Le montagne italiane si spopolano sempre più: ma in concreto si fa qualcosa affinché ciò non avvenga?

(Articolo originale pubblicato su “L’AltraMontagna“: lo trovate cliccando sull’immagine qui sotto.)

L’analista economico Lorenzo Ruffino sulla sua pagina X (ex Twitter) ha pubblicato una mappa che rende evidente il saldo naturale della popolazione italiana nel 2022 (ultimo anno con i dati completi disponibili su base ISTAT). Come scrive Ruffino, «Il saldo naturale è di -322 mila persone. Tutte le province hanno avuto un salto naturale negativo. Bolzano è l’unica vicino all’equilibrio.»

Ora, provate a confrontare la mappa di Ruffino nelle sue colorazioni più scure, quelle che indicano il saldo di natalità peggiore, con una carta fisica dell’Italia: noterete che le zone con il saldo naturale più negativo combaciano ampiamente con quelle montane e rurali.

Ecco: da ormai molti anni sentiamo dire che gli interventi finanziari istituzionali a favore dei territori montani sono elargiti con lo scopo principale di frenare lo spopolamento delle montagne. Tuttavia, se si va a verificare come quei fondi pubblici vengono spesi, si evince che solo una piccola parte va a favore delle comunità residenti, dei loro bisogni primari, dei servizi di base, delle necessità funzionali al sostegno della quotidianità, mentre la fetta maggiore viene spesa nel comparto turistico, ritenuto (per non dire imposto come) l’unica economia che possa sostenere i territori montani. Cosa che la realtà dei fatti indica come falsa, evidentemente.

Per approfondire il tema, anche attraverso altre evidenze al riguardo, potete leggere l’articolo completo su “L’AltraMontagna” cliccando qui.

Qualcuno se li ricorda ancora, i ghiacciai delle Alpi?

[Il Ghiacciaio di Fellaria il 13 agosto 2016. Immagine tratta dalla pagina Facebook del Servizio Glaciologico Lombardo.]
Leggo su alcuni media svizzeri (qui, ad esempio) che secondo un recente e innovativo studio condotto dalla Facoltà di Geoscienze e Ambiente dell’Università di Losanna (UNIL), in collaborazione con l’Università di Grenoble, i due Politecnici federali (EPFL e ETHZ) e l’Università di Zurigo, anche se il riscaldamento globale venisse completamente arrestato il volume dei ghiacci sulle Alpi è inesorabilmente destinato a diminuire del 34% entro il 2050. Se continuerà invece al ritmo attuale, la contrazione dei ghiacciai sarà quasi del 50%, dato che sale al 65% se ci si basa invece sui dati degli ultimi dieci anni.

Lo studio franco-svizzero, che si trova qui, appare innovativo non solo per la metodologia utilizzata ma anche per il fatto di proporre, in tema di fusione dei ghiacci alpini, una prospettiva a breve termine e dunque ben più tangibile di altre maggiormente protratte nel tempo. In poche parole, lo studio presenta qualcosa che nelle situazioni indicate quasi certamente avverrà, non probabilmente o forse. Concede pochissimi dubbi al riguardo, insomma.

Per di più, uno dei firmatari dello studio, il ricercatore dell’UNIL Samuel Cook, ha affermato che «I dati utilizzati per elaborare gli scenari si fermano al 2022, un anno che è stato caratterizzato da un’estate eccezionalmente calda. È quindi probabile che la situazione sia ancora peggiore di quella che presentiamo».

[Ancora il Ghiacciaio di Fellaria, immagine del Servizio Glaciologico Lombardo tratta dalla pagina Facebook del Museo Nazionale della Scienza e della Tecnica “Leonardo da Vinci”.]
Così, mentre ancora qualcuno crede di poter dubitare del cambiamento climatico in corso magari solo perché qualche località di montagna ha registrato nei giorni scorsi temperature molto basse (ma non c’è da perdere tempo a spiegare nuovamente a queste persone come funzionano meteo e clima, tanto non possono e non vogliono capire), o magari di sostenere che sia tutta una combutta tra scienziati e “lobby verde” (che è un po’ come essere a bordo di una nave che imbarca acqua e affonda sempre più sostenendo che sia solo una messinscena per ingannare la società di assicurazione) è significativo notare che non solo la sparizione dei ghiacciai da molte zone delle Alpi cambierà di conseguenza il nostro rapporto culturale – oltre che quello più pratico – con quei territori e i loro paesaggi, con effetti difficilmente prevedibili (come ho cercato di spiegare qualche tempo fa in questo articolo), ma muterà radicalmente anche le modalità di vita lontano dalla catena alpina, in quelle zone dove magari si pensa di non poter essere coinvolti da ciò che succede sulle montagne. Ad esempio: ancora nel 2017 l’Istat certificava che «Il ghiaccio perso sull’arco alpino dagli anni ’80 a oggi corrisponde, in termini di volume d’acqua, a circa quattro volte la capacità del Lago Maggiore». Considerando che nel 2018, sempre secondo l’Istat, in Italia per garantire il livello di consumo della popolazione sono stati immessi nella rete 8,2 miliardi di metri cubi di acqua, e che il Lago Maggiore preso a riferimento contiene circa 37,5 miliardi di metri cubi di acqua, significa che in circa quattro decenni abbiamo perso più di 18 anni di acqua potenzialmente disponibile dai nostri rubinetti.

