La gestione poco trasparente ha creato molte polemiche e litigi.
Ne diffido nonostante lavoro molto su progetti e iniziative culturali, per la montagna e non solo e in particolar modo per la conoscenza di territori, borghi, luoghi dotati di peculiarità tanto particolari (questo, ad esempio) quanto poco note o apprezzate ma non solo per questi, già. Negli anni ho già accumulato parecchia esperienza in merito a questi bandi pubblici, alla loro “fumosità”, agli adempimenti burocratici intricati e sovente irrazionali che richiedono, ai criteri di assegnazione dei fondi, all’arbitrarietà di certi meccanismi che in tali bandi non dovrebbero esistere e invece spesso ne rappresentano i meccanismi principali – il bando a cui si riferisce l’articolo de “Il Post” che potete leggere cliccando lì sopra è solo l’ultimo degli esempi al riguardo.
Ben vengano, questi bandi, e ben felice per chi se li aggiudicherà ma, personalmente, salvo necessità ineluttabili, preferisco esplorare altre vie di sostegno economico ai progetti elaborati, probabilmente più esigue nella “sostanza” ma meno fumose, più certe, più consone a quei progetti e con maggiori possibilità di concretizzazione immediata e nel futuro, senza che venga meno la trasparenza delle iniziative, anzi, salvaguardando anch’essa maggiormente.
Dunque, a voi che parteciperete al bando in questione: tanti auguri! Che possiate avere successo e non grattacapi, malumori o irritazioni di sorta, ecco.
Sbaglierò (come sbaglierebbero in tanti, d’altronde), ma credo che non vi sarà alcuna guerra in Ucraina tra Russia e Occidente, perché è un conflitto che, nonostante le dichiarazioni bellicose di entrambe le parti, non conviene a nessuno. Quelli in corso sono soltanto dei “capricci”, con l’aggiunta di un po’ di bullaggine – soprattutto da parte russa – tra “leader” fautori di una geopolitica superficialmente infantile la cui base concreta è invece fatta da ben altro, in primis da equilibri economici che nessuno mai, oggi, si sognerebbe di infrangere con una guerra. Anzi: credo che il livello di tensione raggiunto negli ultimi giorni sia proprio la dimostrazione che nessuna delle parti pensi seriamente alla guerra, e ciò permette ad esse di spingere molto sulla messinscena bellicosa che tuttavia tale resta, senza andare oltre il palcoscenico delimitato da quegli equilibri citati, appunto.
Una guerra non conviene in primis proprio a chi sembra che la voglia più di altri, ovvero alla Russia e a Putin, nonostante la sua ossessione per l’Ucraina e per la rinascita dell’imperialismo geopolitico russo. La Russia resta cronicamente un colosso dai piedi d’argilla capitanata da un leader molto meno forte di quanto appaia (e venga creduto da molti suoi “fan” occidentali), e entrambi hanno bisogno di un’Europa il più possibile collaborativa ben più di quanto la Russia abbia bisogno della Cina, potenza assolutisticamente egocentrica anche nei rapporti con i suoi “alleati” più importanti e per questo del tutto inaffidabile in un ottica di coalizione nel senso più pieno del termine. D’altro canto non conviene nemmeno all’Occidente uno scontro bellico con la Russia, per giunta sul suolo europeo, e infatti ancor meno converrebbe all’Unione Europea, che a sua volta ha bisogno della Russia e delle sue forniture energetiche (ma pure d’una certa spalla geopolitica per molte delle attività comunitarie). Inoltre una guerra in Ucraina per conquistare il paese dall’una o dall’altra parte non sarebbe logica nemmeno dal punto di vista delle strategie geopolitiche, storicizzate su modus operandi che valgono da secoli e oggi parimenti: basta dare un occhio alla mappa politica del continente europeo per comprendere come l’Ucraina sia in una posizione perfetta per fare da cuscinetto tra i due blocchi, una condizione ideale per entrambi al fine di avere un territorio che separi i due confini evitando così attriti che in futuro, ma con ben altre condizioni, potrebbero sì generare problematiche belliche.
[Fonte dell’immagine: https://it.wikipedia.org/wiki/File:Stati_europei.png. Cliccateci sopra per ingrandirla.]Anche il territorio della Bielorussia ha la stessa funzione di cuscinetto – e infatti la sua vicinanza politica con Mosca è molto meno solida di quanto appaia (solo un paio d’anni fa il potere di Minks era più filoeuropeo che filorusso – mentre le piccole repubbliche baltiche, pur poste in una similare posizione geografica e nonostante siano entrate da tempo nella NATO, risultano meno importanti e necessarie al riguardo, avendo peraltro anche l’affaccio sul Mar Baltico che ne riduce l’importanza strategica. A tal proposito, non è un caso che la Finlandia, paese senza dubbio legato all’Occidente e da sempre piuttosto ostile (soprattutto culturalmente e ciò per motivazioni storiche) nei confronti della Russia, non sia nella NATO stessa, a suo modo “accettando” di rappresentare un ulteriore territorio-cuscinetto tra le due parti.
