C’è fiordo e fiordo

[Foto di bre, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte: commons.wikimedia.org. Per ingrandire l’immagine cliccateci sopra.]
Una suggestiva immagine di uno dei tanti fiordi della regione di Vestlandet, nella parte occidentale della Norveg… – e invece no! Non è un fiordo norvegese ma è il Fälensee, un lago alpino nella zona dell’Alpstein, cantone di Appenzello interno, Svizzera. Che a un fiordo scandinavo in effetti ci assomiglia parecchio – date un occhio a certe immagini del Nærøyfjord, ad esempio.

Al solito: la “verità” del paesaggio è innanzi tutto nella nostra mente ed è il frutto delle nostre percezioni tanto quanto della nostra cultura. Noi dobbiamo dare un senso obiettivo e realisticamente identificante al paesaggio; quando ciò avviene, il paesaggio dà un senso al luogo e offre un’identità a noi che lo viviamo, per poco tempo o per una vita intera.

P.S.: a proposito di paesaggi “inconfondibili” o forse no, ovvero per capire ancora meglio cosa voglio dire, cliccate qui.

Questa settimana sul “Giornale di Lecco”

Sul settimanale “Giornale di Lecco” in edicola da lunedì 17 gennaio scorso, a pagina 40, un articolo curato da Federico Pozzoni riprende il post che qualche tempo fa sul blog ho dedicato al piccolo Monte Barro e alle sue grandi “magie”, ovvero al monte che chiude a Sud Ovest l’orizzonte della città di Lecco e delimita da quella parte il ramo lecchese del Lago di Como: il più basso, tra quelli che circondano la città, nonché il meno noto – essendo al cospetto di “celebrità prealpine” quali Grigne e Resegone – ma di contro una montagna ricca di fascino, suggestioni, attrattive e d’un che di quasi magico, appunto. Nell’articolo, grazie all’antecedente chiacchierata con Pozzoni, si approfondiscono pur succintamente alcuni dei temi che ho trattato nel mio post cercando di rendere ancor più interessante la presenza di un monte come il Barro nel panorama transprealpino lecchese, ove il piede dei rilievi montuosi che a Nord si innalzano sempre di più per confluire nella catena alpina principale si immerge nell’articolato falsopiano brianzolo ovvero nell’ampio solco del bacino dell’Adda: un territorio estremamente antropizzato ma che, anche per questo, esalta ancor più tali “oasi” di Natura montana sulle quali si possono trovare condizioni ambientali e relative percezioni sensoriali e intellettuali tanto inopinate e sorprendenti quanto piacevoli e rigeneranti, pur restando a poche centinaia di metri in linea d’aria dalla “civiltà” più spinta.

Ringrazio di cuore Federico Pozzoni per aver donato così tanta considerazione al mio scritto sul Monte Barro (lo ritrovate anche qui) al punto da dedicargli un articolo e naturalmente vi invito ad acquistare il giornale, che trovate in tutte le edicole della provincia di Lecco, per leggerlo. Anzi, a questo proposito mi auguro che la lettura dell’uno e dell’altro possa incuriosire tanti lettori sulle piccole grandi magie del Barro così come su quelle di numerosi altri luoghi particolari e fascinosi che, magari, abbiamo a pochi passi dall’uscio di casa – ovunque, intendo dire – ma proprio per tale prossimità non consideriamo e non comprendiamo come meriterebbero.

Una bella chiacchierata

Quella con Tiziano Fratus a Colle di Sogno, in una domenica di fine ottobre brumosa, piovigginosa, convintamente e fascinosamente autunnale, è stata una delle chiacchierate letterarie più suggestive che abbia mai fatto, sviluppatasi intorno a Alberi millenari d’Italia, l’ultimo libro di Tiziano che allora era uscito da pochissimi giorni. Lo è stata per il prestigio dell’autore, per la curiosità verso il suo libro, per i temi affascinanti dei quali Fratus racconta in esso (e nei suoi altri pubblicati). E lo è stata per il luogo in cui eravamo: la vecchia scuola di Colle di Sogno, attiva fino agli anni Sessanta del Novecento, i cui locali nei giorni feriali facevano da classe unica per i bambini del borgo e nei fine settimana diventavano l’“Osteria Alpina” di Colle, una delle tre attive all’epoca, la cui insegna è ancora visibile all’ingresso dipinta in caratteri tipici. Un luogo minimo nella forma ma non nella sostanza, nel quale entrarci è come valicare una sorta di porta dimensionale verso uno spazio-tempo sospeso, ove tutto sembra fermo a più di mezzo secolo fa ma che d’altro canto rapprende in sé una vitalità ancora ben presente e in qualche modo atemporale, ancora narrante infinite storie, magari in modi flebili e all’apparenza evanescenti eppure del tutto chiari e sorprendenti, se si ha la sensibilità di coglierli. Il camino acceso, unica fonte di calore del locale nel quale eravamo, con il crepitare delle sue fiamme e i bagliori scaturenti e riverberanti sulle pareti ci ha riscaldato i cuori e illuminato le menti, così da rendere ancora più accogliente l’atmosfera e cordiale la chiacchierata.

