La crisi climatica, noi e i colibrì

[Foto di Anja da Pixabay.]
Un giorno nella foresta scoppiò un grande incendio. Di fronte all’avanzare delle fiamme, tutti gli animali scapparono terrorizzati mentre il fuoco distruggeva ogni cosa senza pietà. Leoni, zebre, elefanti, rinoceronti, gazzelle e tanti altri animali cercarono rifugio nelle acque del grande fiume, ma ormai l’incendio stava per arrivare anche lì. Mentre tutti discutevano animatamente sul da farsi, un piccolissimo colibrì si tuffò nelle acque del fiume e, dopo aver preso nel becco una goccia d’acqua, incurante del gran caldo, la lasciò cadere sopra la foresta invasa dal fumo. Il fuoco non se ne accorse neppure e proseguì la sua corsa sospinto dal vento. Il colibrì, però, non si perse d’animo e continuò a tuffarsi per raccogliere ogni volta una piccola goccia d’acqua che lasciava cadere sulle fiamme. La cosa non passò inosservata e ad un certo punto il leone lo chiamò e gli chiese: “Cosa stai facendo?”. L’uccellino gli rispose: “Cerco di spegnere l’incendio!”. Il leone si mise a ridere: “Tu così piccolo pretendi di fermare le fiamme?” e assieme a tutti gli altri animali incominciò a prenderlo in giro. Ma l’uccellino, incurante delle risate e delle critiche, si gettò nuovamente nel fiume per raccogliere un’altra goccia d’acqua. A quella vista un elefantino, che fino a quel momento era rimasto al riparo tra le zampe della madre, immerse la sua proboscide nel fiume e, dopo aver aspirato quanta più acqua possibile, la spruzzò su un cespuglio che stava ormai per essere divorato dal fuoco. Anche un giovane pellicano, lasciati i suoi genitori al centro del fiume, si riempì il grande becco d’acqua e, preso il volo, la lasciò cadere come una cascata su di un albero minacciato dalle fiamme. Contagiati da quegli esempi, tutti i cuccioli d’animale si prodigarono insieme per spegnere l’incendio che ormai aveva raggiunto le rive del fiume. Dimenticando vecchi rancori e divisioni millenarie, il cucciolo del leone e dell’antilope, quello della scimmia e del leopardo, quello dell’aquila dal collo bianco e della lepre lottarono fianco a fianco per fermare la corsa del fuoco. A quella vista gli adulti smisero di deriderli e, pieni di vergogna, incominciarono a dar manforte ai loro figli. Con l’arrivo di forze fresche, bene organizzate dal re leone, quando le ombre della sera calarono sulla savana, l’incendio poteva dirsi ormai domato. Sporchi e stanchi, ma salvi, tutti gli animali si radunarono per festeggiare insieme la vittoria sul fuoco. Il leone chiamò il piccolo colibrì e gli disse: “Oggi abbiamo imparato che la cosa più importante non è essere grandi e forti ma pieni di coraggio e di generosità. Oggi tu ci hai insegnato che anche una goccia d’acqua può essere importante e che «insieme si può» spegnere un grande incendio. D’ora in poi tu diventerai il simbolo del nostro impegno a costruire un mondo migliore, dove ci sia posto per tutti, la violenza sia bandita, la parola guerra cancellata, la morte per fame solo un brutto ricordo”.
Questa antica favola africana appare quanto mai emblematica per il nostro mondo contemporaneo, alle prese con una crisi climatica – ovvero con il più pericoloso incendio che possa minacciare la “foresta” nella quale tutti noi viviamo – ancora sostanzialmente sottovalutata dai più e per la cui risoluzione, o per elaborare un’adeguata resilienza, non pare che i potenti del pianeta ci vogliano mettere troppo impegno, affidando il dibattito sulla questione a conferenze come le varie COP dalle quali, a fronte delle tantissime e spesso nobili parole spese, scaturiscono fatti risibili che sembrano elaborati apposta per giustificare la quasi generale immobilità dei decisori planetari, se non i passi indietro dissennatamente compiuti. D’altro canto, al di là delle azioni (o delle inazioni) di quei poteri sui quali comunque c’è molto poco da fare affidamento, non è da loro che può venire il vero cambiamento, la più consona resilienza, la possibile soluzione ad una crisi che si fa ogni giorno più deleteria, ma da ciascuno di noi. Dobbiamo farci tutti quanti colibrì, portare per quanto più ci è possibile le nostre gocce di acqua da riversare sulle fiamme che ci stanno avvolgendo, essere consapevoli che il mondo brucia per tutti, non solo per alcuni, e dunque ogni suo abitante ha la precisa responsabilità di fare la propria parte per spegnere il fuoco e per fare che la propria salvezza diventi parte fondamentale con ogni altra della salvezza del mondo e non un ennesimo gesto egoistico e comunque destinati al fallimento, innanzi tutto per chi lo compie. Come dice il leone al colibrì, nello stare al mondo non importa ciò che si è ma ciò che si fa, anche rispetto alla più minima azione che sarà comunque preziosa e necessaria se è mirata a fare qualcosa di buono. E oggi, francamente, una delle cose più buone che possiamo fare è salvare e preservare la casa nella quale tutti viviamo. Banalissimo da affermare, vero? Quasi patetico, ma se non facciamo tutti quanti insieme qualcosa, non vi sarà nulla di più patetico dell’ingloriosa fine dei grandi e forti Sapiens – noi così privi di coraggio e di generosità, già.

