Contro il malvivere della nostra società

Mai come oggi l’uomo che vive in Paesi industrializzati sente la mancanza di «natura» e la necessità di luoghi: montagne, pianure, fiumi, laghi, mari dove ritrovare serenità ed equilibrio; al punto che viene da pensare che la violenza, l’angoscia, il malvivere, l’apatia e la solitudine, siano da imputare in buona parte all’ambiente generato dalla nostra civiltà…Vorrei che tutti potessero ascoltare il canto delle coturnici al sorgere del sole, vedere i caprioli sui pascoli in primavera, i larici arrossati dall’autunno sui cigli delle rocce, il guizzare dei pesci tra le acque chiare dei torrenti e le api raccogliere il nettare dai ciliegi in fiore.

[Mario Rigoni SternUomini, boschi e api, Einaudi, Torino, 1999, nota dell’autore all’edizione tascabile, pag.VI; 1a ediz. 1980.]

Lo so, questo è una dei brani più citati in assoluto del grande scrittore di Asiago: ma perché lo è? E perché non è affatto ridondante riproporlo? Be’, dal mio punto di vista, perché le parole di Rigoni Stern sono di quelle che non solo col passare del tempo non perdono nulla del loro valore, ma anzi ne guadagnano continuamente, sembrando sempre più consone al presente che viviamo. Anche se sono di più di quarant’anni fa, già: e ciò dovrebbe farci ancor più riflettere su di esse.

N.B.: cliccando sull’immagine lì sopra potete leggere la personale “recensione” di Uomini, boschi e api.

 

Altezza neve 80 cm, farinosa

Belli i bollettini della neve di una volta, vero? Tanto artigianali quanto affascinanti. E chi ne voleva sapere di più e magari salire in funivia per farsi una sciata, poteva chiamare un numero telefonico assolutamente semplice da ricordare, vista la sua brevità!

Per giunta fa specie che a Valcava, una delle prime località sciistiche italiane posta sulla dorsale montuosa dell’Albenza, prospiciente la pianura bergamasca e brianzola a pochi km dall’hinterland di Milano, l’11 di aprile del 1938 vi fossero ancora ben 80 cm di neve farinosa, quando negli ultimi anni, e nell’“inverno” in corso particolarmente, di neve i bellissimi prati di Valcava ne vedono ben poca e assai di rado.

Di Valcava abbiamo scritto – io e i miei colleghi di penna Sara Invernizzi e Ruggero Meles – anche nella guida Dol dei Tre Signori, essendo la località posta propria lungo la Dorsale Orobica Lecchese nel tratto che divide la Valle Imagna dalla Val San Martino (ovvero il territorio percorso dalla seconda tappa del trekking che raccontiamo nella guida). Altre volte ho invece scritto della storia della funivia di Valcava, un autentico gioiello ingegneristico novecentesco quasi del tutto scomparso: ad esempio nel testo che vi propongo di seguito, con il corredo di alcune immagini tratte dalla pagina Facebook della Pro Loco Valcava.

Solo il relitto di alcuni piloni di sostegno che spuntano dal bosco e la stazione a monte (ora casa privata) che conserva una delle cabine ricordano oggi a chi sale verso Valcava che un tempo la località sull’Albenza era unita a Torre De’ Busi da quella che fu la prima funivia costruita in Lombardia e seconda in tutta Italia, vero e proprio gioiello ingegneristico le cui cabine superavano in undici minuti un dislivello di 800 metri su un percorso lungo 2680 metri.
Concepita nel 1925 da un’idea dell’architetto Alessandro Comolli, la funivia fu progettata dall’ingegnere sudtirolese Luis Zuegg, uno dei maggiori esperti nel settore, e inaugurata il 28 ottobre 1928 alla presenza del celebre aviatore Antonio Locatelli. Da subito l’impianto svolse un ruolo determinante per la vita della frazione, trasportando non solo persone ma anche materiali e generi alimentari: con la gestione affidata alla Società Anonima Funivie Lombarde, la funivia svolse regolarmente il servizio per molti anni, contribuendo a fare di Valcava una delle prime e più rinomate stazioni sciistiche della Lombardia, dotata persino nel 1936 di un trampolino per il salto con gli sci e successivamente di una manovia e uno skilift che giungeva sulla sommità del Prato della Costa, a 1400 m di quota.
Dagli anni ’50, a fronte del progressivo deterioramento degli impianti e delle funi, l’esercizio della funivia divenne sempre meno remunerativo. Seguì un periodo costellato da intralci di varia natura, tecnici, economici, burocratici ed amministrativi, che provocarono frequenti sospensioni del servizio fino al fallimento, nel 1973, della Società Anonima Funivie Lombarde. L’impianto, con nuova gestione, ripartì e continuò il suo funzionamento fino al 10 marzo 1977, data in cui fu deciso di cessarne definitivamente l’esercizio in quanto la continua usura del materiale lo aveva reso troppo pericoloso nonché oltremodo oneroso da mettere a norma. Infine, il 13 luglio 1978 il Comune di Torre De’ Busi decise di procedere al suo smantellamento, concludendone mestamente la pur gloriosa storia e, parimenti, quella dello sci sui pendii di Valcava.

