Milano, la città-centro commerciale che svende se stessa e la propria identità

Qualche giorno fa, sono in auto, ascolto la radio. In un notiziario si parla di Merlata Bloom, a Milano.

[Immagine tratta da https://www.merlatabloommilano.com/ ]
«210 negozi, 43 ristoranti tutto sparso su 70mila metri quadrati è il nuovo lifestyle center di Milano!» si dice nel servizio del notiziario.
Ah, dico io, un nuovo centro commerciale!
«Un progetto di pianificazione urbana dal cuore verde!» dice il servizio.
Comunque un ennesimo centro commerciale, dico io.
«Un grande intervento di rigenerazione urbana, un “winter garden” caratterizzato da aree verdi interne e ampie aree finestrate!» dice il servizio.
Mettetela come volete, è in ogni caso un altro megacentro commerciale, dico io.
«Un luogo di incontro e condivisione, che ripensa il tempo libero, le occasioni di socializzazione, il benessere e il rapporto con la natura.» dice il servizio.
Un. Nuovo. Maxi. Centro. Commerciale, dico e ribadisco io.
Ecco.
Risultato:

[Per leggere l’articolo cliccate sull’immagine.]
La pianificazione e la rigenerazione urbana, il benessere, la natura… sì sì, come no.

Nuovamente, incessantemente, pervicacemente, Milano svende la propria anima al consumismo più spinto e sfrenato, mettendo sul mercato la propria identità a favore delle brame degli immobiliaristi, dei signori della gentrificazione, del cemento, del panem et commercium «accaventiquattro», come si dice oggi.

Come scrive Lucia Tozzi nel suo illuminante libro L’invenzione di Milano, quella in atto è «la privatizzazione della città pubblica, dei suoi spazi e delle sue istituzioni sociali e culturali» a danno innanzi tutto dei suoi abitanti naturali, i milanesi, che infatti se ne stanno andando dalla città, allontanati e espulsi dal suo corpo urbano. Ovvero, come scritto altrove sempre a proposito del libro, «Milano propone una grande illusione collettiva, una grande allucinazione, dove ciò che rimane è la disneyficazione delle città e la foodification.»

A ben vedere, il vero maxi centro commerciale, a Milano, è la stessa città, sottratta ai milanesi e svenduta ai forestieri – bravissime persone e piene di belle idee e buona volontà, sicuramente, ma che non c’entrano nulla con l’anima cittadina, con il Genius Loci meneghino, con la sua dimensione storica urbana.

D’altro canto, è bene rimarcarlo come fa “Milano Today” nell’articolo dal quale ho ricavato buona parte delle citazioni lì sopra, il nuovo centro commerciale “Merlata Bloom” è stato edificato

su un’area che fino a qualche anno prima di Expo era completamente agricola

nella città che è già la più cementificata d’Italia. Un primato del quale evidentemente va molto fiera e che vuole consolidare il più possibile. E intanto incombono le Olimpiadi di Milano-Cortina 2026, altra ottima occasione per ulteriori perversioni urbanistiche di vari ordini e gradi.

Be’, addio, meravigliosa Milano. Città tanto sublime nella forma architettonica, così degradata nella sostanza urbana e civica. Chissà, magari tornerai in te prima o poi. Magari invece no, e forse è giusto così.

Monte San Primo, un anno di lotta e di difesa

Esattamente un anno, nel novembre 2022 fa nasceva il Coordinamento “Salviamo il Monte San Primo sulla scia di un entusiasmo crescente che stava coinvolgendo sempre più associazioni di varia natura e singoli cittadini nell’impegno in difesa della meravigliosa montagna nel Triangolo Lariano dallo scriteriato progetto di “sviluppo turistico” portato avanti dalla locale Comunità Montana e dal Comune di Bellagio, con l’avvallo della Regione Lombardia, con il quale tra le altre cose si vorrebbe riattivare sul monte una stazione sciistica a 1100 m di quota. Una follia che sta facendo il giro dei media di tutto il mondo suscitando sdegno e scherno unanimi.

Per il Coordinamento è stato un anno di intensa attività e iniziative contro quell’assurdo progetto di trasformazione del Monte San Primo in un luna park turistico, con cannoni sparaneve, tapis roulant, piste tubing in plastica, parcheggi e altre oscenità, senza alcuna cura del luogo, delle sue valenze e delle peculiarità che lo rendono così speciale. E la lotta in corso continuerà senza sosta e con crescente impegno fino a che non verrà ritirato lo scellerato progetto, ovvero fino a quando il meraviglioso territorio del San Primo, con il suo ambiente naturale e il paesaggio peculiare, non sarà messo al sicuro da chi lo vorrebbe svendere e consumare per scopi totalmente contrari alla sua autentica valorizzazione.

