti a quote dove le condizioni climatiche non permettono più la pratica dello sci.

Il filo rosso che lega due luoghi alpini lontani, ma vicini

Sopra, una veduta del Vallone delle Cime Bianche, in Valle d’Aosta; sotto, uno scorcio del Lago Bianco al Passo di Gavia, in Lombardia.

Due luoghi alpini emblematici, piuttosto lontani tra di loro ma che si sono ritrovati vicini – molto vicini – nella potenziale sorte che li minaccia, entrambi messi nel mirino della più scriteriata e distruttiva speculazione turistica: il primo con il progetto di collegamento funiviario tra i comprensori sciistici di Cervinia-Zermatt e del Monterosa Ski, il secondo con i lavori di captazione delle acque per l’alimentazione dell’impianto di innevamento artificiale delle piste di Santa Caterina Valfurva.

Minacce differenti nella forma (la prima più sfacciata, la seconda più subdola) ma entrambi a loro modo devastanti nella sostanza: per fortuna, i lavori al Passo di Gavia sono stati fermati dall’azione appassionata ed efficace del Comitato “Salviamo il Lago Bianco”, che è riuscito a farli stralciare e a sospendere il cantiere, ottenendo garanzie sulla rinaturalizzazione del territorio distrutto dal cantiere; un comitato altrettanto fervido e attivo è da tempo al lavoro per fermare anche il progetto nel Vallone delle Cime Bianche, preservandone l’unicità ambientale e paesaggistica per quella regione delle nostre Alpi.

A breve i due luoghi saranno emblematicamente uniti anche da una bellissima cosa che li accomunerà e accosterà il lavoro di chi li ha e li sta difendendo, un’occasione prestigiosa e forse unica, mai accaduta prima. Ve ne parlerò presto (se già non ne avete avuto notizia), nell’attesa che il Vallone delle Cime Bianche e il Lago Bianco del Gavia siano accomunati anche dal definitivo lieto fine delle loro sconcertanti vicende.

Come disse il grande John Muir, «non cieca opposizione al progresso ma opposizione al progresso cieco»: dobbiamo unire le forze contro chi si palesa talmente cieco da non vedere e non capire la bellezza assoluta delle nostre montagne e le loro valenze fondamentali, arrivando a pensare di poterle distruggere per mera speculazione e brama di profitto. Non è questo lo sviluppo di cui hanno bisogno le nostre Alpi ma è la loro condanna, non dimentichiamocelo: è “roba nostra”, patrimonio di tutti noi, lasciarcelo distruggere in questi modi sarebbe veramente un’idiozia assoluta.

P.S.: trovate qui tutti gli articoli che ho dedicato alla causa di difesa del Vallone delle Cime Bianche, mentre gli articoli scritti sulla vicenda del Lago Bianco li trovate qui.

Per elaborare una nuova cultura del turismo

[Il comprensorio sciistico di Plan de Corones. Immagine tratta da www.travelfar.it.]

Elaborare una nuova «cultura del turismo» significa sviluppare la sensibilità agli interrogativi della sostenibilità, in particolare una sensibilità all’equilibrio tanto necessario tra sostenibilità economica, ecologica e sociale.
Non si tratta di mettere la conservazione della natura e del paesaggio al di sopra di tutto e frenare così lo sviluppo economico o sociale. Non si tratta di mettere lo sviluppo economico del turismo al di sopra della sua sopportabilità, anche futura, da parte delle comunità, e nemmeno di dare la priorità alla qualità della vita della popolazione locale in modo tale che lo sviluppo del turismo non abbia più spazio, ma si tratta di contemplare le diverse richieste in un equilibrio di interessi che deve essere gestito in modo sensibile. Si tratta di consolidare lo sviluppo del turismo in modo più ampio nella società e includendo nel viaggio la popolazione locale; si tratta di trovare la giusta misura per una nuova forma di crescita, che – al pari della trasformazione in campo economico, sociale e politico derivante dalle grandi crisi – permetta di riconoscere opportunità e potenzialità.
In queste condizioni, un turismo sostenibile del domani può diventare la base della responsabilità, dell’impegno e della passione, e quindi l’idea a capo dello sviluppo di un’intera regione.

Nel 2022 un team di ricerca interdisciplinare di Eurac Research, prestigioso ente di ricerca scientifica e multidisciplinare con sede a Bolzano, ha sviluppato il progetto “Ambizioni di sviluppo territoriale in Alto Adige. Verso una nuova cultura del turismo” al fine di fornire la base scientifica per una strategia di sviluppo del turismo provinciale sul medio e lungo termine. Strettamente collegato alla pianificazione territoriale della provincia altoatesina e con particolare attenzione alla popolazione locale, il piano fornisce per la prima volta una base standardizzata e basata su dati per misurare, osservare e controllare lo sviluppo del turismo in Alto Adige. Ovviamente la citazione che avete letto in principio del post viene da lì.

Ad oggi, quello di Eurac Research per la provincia di Bolzano rappresenta probabilmente il più approfondito e avanzato progetto di gestione dei flussi turistici in un territorio per il quale essi rappresentano un comparto economico e sociale tra i più importanti, nell’ottica di prevenire fenomeni di overtourism e di qualsivoglia eccesso di carico turistico in un territorio alpino tra i più celebrati e al contempo delicati, già sottoposto al riguardo a notevole stress e non solo in alcune località particolarmente famose e iperfrequentate.

