Hic Sunt Dracones

Sono felicissimo e particolarmente orgoglioso di essere parte, spero fruttuosa, di Hic Sunt Dracones, il libro d’artista realizzato da Francesco Bertelé come opera integrante dell’omonimo progetto a cura di Chiara Pirozzi realizzato grazie al sostegno dell’Italian Council (4a Edizione, 2018), il programma di promozione di arte contemporanea italiana nel mondo della Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura (ex Mibact).

Il libro d’artista si struttura in una prima parte che raccoglie testi scientifici e saggi critici di approfondimento sui temi proposti dall’opera e una seconda parte composta da sedici cards fronte/retro affiancabili, nelle quali, grazie a una lettura ipertestuale e stratificata, sono definiti numerosi elementi testuali, immagini, citazioni, links e codici QR che rimandano alla ricerca teorica elaborata dall’artista nei due anni di lavoro al progetto. Il libro è da considerarsi come espansione e parte integrante dell’opera Hic sunt dracones, in collezione al Museo Madre di Napoli e dunque attivabile nel momento dell’esposizione.

[HSD_f_archive © foto: Alessandro Inguglia. courtesy f’ Archive.]
Così la curatrice Chiara Pirozzi racconta il progetto:

Francesco Bertelé per Hic sunt dracones stratifica per circa due anni conoscenze e approfondimenti che procedono paralleli lungo tre filoni di ricerca: l’arrampicata, Virtual e Mixed Reality e la geopolitica del confine. […] L’artista utilizza le più avanzate tecnologie in seno alla realtà virtuale e aumentata, mixandole fra loro e generando layer di fruizione in cui la narrazione proposta è mutevole in base alle esigenze e alle resistenze di ciascun fruitore. Hic sunt dracones è un’opera immersiva e smaterializzata che si espande oltre lo spazio espositivo attraverso la connessione alla rete Internet, mediante il prelievo di contenuti random e la creazione di tweet, trigger e bot che prendono vita a partire dai movimenti e dalle scelte di chi, uno alla volta, partecipa all’opera.[…] Hic sunt dracones – con la sua tensione ipertecnologica, con l’accumulo, la dispersione e il prelievo di contenuti dal web – analizza ed estremizza un tema delicato e contemporaneo come la gestione dell’infinito flusso di dati provenienti da Internet e il relativo utilizzo, in grado di influenzare le nostre scelte, le identità e le preferenze … la visione panottica si eleva all’ennesima potenza per arrivare all’idea di Plenottico. L’osservazione plenottica in Hic sunt dracones si traduce come forma e come contenuto, nella possibilità di scomporre la struttura delle cose attraverso il linguaggio della luce e di ricomporre poi la materia proponendone un’esperienza totalizzante e multi-prospettica.

Per quanto mi riguarda, il contributo che ho elaborato per il volume si intitola Hic absunt dracones (“Qui non ci sono i draghi”) e riflette sul concetto di “confine” ovvero sui suoi significati filosofici, antropologici, culturali, geografici e geopolitici e su come gli stessi nonché i vari intrecci che con essi vengono formulati – a loro volta intrecciati con narrazioni fattuali ed esperienze personali – producano visioni differenti e non di rado opposte del “confine”. Visioni e interpretazioni che forse allontanano fin troppo la considerazione pragmatica dell’elemento “confine” nella realtà odierna dalla sua più obiettiva e fondamentale accezione, generando conseguenti storture e devianze culturali e, inevitabilmente, sociali – o, per meglio dire, sociopolitiche. E se invece il confine fosse tutt’altro rispetto a come lo consideriamo e lo “utilizziamo” nella nostra realtà contemporanea? Se al riguardo stessimo prendendo una sostanziale cantonata, apparentemente funzionale al nostro modus vivendi ordinario ma concretamente disfunzionale per ogni altra cosa?

