La folla eterogenea, spesso scomposta, dei cosiddetti turisti

[Un’immagine area della zona del Lagazuoi, dalla quale transitano le tappe 3 e 4 dell’Alta Via n°1 delle Dolomiti. Foto di Mario da Pixabay.]

L’Alta Via percorre alcuni celebri gruppi delle Dolomiti rimasti abbastanza immunizzati dalla folla eterogenea, spesso scomposta, dei cosiddetti turisti. Nel cuore di questi gruppi l’automobile non arriva e quindi, fatte le purtroppo debite eccezioni, non c’è una massiccia invasione di disturbatori.

Cosi nel 1969 si esprimeva Piero Rossi nella sua seminale guida sull’Alta Via n°1 delle Dolomiti, pubblicata in quell’anno da Tamari – citato da Enrico Camanni nell’articolo Antichi e nuovi camminatori uscito sul numero di maggio 2023 della Rivista del CAI. Un percorso, l’Alta Via n°1, che porta l’escursionista dal Lago di Braies a Belluno il quale viene considerato la “madre” dei trekking montani contemporanei: ma già allora Rossi, nello scriverne, aveva perfettamente individuato gli effetti più nefasti della frequentazione turistica massificata dei territori montani, delle folle eterogenee e spesso scomposte, dei disturbatori invasivi… sembra di leggere un reportage scritto in una delle recenti estati o un articolo sui problemi di overtourism di certe zone alpine, dolomitiche o meno, vero?

Ma se è comprensibile che in quegli anni – millenovecentosessantanove, badate bene – tali fenomenologie in divenire già le si sapesse intercettare e denunciare ma ancora, probabilmente, non si possedevano l’esperienza e gli strumenti culturali e politici per gestirle, oggi, dopo oltre mezzo secolo di assoggettamento delle montagne ai loro effetti crescenti e vieppiù nefasti non è più accettabile che ancora non solo non le si sappia – o non le si voglia – gestire ma pure che si pensi spesso e volentieri di marciarci sopra per fare profitti d’ogni sorta, anche quando ormai siano chiare pure ai sassi quanto le conseguenze deleterie e degradanti di tale situazione per i territori montani e le comunità che le abitano (anche nel caso in cui queste non ne siano così consapevoli).

Dunque che si vuole fare? Andare avanti con il degrado turistico delle nostre montagne e dei loro spettacolari, preziosi, delicati paesaggi? Oppure cercare finalmente di aprire gli occhi e la mente su verità che già da decenni appaiono inoppugnabili tanto quanto trascurate?

Monte San Primo, quando l’insensatezza si scorge anche da lontano

Due fine settimana fa ero in Valle Varaita, nelle Alpi cuneesi, per presentare il mio ultimo libro. Durante una pausa una persona del pubblico, abitante in zona, mi si avvicina e chiacchieriamo insieme di cose di montagna, di quelle belle e di altre meno belle.
«A proposito» mi dice ad un certo punto, «ho saputo di un progetto di riattivare persino una stazione sciistica a poco più di 1000 metri di quota… non ricordo il nome, ma se non sbaglio si trova dalle sue parti…»
«Il Monte San Primo, immagino!» gli dico.
«Ecco, esatto, si chiama proprio così. Ma che razza di progetto folle è, quello? Chi sono quelli che l’hanno pensato?»
«Eh, ce lo chiediamo tutti, dalle mie parti!» rispondo.

Già, se lo chiedono pure a centinaia di km di distanza, come si possa presentare un progetto di sviluppo turistico come quello sul Monte San Primo talmente dissennato, la cui eco evidentemente si diffonde un po’ ovunque e lascia interdetti tutti. Eccetto gli amministratori pubblici che stanno sostenendo il progetto ovviamente – Comune di Bellagio, Comunità Montana del Triangolo Lariano con il sostegno di Regione Lombardia – i quali invece continuano a o fingono di non volerne capire l’irrazionalità e la dannosità per il meraviglioso territorio del San Primo, ciechi e sordi a qualsiasi presa d’atto e di coscienza riguardanti la realtà del territorio, il suo valore culturale, il paesaggio e l’ambiente, le autentiche potenzialità di sviluppo economico, turistico e sociale, celando le proprie pretese dietro documentazioni e motivazioni tanto (funzionalmente) arzigogolate quanto del tutto insostenibili. Per avere maggiori dettagli al riguardo basta consultare articoli e post sul sito web del CoordinamentoSalviamo il Monte San Primo e sulla pagina Facebook “Per il Monte San Primo”.

Perché tanta insensatezza, così palese da essere colta anche lontano dal Triangolo Lariano? Perché tanta incapacità di riflessione e giudizio, tanta mancanza di sensibilità e di visione strategica? Perché così tanto cinismo riguardo le nostre montagne – sul Monte San Primo come in altre, troppe località montane?