“L’Extraterrestre” sul Monte San Primo

Anziché buttare via questi milioni, sarebbe meglio investirli per rimuovere gli impianti abbandonati, e poi potenziare tutta una serie di attività assolutamente sostenibili come pastorizia ed agricoltura di montagna, una buona manutenzione dei sentieri, investire nella biodiversità provvedendo a rimboschimenti con essenze autoctone. Molto meglio che costruire parcheggi, pensati per favorire il trasporto privato, evitare di consumare altro suolo, e magari istituire delle navette. Insomma, ci troviamo di fronte a due visioni contrapposte della montagna. Una, già fallita, che pensa a valorizzare nei termini di una spesa pubblica dissennata, investimenti a pioggia ancora puntati sulla cementificazione del territorio, e l’altra, dolce, rispettosa della montagna, da vivere in armonia, in accordo con i tempi, pensandola come un patrimonio prezioso di flora, fauna, di acque, di un paesaggio unico da lasciare in eredità alle generazioni future.
Giovedì 15 dicembre, sull’inserto “L’Extraterrestre” de “Il Manifesto”, è uscito un bell’articolo firmato da Teodoro Margarita sulle iniziative contro lo scriteriato progetto di “sviluppo turistico” del Monte San Primo messe in atto dal Coordinamento nato appositamente e composto da decine di associazioni del mondo della montagna e dell’ambientalismo lombardo. Nelle scorse settimane ne ho scritto spesso sul blog, qui trovate l’elenco degli articoli pubblicati. L’articolo de “L’Extraterrestre” lo potete leggere interamente cliccando sull’immagine del titolo oppure in pdf qui. Ora, a fronte della sempre più grande e decisa mobilitazione generale di così tante associazioni e persone a favore della salvaguardia del San Primo e di un suo sviluppo autentico, realmente valorizzante le innumerevoli peculiarità del suo territorio e non degradante nonché ambientalmente impattante come quello proposto in primis dalla Comunità Montana del Triangolo Lariano e del Comune di Bellagio – con il mefistofelico supporto di Regione Lombardia – si attende non solo un confronto serie tra le parti ma pure una presa di coscienza generale, civica e culturale innanzi tutto, di certa politica locale così avulsa, nei propri pensieri e nelle relative azioni, dallo stesso territorio che amministra e dalle sue realtà. Sarebbe una cosa assolutamente apprezzabile, se ciò avvenisse; sarebbe viceversa inquietante se gli enti suddetti perseverassero nelle loro dissennate idee, e lo sarebbe non solo per il Monte San Primo ma, emblematicamente, per tutte le nostre montagne e per il loro – il nostro futuro.