Francesco Bertelé ha presentato più approfonditamente Hic Sunt Dracones in questa intervista al magazine “Exibart”, nella quale ad esempio si può leggere:

E.: Hic sunt dracones è il progetto con il quale hai vinto la quarta edizione di Italian Council nel 2018 e che ha origine da un’azione esplorativa, una scalata in orizzontale della costa di un’isola nel Mediterraneo (Chiara Pirozzi), condotta da te e il tuo team. Un’azione che mette in campo diversi temi tra geopolitica, tecnologie digitali e ricerca artistica, incentrata sul fenomeno della ‘spettacolarizzazione del confine’ in riferimento al testo Lo spettacolo del confine di Paolo Cuttitta. In che senso un’isola può essere trasformata in un confine e come questo fenomeno ha influito sulla tua azione esplorativo-performativa e la sua ideazione?
F.B.: Un’isola è un luogo perfetto per essere trasformato “nel palcoscenico privilegiato” (Paolo Cutitta) della messa in scena dello spettacolo delle politiche di accoglienza e controllo. La condizione dell’essere un luogo isolato ma al tempo stesso parte di quella linea immaginaria che traccia il confine della frontiera, fa sì che si possa ridefinirne continuamente la posizione amplificandone lo spazio di azione di quelle politiche ben prima e dopo l’effettiva linea cartografica. Osservando il fenomeno della migrazione e di geopolitica contemporanea ho individuato in questa Isola la metafora perfetta per una mia azione che divenisse poi strumento agente per potermi addentrare dietro le quinte di quel palcoscenico per sfogliarne i non detti e ribaltare ogni mia posizione precostituita. Ho cercato un mio modo, per portare lì il mio corpo. Mi son pensato in grado di affrontare quel muro che, “da un lembo del continente africano penetrato nel corpo politico e culturale europeo” (Luca Rota) si affaccia oltre la frontiera e da lì partire per affrontare i miei ‘draghi’. Per cui l’azione arrampicatoria, nella sua estrema realtà è divenuta essa stessa una figura retorica incarnata, perché ogni gesto di progressione che con il passare del tempo è divenuto confidente e ‘normale’, ha generato in me tracce mnestiche, in cui figure spaziali si sono associate a percorsi teorici di ricerca. Ma oltre a ciò la mia azione ha generato un immaginario condiviso con le persone che ho incontrato grazie all’isola e a cui mi sono rivolto per iniziare a capire e sapere. L’Isola da simbolo è divenuta così anche per me luogo reale, complesso e vissuto.

E riguardo il volume:

E.: Anche il libro d’artista che hai realizzato in merito al progetto può essere inteso come un’espansione dell’opera. Ce ne parli?
F.B.: Il libro d’artista fa parte di quella catena transmediale di cui è composta l’opera. Attraverso una tecnica di hyperlinks si generano una molteplicità di contenuti in continua evoluzione e in modalità randomiche. Il libro contiene inoltre rimandi e approfondimenti tematici su vari ambiti specifici di ricerca, saggi commissionati a varie professionalità con l’obiettivo di aprire lo spazio a molteplici orizzonti di conoscenza. Oltre a questo il libro è stato pensato per essere anche una sorta di vademecum un libretto di istruzioni utile alla navigazione dell’opera anche nel momento espositivo. All’interno di esso ci sono infine alcune infiltrazioni del mondo macchinico che agisce sul lettore inconsapevole informando la piramide che ne tiene traccia metodicamente, estraendo dall’uomo valore …”un dispositivo sapere/potere” (Antonio Caronia).

Hic Sunt Dracones è un progetto artistico e culturale di grande potenza tanto espressiva quanto comunicativa che genera un fascino ammaliante e a suo modo “sconvolgente”, per il quale il libro è uno strumento di preziosa divulgazione e, mi auguro, di similare e chiara espressività, oltre a un oggetto autenticamente artistico (al quale è legata una altrettanto preziosa iniziativa di solidarietà, che scoprirete nel libro stesso). Lo trovate in vendita nel sito dell’editore PostMediaBooks o sulle principali librerie on line, in attesa (fine pandemia permettendo, finalmente) di poterlo vivere anche fisicamente e in presenza oltre che, chissà, di ulteriori e affascinanti sviluppi. Sui quali non mancherò di darvene notizia, ovvio.