[Le associazioni che fanno parte del Coordinamento a febbraio 2023.]
Per sapere tutto quanto sulla questione San Primo, sul Coordinamento e per restare informati sulle varie iniziative: https://bellagiosanprimo.com/, info@bellagiosanprimo.com o sui vari social del Coordinamento, i cui link trovate nel sito.

Qui invece trovate tutti (o quasi) gli articoli che ho scritto sulla vicenda.

Lunga vita al Monte San Primo!

P.S.: personalmente, riguardo quanto sopra, non posso che ringraziare profondamente il Circolo Ambiente “Ilaria Alpi” che da subito si è preso a cuore l’istanza del San Primo (e non solo perché di zona), organizzando con grande efficacia il Coordinamento delle trenta e più associazioni che ne fanno parte allora come oggi.

La montagna va da una parte, la politica “pedala” dall’altra

Nel mentre che sempre più soggetti dell’associazionismo e della società civile incluse molte sezioni CAI, unendosi a innumerevoli altre voci del mondo della montagna, cominciano a mobilitarsi contro il proliferare di nuovi percorsi cicloescursionistici in quota, in troppi casi tremendamente impattanti tanto quanto insensati – come quelli in realizzazione nell’alta Val Gerola (laterale della Valtellina, in provincia di Sondrio, ma è solo un caso tra i tanti citabili: le immagini che vedete qui si riferiscono ad essa e risalgono a prima delle recenti nevicate), dunque totalmente ingiustificabili e comunque quasi sempre legati a logiche di mera fruizione ludico-ricreativa dell’ambiente montano, senza alcuna ricaduta socioeconomica e nessun retaggio culturale, la politica – almeno quella lombarda – cosa fa? Promuove e finanzia la realizzazione di nuovi percorsi cicloescursionistici in quota – si veda ad esempio qui per la zona delle montagne lecchesi. In mezzo ad altri interventi, certo, che tuttavia appaiono per molti versi lo specchietto per le allodole atto a giustificare quelle opere palesemente discutibili. Le quali, per giunta, in molti casi hanno la foggia di vere e proprie strade in quota, bell’e pronte per essere percorse da qualsiasi mezzo motorizzato senza la possibilità di un controllo giuridico, come già accade per le moto lungo i sentieri.

Già. Ormai siamo a questo punto.

«Azioni ed investimenti per il miglioramento e l’implementazione delle politiche a favore delle aree montane e, in particolare, di quelle che si stanno spopolando, promuovendo una maggiore qualità della progettazione locale, la partecipazione delle comunità locali ai processi di sviluppo, contribuendo a rafforzare il dialogo tra società civile e istituzioni locali» scrivono i sostenitori di quelle opere per promuoverne la realizzazione. E come pensano che delle ciclovie pensate unicamente in ottica di turistificazione della montagna e senza alcuna attenzione al territorio e al paesaggio, possono contrastare lo spopolamento, promuovere la qualità della progettazione locale e la partecipazione delle comunità locali?

Forse quei bei propositi pubblicamente sostenuti dalla politica non verrebbero assai più concretizzati nel venire incontro ai bisogni più importanti delle comunità residenti in quei territori, nel promuovere i servizi di base e quelli ecosistemici, nel lavorare a sviluppare il migliore equilibrio possibile tra ecologia ed economia locali nonché la rinascita culturale dei territori e parimenti l’altrettanto necessario equilibrio tra le esigenze della comunità locale e i desideri dei turisti, senza che ogni volta le prime siamo sottomesse e soggiogate dai secondi come se il territorio e la sua geografia umana fossero solo un bene liberamente consumabile e vendibile senza che nulla resti di concreto e vantaggioso sul territorio?

Fortunatamente, sono sempre di più le persone che si stanno rendendo conto, senza più alcun dubbio, che certe cose sulle montagne non vanno bene e non devono essere fatte perché pericolose e degradanti. La politica, da tempo distaccata dalla realtà effettiva delle cose, continua nell’alimentare il proprio sistema di (in)gestione dei territori montani: ma è sempre più vicina alla fine della propria epoca di vacche grasse alle spalle dei cittadini. Forse se n’è anche resa conto e per questo spende e spande come non ci fosse un domani… perché un domani non ce l’avrà. Statene certi.

P.S.: per quanto riguarda la citata ciclovia della Val Gerola, veramente tra le più scriteriate e impattanti che si stiano realizzando, è in corso una petizione per chiederne la sospensione che in pochi giorni ha abbondantemente superato i 2.000 firmatari (ad oggi 14 novembre siamo a 2.217). Firmare è un gesto semplice ma importante: lo potete fare qui.

