Domani, all’Ariosto Spaziocinema di Milano, “A Passo d’Uomo”, un film da non perdere

Domani, giovedì 19 ottobre, esce nelle sale italiane A Passo d’Uomo, l’ultimo film del regista francese Denis Imbert interpretato da Jean Dujardin e tratto dal libro Sentieri Neri di Sylvain Tesson, considerato uno dei maggiori scrittori di viaggio del nostro tempo, autore di altri rinomate opere come Nelle Foreste Siberiane e La Pantera delle Nevi, dal quale è stato tratto l’omonimo film uscito lo scorso anno.

Avrò l’onore e il piacere di presentare A Passo d’Uomo a Milano, giovedì alle 21.30 al Cinema Ariosto – una delle sale storiche della città – insieme a Angelo Schena, componente del Comitato Direttivo Centrale del Club Alpino Italiano e past presidente del Centro di Cinematografia e Cineteca del CAI, che patrocina l’uscita del film insieme all’Officina Culturale Alpes.

A Passo d’Uomo, distribuito in Italia da Wanted Cinema e presentato in anteprima lo scorso maggio al 71° Trento Film Festival, è la storia di Pierre (Jean Dujardin), un noto scrittore appassionato di viaggi avventurosi ma dalla vita dissoluta e dipendente dall’alcol.
Una sera in cui beve più del solito e il suo livello di ubriachezza è decisamente alto, si cimenta in modo spavaldo nell’arrampicata della facciata di un albergo. Pierre però, perde l’equilibrio e precipita. La caduta gli sarà fatale perché finirà in coma.
Quando si risveglia nel suo letto di ospedale, promette a se stesso che appena riuscirà a reggersi in piedi partirà per il viaggio della sua vita.
Infatti, contro il parere di tutti, Pierre deciderà di percorrere a piedi la Francia, dal parco del Mercantour, nel sud est, fino alle falesie del Jobourg nel Cotentin, all’estremo ovest della Normandia, attraversando in diagonale l’intero paese e percorrendo solo piccoli e dimenticati sentieri che transitano dalle aree più discoste e marginali di Francia.
Un viaggio che gli farà scoprire il lato più rurale del Paese e che gli permetterà di rinascere facendo pace con il suo passato.

È un film che vi consiglio caldamente di vedere: intenso, poetico, A Passo d’Uomo tocca alcuni temi fondamentali del nostro stare al mondo, tanto semplici – per ciò forse sempre troppo sottovalutati – quanto profondi e consente di rifletterci sopra nel contesto di una storia nella quale, sono certo, molti troveranno qualcosa di se stessi.

Mi auguro che, se siete di o a Milano, domani sera vorrete essere con noi per condividere la visione del film e, magari, chiacchierarci sopra insieme.

Infine, sappiate che il 24 ottobre si replica a Galbiate (Lecco)… stay tuned!

Sabato 14/10, “Oltre le Vette”, Belluno

È stato un onore e un grande piacere – lo ribadisco, ora ancor più da reduce – partecipare all’edizione 2023 di “Oltre le Vette” a Belluno come ospite di “Un’ora per acclimatarsi”, la serie di talk pubblici de “Il Dolomiti” dedicata ad alcuni dei temi “caldi” della realtà della montagna contemporanea. Sabato 14, nella centralissima Piazza Martiri, partendo dall’esperienza maturata per il lavoro sul libro Il miracolo delle dighe e per le mie ricerche sui paesaggi montani ho potuto disquisire dell’uso passato, presente e futuro dell’acqua di montagna nel talk Eredità idriche dal Vajont ai nuovi invasi insieme a figure prestigiose quali Giacomo Poletti, ingegnere ambientale ed esperto di meteorologia alpina, e Emiliano Oddone, geologo e fondatore di Dolomiti Project srl. Il tutto davanti a un pubblico sorprendentemente numeroso e attento.

Ringrazio di cuore coloro i quali hanno contribuito alla mia presenza e al successo generale di “Un’ora per acclimatarsi” – che conferma la bontà del suo format dopo la prima proposizione a Trento nel corso dell’ultimo Film Festival: Luca Pianesi e Luca Andreazza de “Il Dolomiti”, Pietro Lacasella, Michele Argenta, Sofia Farina e, a nome di tutta l’organizzazione di “Oltre le Vette”, Valentina Ciprian.