Un infallibile sistema di sorveglianza

Lungo tutto l’itinerario in ambiente della DOL dei Tre Signori, ma in particolar modo nelle vicinanze del Resegone e ancor più del Pizzo dei Tre Signori, se andrete a percorrerlo, vi potrebbe capitare di sentirvi osservati. Anzi, quasi sicuramente vi capiterà.
Sarà una sensazione vivida, chiara, netta, magari accompagnata da qualche particolare riscontro uditivo. Be’, nel caso vi accada, sappiate che non siete impazziti: la DOL dei Tre Signori è effettivamente dotata di un sofisticatissimo sistema di osservazione e controllo di ogni transito lungo il suo percorso, più affidabile di qualsiasi sorveglianza satellitare ovvero di similare tecnologia avanzata e assai capillare nelle zone suddette, che controlla il vostro movimento sul sentiero, le soste che farete, la direzione che terrete o che varierete e ogni altra azione compiuta. Tranquilli, però: non viene compiuta alcuna violazione della privacy e ai dati sulla vostra presenza in loco non avrà accesso nessuno.

O, per meglio dire: nessuno che non abbia due corna sulla testa, a volte particolarmente lunghe, già.

(Foto di Marco Caccia, tratta da questo post della pagina facebook “I Cammini di Orobie”.)

Il paradosso del “mainstream”

[Foto di Austin Chan su Unsplash.]

La cultura mainstream – nazionale e internazionale – è una bolla. Come i più minuscoli gruppetti, accetta cose dette solo in una certa maniera e non capisce nient’altro. Capisce il suo slang. Il suo slang è emozionale-morale. Quale morale non importa, visto che per ogni proverbio esiste un proverbio che dice l’opposto e presi insieme fanno la saggezza popolare. Chi vuole stare nel mainstream – lo so per certo di prima seconda e terza mano – si adegua sottilmente e spontaneamente come ci adeguiamo per entrare in un gruppetto affiatato. Ci viene di scrivere romanzi come fossero serie tv, ci viene di stare sul pezzo come fossimo giornalisti, ci viene di dare consigli per gli acquisti come fossimo pubblicitari. Vogliamo starci, ma non vogliamo stare in un mondo grande. Vogliamo che la cultura nazionale o internazionale ci faccia credere che ritrovarsi in quella grande piazza equivalga a dialogo, complessità e maturità, e quella cultura ce lo assicura volentieri scegliendo portavoce dall’aria molto seria. La società dello spettacolo usa i metodi della bolla perché deve saper prevedere la reazione di molti consumatori a un prodotto. Non è un mondo adulto. Quando spingiamo prodotti culturali possiamo parlare solo di urgenza e necessità. Il prodotto culturale non ha caratteristiche specifiche, non parla alla storia del proprio linguaggio ma solo al momento presente della comunicazione, anche se è altro sogna di essere solo content. Questo costringe i poveri uffici stampa a spingerci libri come fossero fatti puri e semplici della cultura e non libri. Costringe noi a non esprimerci troppo in dettaglio per evitare di inceppare il meccanismo con cui campiamo. L’era dei critici non è finita perché i critici si erano troppo staccati dal mondo: è finita perché per consumare cultura non c’è bisogno di sapere troppo, basta sapere cosa gira e cosa tira, per assumerlo.
Ma ancora oggi se devi comprare una chitarra nuova – cioè per qualunque acquisto di cultura che realmente richieda un’alta definizione dei tuoi desideri – devi passare per i critici, per chi ti dice bene cosa hai davanti e ti aiuta a evolvere.
Penso sempre che gli italiani sono così culturali e critici solo sulle case, sul caffè e sulla cucina. […]

Da Francesco Pacifico, Come la cultura mainstream è diventata una bolla insignificante, pubblicato su che-fare.com il 12 febbraio 2021. Un’ottima e approfondita riflessione su come la dittatura del mainstream, che governa certa parte della cultura contemporanea (ahinoi!) e in generale l’immaginario comune sul mondo che viviamo, sia non solo artificiosa, deviata e deviante ma sostanzialmente ingiustificata, il che la rende ancor più paradossale di quanto già non appaia a quei pochi che ne sanno cogliere la realtà di fatto.