Serve ancora “ragionare” sul cambiamento climatico in montagna?

Il Presidente dell’UNCEM Marco Bussone, commentando gli ultimi stanziamenti che il Ministero degli Affari regionali ha aggiunto per il 2023 al FOSMIT, il Fondo per lo sviluppo delle montagne, «per promuovere iniziative volte a sostenere e realizzare politiche a favore della montagna», citato nell’articolo qui sopra riprodotto così afferma:
96 milioni più altri 11 milioni di euro che andranno all’innevamento artificiale, con perplessità di alcuni, ma sappiamo che su questo fronte occorrono efficaci ragionamenti legati al cambiamento climatico, alle crisi in corso che nelle aree montane arrivano prima.
Be’, al riguardo devo proprio fare i complimenti al Presidente Bussone: nemmeno Adam Ondra nella sua forma più smagliante saprebbe arrampicarsi meglio sugli specchi! «Con perplessità di alcuni»: “alcuni”? «Occorrono efficaci ragionamenti legati al cambiamento climatico»? Ma se è da trent’anni e più che si producono ragionamenti sul cambiamento climatico, efficaci proprio perché basati su inoppugnabili dati scientifici e conseguenti lucidi ragionamenti sugli effetti concreti nei territori montani! E ne dovrebbero occorrere ancora? A fronte di ciò, sarebbe più intellettualmente onesto dirsi apertamente favorevole allo spendere soldi pubblici per innevare artificialmente le piste! D’altro canto sono certo che l’UNCEM, sodalizio altre volte assai lodevole nella sua azione politica, non voglia mostrarsi alleata e tanto meno connivente con chi pretenda di farsi pagare dalla collettività infrastrutture turistiche sovente illogiche, ecologicamente immotivate, economicamente fallimentari e ambientalmente dannose, peraltro togliendo fondi al sostegno dei servizi basilari per le comunità alpine e di un’economia locale virtuosamente circolare. Non occorrono di certo altri «ragionamenti» per capire quanto rovinose siano queste strategie politico-gestionali per le montagne, dato che già si palesavano tali decenni fa. Non serve più ragionare, serve agire, cambiare, innovare, costruire un autentico buon futuro per i monti e per le comunità che li abitano. E sarebbe bene farlo presto tanto quanto dirlo chiaro e tondo, senza troppi altri giri di parole.

Fare cose belle e buone, in montagna. A Erl (Austria), ad esempio

[Immagine tratta da www.kufstein.at.]

Un amministratore locale “medio” delle Alpi italiane si trova a poter spendere un tot di milioni di Euro di soldi pubblici: che ci fa? Salvo poche eccezioni, probabilmente impianti e piste da sci, anche se non soprattutto a meno di 2000 m di quota, altitudine sotto la quale la scienza dimostra con dati ineluttabili che nevicherà sempre meno e farà sempre più caldo. Dove invece non impera la monocultura dello sci, tanto adatta a spendere facilmente soldi e a ricavarne altrettanto facili tornaconti quanto del tutto fuori dal tempo e sovente degradante le montagne alle quali viene imposta, si può avere la mente libera e sensibile a idee differenti, innovative, realmente capaci di cambiare quei paradigmi fallimentari prima citati. A Erl, piccolo comune in Austria nel distretto di Kufstein (a nord di Innsbruck), ove sono comunque presenti rinomati comprensori sciistici, hanno deciso di investire 36 milioni Euro (cifra che qui vale come tre impianti sciistici e relative infrastrutture, più o meno) in un’opera culturale che ha rilanciato in maniera preponderante e sorprendente l’intera zona: la Festspielhaus, una modernissima sala per concerti ed eventi artistici da ben 862 posti a sedere e un palcoscenico addirittura più grande di quello dell’Opera di Vienna, che offre un calendario costantemente ricco di proposte di altissimo livello registrando di frequente il tutto esaurito, con numerosi visitatori che giungono anche da molto lontano, oltre a rappresentare un’opera di architettura contemporanea che anche per ciò è diventata una rinomata attrazione turistica e culturale.

