Con le sue ammirevoli doti grafico-illustrative, ormai paragonabili (quasi) a quelle alpinistiche, Michele Comiinterpreta mirabilmente il senso di un libricino di qualche tempo fa, piccolo nella forma ma corposo nella sostanza e il cui testo col tempo assume sempre più valore: Kill Heidi di Sergio Reolon. Come scrive Michele nel blog di stilelapino.it, «Un testo illuminante, specie di questi tempi, dove opportunità e speranze del vivere in alto possono deteriorarsi assai in fretta nella perenne rincorsa di modelli nati al piano.» Una rincorsa che sovente assume i tratti della corsa folle e cieca verso il ciglio sempre più prossimo di un burrone, e che si può fermare (forse) solo sgambettando lo stolto corridore. O magari no? Che sia più opportuno non fermarlo e lasciarlo andare alla sua sorte?
Insomma: a morte Heidi, viva Michele Comi!
P.S.: una volta (cioè, pure ora) pensavo che Michele Comi fosse (cioè, lo è tutt’ora, eh!) una grande e nota guida alpina che si dilettava a creare delle belle e significative vignette a tema montano. Ora mi vien quasi da pensare che Michele sia un notevole vignettista a tema montano che si diletta a fare la guida alpina con grande apprezzamento dei suoi clienti! 😄 Scherzi a parte, lo ringrazio di cuore per aver linkato nel suo post la mia “recensione” a Kill Heidi. Leggetelo (il libro, anche più della recensione), che merita molto, così come merita alquanto seguire Michele Comi sulle sue pagine web e social: un’autentica guida alpina (nel senso più pieno e ampio della definizione) anche in rete!
[Immagine tratta da toscana.info, l’originale è qui. Cliccateci sopra per ingrandirla.]
Alfin la spiaggia di quel mar di foco
L’Arcangelo afferrata, i suoi sconvolti
Battaglioni appellò; deformi e guaste
Angeliche sostanze. E qual d’autunno
Galleggiano affollate in Vallombrosa
Sul cristallo dei rivoli le foglie,
Ove in arco salenti ameni intrecci
Fan l’etrusche boscaglie.
Ma la Vallombrosa remota
è tutta di violette
divina, apparita in un valco
che tra due colli s’insena
ah sì dolce alla vista
che tepido pare e segreto
come l’inguine della Donna
terrestra qui forse dormente,
onde quest’anelito esala.
[Foto di Filippo Masoni, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte: commons.wikimedia.org. Cliccateci sopra per ingrandirla.]Vallombrosa è uno dei più bei luoghi di tutto l’Appennino ed è tra quelli che, avendolo visitato tanti anni fa e dunque del quale conservo un ricordo non troppo definito, mi ha piantato in testa e nell’animo visioni e impressioni assolutamente fascinose, di luogo sospeso, incantato, quasi avvolto da una dimensione onirica e leggendaria – soprattutto in forza delle sue meravigliose foreste, suppongo, ma per l’aura mistica esalata dalla celebre abbazia. Ero troppo giovane, ai tempi, per godere della sensibilità di percepire nel profondo l’anima del luogo e tutta la forza del suo paesaggio, ma nonostante ciò ricordo di aver afferrato, per come potevo, l’incanto del luogo, la sua energia attrattiva, la magia virente che lo contraddistingue e lo rende così particolare, al punto da aver affascinato nei secoli numerosi letterati (lì sopra cito due tra i più celeberrimi), artisti, musicisti e, naturalmente, innumerevoli viandanti.
Mi piacerebbe molto ritornarci, ora, magari in un momento di quiete, senza la presenza di turisti e di altri eccessivi “disturbi”, per riconnettermi con il luogo e ascoltare le narrazioni, chissà quante, che il suo Genius Loci mi saprà raccontare. Spero di poterlo fare presto, ecco.