[Il superclassico paesaggio della Val di Funes, forse il più instagrammato dell’Alto Adige. Immagine tratta dal web]
Il progetto di Eurac Research – che io ho studiato a fondo lo scorso anno, al fine di riportarne i contenuti in un corso di aggiornamento sull’overtourism nei territori montani che ho tenuto degli operatori TAM del Club Alpino Italiano – rappresenta una pietra miliare nelle discipline di studio del turismo contemporaneo e un modello da conoscere e, ove possibile, imitare; ma è anche una lettura assolutamente illuminante per quanto sa rivelare di ciò che è il turismo oggi, in senso generale e rispetto a un territorio certamente emblematico per tutta la catena alpina italiana, soprattutto in relazione a certe “devianze” turistiche massificanti, e inevitabilmente degradanti, che si fanno a ogni stagione più frequenti e diffuse, con notevole detrimento dei territori che li devono constatare.

Per scaricare il progetto cliccate sull’immagine della copertina lì sopra. Leggetelo, ribadisco, se avete anche solo un minino di interesse e di curiosità verso la montagna contemporanea: ne vale la pena.

Andermatt Swiss Alps, la nascita di una nuova mini-città alpina

[Veduta di Andermatt e della Val Orsera/Urserental. Fonte: www.myswitzerland.com.]
Ad Andermatt, località turistica del Canton Uri (Svizzera) appena oltre il Passo del San Gottardo, sta assumendo ormai forme definitive il nuovo quartiere di Andermatt Reuss, più noto come Andermatt Swiss Alps, dal nome della società che lo sta edificando e che fa capo al miliardario egiziano Samih Sawiris. Si tratta di un complesso formato da sei hotel a 4 e 5 stelle, circa 500 appartamenti per vacanze in 42 edifici, 25 chalet esclusivi – tutto quanto definibile “di lusso” – nonché strutture congressuali, una piscina e un campo da golf a 18 buche. Prima su quel terreno c’era una caserma dell’esercito svizzero.

In pratica, è stata costruita una nuova Andermatt, un altro centro “abitato” – virgolette necessarie, visto che si tratta di alloggi turistici – che appare grande quanto se non più del villaggio “originale”, fatto di edifici di alta qualità costruttiva, ecosostenibili, alimentati da fonti energetiche rinnovabili eccetera… ma comunque palazzoni alti diversi piani che insieme assumono le sembianze di una “mini-città” in un contesto paesaggistico e ambientale di notevole pregio:

[La “nuova” Andermatt vista dall’alto; cliccate sull’immagine per ingrandirla. Fonte: www.andermatt-swissalps.ch.]
Al riguardo sul web si possono già leggere alcuni commenti di chi lo ha visitato: c’è chi dice che «con il progetto innovativo e sostenibile Andermatt Swiss Alps, il tradizionale villaggio di montagna svizzero sta diventando una destinazione attraente per tutto l’anno» e c’è chi invece dice «è costruito magnificamente, ma sembra un po’ senza vita quando lo attraversi». Un intervento inevitabilmente divisivo, insomma.

(Le immagini di questa galleria vengono da www.komoot.com e da www.andermatt-swissalps.ch.)

Voi che ne pensate? Vi piace, a prima vista? Non vi piace? Vi pare che si integri bene con l’ambiente circostante o no? Al di là delle sue apprezzabili o deprecabili peculiarità commerciali, vi sembra un (neo)luogo che può rappresentare l’anima della montagna contemporanea oppure no, anzi, è un non luogo che ne rappresenta la deleteria mercificazione? E potendolo fare ci comprereste un appartamento, lì?

P.S.: al progetto di Andermatt Reuss ho già dedicato tempo fa un articolo qui sul blog, nel quale ho evidenziato alcuni degli aspetti emblematici e delle criticità del progetto. Evidenze che ora, a lavori quasi terminati, si fanno del tutto peculiari.

Parte la Coppa del Mondo di sci… per andare dove?

Nel prossimo weekend partirà la Coppa del Mondo di sci alpino 2024/2025 con le prime gare a Sölden, in Austria, sul ghiacciaio del Rettenbach, tra i 2700 e i 3000 m dei quota. O, per meglio dire, su quel poco (o nulla) che resta del ghiacciaio Rettenbach. Ecco infatti la situazione in loco ieri, 21 ottobre…

…e questa mattina, 22 ottobre:

Trovate le webcam da cui sono tratte queste immagini qui. Peraltro nei prossimi giorni in zona danno lo zero termico oltre i 3000 m con possibilità di pioggia anche a tale quota, soprattutto domenica.

Ora, al netto della componente agonistica dell’evento, d’altro canto indissolubilmente legata a quella commerciale, le domande che sorgono sono sempre quelle: hanno senso cose del genere, nelle condizioni in cui si pretende di svolgerle? La possiamo ancora chiamare “montagna” e “natura”, questa? La Coppa del Mondo di sci, che da sempre si dichiara strumento di promozione delle località e dei territori che la ospitano, che immagine dà di questi territori ora, in tali condizioni? La Fis – Federazione Internazionale di Sci, che negli ultimi tempi sta cercando di darsi parvenze di sensibilità e sostenibilità ambientale, ritiene che in queste circostanze il gioco valga ancora la candela? Oppure le belle parole spese a difesa dell’ambiente montano celano il solito greenwashing e il tentativo disperato di difesa del proprio business, per il quale gli atleti hanno il ruolo di mere comparse, di “utili idioti” costretti a recitare la propria parte sul palcoscenico del cosiddetto (in modo sempre più consono) “circo bianco”?

Ormai «bianco» dove, poi?

Parliamone, insomma – e non dal mero punto di vista ambientale ma innanzi tutto culturale. Per il bene delle montagne, dello sci agonistico e di quello turistico, per il futuro delle località coinvolte e delle loro comunità.

P.S.: nelle immagini sottostanti (cliccateci sopra per ingrandirle), il ghiacciaio Rettenbach di Sölden com’era a metà degli anni Ottanta e com’è oggi, senza la neve artificiale riportata.