Cliccando sull’immagine lì sopra potete rivedere il talk di sabato 14, mentre per rivedere gli altri due incontri – parimenti interessanti e coinvolgenti – potete cliccare qui e qui.

Costermano, un luogo meraviglioso che si vorrebbe trasformare nell’ennesimo luna park turistico

(P.S.Pre Scriptum: articolo pubblicato su “Il Dolomiti” il 9 ottobre 2023, qui.)

Quando i viaggiatori nordeuropei del Grand Tour presero dal Sette-Ottocento in poi a valicare la catena alpina e a discenderne le vallate dirigendosi verso sud, avevano in mente un’idea quasi idilliaca del Mediterraneo, il mare caldo tra Europa e Africa che miravano a raggiungere per godere della sua scintillante e vitale luminosità, così diversa di quella dei luoghi nordici dai quali provenivano. E a quest’idea già pensavano appena superati i passi alpini, come se la bellezza delle mete mediterranee fosse per loro un profumo da fiutare e dal quale farsi inebriare. Così, se è noto che quando giungevano sulle rive dei laghi alpini li pensavano anteprima del grande mare eurafricano, si può immaginare lo stupore di quelli che, arrivati nel Garda meridionale e ammirandone la meravigliosa compiutezza paesaggistica, credevano di essere giunti alla meta, sulle rive di un piccolo “mare interno” al quale non mancava quasi nulla di ciò che si aspettavano di trovare sul Mediterraneo: acque cristalline, clima mite, colture rigogliose, villaggi ameni, luminosità trionfante in un paesaggio che offriva in pochi chilometri condensati tra le ultime propaggini alpine e la vastità della piana padana tutta la pensabile e desiderata bellezza italiana.

Sono passati almeno due secoli dai viaggi del Grand Tour eppure, ne sono certo, le sensazioni e le emozioni che il paesaggio del Lago di Garda meridionale suscita nei viaggiatori contemporanei sono nel principio le stesse di allora, e in quel paesaggio la zona tra Costermano e Garda credo sia una di quelle più iconiche e emblematiche della bellezza locale, che qui si offre munificamente e integralmente. Non manca nulla, qui, di ciò che chiunque voglia godere d’un bel paesaggio chiede di trovare: il lago e le sue acque, le colline, le montagne, la particolare luce che il luogo genera, la cultura, la Natura… Ecco, giusto a proposito di cultura e di Natura, tra Garda e Costermano c’è un luogo che si può ben dire speciale per moltissimi aspetti: la Valle dei Mulini, un’incisione del torrente Tesina nelle colline moreniche della zona – che nell’antichità separavano il Ghiacciaio del Garda da quello dell’Adige – uno scrigno di storia antropica, di identità geografica, di valenze naturalistiche per come rappresenti un habitat preziosamente variegato formato da corsi d’acqua nel fondovalle, prati aridi sui versanti assolati, boschi termofili e pareti rocciose che nascondono al loro interno numerosi endemismi, alcuni unici a livello nazionale. Per tutto ciò, la Valle dei Mulini è dal 2003 parte della Zona Speciale di Conservazione (ZSC) “IT3210007 – Monte Baldo: Val dei Mulini, Senge di Marciaga, Rocca di Garda” ed è inserita nella rete europea “Natura 2000”, il principale strumento europeo di conservazione della biodiversità. Un luogo bellissimo e affascinante, insomma, visitando il quale si vivono emozioni forti e ci si sente in una dimensione naturale di grande forza, della quale chiunque può capire il valore e le enormi potenzialità culturali di una frequentazione del luogo consapevole e sensibile.

Per tutto ciò, si resta totalmente sconcertati di fronte al progetto con il quale il Comune di Costermano, che dovrebbe rappresentare il primo custode di questo suo inestimabile tesoro naturalistico (!), vuole trasformare la Valle dei Mulini in un ennesimo spaventoso parco divertimenti ad uso e consumo del turismo di massa, degradandone la bellezza e calpestando le valenze culturali per fare spazio ad un vero e proprio non luogo pesantemente turistificato, da (s)vendere come qualsiasi altro prodotto del consumismo turistico massificato. Il progetto del Comune prevede molte delle cose più degradanti che iniziative del genere contemplano: l’ennesimo ponte tibetano sospeso, un glamping (camping glamour) e diverse altre strutture ricettive, strutture residenziali, percorsi “esperienziali” (?) sul fondovalle, un parco “Outdoor Paradise” (?), aree picnic, un parcheggio da 400 posti auto e 10 per i pullman con strade e opere annesse e connesse… un vero e proprio luna park, in pratica. Il tutto, ribadisco, in una zona ambientalmente tutelata da norme nazionali e comunitarie e, cosa ancora più grave, senza che il progetto venga assoggettato alla Valutazione Ambientale Strategica, come imporrebbe una legge che troppe volte viene bellamente derogata dalle amministrazioni pubbliche più scaltre e meno attente alla cura dei propri territori.