[I paesi NATO con le date di adesione all’alleanza. Immagine di Patrickneil, opera propria, CC BY-SA 3.0, fonte: https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=4794601.]E come non pensare poi che Putin, personaggio debole ma ambiguo e circondato da consiglieri certamente ben più scaltri, non stia pungolando l’Occidente e soprattutto gli USA proprio minacciando quell’Ucraina con la quale la famiglia Biden ha intessuto rapporti d’affari e che ha già dato qualche grattacapo – d’immagine, più che altro, ma certamente fastidiosi – al suo entourage? D’altro canto la dimostrazione di forza russa serve anche a Putin per sviare l’attenzione della stampa dai numerosi problemi interni e da un malcontento diffuso che deriva dalla carenza cronica di consenso di cui soffre da tempo – palesata anche dai precari risultati della gestione dell’emergenza Covid nel paese, secondo molti una conseguenza, tra altre cose, dalla scarsa fiducia nel potere da parte di tanti russi.
Infine: quando mai s’è vista un’invasione militare di un paese straniero, ovvero un’azione che basa molto della sua riuscita sulla sorpresa e sulla rapidità d’intervento, che da settimane viene preparata sotto gli occhi del mondo intero? Sembra il classico caso dell’aspirante suicida che in verità non si vuole affatto ammazzare e dal cornicione del palazzo sul quale è salito si mette a urlare per ore «Mi butto! Ehi, avete capito? Mi sto buttando! Ora lo faccio! Ehi, laggiù, mi avete capito? Conto fino a tre… no, magari a dieci, ehm…» finché qualcuno gli dà l’attenzione che desidera e lo fa scendere soddisfatto. Ciò che è accaduto nel Donbass è stata solo una “scaramuccia” regionale, che ha cagionato molti danni in loco ma praticamente nessun effetto altrove e, risaputamente, per “conquistare” un paese oggi esistono pure altri metodi, che non contemplano l’uso di armi da fuoco ma d’altro tipo, mediatico e d’intelligence ad esempio, che sovente risultano assai più efficaci, molto meno palesi (dunque più difficili da controbattere) e senza dubbio meno dispendiose.
Insomma: si alzano le voci, si lanciano proclami “duri”, si mostrano i muscoli ma ciascuno, ribadisco, stando fermo sui propri palcoscenici ben illuminati dai media, mentre al di fuori dei riflettori la giostra continua come prima, senza sostanziali cambiamenti. La geopolitica contemporanea è questo, in effetti, soprattutto in quelle parti del mondo ove siano attivi e sostanzialmente consolidati equilibri e assetti economico-strategici la cui rottura creerebbe macerie ben più terribili di quelle generate da bombe e proiettili. Dunque per ora l’Europa non ha granché da temere, al riguardo: può osservare con sguardo un po’ bieco ma pure svagato i “grandi leader” giocare coi propri soldatini, come bambinoni gradassi che continueranno così fino al prossimo divertente (per loro) wargame.
[Immagine tratta dalla pagina Facebook “Chester FC“.]
Lo stadio del Chester F.C., squadra di calcio della sesta divisione del campionato inglese, è costruito lungo il confine tra l’Inghilterra e il Galles. Il parcheggio dello stadio e l’ingresso dell’edificio principale sono in Inghilterra, mentre il campo e il resto delle tribune sono in Galles. Lo stadio è lì da trent’anni e la sua collocazione a metà tra due paesi diversi non era mai stata un problema: lo è diventato nelle ultime settimane a causa delle restrizioni sul coronavirus. Per lo stadio devono valere quelle in vigore in Inghilterra o quelle in vigore in Galles?
Occupandomi di luoghi, paesaggi e relazioni umane con essi, sono inevitabilmente assai sensibile al tema del “confine” e alle sue interpretazioni geografiche, culturali e antropologiche contemporanee: ne scrivo spesso qui sul blog e, in maniera più strutturata e approfondita, ne ho disquisito nel saggio incluso in Hic Sunt Dracones, il libro di Francesco Bertelé realizzato grazie al sostegno dell’Italian Council, il programma di promozione di arte contemporanea italiana nel mondo della Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero per i Beni e le Attività Culturali e per il Turismo. Tra le varie cose che ho scritto nel saggio, ho messo proprio in evidenza come il termine “confine”, a fronte della sua etimologia originaria, abbia assunto un significato distorto ovvero di divisione, di distacco vieppiù netto, mentre in origine definiva il contatto e la connessione tra due elementi forse diversi ma, sul confine e proprio grazie ad esso, quanto mai vicini e simili. Un’evidenza che sovver(tirebb)e di colpo tutto quel dibattito strumentale e strumentalizzante sull’argomento, inutile affermarlo.
