Politica vs cultura

P.S. – Pre Scriptum: quando testi di qualche anno fa, riletti oggi, appaiono non solo ancora attuali ma se possibile più rappresentativi del presente rispetto a quando sono stati scritti, è segno che c’è qualcosa (fosse solo “qualcosa”, poi!) che non va nella realtà contemporanea e nella sua evoluzione nel tempo. Ecco, ad esempio il seguente articolo ha più di tre anni, eppure trovo che sia validissimo tutt’oggi. Con una sola differenza: a leggerlo si potrebbe pensare che quando lo scrissi qualche residuo barlume di fiducia nelle istituzioni politiche lo conservassi ancora, malgrado tutto; oggi, invece, quei barlumi si sono pressoché spenti, scomparsi in un buio dei più impenetrabili.

Da tempo sostengo con grande fermezza che qualsivoglia attività di natura “politica” (intendendo ciò nel suo senso contemporaneo più diffuso ovvero di gestione della cosa pubblica – anche se, a ben vedere: quale pubblica azione, in quanto tale, non assume sempre una valenza politica piccola o grande, quando attuata in un ambito sociale?) non può stare in piedi se non viene costruita su solide basi culturali – che “solide” diventano e si mantengono quando siano il più ampiamente condivise e comprese. In questo caso sì, il “gesto politico”, sia esso individuale o pubblico-istituzionale, gestisce veramente la polis e ne sviluppa concretamente la realtà; altrimenti resta un mero esercizio di stile oppure soltanto una sgarbata perdita di tempo. D’altro canto, posto proprio quanto ho denotato nella parentesi poco sopra, qualsiasi azione culturale anche più di tante altre è azione politica, anche perché “cosa pubblica” è sia il relativo patrimonio materiale (arti, mestieri, prodotti culturali nonché monumenti e opere di carattere affine) sia quello immateriale (saperi, conoscenze, nozioni, saggezze, dottrine di pensiero…), dunque ogni iniziativa che realizzi e/o attivi tali elementi con effetti diffusi, cioè pubblici/collettivi, è inevitabilmente (e fortunatamente, aggiungo) anche un’azione politica.

Sotto tali aspetti non posso dunque non imputare alla politica attuale altre gravi colpe (ennesime!), più di quanto si possano di contro imputare alla cultura (che non è senza peccato, senza dubbio, ma la cui storia non presenta certo la tremenda devianza che l’ambito politico ha subìto da parecchio tempo a questa parte). Due, le colpe suddette: la prima, di aver ormai scelto di non costruire più la propria iniziativa su basi culturali, preferendo invece la più bieca demagogia a meri fini oligarchici e/o sostanzialmente monocratici (nonché le “propagande” astratte ai fatti culturali concreti), come se l’azione politica non producesse (volente o nolente) cultura; la seconda, speculare alla prima, di aver negato qualsiasi proprio supporto “naturale” alle azioni culturali, come se la cultura non fosse una fondamenta imprescindibile di qualsiasi società civile ma, anzi, qualcosa di fastidioso, da togliere di mezzo il più rapidamente possibile.

C’è ormai, insomma, una profonda frattura tra cultura e politica: una cesura tanto netta quanto irrazionale e non so quanto sanabile, a tal punto, quale può essere quella di una madre con la propria figlia. La seconda rifiuta le saggezze e gli insegnamenti della prima per darsi alla “bella vita”, ma non capisce che la bellezza apparente è in verità profonda alienazione: di quelle che, superato un certo limite, divengono demenza definitiva.

P.S.: articolo pubblicato anche su Cultora, qui.

La “Dol dei Tre Signori” sta arrivando!

15 dicembre duemilaventi – martedì prossimo, sì: se abitate in Lombardia segnatevi la data e, sulla mappa, l’edicola più vicina… è il giorno in cui uscirà la nuova guida escursionistica Dol dei Tre Signori, dedicata ad un itinerario montano e al territorio che attraversa tra i più belli delle Alpi italiane, e che ho avuto l’onore e il pregio di scrivere insieme agli amici e valenti colleghi di penna Sara Invernizzi e Ruggero Meles.

La guida nasce su iniziativa della rivista “Orobie” (sul cui ultimo numero, quello del mese di dicembre al quale si riferiscono le immagini qui presenti, trovate un bell’articolo del direttore Paolo Confalonieri che presenta il volume) e grazie al patrocinio di Italcementi HeidelbergCement Group, ed è in distribuzione con il quotidiano “L’Eco di Bergamo” da martedì 15 dicembre, appunto, e successivamente con i quotidiani “La Provincia di Como”, “La Provincia di Lecco” e “La Provincia di Sondrio”.