Una follia sotto tutti i punti di vista, in pratica. E lo posso dire a ragion veduta (appunto!) dato che a Costermano e nella Valle dei Mulini ci sono stato di recente e l’ho esplorata e conosciuta approfonditamente, grazie ad alcuni amici locali che mi ci hanno accompagnato e approfittando di una visita naturalistica guidata che mi ha fatto ben comprendere quanta ricchezza biologica e ecosistemica possieda la Valle. Oltre a quanta bellezza conservi, nel suo particolare scrigno morenico: attraversarla a piedi rappresenta un’esperienza profonda, poetica, la tessitura passo dopo passo lungo i suoi sentieri, sguardo dopo sguardo teso verso la vitalità naturale, ascolto dopo ascolto del suo peculiare registro sonoro, di una relazione compiuta e vibrante con il luogo e con la sua anima. È nella Valle dei Mulini abita il Genius Loci di questo tratto di gardesano, di questo mondo a metà tra la dimensione alpina e l’atmosfera mediterranea nel quale ci si sente così bene, così in armonia con l’ambiente che si ha intorno, così vivificati dalla sua bellezza e dal valore culturale del luogo… un paesaggio esteriore che diventa rapidamente interiore, una geografia fisica che si rispecchia in quella umana storica e contemporanea, un prezioso patrimonio locale che sa donare veramente a chiunque la propria unicità. Eccetto solo quelli che, chissà per quale drammatica inabilità intellettuale e spirituale, non riescono proprio a coglierla e concepirla, la bellezza della Valle dei Mulini, considerandola al pari di qualsiasi altro banalissimo, dozzinale terreno da mettere a valore, da monetizzare, da sfruttare fin quanto possibile. Ma come può essere possibile una follia del genere?

Per giunta un progetto del genere mette a rischio un altro luogo speciale di Costermano: il cimitero militare tedesco, uno dei più grandi del Nord Italia, «luogo di memoria e ammonimento» che raccoglie più di 22.000 caduti della Seconda Guerra Mondiale la cui solenne sacralità e il prezioso valore storico-culturale che un luogo del genere possiede sono minacciati da alcune infrastrutture residenziali legate alle opere ludico-ricreative previste, il che ha già suscitato i reiterati reclami degli enti federali tedeschi che gestiscono l’area, con relative azioni legali che hanno visto sconfitto il comune di Costermano.

Se da un lato le proteste contro un progetto così dissennato sono attive da anni, anche con la creazione di un “comitato” che riunisce ben 65 associazioni della zona il quale opera con diverse azioni di sensibilizzazione sulla questione, dall’altro il Comune dichiara di voler tirare dritto evitando qualsiasi autentico dibattito sul progetto e di dare risposte alle domande, ai dubbi e alle innumerevoli perplessità che vengono continuamente sollevate da ogni parte, con un atteggiamento che non di rado assume caratteri di inaccettabile arroganza ma che qualsiasi persona dotata di senno e di senso della realtà non può riuscire a comprendere, se non immaginando chissà quali stati di obnubilamento mentale e morale. Come si può pensare di distruggere – perché sostanzialmente è ciò che accadrebbe – un territorio e un luogo così preziosi trasformandoli nell’ennesimo luna park ad uso e consumo del turismo di massa? Come si può immaginare che qualcuno possa vedere nella Valle dei Mulini soltanto un posto dal quale ricavarci soldi e che di contro non riesca a coglierne l’inestimabile valore culturale, sociale, identitario a vantaggio dell’intero territorio circostante? Veramente si crede di poter “valorizzare” un luogo così cementificandolo e riducendolo a mera scenografia per le ennesime, banalissime, degradanti attrazioni ludico-ricreative?

È qualcosa di assolutamente sconcertante, non c’è altro da dire.