Per evitare opere pubbliche dannose (sui monti e non solo)

[Il versante bergamasco del Resegone, visto dalla Val Taleggio. Foto di Ago76, opera propria, CC BY-SA 3.0, fonte: commons.wikimedia.org.]
In calce al post su Facebook con il quale ho pubblicato sul social il mio articolo di qualche giorno fa sulla progettazione di una strada asfaltata alle pendici del Resegone, in una zona montana di grandissimo pregio paesaggistico e assai poco antropizzata, nonché sulla relativa petizione co la quale si stanno raccogliendo firme e pareri contrari, l’amico e collega di penna Ruggero Meles mi ha lasciato un breve ma interessante commento:

Mi piacerebbe assai che oltre che firmare la petizione nascesse la possibilità di un confronto pubblico tra chi vuole asfaltare questa strada e chi no. Un confronto serio e pacato, ma anche capace di far emergere le vere e profonde motivazioni dei contendenti.

In effetti Meles mette in luce uno degli aspetti fondamentali di una situazione del genere, e tale perché posto, teoricamente, a monte di essa: il dibattito pubblico e il confronto equilibrato tra le parti – favorevoli, contrari, amministratori pubblici, portatori di interesse – in occasione di progetti che poco o tanto risultano particolarmente impattati sui luoghi e sui paesaggi dove si vorrebbero realizzare, in special modo se tali luoghi risultino ancora poco antropizzati e ove le opere da realizzare possano sviluppare funzionalità ulteriori rispetto a quelle meramente progettuali, dovrebbero rappresentare per regola uno degli elementi fondanti e costitutivi del progetto stesso, insieme a ogni altra pratica propedeutica all’avviarsi della teoria progettuale – e ben prima della pratica in loco. Purtroppo, molto spesso bisogna invece prendere atto del modus operandi di enti amministrativi e pubblici che presentano alla cittadinanza – quando lo fanno, che non è cosa automatica – proposte e progetti già bell’e pronti per diventare cantieri operativi, con spazi di manovra per interventi di interesse pubblico e collettivo ovvero di variazione delle opere assai ristretti quando non nulli. Ciò non significa poi che tali opere non possano essere fermate, tuttavia capite bene che tali situazioni portano quasi sempre a un inesorabile muro-contro-muro tra favorevoli e contrari e tra parti politiche interne all’amministrazione territoriale, generando uno scontro inevitabilmente estremizzato nelle prese di posizione proprio perché privo di qualsiasi dialogo precedente, in condizioni e momenti che sarebbero ben favorevoli al riguardo dacché ancora lontani da qualsiasi belligeranza, e che si rivela quasi mai costruttivo. Per giunta potrebbe pure capitare che certi progetti siano mal pensati e mal proposti ma per certi versi risultino plausibili, ma lo scontro tra le parti avverse lascia poco spazio alla diplomazia e al compromesso sicché anche la potenziale buona idea finisce per insozzarsi nel gran polverone sollevato.

Di certo, quel modus operandi piuttosto ordinario della politica è anche segno (senza fare di tutta l’erba un fascio) di una frequente e eccessiva autoreferenzialità della stessa, che si rivendica competenze e capacità invero opinabili, e di una sorta di frenesia nel “fare cose” ideate attraverso una visione temporale prettamente elettorale ovvero legata al dover spendere alla svelta i soldi di finanziamenti pubblici e fonti affini la cui burocrazia, lo posso dire per esperienza diretta, comprime i tempi progettuali entro limiti sovente assurdi, nei quali è necessario concepire qualcosa subitamente e senza troppe finezze pur di rispettare le condizioni e le scadenze imposte, anche ove i progetti proposti presentino un impatto potenziale materiale e immateriale ingente sul luogo prescelto. Tutto ciò, poi, senza contare diversi altri fattori a volte presenti nell’attività politica a livello locale (e non solo lì, certamente) ben più bassi e meschini ma dei quali qui non voglio fare cenno per non peccare di malignità. Fatto sta che spesso l’impressione derivante è che la politica rifugga il confronto pubblico e, quando debba sostenere, ne sia parecchio infastidita, temendo da una parte che i cittadini non comprendano (e dunque non assecondino) le sue ragioni e dall’altro che la propria autonomia d’azione possa in qualche modo venir limitata e decurtata di meriti che, inesorabilmente, diventano medaglie elettorali da appuntarsi al petto (lo dico senza alcuna malevolenza: ben venga il politico che si vanti di cose “sue” belle e fatte bene!), in una rivendicazione di posizioni acquisite non sempre equilibrata e giustificata.