Converrete che è un dato a dir poco inquietante.

Be’, da quella rilevazione dell’Istat sono passati più di sei anni, è facile immaginare quant’altra risorsa idrica immagazzinata sulle Alpi in forma di ghiaccio nel frattempo sia andata persa: una prova lampante di cosa ciò possa comportare l’abbiamo avuta nei due anni scorsi, con il lungo periodo di siccità vissuto e le tante problematiche da esso causate. Ma siamo in grado di tenercela a memoria, questa realtà pur così recente, oppure ce la siamo già dimenticata come ci scordiamo tante altre cose importanti, non avendo imparato nulla da quel periodo? E i ghiacciai, dunque, che li stiamo ugualmente dimenticando, come se già non esistessero più, come se non ci dovesse interessare nulla della loro sorte perché già inesorabilmente segnata?

Domani, a Milano, un’assemblea pubblica sulle Olimpiadi promossa dal C.I.O. (ma non quello che pensate!)

Domani, a Milano, si terrà l’interessante assemblea pubblica della quale leggete qui sopra, organizzata dal C.I.O., Comitato Insostenibili Olimpiadi – acronimo che ovviamente fa l’eco sarcastica al Comitato Olimpico Internazionale, al quale fanno capo i giochi olimpici di qualsiasi ordine e grado. Credo propria sia una buona occasione per disquisire sul tema, raccogliere informazioni utili e prendere coscienza di un evento che sta intervenendo pesantemente nei territori interessati, sia in quelli montani che nella città di Milano, peraltro già coinvolta da tempo in dinamiche di varia natura non esattamente virtuose per i suoi abitanti.

Così si presenta, sul proprio sito, il C.I.O. “alternativo”:

Qualche mese fa a Milano sono nati i semi di una rete, speriamo in espansione, che ha messo insieme diverse collettività della metropoli e che vorremmo rimanesse aperta. Tante realtà eterogenee che hanno al centro della loro azione ambiti diversi e differenti pratiche; siamo principalmente realtà dello sport popolare, collettività politiche di spazi occupati, collettività che si occupano delle trasformazioni della città, soggetti e gruppi che frequentano la montagna da una certa prospettiva, reti e organizzazioni di intervento politico, sociale ed ecologico. Lo scopo è quello di contestare l’operazione Milano-Cortina 2026 consapevolə che la questione delle Olimpiadi Invernali 2026 è evidentemente complessa e tocca una molteplicità di aspetti: da quello sportivo a quello abitativo, passando per lo sfruttamento lavorativo, il cambiamento e la gentrificazione della città così come il consumo di suolo, ma anche quanto accade all’ambiente e contesto montano. In sostanza, le Olimpiadi sono paradigmatiche di un modello di sviluppo che quotidianamente proviamo a contrastare e modificare, in quanto insostenibile sul piano economico, climatico, ambientale e sociale.
Per affrontare e lottare contro un processo che impatta in maniera così vasta e a differenti livelli, riteniamo necessario innanzitutto lo scambio di saperi e pratiche che le varie collettività hanno sviluppato finora, senza dimenticare l’esperienza di chi in passato ha già vissuto una trasformazione simile nei propri territori, così da sviluppare un pensiero e un’azione critica, una narrazione che smonti la propaganda mediatica. Parimenti crediamo che solo la costruzione di un fronte ampio, intersezionale, che coinvolga tutti i territori e tutte le popolazioni che già oggi sono interessate e danneggiate dalle opere realizzate o in via di realizzazione per i Giochi – o con la scusa di questi -, dalle infrastrutture connesse e dalle loro conseguenze sociali, possa opporsi alla macchina olimpica.

Per saperne di più sul Comitato Insostenibili Olimpiadi e sull’evento di domani potete visitare il sito web https://cio2026.org/, o scrivere a olimpiadi@anche.no oppure seguire la pagina Facebook https://www.facebook.com/comitatoinsostenibiliolimpiadi.

 

Quanto costa l’arroganza? A Cortina d’Ampezzo 81,6 milioni di Euro!

[La vecchia pista di Cortina, abbandonata da anni. Foto di ©Luigi Galiazzo, dal sito www.cipra.org. Nell’immagine sopra, un rendering del più recente – ma ugualmente sconcertante – progetto della pista di bob di Cortina d’Ampezzo; fonte corrierealpi.gelocal.it.]
Dunque, è arrivata un’offerta per costruire la famigerata pista di bob olimpica a Cortina d’Ampezzo, come si legge in queste ore sui media – qui ad esempio. Il progetto è stato ridimensionato rispetto a quello originario, il cui costo aveva superato i 120 milioni di Euro e contro il quale si sono espressi tutti, dal CIO in giù – ovviamente a parte i politici interessati e i loro sodali – ma nonostante ciò siamo ancora a quasi 82 milioni di Euro, salvo aggiustamenti in corso d’opera.