E poi, chiedo: veramente i costermanesi e gli abitanti di questo meraviglioso territorio dalla bellezza paesaggistica più unica che rara possono accettare di degradarlo, volgarizzarlo, depauperarlo della sua identità storico-culturale, trasformarlo in un altro non luogo turistico per clienti-consumatori che verranno indotti a fruirlo solo attraverso quelle attrazioni, quelle giostre ricreative, dunque accettando di trasformare essi stessi in mere comparse di un così bieco business commerciale?

Mi auguro vivamente che il dissennato progetto di Costermano venga rapidamente e definitivamente considerato solo per ciò che è, una mera follia, e che la Valle dei Mulini, veramente e virtuosamente valorizzata in tutte le mirabili peculiarità che offre, possa salvaguardarsi e rimanere sempre ciò che è, uno dei luoghi più belli e affascinanti del Lago di Garda e del paesaggio nord italiano.

N.B.: per quanto riguarda le immagini, la foto in testa all’articolo e le prime due gallerie sono tratte dalla pagina Facebook “La Valle dei Mulini un gioiello naturale da difendere“, la terza galleria è composta da foto fatte dallo scrivente il 09-10 settembre 2023.

Oltre le vette… “Il miracolo delle dighe”, sabato 14 a Belluno

Come vi ho già scritto qui, sabato 14 ottobre alle ore 11.30 in Piazza dei Martiri in centro a Belluno, nell’ambito della 27a edizione di “Oltre le Vette. Metafore, uomini, luoghi della montagna”, la storica e rinomata rassegna che ogni anno in questo periodo fa di Belluno la capitale della cultura di montagna, avrò il grande onore di partecipare al talk di “Un’ora per acclimatarsi” dal titolo Eredità idriche dal Vajont ai nuovi invasi con il mio ultimo libro Il miracolo delle dighe.

Nel salottino all’aperto, insieme a me che porterò l’esperienza maturata negli ultimi anni durante il lavoro di scrittura del libro, ci saranno Pietro Lacasella (Alto Rilievo – Voci di Montagna), Michele Argenta (Ci sarà un bel clima), Luca Pianesi (Il Dolomiti), Sofia Farina (Pow – Protect Our Winters– tutti quanti soggetti che curano l’iniziativa – e Giacomo Polettiingegnere ambientale ed esperto di meteorologia alpina. La partecipazione al talk è libera e gratuita, quella al dibattito di chiunque voglia portare la propria opinione sui temi trattati è assolutamente gradita e auspicata.

A tal proposito, come suggerisce il titolo dell’incontro, sarà l’acqua delle montagne la protagonista principale del dibattito, un elemento quanto mai referenziale e identitario per i territori montani e al contempo variamente minacciato dai cambiamenti climatici e dalle attività antropiche. In tal senso la siccità del 2022 ha evidenziato le criticità economiche, ambientali, sociali e sanitarie che si possono verificare con l’inesorabile aumento delle temperature. Si è così tornati a discutere di bacini idrici come riserve per i periodi più critici e si è parlato addirittura di “guerre dell’acqua” tra chi l’aveva (il Trentino Alto Adige) e chi la chiedeva (la Lombardia e il Veneto). Invasi artificiali e dighe per molti sono la soluzione, ma come insegna il Vajont la natura non può essere sfruttata sempre e comunque. Il tema è di stretta attualità con il nuovo e dibattuto progetto della diga del Vanoi a cavallo tra Trentino e Bellunese. Quali sono gli scenari che ci aspettano nel futuro dal punto di vista idrico? Cosa possiamo (ancora) fare dell’acqua delle nostre montagne, e cosa sarebbe il caso di non dover fare più?

Per saperne di più sull’evento e in generale sull’edizione 2023 di “Oltre le Vette” – che è già in corso da qualche giorno e durerà fino al 15 ottobre – date un occhio qui.

 Vi aspetto sabato 14 a Belluno, se vorrete e potrete essere presenti. Sarà un piacere incontrarvi e chiacchierare con voi, sui temi del talk e su ogni altra cosa interessante!