Potete leggere l’articolo nella sua interezza cliccando sull’immagine in testa al post oppure qui.

Viaggiare per il mondo con Battiato

Credo che non esista un brano di Franco Battiato che non contenga in un modo o nell’altro il “viaggio”. Nel senso materiale o immateriale del termine e del concetto ovvero geografico, mentale, spirituale, metafisico, astrale, la musica di Battiato è potente e oltremodo suggestiva rappresentazione del viaggio nonché pratica sonora per viaggiare, con la mente nell’ascolto ma propedeuticamente per il viaggio vero e proprio. E non è solo una questione di interpretazione delle armonie e dei testi, ma sapete bene che i brani del grande Maestro siciliano sono infarciti di innumerevoli citazioni di luoghi, paesi, città, regioni e di genti, tradizioni, culture, saperi identificanti quei luoghi.

Posto ciò avrei voluto fare io (ma non l’avrei fatto così bene) ciò che ha fatto Alessio Arnese con “MAPPIATO”, sito web che presenta la Carta dei luoghi citati nelle canzoni di Franco Battiato con relativa playlist dei brani dai quali vengono le varie citazioni geografiche.

Un bellissimo modo non solo per omaggiare Battiato e la sua arte musicale, ma anche per dimostrarne il mirabile cosmopolitismo e l’illuminante valore multiculturale: un aspetto fondante e centrale, questo, di tutta la sua produzione artistica. Quello di Battiato è un multiculturalismo che è connessione di differenti e distinte identità culturali, lontano da certo globalismo ideologico o da superficiali banalizzazioni che nel voler vedere (pur giustamente) il pianeta come un solo luogo ignora e trascura la sua imprescindibile geografia umana. È relazione di tante identità tutte peculiari, confronto di culture, scambio di saperi, cognizioni, erudizioni, fervido invito alla conoscenza e all’arricchimento reciproco senza mai rinnegare la propria identità, anzi, facendo di essa il primo – e non solo perché proprio – elemento di condivisione e arricchimento. Che è poi, tutto questo, uno dei sensi fondamentali del viaggio più autentico, espresso in modo inarrivabile da chi – Battiato stesso, intendo dire – si è autodefinito un “professionista del viaggio” (clic) facendone una pratica di conoscenza, comprensione, illuminazione, sapienza e, a suo modo, di ascetismo.

Cliccate sull’immagine in testa al post per visitare “MAPPIATO” e, inesorabilmente, buon viaggio!

La Dol dei Tre Signori in “Montagne di Lombardia”

Questa sera alle 20.30 e poi ancora domenica 23 maggio alle 20 è possibile rivedere la puntata di “Montagne di Lombardia” dedicata al cammino della “DOL dei Tre Signori”, alla sua guida e alla rivista “Orobie” che ne ha patrocinato la pubblicazione, con il direttore del magazine Paolo Confalonieri, Marta Barcella e Monica Seminati di Moma Comunicazione (che invece ha curato la realizzazione della guida). “Montagne di Lombardia” la trovate su Antenna 3 (canale 11) e in replica su Milanow (canale 191) domani alle 20.30 e domenica 23 maggio alle 20.

Per qualsiasi informazione sulla guida “Dol dei Tre Signori”, cliccate qui; il volume è al momento esaurito ma a breve tornerà in nelle edicole e in libreria; quanto prima vi dirò di più al riguardo.