Molte delle testimonianze di personaggi famosi che hanno visitato Vallombrosa le potete trovare nel volume Vallombrosa 1638-1866: tracce di viaggiatori del Grand Tour, di Ilvo Santoni e Nicola Wittum, pubblicato da Edizioni Polistampa di Firenze nel 2014: lo trovate qui.
L’Engadina è uno dei luoghi più affascinanti delle Alpi e del mondo, inutile rimarcarlo, e nel tempo il fascino assoluto del suo paesaggio si è cercato di catturarlo in molti modi attraverso narrazioni letterarie e immagini di vario genere. Tamara de Lempicka – d’altro canto forse la più fascinosa artista della storia – in Saint Moritz (1929, esposta al Museo di Belle Arti di Orléans) ha saputo rendere il fascino engadinese senza in fondo raffigurarlo, ovvero condensandolo in una figura femminile – un autoritratto, peraltro – effigiata in un ambiente invernale dietro la quale si intravede una porzione di rocce innevate. Una figura la cui bellezza intrigante e un po’ malinconica è del tutto femminile e umana, ma che al contempo riesce a rappresentare perfettamente quella della montagna, che nell’opera sostanzialmente non si vede tuttavia l’osservatore s’immagina e della quale, per tutto questo, è come se percepisse il grande fascino – paesaggistico e non solo.
Saint Moritz è un piccolo e poco noto capolavoro di “arte alpina” senza esserlo, in effetti, ma assolutamente capace di raffigurare un immaginario di paesaggio nel modo più intenso e consono al luogo che ne è fonte e ispirazione.
Ci si ritrova spesso a discutere – tra addetti al settore, professionisti della montagna, studiosi di vario genere, appassionati – intorno al futuro del turismo dellosci, quello che per convenzione “istituzionalmente” stereotipata e mediaticamente imposta viene considerato “il” turismo della montagna invernale ovvero l’economia ineluttabile di essa, ma di contro che appare per vari motivi e sotto diversi punti di vista claudicante, se non già in stato comatoso. Poi, alle riflessioni che scaturiscono da tali dibattiti, di qualsiasi genere esse siano, a volte si aggiungono dati sui quali invece c’è ben poco da discutere. Come quelli indicati nella tabella sottostante, che ho trovato in questo articolo di “Swissinfo.ch” (cliccateci sopra per ingrandirla):
Ecco: nell’ottica del futuro dello sci su pista e rispetto alla realtà di fatto della montagna del presente e degli anni prossimi, ragionando grossolanamente ma fondatamente, posti tali dati possiamo considerare che il costo di produzione di un metro cubo di neve artificiale varia dai 2 Euro (clic) ai 5 Euro (clic); dunque le stazioni sciistiche italiane, che essendo sul versante Sud delle Alpi (pur con esposizioni locali apparentemente favorevoli) in genere stanno subendo maggiormente le conseguenze dei cambiamenti climatici – non a caso devono produrre più neve artificiale, come la tabella dimostra – sono costrette a sostenere al riguardo spese quasi doppie rispetto alle località svizzere e quasi triple rispetto a quelle francesi. Oltre a tutto il resto, e denotando che i costi suddetti sono riferiti al periodo precedente l’attuale che, come sappiamo tutti, sta registrando aumenti dei costi energetici mai riscontrati prima, con inevitabili ricadute sulle attività in questione e sui bilanci delle società di gestione, già da anni alquanto disastrati e puntellati da risorse pubbliche.
Dunque, la domanda (ri)sorge spontanea per l’ennesima volta: dove sta andando a finire lo sci su pista? O forse è ormai più corretto chiedere: come sta andando a finire?
[Foto di Oliver Augustijn da Unsplash.]Avete mai guardato una mucca negli occhi? E, se sì, cosa avete visto, cosa avete percepito nel suo sguardo? E avete mai pensato a cosa lei, la mucca, abbia visto nel vostro sguardo?