Ecco: quello che avete letto in principio di questo mio scritto è l’incipit di un articolo pubblicato lo scorso 16 gennaio su “Il Post” che racconta della strana e un po’ assurda situazione dello stadio della città di Chester, località inglese ma posta a ridosso del confine con il Galles. Sapete che le nazioni costitutive britanniche godono di notevole indipendenza politica e amministrativa, così da avere anche normative diverse in tema di gestione della pandemia da Covid: tale questione ha di colpo reso “evidente” la presenza del confine, il quale prima, come denota l’articolo de “Il Post”, «non era mai stato un problema».
Trovo che la questione dello stadio di Chester sia parecchio emblematica, riflettendo intorno al senso del concetto di “confine”. Oltre a evidenziare l’etimologia originaria del termine, come sopra riportato, nel mio testo su Hic Sunt Dracones rimarco e dimostro anche che il confine è, in concreto, una cosa che c’è ma non esistese non nel momento in cui il suo superamento, lo sconfinare, viene artificiosamente rilevato e per motivazioni meramente funzionali giudicato “illecito”. Ciò persino dove la presenza di un confine sia palesemente illogica – è il caso di Chester – ma pure dove risulti apparentemente più logica ma solo in senso geografico “cartesiano” (ovvero in base alla cosiddetta “dottrina dello spartiacque” influenzata sul piano filosofico dal pensiero razionalista cartesiano, appunto): è il caso delle Alpi, regione assolutamente rappresentativa in questo senso per come la barriera naturale del rilievo montuoso sia stata trasformata e imposta per mero volere geopolitico in confine quando per secoli la catena alpina ha contribuito all’incontro e all’unione dei popoli che vivevano sui versanti opposti, ben più di quanto accadde tra montagne e pianure della stessa parte idrografica. Di questo aspetto del tema ne ho parlato qui.
[Immagine tratta da Google Maps, cliccateci sopra per ingrandirla.Dunque, lo stadio di Chester dimostra bene il paradosso contemporaneo (ma con evidenti radici storiche) del confine geopolitico: quando nessuno ne parlava e a nessuno tornava funzionalmente utile, il confine c’era ma era come non ci fosse; ora che per motivi giuridici una funzione al confine è stata trovata, ecco che “compare” con tutta la sua forza divisiva tanto quanto irrazionale. Ed è un caso, quello di Chester, che in sé può apparire in fondo piccolo e banale (qui ne trovate un altro, piuttosto simile) ma che scaturisce dallo stesso principio di sostanziale irrazionalità dal quale provengono molti altri casi più eclatanti e critici.
Sia chiaro: i confini esistono, senza dubbio, ma proprio dal punto di vista dell’etimo originaria del termine, zone di contatto e connessione – guarda caso tutti termini aventi il prefisso con, che significa “insieme” – e semmai con accezioni sostanzialmente culturali ben più che politiche, ideologiche o altro di simile, considerando che la cultura è pratica umana che richiede connessione e condivisione, non il contrario.
E se un indomani il Galles si separasse in modi ostili dalle altre nazioni della Gran Bretagna? Non si potrebbe più giocare a football nello stadio di Chester perché in mezzo al campo passerebbero reticolati e muri divisori nel mentre che tutt’intorno il mondo rimarrebbe quello solito, niente affatto diverso al di qua e al di là se non in forza del volere dei potenti di turno?
Insomma, mi torna in mente un altro post scritto tempo fa, che mi pare assolutamente valido al riguardo e che va benissimo anche ai tifosi che si rechino a vedere le partire giocate nello stadio di Chester:
La geografia ci insegna che non esistono confini se non dove noi li vogliamo vedere, perché li immaginiamo nella nostra mente e li costruiamo nel nostro animo.
P.S. (Pre Scriptum): scrivevo il post sottostante più di nove mesi fa, a marzo 2021, e mi pare che ancora oggi, forse anche più di allora, sia assolutamente, drammaticamente valido. E non mi sembra che siano in vista sviluppi positivi al riguardo: troppi sulla pandemia di parole inutili intorno al Covid ci stanno marciando – e magari pure guadagnando – alla grande. D’altro canto, da che mondo è mondo per le malattie prima o poi la cura la si trova, per certi cinismi e cert’altre meschinità è ben più difficile, purtroppo.