P.S.#2: sia chiaro, della proliferazione scriteriata di ciclovie montane sono vittime anche gli stessi bikers – quelli veri intendo dire – che rischiano di passare per complici della distruzione dei territori in quota quando invece per lo stesso motivo dovrebbero essere i primi – e mi auguro che lo facciano – a chiedere fermamente di non realizzare opere talmente impattanti, degradanti e palesemente inutili dacché pensate solo per far girare soldi tra i loro promotori.

Politica e montagne, due ambiti lontani quando non antitetici


Quando si studia e si analizza la realtà dei territori montani italiani, sia attraverso la lente politica (non della politica, ma “politica” nel senso della gestione dei territori) che da quella sociale, economica, ecologica, ambientale, culturale, una delle cose macroscopiche che saltano all’occhio è il disinteresse pressoché totale del quale per lungo tempo – in pratica dal boom economico in poi – la politica, in tal caso intendendo quella istituzionale, ha fatto oggetto quei territori montani e le loro comunità. D’un tratto non ci si è più curati della quotidianità, delle istanze, dei bisogni, delle necessità e dei sogni degli abitanti delle montagne, evidentemente considerati nell’insieme un bacino di voti poco interessante e proficuo per le carriere dei politici suddetti, e di contro si è preso a considerare i territori in quota come spazi di colonizzazione e predazione secondo schemi i quali, se pur mediati in vari ambiti a partire da quello turistico, rimandano sostanzialmente al consumismo più esasperato, anche in forza della debolezza politica e culturale di quelle comunità che dal dopoguerra in poi hanno subito i peggiori fenomeni di deperimento socioeconomico: spopolamento, fine della dimensione rurale tradizionale e dell’economia ad essa legata, conquista dei territori da parte del turismo di massa, perdita di identità culturale, con conseguenze infine di natura anche psicosociale, come raccontò bene Annibale Salsa nel suo fondamentale libro Il tramonto delle identità tradizionali.

Certe realtà “deviate” che oggi dobbiamo constatare sulle montagne, a partire dai numerosi opinabili interventi di matrice turistico-commerciale fino agli altrettanti progetti di “sviluppo del territorio” palesemente fuori contesto e alle visioni che vi stanno alla base, sono anche (e ancora) il frutto di quel menefreghismo politico, dell’incapacità, o della mancanza di volontà, di relazionarsi con i territori e con le comunità residenti per sostenerne la quotidianità in equilibrio e armonia con qualsiasi altra pratica, a partire da quella a favore del turismo, quando non del fastidio con il quale spesso sembra venissero guardate quelle comunità, un ostacolo agli interventi che la politica promuoveva o viceversa all’atteggiamento di disinteresse istituzionale che ha riservato alle montagne.

È ugualmente (anche) frutto di tale realtà l’attivismo della politica contemporanea quasi totalmente rivolto agli interventi turistici e a quanto ad essi correlato, come se la montagna non servisse che a quello, come se i montanari non potessero fare altro – e così sperare di salvare i loro paesi – vivendo al servizio del turismo e delle sue pratiche sempre più massificate e meno attente alla reale valenza dei luoghi. La politica, fregandosene per così lungo tempo delle montagne, ha inesorabilmente perso la capacità, le visioni, le competenze, la cultura di sapersene occupare in modo proficuo e a favore della migliore e più funzionale quotidianità a supporto delle comunità di montagna; ora non sa far altro che unire dozzinalmente i propri “utile e dilettevole”, proponendo e finanziando innumerevoli interventi privi di alcun pensiero razionale rispetto ai luoghi ai quali vengono imposti – dalle giostre da luna park alpestre fino alla monocultura sciistica perpetrata nonostante la situazione climatica in divenire – con il solo scopo di spendere i soldi, alimentare il sistema clientelare che ne sorregge il potere a livello locale, pensare di guadagnare consensi facendo credere di “fare” a favore delle montagne e, dunque, continuando a fregarsene delle reali e fondamentali necessità delle comunità residenti, non avendo più le competenze per occuparsene, appunto, nonché, nell’ottica della politica contemporanea, non trovando in questo compito il modo di far consensi come per il primo.

A me pare che ancora oggi si stia continuando su questa strada, anche nel momento in cui vengano presentati progetti e interventi istituzionali che, al netto delle meravigliose parole che le presentano, lasciano ben poco di concreto e fruttuoso sul terreno: perché nuovamente si tratta di iniziative che quasi mai sono state strutturate attraverso un dialogo autentico e prolungato con i territori, che rappresentano dei meri copia/incolla di altri interventi come se i luoghi fossero bene o male tutti uguali ovvero privi di proprie peculiarità, che ragionano sempre (quando lo sanno fare, e non è affatto detto) sul breve termine e su risultati da spendere subito per ottenere tornaconti politici, quasi mai su lungo termine, quando invece territori complessi per molteplici aspetti come quelli montani hanno bisogno di progetti complessi, articolati, dotati di visione lunga, capaci di tenere sempre al centro le comunità residenti e il loro benessere – che è il benessere delle montagne, ben più di quello che oggi può scaturire dal turismo o da ogni altra cosa esterna alla realtà locale, comunque importanti, da sviluppare, da integrare con le realtà locali ma che mai possono e devono essere preponderanti rispetto a quelle realtà e alle loro evidenze.