Ci ho ripensato in questi giorni, a quella chiacchierata, ripassando accanto all’ingresso della vecchia scuola in una giornata di questo gennaio così scandalosamente serena e mite da sembrare inesorabilmente primaverile più che di pieno inverno, mentre in quella domenica di ottobre l’autunno era tanto intenso che già suscitava impressioni apertamente invernali. Anche per questo, io credo, è stata una così suggestiva giornata.

(Per chi ancora non conosca Colle di Sogno, può saperne di più visitando il sito web ufficiale del borgo, qui.)

Qualcuno ha visto l’inverno?

Oggi, qui da me, c’è un inquietante sentore di primavera.

“Inquietante” perché oggi è il 17 gennaio, saremmo nel bel mezzo dell’inverno che invece si è manifestato, nel senso climatico più proprio, solo per qualche giorno all’inizio di dicembre, cioè quando era ancora autunno. Alla primavera mancherebbero ancora più di due mesi – all’inizio astronomico della stagione, a quello meteorologico un mese e mezzo circa – ma, appunto, oggi nell’aria c’è quell’inopinato tepore (anche se la temperatura è comunque bassa), quella corposità immateriale ma percepibile, quella luce che già pare più briosa dell’ordinario, c’è quel nonsoché di vagamente epifanico che ti fa pensare in modi più o meno determinati alla primavera. Come se quel noto motteggio, «non ci sono più le mezze stagioni», fosse ormai da considerare superato per come ora siano proprio le stagioni, apparentemente, a non esserci più, ovvero a essersi scambiate di posto, camuffate in altre, trasferitesi altrove su e giù per il calendario.

Di contro so bene che l’inverno, quello propriamente detto, ritornerà; magari tra qualche giorno commenteremo i metri di neve caduti o le temperature basse da record. Certo è che una gran nevicata in stagione avanzata genera effetti ben diversi, per molti aspetti, di una novembrina o dicembrina, provocando inevitabili adattamenti dei cicli biologici che nel tempo influiranno su ogni altro elemento ambientale, oltre che sulla visione e sulla percezione del paesaggio da parte nostra. È un fenomeno che già la scienza sta registrando: lo racconta bene questo articolo tratto da “3bmeteo.com”, ad esempio, nel quale si evidenzia il fatto che, in forza della circolazione atmosferica modificata anche per cause antropiche, la stagione invernale ha subito uno spostamento temporale in avanti di oltre un mese, certificando il cambiamento in corso del clima non solo in senso termometrico ma pure in quello cronologico, chissà fino a quando e con quali ulteriori conseguenze.

Nel frattempo, tra montagne spoglie di neve fino alle alte quote (nell’immagine è la Grigna Settentrionale o Grignone, alta 2410 m, il cui versante orientale sarebbe una delle zone più nevose – e a maggior rischio di valanghe, guarda caso – della Lombardia), clima più mite a 3000 m che in pianura, stazioni sciistiche che non hanno ancora cominciato la stagione e fioriture primaverili che si manifestano ora (in Puglia sbocciano già le mimose – quelle dell’8 marzo, già) con già cospicua presenza di pollini nell’aria, mi viene da chiedere se, come il Covid per l’organismo umano, anche la situazione climatica attuale non sia da considerare una sorta di pandemia per l’organismo che dà vita a tutti noi, la Terra. Ma con una sostanziale differenza: per il Covid un vaccino più o meno efficace l’abbiamo già trovato così come in passato ne abbiamo trovati per similari pandemie; per il clima al momento abbiamo solo rimedi “simil-omeopatici” per così dire e, di questo passo, forse un vaccino efficace da “inoculare” al pianeta ma necessario a salvare noi che lo abitiamo, e che del virus relativo siamo “portatori” (non sempre sani), non faremo in tempo a trovarlo.