Ora, non dico che si debba arrivare al livello di democrazia diretta esistente in Svizzera – temo che a Sud delle Alpi non ci sia un’adeguata preparazione culturale diffusa, al riguardo – ma senza dubbio sarebbe buona cosa se l’osservazione di Ruggero Meles diventasse il nuovo e logico modus operandi in ogni opera pubblica (salvo il mettere tombini e poco altro di altrettanto elementare) che vada a modificare il territorio abitato e il paesaggio vissuto, magari normandola in modalità che ne garantiscano tanto la pluralità di voci e opinioni quanto la concretezza costruttiva. Forse ciò porterà alla realizzazione di opere migliori, più belle e condivise, forse no, ma io credo che probabilmente genererà una crescita importante di attenzione, sensibilità civica e consapevolezza politica sia tra i cittadini che tra gli amministratori pubblici. E di ciò chiunque non potrà che trarne un gran vantaggio.

 

Erna, l’utopia della “città dello sci” ai piedi del Resegone

Sopra la città di Lecco, sostenuta dalle bastionate calcaree dell’omonimo Pizzo e ai piedi delle creste sommitali del Monte Resegone, si trova la bellissima località dei Piani d’Erna, frequentatissima in tutte le stagioni grazie alla facilità di accesso su sentiero e, ancor più, per la presenza di una funivia che la raggiunge partendo dai sobborghi collinari di Lecco. In verità di “piano” i Piani d’Erna non hanno molto, presentandosi come un’ampia conca prativa circondata da boschi i cui pendii in passato, stante proprio la vicinanza alla città, hanno rappresentato i campi sciistici per eccellenza dei lecchesi: bastava un breve viaggio in auto o coi mezzi pubblici, la rapida salita in funivia e in una manciata di minuti dal centro cittadino si era sulla neve, sci ai piedi.

[I Piani d’Erna oggi. Immagine tratta da www.orobie.it.]
[Un’altra immagine dei Piani d’Erna oggi, tratta da www.eccolecco.it.]
Queste caratteristiche particolari hanno fatto sì che tempo fa ai Piani d’Erna non si mirasse solo a creare una “normale” stazione sciistica: negli anni Sessanta del secolo scorso – periodo, inutile rimarcarlo, nel quale il boom economico e industriale faceva pensare che nulla fosse impossibile – qualcuno pensò un progetto tanto grandioso quanto utopico e assurdo ma del tutto emblematico riguardo i meccanismi di pensiero e d’azione che hanno sviluppato il turismo sciistico dalla seconda metà del Novecento in poi. Meccanismi che poi il tempo e la realtà (non solo quella climatica) hanno spesso rivelato come fallimentari e deleteri per la montagna, ma che incredibilmente ancora oggi, e non di rado, in certi luoghi si vorrebbe riproporre e perseguire: come se il mondo fosse ancora quello, come se il tempo si fosse fermato o se non si volesse capire (consapevolmente o no) come stanno realmente le cose, nel presente e ancor più nel prossimo futuro.

[La funivia per i Piani d’Erna in un’immagine di fine anni Sessanta.]
La storia del folle progetto sciistico dei Piani d’Erna l’ho rapidamente riassunta in un capitoletto dedicato sul libro Sö e só dal Pass del Fó. In cammino da 75 anni sui sentieri del Resegone che ho scritto e curato nel 2015 per la Sezione CAI di Calolziocorte. Ve lo propongo di seguito, aggiungendo che nel giugno 2020 i rottami degli skilift che erano stati installati sui pendii dei Piani d’Erna, chiusi fin dal 2005, sono stati smantellati e riportati a valle, donando nuovamente al luogo la bellezza e il fascino originari e così preziosi.