Se lo chiedono veramente tutti, già.

N.B.: qui trovate i numerosi articoli che nell’ultimo anno e mezzo (ovvero da quanto si è saputo del progetto succitato) ho dedicato alla questione del Monte San Primo.

Le solite previsioni del tempo “ad mentula canis”

Come forse chi segue con regolarità questo blog sa, nutro un particolare disdegno per molti dei servizi meteorologici che inondano il web e i media nazionalpopolari delle loro previsioni e lo rimarco da anni: innanzi tutto perché l’affidabilità dei bollettini che diffondo è – ribadisco – pari a quella delle «creme scioglipancia» che Wanna Marchi vendeva in TV qualche anno fa (e che le hanno regalato qualche anno di reclusione per truffe varie e assortite), e in secondo luogo perché tali meteorologi del cavolo finiscono per screditare quella che è una scienza tanto rigorosa quanto affascinante, la meteorologia, nonché fondamentale per la nostra vita su questo pianeta, la quale meriterebbe ben altra attenzione e cura.

Fatto sta che questa mattina mi cade l’occhio su uno di quei bollettini meteoastrologici (per come paiono oroscopi più che altro) e noto la temperatura in esso prevista per Bolzano domenica: 36°. Caspita, dico, come nel bel mezzo dell’estate più canicolare nonostante siamo a settembre inoltrato! Poi mi sorge la curiosità: vediamo cosa prevedono al riguardo altri diffusi servizi meteorologici, presi tra i primi che i motori di ricerca segnalano sul web… ecco che ne ho ricavato:

Come vedete, ben sette gradi di differenza tra la previsione più bassa e quella più alta nella stessa località, dunque a parità di condizioni prevedibili e di variabili considerabili. Una diversità impossibile: si può pensare di considerare due o tre gradi di scarto, forse quattro, sette no. C’è qualcuno che usa software previsionali o strumentazioni trovate come regalo nelle merendine, evidentemente, oppure che non le sa utilizzare come dovrebbe, spacciandosi “meteorologo” in pubblico senza alcun buon motivo, ecco.

Capite ora perché manifesto così tanta disistima verso questi meteorologi nazionalpopolari e perché consiglio tutti di disinteressarsi delle loro previsioni farlocche e piuttosto di abituarsi a cogliere e vivere tutta la bellezza e il fascino dell’ambiente naturale (soprattutto, ma non solo) in ogni condizione meteorologica? Ovviamente ciò al netto dei fenomeni più estremi, i quali comunque dovremmo essere in grado di riconoscere e affrontare (o fuggire), visto che saranno sempre più frequenti: non occorre chissà quale conoscenza scientifica, basta qualche nozione elementare e un sano buon senso.

«Ma si chiamano “previsioni” non a caso!» forse obietterà qualcuno. Certo, è vero tanto quanto è ovvio e scientificamente ammissibile, ma ciò non ne giustifica l’inattendibilità, la pessima accuratezza e tanto meno il diritto di pontificare sui media e far dipendere da ciò le fortune o le sfortune economiche, turistiche, commerciali o anche solo ludico-ricreative di tanti che, ingenuamente, fanno affidamento alle previsioni come a dei testi sacri. Non a caso sempre più di frequente su quei media appaiono pure le proteste di albergatori, operatori turistici e variamente economici danneggiati dagli errori previsionali dei bollettini diffusi.

Ai meteorologi, invece, consiglio di formulare i loro roboanti bollettini tirando a indovinare le previsioni del tempo: così facendo, la percentuale di correttezza ottenuta sarà ben più alta di quella attuale – e pure la stima nei loro confronti forse potrà crescere. Già.

P.S.: ovviamente la mia attenzione si è puntata su Bolzano per puro caso, il discorso è valido per qualsiasi altro luogo.

Un paesaggio idroelettrico “postindustriale” a 2000 m di quota

A volte le dighe sanno compiere un “miracolo”, come racconto nel mio libro Il miracolo delle dighe, a volte no. O comunque non qualcosa che, obiettivamente, si possa definire “miracoloso”.