Cambiano le montagne e i paesaggi, cambiamo anche noi

Ormai decenni fa, quando avevo poco più di vent’anni (dunque metà anni Novanta, in pratica), con alcuni amici salii per la prima volta il Cevedale, trovandomi così al cospetto di una montagna la cui bellezza iconica mi conquistò subito, per come era ed è possibile osservarla dalla via normale al Cevedale dal rifugio Casati: il Gran Zebrù/Königsspitze, una piramide pressoché perfetta puntata verso il cielo e scintillante di ghiaccio. Scattai una fotografia (il digitale era ancora roba rara, ai tempi) e ne ricavai un ingrandimento che incorniciai e appesi a casa – dove ora vivono i miei genitori e dove fa ancora bella mostra di sé, vicino all’ingresso: lo vedete lì sopra (e tenete conto che erano i primi di agosto, se volete fare qualche raffronto con il presente). Al netto del celeberrimo Cervino, credo sia una delle montagne più belle e “potenti” delle Alpi, il Gran Zebrù, e capace di narrare storie meravigliose su di sé, come raccontai in questo articolo.

Credo lo sia, ho scritto, e vorrei poter continuare a utilizzare la forma verbale al presente tuttavia temo mi (e ci) sarà impossibile farlo, di questo passo. Qualche giorno fa l’amico Luca Ciccio Impagnatiello ha pubblicato sulla sua pagina Facebook quest’immagine del Gran Zebrù, presa dalla vetta del dirimpettaio Monte Pasquale. Una foto (della cui concessione lo ringrazio di cuore) quanto mai significativa e francamente angosciante:

Consentitemi un paragone un po’ idiota ma certamente chiaro: immaginate di avere un’amica (parlo per me uomo, ovviamente il tutto vale anche in ogni altra versione di genere) bella, formosa, atletica, bionda, assolutamente affascinante, e poi di rivederla solo dopo qualche giorno smagrita, pallida, ingrigita, spenta al punto da faticare a riconoscerla se non fosse per le sue fattezze principali. Ecco, è ciò che mi si formula in testa nel considerare l’immagine odierna del Gran Zebrù, quasi del tutto privato dei suoi ghiacci e dunque dall’aspetto soprattutto roccioso, ingrigito, cupo dacché senza più lo scintillio nivale che prima rendeva abbacinante la sua piramide, con il letto della lingua valliva che sembra un’enorme piaga sterile diffusasi tra gli alti pascoli della Valle di Cedèc… un’altra montagna, in pratica, se non fosse per le forme che la rendono ancora identificabile da parte di chi la conosce. E il tutto in pochi decenni, un periodo rapidissimo nella scale del tempo della Terra: per questo l’ho correlato ai pochi giorni del paragone suddetto.

Per tutto ciò sostengo da tempo che i cambiamenti climatici e le trasformazioni fisiche dei territori che ne subiscono gli effetti, tra i quali le montagne sono quelli forse in assoluto più soggetti, più sottoposti ad alterazioni, non comportano conseguenze solo ambientali e in generale materiale ma anche, e per certi versi soprattutto, immateriali ovvero culturali, antropologici, psicogeografici… Il Gran Zebrù che si osserva oggi obiettivamente non è più la montagna di trenta o cento anni fa: ne conserva le forme ma la sua identità assume un aspetto diverso e dunque anche la nostra percezione, assimilazione e elaborazione della sua immagine e del suo paesaggio sta cambiando, quindi inevitabilmente si modifica anche la relazione culturale che possiamo intrattenere con essa e che, nel caso di una montagna appunto così iconica, finisce per influire sul costrutto dell’intero paesaggio d’intorno, rispetto al quale il differente aspetto della montagna genera una diversa percezione del luogo. E siccome noi siamo il paesaggio, dal momento che esso è una nostra elaborazione culturale che esprime nell’idea del paesaggio anche noi stessi, sostanzialmente pure noi cambiamo, al cospetto del Gran Zebrù attuale e futuro così come in ogni circostanza simile.

Sono cambiamenti o, se preferite, alterazioni intense, profonde, complesse, senza dubbio epocali, ma che ancora, credo, non sappiamo percepire e comprendere, fermandoci ai pur essenziali aspetti ambientali (ed è comunque già buona cosa, visto che non sempre accade e il disinteresse, l’apatia o il negazionismo – del clima ma di rimbalzo anche dell’effettiva realtà ambientale – a volte si palesano in tutta la loro sconsideratezza). Ma dobbiamo saperli elaborare e capire, quei cambiamenti in atto, dal momento che come detto stanno cambiando anche tutti noi e la nostra relazione con il mondo che abitiamo, quella che ce lo può far vivere al meglio oppure in maniera problematica. Cioè per costruirci il necessario futuro di proficua resilienza rispetto al divenire della realtà: sarebbe il caso di pensarci, finalmente.