Comunque, se fin dall’inizio della pandemia la scienza si è impegnata nell’indagare la correlazione tra inquinamento atmosferico e diffusione del Covid-19, trovando significativi riscontri oggetto di un articolato dibattito scientifico (qui trovate una buona cronaca al riguardo), io credo che sarebbe finalmente il caso di indagare anche la correlazione tra propagazione del Coronavirus e sproloquiare mediatico, già. Dacché una cosa che io ritengo pressoché inconfutabile, generata dalla pandemia in corso, è stata l’aumento spropositato di parole a vanvera da parte di chiunque (o quasi) si sia ritrovato a parlare ad un media pubblico, le quali hanno generato un tale caos comunicativo e informativo da – io credo – aver influito inesorabilmente sulla situazione dei contagi rilevata in questi mesi.
Solo che io, be’, non sono virologo, epidemiologo, medico, scienziato o che altro, dunque mi verrebbe da invocare, alla comunità scientifica, la suddetta ricerca obiettiva e razionale al fine di comprendere meglio la questione. Una ricerca necessaria proprio in forza dell’irrazionalità della comunicazione che abbiamo subìto in questo ultimo anno, ecco.
Detto ciò, temo poi che anche stavolta da una tale ricerca e dalle sue potenziali evidenze non sapremo imparare nulla di buono e utile per il futuro: ma qui si tratta di un altro tipo di “pandemia”, di natura mentale, ormai congenita nell’uomo contemporaneo. Purtroppo.
[Per saperne di più su quest’immagine, cliccate qui.]
Nuova strage nel Mediterraneo. Secondo 15 sopravvissuti, salvati dai pescatori e portati a Mazara del Vallo, più di 75 migranti europei sono annegati mercoledì scorso di fronte alle coste della Sicilia. A riferirlo, la sezione libica dell'Oim, l'agenzia delle Nazioni unite per le migrazioni. «Quest'ultima tragedia – sottolinea Oim - porta il numero delle vite di migranti europei perse nel Mediterraneo centrale quest'anno a oltre 1.500».
I migranti erano di varia nazionalità, in maggioranza italiani, ungheresi, polacchi ma anche spagnoli e francesi. Settantatré sono riusciti a scampare a morte certa questa mattina grazie all’intervento di African Sea Guard, che ha salvato 73 persone a bordo di un gommone già sgonfio partito dalle coste siciliane. Fra loro anche 13 donne, di cui 7 incinte, e 20 minori, quasi tutti italiani. Arrivano così a quota 193 i naufraghi europei presenti sulla nave della ONG africana, che nei giorni scorsi ha individuato e soccorso 90 persone, anche in tal caso in maggioranza italiane, che si trovavano a bordo di un vecchio gommone, malandato e stracarico, avvistate dall’aereo di ricognizione African Seabird. «Altre 6 persone – informano da ASG - erano invece a bordo di una motovedetta della cosiddetta guardia costiera italiana, che le aveva intercettate illegalmente e si è poi pericolosamente avvicinata alla nave Sea Guard 4 durante il soccorso. Si sono buttate in acqua nel panico e sono state salvate dal nostro equipaggio.»
Nessuno è stato lasciato indietro ma i naufraghi sono provati, soprattutto quelli provenienti dai paesi europei sottoposti ai regimi dittatoriali più repressivi, come Ungheria o Polonia. A bordo della nave umanitaria ci sono molti bambini e ragazzi e diverse donne incinte, che potrebbero aver bisogno di assistenza medica. «Hanno bisogno al più presto di un porto sicuro in cui poter sbarcare in Tunisia, Algeria o altri stati nordafricani che possano fornir loro accoglienza», affermano da Sea Guard.
Nel frattempo, Africalarm Phone lancia l’allarme. «Abbiamo perso i contatti con il gommone in difficoltà con a bordo circa 75 persone proveniente dalla Sardegna e segnalato 17 ore fa a circa 50 miglia da Biserta». E poi l’accusa: «Le autorità nordafricane – è il tweet di Africalarm Phone - si rifiutano di fornirci qualsiasi informazione. Le autorità tunisine hanno sospeso le ricerche e si giustificano ricordando che le modalità attuate dai paesi europei nei confronti dei migranti africani di qualche anno fa erano le stesse. Le persone non sono arrivate sulle coste nordafricane e i parenti nei paesi europei di provenienza sono preoccupati. Non lasciatele annegare.»
E se tra qualche anno andasse così?
Nel 2021, anno non ancora concluso, sono state 1559 le persone morte in mare, recuperate o disperse per sempre in acqua. Nel 2020 erano state 1448 (fonte qui). In tutto il mondo i morti tra i migranti sono stati oltre 5mila, nel 2020 erano stati 4.236 (fonte qui). Per conoscere dati e statistiche ben dettagliate al riguardo, potete consultare la pagina dedicata alle migrazioni nel sito dell’ISPI – Istituto per gli Studi di Politica Internazionale.
Ecco, questo è il mio post per oggi, 25 dicembre 2021. Ribadisco: “Natale”? Mah!
N.B.: il testo che avete letto è la mia reinterpretazione di questo articolo de “La Repubblica”.