So benissimo che elaborare progetti del genere non sia semplice, che abbisogni di figure competenti, preparate, alle quali sia concesso il giusto tempo per lavorare al meglio; ma una tale ipotetica difficoltà di fondo non potrà mai giustificare, nei territori montani, le azioni di una politica supponente e incompetente, totalmente rivolta nel suo operare al breve termine, al risultato facile, al tornaconto immediato e dunque mai far legittimare “progetti di sviluppo territoriale” i quali non sono altro che un far cose a caso tanto per poter dire di averle fatte e così far girare i relativi soldi pubblici, spesso tanti, nelle tasche “giuste”, senza alcuna visione strategica verso il futuro e senza alcuna autentica relazione culturale con i territori e gli abitanti, tutt’al più mirando solo alla prossima tornata elettorale.

Da un meccanismo così distorto e perverso la montagna ne deve necessariamente uscire, se vuole pensare di costruirsi un buon futuro. Altrimenti non farà che continuare a scavarsi la fossa sotto i piedi: solo che lo farà con una pala d’oro, luccicante abbastanza da abbagliarla e così non farle vedere ciò che sta realmente accadendo.

Se i parchi nazionali e le riserve naturali sono scatole vuote (in Lombardia soprattutto)

[Foto di Fabio Scola, tratta dalla pagina Facebook “Salviamo il Lago Bianco (Passo Gavia)“.]
La vicenda del disastro ambientale al Lago Bianco del Passo di Gavia, insieme a numerose altre, ha reso chiaro a chiunque come in molti (troppi) casi – e soprattutto in quello del Parco Nazionale dello Stelvio Lombardia – gli enti istituzionali di protezione della Natura siano ormai delle scatole vuote, deprivate di molte delle loro facoltà di tutela per diventare soggetti politicizzati strumentalmente funzionali ad altri scopi, sovente poco affini alla loro missione originaria quando non nettamente antitetici, come appunto ha dimostrato la questione del Lago Bianco. E non è solo un problema della Lombardia, ovviamente.

D’altro canto, che in Lombardia – per restare nell’ambito esemplare sul quale sto disquisendo – tale decadenza sia stata strategicamente indotta nel corso degli ultimi anni lo si evince non solo dalla gestione politica degli enti e, a monte, dalle nomine che ne sono la fonte, ma anche dall’andamento della dotazione economica destinata ai parchi naturali. Infatti, come ha denunciato Federparchi Lombardia lo scorso febbraio,

I trasferimenti per la sola spesa corrente assegnati ai parchi da Regione Lombardia sono passati da 13,5 milioni del 2010, agli attuali 6,5 milioni, con una riduzione superiore al 50%. Se lo rapportiamo alla popolazione della Lombardia, che supera i 10 milioni di abitanti, il contributo che Regione assegna ai parchi per la gestione in parte corrente equivale a 0,60 euro pro-capite.

Capite bene che, se anche per un bizzarro paradosso le aree naturali lombarde fossero politicamente ben gestite, le sempre più esigue risorse ne farebbero comunque degli enti svuotati di forza e di capacità, totalmente inadeguati a portare avanti nei territori di competenza un’efficace opera di tutela naturale e ambientale. Purtroppo, il suddetto paradosso non c’è, e in Lombardia i parchi sono mal gestiti politicamente, ambientalmente e finanziariamente: un connubio letale, non solo per gli enti in sé quanto soprattutto per i territori protetti – e, ribadisco di nuovo, la parossistica vicenda del Lago Bianco lo dimostra perfettamente.

A fronte di ciò, che la Lombardia poi si vanti pubblicamente di essere «terra di aree protette» vantandosi sui media dei suoi tot parchi regionali, tot riserve naturali statali e tot regionali, tot parchi locali di interesse sovracomunale eccetera, o di puntare «all’obiettivo posto dalla Comunità Europea che prevede il raggiungimento del 30% del territorio protetto entro il 2030» per poi privare tale territorio protetto delle risorse necessarie e dunque della facoltà di tutelare concretamente il proprio patrimonio naturale, è solo purissimo, cristallino, ignobilissimo oltre che pericoloso green washing istituzionale. Non si può pensarla diversamente, al riguardo.