L’apertura della funivia che collega Versasio ai Piani d’Erna, nel 1965, nonché gli skilift che per qualche decennio hanno lassù animato i mesi invernali, sono in verità solo una parte di un progetto ben più grande, e francamente utopico, che formularono intorno al 1960 alcuni imprenditori lecchesi, con in testa Angelo Beretta, proprietario della nota ditta di caldaie, e l’ingegner Riva. In effetti Erna era molto frequentata dai lecchesi già prima della Seconda Guerra Mondiale, poi il conflitto e il difficile periodo susseguente fece scemare parecchio quella frequentazione. Beretta e Riva, insieme ad altri professionisti lecchesi, decisero di rilanciare la località e di farlo alla grande seppur con intendimenti in qualche modo avanzati, di sentore contemporaneo: rifiutarono ad esempio la costruzione di una strada carrozzabile, troppo costosa e, soprattutto, tremendamente impattante per quell’angolo montano così piacevolmente integro. Optarono dunque per la funivia, mezzo di trasporto sicuramente più ecologico; in teoria il progetto prevedeva un ulteriore tratto che giungesse fino alla vetta del Resegone, per la cui mancata realizzazione probabilmente oggi non possiamo che essere felici. Ma c’era molto di più: nelle idee della SPER, la società che venne costituita ad hoc per la gestione dei vari interventi, Erna doveva diventare una vera e propria città satellite di Lecco in quota, al fine di attirare il maggior numero possibile di turisti anche da lontano. L’architetto milanese Gianfranco Gelatti Mach de Palmstein venne incaricato di stendere un piano urbanistico per l’edificazione sui terreni, nel frattempo lottizzati di case, alcuni alberghi, una scuola, attrezzature sportive varie, una chiesa, un eliporto e addirittura un piccolo ospedale. Nel complesso la città satellite di Erna avrebbe dovuto constare di sei piccoli quartieri: Funivia, Bocchetta, Romini, Laghetto, Teggia e Ospitale, collegati da un’arteria principale e da una fitta rete di percorsi pedonali. Era un progetto che sotto certi aspetti ricorda nel principio quello di Consonno, scaturente da una visione del progresso urbano tipica di quegli anni di intenso boom economico nei quali pareva che pure le idee più difficili potessero divenire realtà.
Ma le prime difficoltà di realizzazione sorsero presto; solo alcune case vennero edificate (facilmente riconoscibili dal fatto di essere quelle dal disegno architettonico più moderno, lassù) insieme a qualche semplice struttura sportiva, poi nel 1993 la SPER fallì e ci si misero pure i cambiamenti climatici, che resero la neve a Erna una cosa assai rara. Così, il visionario progetto di Erna, la città dello sci a pochi minuti dal centro di Lecco, tornò nel fumoso regno delle utopie irrealizzate. Giudicate voi se sia stato meglio così, oppure no. Di certo l’amenità dei Piani d’Erna, con quel meraviglioso e imponente sfondo delle punte del Resegone appena al di sopra dei suoi verdi prati, resta comunque grande.

Nove città alpine impegnate per il clima

[Panorama di Briga-Glis. Foto di Daniel Reust, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte: commons.wikimedia.org. Cliccateci sopra per ingrandirla.]
A proposito di clima, in senso generale ma con particolare attenzione alla regione alpina, lo scorso anno è stato avviato da parte della Convenzione delle Alpi il progetto Climate Action in Alpine Towns che nel corso del 2022 impegnerà nove città alpine a realizzare interventi per il clima in termini di pianificazione territoriale e partecipazione dei cittadini – cosa quanto mai importante e necessaria in tali contesti, anche come forma di sensibilizzazione attiva verso la politica amministrativa che troppo spesso risulta assente – si veda il post che ho pubblicato qualche giorno fa, per dire. Il progetto sarà realizzato nel quadro della Presidenza svizzera della Convenzione delle Alpi e dell’Agenda territoriale 2030 nell’arco dei prossimi due anni; in esso verrà pure elaborato un rapporto scientifico sulla situazione di queste città alpine e le relative ripercussioni territoriali in tema di clima e aspetti correlati con il proposito di integrare alcuni dei risultati del rapporto con misure concrete.

La percezione diffusa delle Alpi è spesso rurale e non urbana. Tuttavia, circa un terzo degli abitanti vive in città alpine densamente popolate con peculiarità specifiche e altrettanto specifiche criticità ecologiche e ambientali. Come si può sviluppare un’azione climatica a bassa soglia nella pianificazione territoriale? Come coinvolgere maggiormente la società civile in questi processi di pianificazione? In che modo la partecipazione modifica la consapevolezza di queste persone e quindi anche la qualità della vita? Queste e altre domande costituiscono il fulcro del progetto; trovarvi risposte valide (e sempre più necessarie, d’altronde) ne rappresentano lo scopo principale.

Le nove città partecipanti al progetto sono Annecy e Chambéry in Francia, Briga-Glis in Svizzera, Belluno e Trento in Italia, Sonthofen in Germania, Villach in Austria, Idrija e Tolmino in Slovenia.

Potete saperne di più su Climate Action in Alpine Towns visitando il sito del progetto, qui.