Colle di Sogno, la continua scoperta del luogo

Colle di Sogno è uno di quei luoghi che, a fronte della propria apparente semplicità e del suo illusorio permanere in una sorta di bolla spazio-temporale sospesa su tutto quanto ha intorno, possiede invece innumerevoli e inopinate capacità di svelarsi attraverso visioni, cognizioni, sensazioni, percezioni sempre nuove e costantemente in grado di raccontare altrettante suggestioni, a volte radicate nella propria realtà oggettiva, altre volte manifestazioni di una dimensione che pare più fantastica che altro. Basta poco affinché ciò avvenga: una luce particolare, le nubi sopra o sotto il borgo, i colori naturali d’intorno, un momento di inconsueto silenzio oppure di caratteristiche sonorità naturali, le ombre in movimento tra le case, le foglie sospinte dal vento tra le viuzze, una predisposizione del visitatore alla bellezza e alla meraviglia e al sentirsi bene stando a Colle e nei suoi dintorni.

Così quell’apparente permanenza, che si direbbe ben poco dinamica sia materialmente che immaterialmente, si trasforma di colpo in visioni inaspettate tanto quanto spesso notevoli: Colle di Sogno che naviga sopra le nubi, come nella foto di Alessia Scaglia (“fotografa ufficiale” di Colle e delle montagne d’intorno) oppure che vi svanisce dentro, il borgo che pare volare sopra i boschi che lo circondando o giacere docilmente sotto i monti sovrastanti, che sembra avvolto dai suoi boschi o fuggire da essi verso l’alto, che pare smarrirsi e svanire nel labirinto di valli, vallette, conche e crinali che caratterizzano l’orografia attorno al borgo o che ne diventa la presenza primaria e più identificante, eccetera… si potrebbe continuare ancora a lungo: basta avere un minimo di sensibilità, di curiosità e tenere aperta la mente, il cuore e lo spirito nei confronti del fascino del luogo e del richiamo del suo Genius Loci.

Già, perché qualcuno di Colle di Sogno potrebbe pensare che sia un posto ormai languente, bello sì ma poco vitale, uno dei tanti nuclei rurali delle nostre montagne ormai prossimo ad una sorte fatale. Ma a volte questa sorte non è imposta dalle circostanze economiche, antropologiche e sociologiche – non solo, o forse solo in minima parte rispetto invece a come lo sia dalla perdita della capacità di cogliere in questi luoghi la loro essenza autentica, atemporale e “sovrumana” (cioè posta al di là delle mere vicende umane), del non saper e non voler più cercare il dialogo con il Genius Loci che qui abita, nello smarrire la sensibilità nei confronti della loro bellezza più profonda, quella che non è soltanto dettata dall’emozione estetica ma dalla cognizione della sua articolata sostanza, fatta di storia e di geografia, di materia e pensiero, di narrazioni, tradizioni e evoluzioni, di relazione e di identità, di spazio e di tempo. Sembrerebbe qualcosa di troppo astratto, tutto ciò, ma poi basta un “niente”, un gioco di nubi che scivolano sulla sella di Colle di Sogno, che avvolgono case e alberi, che nascondono parti del territorio d’intorno e ne evidenziano altre, che sembrano trasformare il paesaggio in qualcosa di diverso e aiutano a vederlo in modi sempre differenti e sovente illuminanti, scoprendo dettagli magari secolari eppure mai notati prima, forme naturali palesati da luci e ombre, immagini visive che generano impressioni di luoghi “altri”, come se d’incanto il borgo si fosse smaterializzato dalla sua sella e ricomparso altrove, aumentandone il fascino e quel quid di mistero che quasi sempre s’accende dentro di noi, non fuori, e che è la manifestazione e la prova dell’attrattiva del luogo, troppo grande per potersi contenere nella sua contemplazione conscia.

Basta poco per (ri)scoprire tantissimo, insomma. Anzi, basta ancora meno: è sufficiente stare, lassù a Colle di Sogno, in qualsiasi momento dell’anno, e lasciare che il suo paesaggio faccia il resto, generando in ogni singolo attimo un istante di meraviglia sempre unico, mai uguale ad un altro. Un “vero” luogo è questo, in effetti: uno spazio che può essere anche all’apparenza “statico”, ma che dentro chi ci sta, per poco o tanto tempo, diventa vivo e vitale come non mai.

Colle di Sogno è un luogo così speciale che l’Officina Culturale Alpes, del cui team faccio parte, ha deciso di strutturarvi un progetto altrettanto speciale: Colle di Sogno. Un luogo dove re-stare, con il quale vorremmo conseguire una rivalorizzazione e una rinascita del borgo e del suo territorio utilizzando come impulso principale e fondamentale l’apertura, l’inclusione e l’esperienza di resilienza degli abitanti, forti attrattori culturali di ulteriori esperienze analoghe nonché elementi ideali alla produzione di nuova cultura, così facendo di questa un motore di traino costante per consolidare nel tempo le doti di resilienza montana che, a loro volta, fanno di Colle di Sogno un luogo tanto speciale.

Per saperne di più sul progetto cliccate qui e poi anche qui.