Non è esagerato definire la Dol – acronimo che sta per “Dorsale Orobica Lecchese” – uno degli itinerari escursionistici più spettacolari delle Alpi italiane, non solo lombarde: per la varietà e la particolarità di ambienti, territori, paesaggi e valenze naturalistiche, per la ricchezza dei tesori artistici, culturali, storici che offre, per l’insuperabile gamma di panorami e orizzonti che regala e non ultimo, per il piacere e il divertimento che dona il suo tracciato vario e sempre agevole, mai troppo difficile o pericoloso, in alcuni tratti percorribile anche nei mesi invernali. Concepito originariamente a metà degli anni Novanta con sei tappe da Colico al valico di Valcava ma poi conoscendo alterne fortune fino a essere quasi trascurato nonostante le sue peculiarità, ora è stato rivisto e si punta al suo rilancio, con la nuova guida a fare da vivace e intrigante stimolo a tale fine. I lettori di “Orobie” hanno avuto modo di constatare la valenza della Dol in più di un’occasione, a cominciare dal racconto per la quinta edizione de «In viaggio con Orobie», nel luglio 2017: in quell’occasione il gruppo di viaggiatori, del quale ho fatto parte, ha camminato lungo la Dol per un percorso parzialmente nuovo, che con partenza dal centro della città di Bergamo lo ha prolungato fino a Morbegno passando per la Bergamasca. In questo modo si può dire che l’originaria Dorsale Orobica Lecchese è stata attualizzata con varianti e altre novità, diventando cosi la «Dol dei Tre Signori» in onore della maestosa montagna – il Pizzo dei Tre Signori, ovviamente – che è stata per secoli punto di collegamento tra Repubblica di Venezia, Ducato di Milano e, in Svizzera, Cantone dei Grigioni e che oggi, alla bocchetta di Trona, mette in contatto le province di Lecco, Bergamo e Sondrio, rappresentando per la Dol una sorta di potente nume tutelare montano e un gigantesco cairn che guida i camminatori lungo l’itinerario.

La guida gode di un ricchissimo apparato iconografico con le immagini di diversi fotografi e di una mappa che riporta l’intero percorso della Dol (oltre che di tracciati gpx scaricabili gratuitamente sulla app OrobieActive), ma definirla solo “escursionistica” è parecchio riduttivo, visto che noi autori ci siamo prodigati per redigere un testo e offrire una lettura dal sapore quasi letterario, con la quale non solo e semplicemente illustriamo il cammino e le sue caratteristiche ambientali ma raccontiamo l’intero territorio cercando di tratteggiarne il paesaggio nella sua interezza e attraverso diverse “trame narrative” – storiche, geografiche, culturali, sociali, antropologiche, geologiche, naturalistiche, eccetera. Anche così il volume riporta l’attenzione sulla bellezza generale e sull’importanza di questo cammino capace di “cucire” i territori delle tre province. «La Dol – come scriviamo nella presentazione della guida – va immaginata come un fiume di pietra e prati che scorre alto sopra le nostre teste, raggiunto da sentieri i quali, come affluenti che fluiscono verso l’alto, salgono da vallate ricche di storia e tradizioni: San Martino, Imagna, Valsassina, Taleggio, Brembana, Varrone, Gerola e Valtellina». Si suggeriscono innumerevoli spunti proprio per cogliere il rapporto che si è verificato nel tempo tra uomo e Natura: «È questo intreccio secolare e profondo – rimarchiamo – che ha reso questi luoghi come li vediamo oggi e ne ha forgiato il peculiare carattere culturale». Un carattere che, per essere (ri)scoperto, compreso, e apprezzato, richiede solo due semplicissime azioni: leggere la guida e mettersi in cammino lungo la Dol. Due cose tanto semplice quanto fondamentali che, ve lo assicuro, vi divertiranno, doneranno al vostro animo emozioni profonde e appagheranno la vostra mente, il cuore e lo spirito.

Dunque, appuntamento dal 15 dicembre in edicola con la Dol dei Tre Signori!

Tagliare la testa al toro (per Dpcm)

[Foto di Couleur da Pixabay.]
In tema di restrizioni da Dpcm legate al periodo di pandemia in corso e di polemiche costanti e galoppanti al riguardo, mi sembra che il nocciolo “politico-morale” della questione non sia la limitazione della “libertà” personale, peraltro contestata più di frequente da chi in altre sue idee si permette di negare le libertà altrui (e poi, libertà come concetto: parliamone e definiamo di che cosa stiamo discutendo, prima di sproloquiare sul termine e sul suo significato!) ma sia invece la disuguaglianza di diritti che le restrizioni provocano: per certi aspetti inevitabile e dunque necessariamente ammissibile ma, per altri aspetti, temo troppo sottovalutata e trattata sbrigativamente ovvero superficialmente, piegata a meri diktat burocratici avulsi dalle consistenze sociali, al punto da apparire quasi incostituzionale oltre che, francamente, piuttosto illogica se non ridicola.