La mucca credo sia una delle creature che noi umani più sottovalutiamo in assoluto, in senso specista, eppure è tra quelle fondamentali per la nostra vita e per lo sviluppo della nostra civiltà – con “nostra” intendo di questa parte di mondo e in particolare dei territori di montagna o adiacenti a essi, come è l’intera Italia. La vediamo quieta e paciosa pascolare sugli alpeggi o nei prati di pianura, la sentiamo raramente muggire e praticamente mai reagire con apparente “animalità” come fanno altri, la guardiamo quasi sempre con sufficienza, come una bestia forse un po’ stupida, poco empatica, priva di emozioni o comunque incapace di manifestarle, buona soprattutto per fare da immancabile elemento scenografico ai paesaggi montani. Di contro, è uno degli animali che più abbiamo votato al nostro assoluto servizio: le abbiamo imposto il dovere di darci latte e carne e di contro l’abbiamo spesso imprigionata in allevamenti industriali spaventosi, in condizioni criminali, senza che mai si sia rivoltata contro i suoi carcerieri umani; al di là di tali brutture, storicamente è soprattutto grazie alla mucca se la zootecnia si è sviluppata dall’Alto Medioevo in poi fin nelle forme odierne, innanzi tutto nelle zone europee a ridosso dei monti, sviluppando poi tutta un’economia fondamentale per l’evoluzione dell’intera civiltà di cui siamo parte. È un animale, insomma, che abbiamo sempre guardato, e osserviamo tutt’ora, soprattutto attraverso la sua utilità a nostro vantaggio, quasi mai osservandola come un essere vivente tale quale a noi, come tutti gli altri nel mondo che viviamo e come i tanti verso cui riserviamo ben maggiori attenzioni e considerazioni.
Ma, ribadisco, provate a guardare una mucca negli occhi. Se lo fate, lei probabilmente ricambierà lo sguardo e vi osserverà fissamente; come voi verso di lei, ugualmente in quegli istanti cercherà di relazionarsi a voi, in un modo tanto elementare come quello offerto dagli occhi eppure potenzialmente intenso, profondo e “dialogante” come nessun altro senso forse può fare. E provate a immaginare, con quel suo sguardo, cosa vi stia chiedendo. Perché qualcosa ce lo chiede, io credo, e in fondo comprenderà essa stessa che noi umani siamo le creature del mondo che quotidianamente vive più importanti per lei, quelle con cui deve intrattenere la relazione principale. Di più: sono certo che non si fermi solo a questo il suo pensiero, che quel suo fare così docilmente “tonto” non sia affatto il segno di scarsa intelligenza ma forse il contrario, sia un modo di osservarci senza dare troppo nell’occhio e, chissà, nel frattempo per studiarci e capirci – e capire cosa ci facciamo realmente al mondo – come noi, che continuiamo a osservarle con sufficienza e un po’ di scherno pensando al formaggio, al cioccolato al latte e a profumate bistecche, non sappiamo invece fare. E dunque, se così fosse, chi sarebbe veramente l’animale, tra i due?
Per tutto ciò sono molto curioso di poter vedere, appena possibile, Cow, il film della regista inglese Andrea Arnold – apprezzatissimo dalla critica, il cui trailer vedete qui sopra – che, dice la presentazione, «esplora la vita di una mucca da latte, offrendoci la possibilità di osservare da vicino la sua realtà quotidiana e facendoci riflettere su quale grande servizio ci offra» nonché ci fa pensare proprio sulla nostra relazione con animali del genere, così importanti per noi, attraverso il loro punto di vista – sta qui la novità sostanziale del film in forza dell’animale in questione. Più in generale Cow ci costringe a riflettere sulla nostra relazione con l’intero ambiente naturale, verso il quale – altra drammatica supponenza nostra – ci sentiamo sempre così superiori e dominanti ma generando di continuo prove dell’insussistenza di una tale condizione.
Spero di vederlo presto, ripeto, così come di tornare a dialogare attraverso lo sguardo reciproco con qualche mucca, in giro per le montagne, e “scambiarci” qualcosa di sicuramente interessante, ecco.