Come scrive Paolo Martini nel suo blog su “Il Fatto Quotidiano” in un articolo significativamente intitolato Non di solo sci vive la montagna,

La Festspielhaus è stata costruita tra il 2010 e il 2012 ai margini del bosco dallo studio viennese DMMA di Delugan Meissl, gemello post-moderno di una vicina e precedente costruzione di cemento bianco a forma di torre, la celebre Passionsspielhaus, dedicata alla grande rappresentazione popolare della Passione, cui partecipano dal 1613 quasi tutti i millecinquecento abitanti del paese, ogni sei anni, e che a sua volta è diventata una celebre attrazione turistica della regione a nord di Innsbruck. Fa impressione pensare che un paesino tra i tanti, lungo l’Inn, abbia voluto costruirsi un palcoscenico di 450 metri quadrati e una splendida platea per quasi novecento spettatori, in grado di garantire visuale e acustica pressoché perfette per ogni ordine di posto. Nel periodo natalizio la programmazione del Festspielhaus di Erl riparte alla grande, tra concerti e opere di altissimo livello, tal quale durante la stagione estiva.

Ecco. Per tutti quelli che dicono che chi è contro i nuovi impianti di sci non vuole che si faccia alcunché in montagna, magari tacciandolo di essere un «integralista del no» (definizione spesso sulla bocca dei sostenitori della monocultura sciistica): la questione è semmai che non si possono fare cose illogiche, insensate, fuori contesto, prive di visione e progettualità futura per di più spendendo soldi pubblici, ma si possono (anzi, si devono) fare cose dotate di buon senso e realmente capaci di sviluppare e valorizzare il luogo nel quale vengono realizzate, anche perché fatte spendendo soldi pubblici dei cui benefici concreti si dovrebbe sempre rendere conto, così come dovrebbe riconoscere le proprie responsabilità (anche giuridiche) chi impone opere e progetti palesemente fallimentari le cui conseguenze deleterie non tardano a manifestarsi.

Tuttavia, sono discorsi semplicissimi da capire per chiunque ma, temo, ancora troppo complicati per quei citati personaggi pubblici; d’altro canto, chi non ha orecchie per intendere non intende nulla, già.

N.B.: altre cose belle e buone fatte in montagna:

Perché è fondamentale salvaguardare il Vallone delle Cime Bianche

Ogni qualvolta mi trovo davanti – in immagini fotografiche come quella di Annamaria Gremmo qui sopra, scattata di recente, e ancor più da vivo – un luogo come il Vallone delle Cime Bianche, nel quale qualcuno vorrebbe installare le ennesime infrastrutture turistiche, e sciistiche in particolare, come si trattasse di uno spazio qualsiasi, sfruttabile liberamente, monetizzabile e vendibile senza alcun limite, senza la minima considerazione del valore generale del luogo, resto tanto sgomento quanto indignato. Mi sembra qualcosa come la pretesa di piazzare un fast food nel bel mezzo d’un museo d’arte, fregandosene bellamente dei capolavori in esso conservati, patrimonio di tutti, che verrebbero inesorabilmente deturpati.

Mi chiedo da tempo come si possa sostenere il folle progetto di installazione di impianti funiviari attraverso il Vallone delle Cime Bianche, uno dei territori d’alta quota rimasti incontaminati dall’infrastrutturazione turistica altrimenti dilagante, in questa sezione valdostana delle Alpi, soltanto per mere ragioni di vanto sciistico relative a un comprensorio dalla fruibilità complessiva scarsa o nulla, senza considerare minimamente, come detto, le innumerevoli valenze del territorio in questione, la sua bellezza ambientale, le peculiarità naturalistiche e paesaggistiche, la cultura che ne deriva, per giunta pretendendo di spendere decine di milioni di Euro di soldi pubblici (se ne prevedevano 66 milioni nel 2020, ora chissà quanto aumentati in forza dei costi attuali delle materie prime – aggiornamento del 13/12: «La società Monterosa sarebbe in possesso dello studio di fattibilità per il collegamento funiviario di Cime Bianche, il cui costo lieviterebbe a 75 milioni di Euro» (fonte Ansa) – inesorabilmente tolti al sostegno dei bisogni e delle necessità autentiche delle genti che abitano queste valli alpine. Me lo chiedo da tempo e, invariabilmente, l’unica risposta che mi do è che i sostenitori di un tale scellerato progetto sono veri e propri nemici delle loro stesse montagne, nemici della loro storia, dell’identità, delle comunità che le vivono, del loro buon futuro. Perché a fronte di un tale assurdo progetto sul serio non si possono trovare benefici proporzionati, in nessun modo lo si guardi: dal punto di vista economico, turistico, sociale, ovviamente ambientale… in nessuna forma. Di contro, ribadisco, si vogliono spendere decine di milionate di Euro per ottenere immediatamente un effetto lampante: la distruzione del Vallone, della sua bellezza e del suo valore identitariamente alpino. Una follia, non c’è altro da poter dire.