D’altro canto, le disquisizioni sul tema mi sembra che continuino a restare chiuse in “singolarismi” piuttosto netti e indiscutibili: lo fa la politica, normando la questione in modo formalista e pedissequo per mere ragioni di scarico delle responsabilità e di incapacità conscia o meno di agire diversamente (sia che ciò significhi più rigidamente oppure meno, non è questo il punto); e lo fa l’ambito privato, nel quale si pone reiteratamente l’accento sulla “libertà”, appunto, ma come mero diritto egoistico, di difesa del proprio orticello personale, nuovamente in un modo che scarica le implicazioni dei propri comportamenti civici sugli altri.

Credo ci vorrebbe più attenzione e accuratezza politica, da una parte, e più senso civico e di comunità dall’altra. Ribadisco: è ovvio che delle “restrizioni” applicate dall’alto alla sfera pubblica possano provocare situazioni di limitazioni e squilibri, lo segnala il termine stesso, e se devono necessariamente essere messe in atto vanno poi considerate e adempiute; ma se la loro attuazione è basata più su una volontà da “taglio della testa al toro” così ignorando altre possibili soluzioni o quanto meno senza provare a riflettere su eventuali alternative e sulle loro potenziali efficacie, il pericolo è che quelle restrizioni finiscano per soffocare ancor più lo sviluppo di un adeguato e imprescindibile senso civico nella società. Per di più in una società come quella italiana che certamente, in quanto a consapevolezza civica, di strada ne deve fare tantissima: una situazione che giustifica per certi versi quelle restrizioni ma, io credo, non educa la società al riguardo. Col pericolo che in futuro, se dovesse mai capitare una nuova emergenza come quella attuale, ci ritroveremo nella stessa situazione senza aver imparato un bel niente: non è semmai proprio questa, a ben vedere, una delle più tristi e perniciose autolimitazioni della libertà?

 

La comicità non è una camicia da indossare

La gente mi chiede se ho mai paura di svegliarmi una mattina e di non far più ridere. La risposta è no, perché la comicità non è una cosa che si indossa come una camicia e che si può perdere da un momento all’altro. È molto semplice: o sei capace di far ridere, oppure no. Non è una specie di follia passeggera. Il che non significa che tu non possa svegliarti di cattivo umore, pieno di odio per il mondo e per la stupidità della gente, esasperato per un universo privo di senso – cosa che ammetto di fare ogni mattina -, ma questo serve a cavar fuori il mio senso dell’umorismo, non a cancellarlo. Come Bertrand Russell, provo una profonda tristezza per il genere umano. A differenza di Bertrand Russell, non sono bravo in matematica. E forse non sono in grado di trasmutare la mia sofferenza in grande arte o in grande filosofia, ma sono capace di scrivere delle buone battute che per un attimo possono distrarre e arrecare un breve sollievo alle irresponsabili conseguenze del big bang.

(Woody Allen, A proposito di niente. AutobiografiaLa Nave di Teseo, 2020, traduzione di Alberto Pezzotta, pag.337.)

Ultrasuoni #4: John Zorn, Naked City

John Zorn, musicalmente, è tutto. Ha fatto di tutto, ha suonato di tutto, ha composto, arrangiato (re)interpretato tutti i generi e ne ha inventati di nuovi, ha realizzato così tanti album che potrebbero riempire tutto un negozio di dischi. Al suo strumento principale, il celeberrimo sax alto, può far fare di tutto – secondo molti è il musicista vivente con la maggior padronanza tecnica di ciò che suona, il più virtuoso in assoluto – e tutto o quasi di ciò che ha fatto e fa ha lasciato e lascia un segno nella musica d’avanguardia contemporanea. Ma, per riassumere un po’ tutto quello che è John Zorn, a mio parere resta valido quello che lessi tempo fa su un periodico musicale (“Rumore” se ben ricordo) in un articolo nel quale l’estensore scrisse, molto semplicemente, che Zorn «è un genio». Che è come dire, a suo modo, un “tutto”, no?

Scegliere cosa proporre nella sterminata discografia zorniana è come trovare il più bel rametto di lavanda in un campo della Provenza in estate. Dunque resto legato ai miei ricordi personali ovvero all’album e al progetto che non solo mi fece conoscere Zorn ma, letteralmente, mi sconvolse – come sconvolse tantissimi altri appassionati di musica – e mi spalancò le porte di nuovi, inopinati universi sonori: i Naked City, probabilmente la più razionale follia mai creata nella storia della musica, nel video qui proposto con la loro più recente formazione (tutti supervirtuosi, peraltro: sappiatelo, se già non li conoscete. Trovate i nomi nei credits del video). Ma tornerò ancora varie volte a occuparmi di John Zorn, in futuro. Inevitabilmente.