Ad esempio: una diga tra le meno suggestive delle Alpi Bergamasche e dalla storia travagliata, grossi tubi metallici accanto ai sentieri, condutture di vario tipo, funivie e relativi sostegni, tralicci e cavi elettrici, piani inclinati, edifici d’ogni sorta… la zona del Lago Nero, nell’alta Valle del Goglio (laterale della Valle Seriana, in provincia di Bergamo, meglio conosciuta con il toponimo comunale Valgoglio) è caratterizzata da un paesaggio idroelettrico che più di altri rende l’idea di un’industrializzazione pesante delle alte quote montane, che all’apparenza poco si è curata della salvaguardia estetica del territorio e ha pensato solo a come adattarlo il più funzionalmente possibile ai propri scopi. In prossimità della Capanna Lago Nero (a sua volta ricavata da un ex edificio di servizio agli impianti idroelettrici), se non fosse per la presenza del piccolo Lago Canali sulla cui riva il rifugio si trova e che mantiene nel luogo un elemento di evidente vitalità naturale, si ha veramente l’impressione di stare dentro un impianto industriale inopinatamente sorto a 2000 m di quota, come si può intuire dall’immagine lì sopra. Il che in fondo è sostanzialmente vero, anche se ciò fortunatamente non basta a nascondere la suggestiva bellezza alpestre di questo angolo di Orobie, famoso per la presenza di numerosi laghi artificiali formati da dighe di vario genere – tutte più belle di quella del Lago Nero col suo profilo dozzinalmente squadrato la cui forma, mi raccontarono, è dovuta alla necessità di appesantirne la massa (con il blocco evidentemente aggiunto in un secondo momento sopra il coronamento originario della diga) per incrementarne la stabilità – oltre che da una miriade di laghetti naturali più piccoli, i quali rimarcano la gran ricchezza d’acqua della zona e che sono meta di alcuni itinerari escursionistici di grande fascino.

Di contro, la babele di infrastrutture idroelettriche presenti lassù, obiettivamente non belle da vedere, rende immediatamente evidente, e in modo palese, la fondamentale importanza delle montagne e delle loro risorse naturali – l’acqua innanzi tutto, ma non solo – per lo sviluppo e il sostentamento della civiltà umana, che dalle alte quote ricava molta parte dell’energia necessaria a soddisfare i propri fabbisogni. I tubi e le condotte che fuoriescono dal corpo roccioso della montagna e ne percorrono la superficie fanno pensare alle cannucce di idratazione dei pazienti negli ospedali, solo che qui il ciclo è invertito, il prezioso fluido “vitale” scorre in direzione opposta, dal corpo verso le macchine che lo trasformano in energia elettrica la quale alimenterà le cose umane dal fondovalle in giù, fino alle grandi città delle pianure pedemontane. Dunque, da questo punto di vista, l’impatto visivo eccessivo e disturbante delle infrastrutture nella zona del Lago Nero forse trova la sua unica “giustificazione”: il paesaggio idroelettrico locale è peculiare in quanto modello di una territorializzazione industriale in alta quota ormai storicizzata sulla quale poter riflettere intorno allo sfruttamento antropico della Natura ovvero all’inesorabile contraddizione ecologia/economia, ancor più evidente in un luogo del genere. È un paesaggio che a qualcuno potrà pure apparire affascinante nella sua parvenza quasi “postindustriale” in mezzo a un ambiente alpino così grandioso, con la commistione visiva di forme naturali e strutture artificiali che racconta una relazione tra uomini e montagne piuttosto ardua, che dura ormai da più di un secolo ma che già oggi, e ancor più spingendo lo sguardo e il pensiero al futuro, sembra avviato ad assumere le sembianze – materialmente e immaterialmente – di un singolare sito di archeologia industriale a 2000 m di altezza in mezzo a montagne bellissime tuttavia sempre più “lontane” da quel progresso umano che più di cent’anni fa le avvicinò a sé per servirsene, sfruttarle e imprimervi sopra la propria impronta identitaria.

N.B.: l’immagine in testa al post è di Roberto Garghentini, bravissimo esploratore fotografico (e non solo) delle montagne lombarde (ma non solo!), che ringrazio molto per avermela concessa.

Piani Resinelli, le conseguenze inevitabili

Piani Resinelli, celeberrima località montana sopra Lecco e ai piedi della Grignetta. Un luogo meraviglioso con una storia importante e infinite potenzialità turistico-culturali, sul quale per questo scrivo spesso.

Anno 2021: io che non sono nessuno, sia chiaro, riguardo l’orribile e inutile passerella panoramica che a luglio di quell’anno venne inaugurata ai Resinelli così scrivevo:

Quella passerella di acciaio e cemento ai Piani Resinelli temo purtroppo che alla fine risulti, più di ogni altra cosa, un inutile e costoso rottame-in-nuce imposto in modo assai discutibile ad un luogo meraviglioso del quale è stata così guastata la bellezza e il valore culturale del paesaggio e che nulla porta a favore della conoscenza e della comprensione delle sue preziose peculiarità – anzi, appunto, che banalizza e inevitabilmente degrada.

Inevitabilmente degrada, già.

Anno 2023, solo due anni dopo:

[Cliccate sull’immagine per ingrandirla e leggerla meglio, anche perché l’articolo contiene osservazioni estremamente significative.]
Andiamo avanti così? È questa la montagna che vogliamo, è questo lo “sviluppo turistico” che gli vogliamo imporre? Passerelle, megapanchine, ponti tibetani, luna park alpini… massificazione turistica, maleducazione verso il luogo, immondizia, degrado.

Ripeto: andiamo avanti così?