Ottantadue milioni di Euro di soldi pubblici per poco più d’una dozzina di praticanti, e un costo di manutenzione successivo di 1,5 milioni di Euro all’anno a fronte di un’infrastruttura che definire impattante, per il luogo in cui dovrebbe essere realizzata e per il paesaggio cortinese, è eufemistico. Con il fantasma della pista olimpica di Cesana, costruita per le Olimpiadi di Torino 2006 al costo di 110 milioni di Euro e da anni in stato di abbandono e decadenza – la vedete nel video lì sotto, peraltro del 2016.

Tutto questo con il direttore del Comitato Olimpico Internazionale Christophe Dubi che solo pochi giorni fa ha affermato che «la nostra posizione è inequivocabile. Fin dall’inizio abbiamo ritenuto che queste sedi fossero estremamente complesse in termini di costi, in termini di eredità, in termini di tempistiche. Abbiamo promosso l’utilizzo di una pista già esistente». Per tutta risposta, scrive “Il Sole 24 Ore”, «il governo italiano sembra comunque pronto a difendere la sua posizione, se il Cio non dovesse essere d’accordo. E comunque la pista verrà realizzata in ogni caso, trattandosi di un’opera coperta da fondi pubblici».

La pista verrà comunque realizzata, con i soldi dei contribuenti italiani. Già, avete letto bene.

Be’, quegli 81,6 milioni di Euro in realtà non servono a costruire una pista di bob per le competizioni olimpiche ma per edificare un ciclopico monumento all’arroganza e al menefreghismo istituzionale nei confronti delle montagne di Cortina, di chi le abita e di tutti gli italiani le cui tasse contribuiranno alla scriteriata opera.

Va bene così? Tutti d’accordo e (quasi) nessuno contrario?

Un autorevole appello contro la cementificazione “olimpica” delle Alpi lombarde e venete

A tanti appassionati di montagna il nome di Luca Calvi non giungerà nuovo, ancor più se frequentano eventi pubblici – serate, proiezioni, festival – con la presenza di noti alpinisti. Calvi è uno dei più formidabili traduttori in circolazione (non solo di cose di montagna) e poi storico dell’alpinismo, alpinista a sua volta, docente universitario e non ultimo scrittore: del suo recente Lost in Translation ho scritto qui. Ma per tutto questo – e viceversa – Luca Calvi è un grande appassionato, studioso, culture e frequentatore di montagne: mi viene da pensare che soprattutto in forza di ciò ha pubblicato sulle sue pagine social una sorta di fervido appello, quasi un’invocazione rivolta alle comunità che abitano i territori interessati dalle prossime Olimpiadi invernali di Milano-Cortina 2026 e della infrastrutture turistiche ad esse collegate.

Un messaggio che molti stanno commentando definendolo un piccolo ma importante “manifesto” sulla questione: sono assolutamente d’accordo con questo parere e con le considerazioni espresse da Calvi in esso, dunque ve lo propongo. Di sicuro la sua brevità è inversamente proporzionale all’importanza e al valore di quanto vi è scritto e delle riflessioni che, mi auguro, vi porterà a elaborare.

Ringrazio molto Luca che mi ha concesso di poterlo ripubblicare qui.

A tutte le località interessate.
E a chi ci abita.
ABSIT INIURIA VERBIS!
Non voglio accusare nessuno e non voglio pensare male di nessuno.
Però…
A nessuno passa per la testa che, con queste Olimpiadi, faranno alle Dolomiti (e non solo di Cortina…) e alle montagne di Bormio ciò che vent’anni fa hanno fatto al Piemonte?
Costruzioni… Cemento…. E poi, tutto a marcire.
Ma davvero pensate di valorizzare in questo modo le Dolomiti di Cortina o le montagne di Bormio, o di aiutare chi ci vive a potersi evolvere in modo sostenibile, senza devastare cioè la propria ricchezza (e unicità)?
Vi stanno gettando negli occhi al posto della sabbia decine di progetti con le promesse di piogge di milioni.
I soldi saranno intascati e spartiti. Non da voi.
A voi rimarrà lo strazio delle vostre bellezze e tanto cemento di cui non saprete che farvene.
Oltre a qualche altro ecomostro.
Salvate le Dolomiti e le montagne di Bormio da chi dice di volerle valorizzare e da chi dice di volerle preservare.
Riappropriatevi della vostra Grande Bellezza e Grande Ricchezza.
Fatevi costruire le strade e le infrastrutture, altro che impianti di qua e impianti di là. Turismo sostenibile e che funzioni almeno dieci mesi all’anno, altro che sci da pista con collegamenti e impianti su tutto l’arco alpino!
Istruite il turista, e vedrete che tornerà ringraziandovi due volte.

[Nell’immagine in testa al post: un rendering del nuovo – e orribile – Ski Stadium di Bormio; fonte www.sondriotoday.it/. Qui sopra: il rendering del più recente – ma ugualmente sconcertante – progetto della pista di bob di Cortina d’Ampezzo; fonte corrierealpi.gelocal.it.]