Difendere il Vallone delle Cime Bianche da un tale esecrabile assalto degli impiantisti e dei loro sodali è un atto fondamentale. Lo sta facendo da tempo e con mirabile impegno il gruppo di “Varasc.it. Escursionismo, alpinismo, storia e cultura in Val d’Ayas”, con una petizione aperta su Change.org che ha superato i 16.000 firmatari (vi invito caldamente ad aggiungervi ad essi, se non l’avete ancora fatto) e con numerosi eventi di sensibilizzazione riguardo il tema sul campo e sugli organi di informazione. In particolar modo, il gruppo di lavoro sta tenendo sott’occhio lo studio di fattibilità dei promotori degli impianti, contenente il piano di spesa aggiornato, che doveva essere pubblicato entro fine ottobre scorso, poi rimandato a fine novembre ma non ancora pubblicato: se per palesi difficoltà di gestirne il peso complessivo o se per il tentativo (maldestro) di nasconderlo all’opinione pubblica non è dato sapersi, e ciò non fa che imporre occhi ancora più aperti e vigili sulla questione.

In ogni caso, è importante considerare che la difesa e la salvaguardia del Vallone delle Cime Bianche rappresenta e rappresenterà comunque un precedente: se la mobilitazione a sua difesa verrà sconfitta e il devastante collegamento funiviario si realizzerà, anche in altre zone ancora libere da infrastrutturazioni turistiche amministratori locali di pari insensibilità e cinismo di sentiranno liberi di agire nello stesso modo, piazzando tralicci, cavi, tubi e quant’altro in luoghi d’alta quota al momento incontaminati e accessibili a chiunque voglia goderne la grande bellezza. Se invece la mobilitazione avrà successo e il Vallone delle Cime Bianche verrà salvato, anche altrove sulle montagne italiane iniziative similari di salvaguardia ambientale potranno godere della forza necessaria per salvare ulteriori spazi di incontaminata bellezza alpestre, consegnando ai residenti e alle future generazioni una montagna ancora vera, genuina, meravigliosa, ricca di potenzialità realmente sostenibili, in grado di conciliare economia con ecologia (parole “sorelle”, d’altro canto, anche se oggi appaiono nemiche) e di preservare un patrimonio culturale che è di tutti, dunque che tutti abbiamo il diritto e il dovere di pretendere ben conservato e giammai deturpato. Secondo voi, quale dei due precedenti è bene che si realizzi e diventi la fonte di relative buone o cattive conseguenze?

Ecco.

Lunga vita al Vallone delle Cime Bianche, dunque, e lunga vita a ogni territorio montano incontaminato ovvero antropizzato armonicamente: la loro salvaguardia nel presente è la garanzia del nostro miglior futuro, non dimentichiamocelo mai!

P.S.: nella pagina Facebook di Varasc.it potrete trovare innumerevoli immagini fotografiche del Vallone delle Cime Bianche. Fateci un “tour” e già così capirete quanta meraviglia alpestre è messa in pericolo, lassù, e quanto sia importante salvaguardarla. Qui sotto invece potete vedere (cliccateci sopra) il video di Beppe Busso Cime Bianche. Unicum, altrettanto significativo delle peculiarità del luogo e della sua bellezza.