La bellezza effimera

Non si dovrebbe mai dare per scontata la bellezza e, di contro, occorre restare sempre consapevoli di quanto possa essere effimera. D’altro canto la bellezza a volte non è tale in sé ma grazie alle circostanze del momento nel quale ne possiamo godere: bisogna saperlo cogliere e vivere aprendo la mente, il cuore e l’animo così da alimentarsi pienamente della sua energia possente e fugace, consci che quel momento non ha dimensione e può durare un istante oppure di più ma comunque, prima o poi, svanirà.

Una bellezza potente e effimera come quella generata da una nevicata novembrina, quanto mai rara in quest’epoca di clima deteriorato, l’opportunità straordinaria da cogliere per godere del paesaggio impreziosito dalla coltre scintillante, il momento da cogliere, da vivere pienamente e del quale alimentarsi per catturare almeno un poco di quella bellezza prima che tutto svanisca, senza dare per scontato che si manifesterà di nuovo. Ma restando sempre pronti a goderne ancora, nel caso: perché prima che la bellezza possa salvare il mondo, noi che lo abitiamo la dobbiamo preservare e dentro di noi, prima che fuori.

Così forse, io credo, sarà meno scontata ed effimera.

N.B.: le foto che vedete sono state scattate con uno smartphone da un non fotografo, cioè lo scrivente, dunque non sono sicuramente belle come quelle di chi sa veramente fotografare. Infatti qui non servono a fissare tanto la bellezza di una visione quanto la densità di un’emozione, per il cui fine, più che tecnicamente belle, devono essere narrativamente efficaci. Spero che lo siano sul serio, posto quanto appena affermato.

Tocca restare impotenti di fronte alle moto che scorrazzano sui sentieri?

«Questa mattina andando verso il Cimone di Margno insieme a mio figlio siamo stati raggiunti e passati da due moto da trial puzzolenti e rumorose.
In queste situazioni chi e come si può allertare? Mi sono sentito totalmente impotente.
Un cordiale saluto.»

Ciò è quanto mi ha scritto, con un messaggio privato, un conoscente che si è recato sulla montagna citata, una delle più frequentate della Valsassina in provincia di Lecco.

Questo messaggio, e le risposte alla domanda posta, mi danno l’occasione di rimarcare alcuni aspetti importanti del tema spinoso dei transiti motoristici impropri e/o non autorizzati lungo le vie rurali, verso i quali ci si sente pressoché impotenti, appunto. Me ne sono occupato di frequente in passato ma repetita iuvant, assolutamente.

Dunque, come è ormai evidente e risaputo, i motociclisti (salvo rari casi) sui sentieri fanno quello che vogliono perché sanno benissimo di essere difficilmente perseguibili. Purtroppo in questi casi ciò che in buona sostanza vale è la flagranza di reato: ma quando mai si vedono sulle nostre montagne pattuglie di Carabinieri Forestali o di altre Forze dell’Ordine a fare i controlli che dovrebbero fare? D’altro canto sono troppo pochi, privi di risorse e, appunto, spesso depotenziati da assurde normative vigenti come quelle presenti in Lombardia, che a parole vietano il transito sulle vie rurali ma di fatto lasciano ai comuni la facoltà di regolamentare e autorizzare il passaggio attraverso i propri regolamenti locali. Così, nel caso di sindaci consenzienti, poco sensibili oppure distratti, la libertà di transito è (palesemente o tacitamente) garantita e parimenti lo è ancora di più la percezione da parte dei motociclisti di poter passare ovunque, a prescindere dall’esistenza o meno di regolamenti comunali e dai confini amministrativi.

D’altro canto sulla rete viabilistica rurale i divieti di transito spesso ci sono e ben validi, basta constatare la presenza dei relativi cartelli all’inizio dei percorsi di montagna: se ne vedono ovunque, magari vecchiotti e arrugginiti ma ci sono. Tuttavia, come detto, in presenza di normative ambigue come quelle lombarde (similmente presenti in altre regioni) e in assenza di chi è deputato a vigilare e formulare contravvenzioni al riguardo, i motociclisti si sentono intoccabili e liberi di fare ciò che vogliono praticamente su qualsiasi sentiero, anche in orari di ordinario transito pedestre.

[Immagine tratta da https://valdarno24.it.]
Tuttavia, posta tale (deprecabile) situazione, almeno una cosa importante si può (e si deve) fare, che forse non ha effetti giuridici immediati ma nel tempo li può certamente far maturare anche per come rappresenti un’azione pienamente civica, di cittadinanza attiva e, dunque, detenga pure un valore politico: scattare una o più foto dei motociclisti che si trovano a scorrazzare sui sentieri a loro vietati e inviarla ai comandi locali dei Carabinieri Forestali (e, magari, anche ai comuni nei cui territori ci si trova) chiedendo espressamente di attivare specifici controlli nelle zone indicate e, in generale, sulla rete di percorsi rurali locale. Ciò perché se ci si lascia vincere dallo scoramento e nemmeno si segnalano le violazioni motoristiche a cui si assiste, la situazione resterà immutata e, anzi, peggiorerà inevitabilmente perché nulla potrà impedire una sua evoluzione ulteriore a favore dei motociclisti in assenza di testimonianze concerete delle loro violazioni. Se invece ai comandi locali delle Forze dell’Ordine preposte al controllo territoriale cominciano a pervenire le segnalazioni, e sperabilmente le più numerose possibili, si alimenta un obbligo sostanziale a loro carico di intervenire – e si alimenta pure la più consona sensibilità culturale diffusa al riguardo e in generale sulla salvaguardia dei territori naturali. In fondo per arginare fenomeni del genere la repressione non basta, serve anche e soprattutto la sensibilizzazione: se la prima ha qualche effetto immediato ma senza alcuna garanzia di efficacia concreta e duratura (altrimenti sulle strade non vi sarebbe più infrazioni al Codice della Strada!), è la sensibilizzazione delle persone che frequentano i sentieri di montagna ad alimentare la consapevolezza, il rispetto verso di essa e la cultura che serve per viverla nei modi più armonici possibile.

Ad esempio, per la zona citata nel messaggio dell’amico, indico di seguito i recapiti dei Carabinieri Forestali che hanno giurisdizione sulla Valsassina e sulle montagne lecchesi – che sono anche quelle a me più vicine, per giunta:

  • Nucleo Carabinieri Forestale Lecco: 0341/494668, casella mail Pec: flc43204@pec.carabinieri.it
  • Comando Stazione Carabinieri Nucleo Forestale Barzio: 0341/996393
  • Comando Nucleo Carabinieri Forestale Margno: 0341/840059

Unità superiori:

Alle caselle mail indicate, che sono delle Pec e dunque le cui comunicazioni hanno valore legale, vanno inviate le segnalazioni scritte e le immagini raccolte delle violazioni constatate. Meglio inviare le segnalazioni a tutte le Pec indicate, così da dare loro maggior forza e mettendo in conoscenza anche il comune locale, come detto, in quanto primo ente amministrativo di riferimento che per tale motivo non può ritenersi disinteressato o mostrarsi inerte a tali segnalazioni.

[Immagine tratta da www.voceapuana.com.]
Riguardo qualsiasi altro territorio italiano, per trovare i comandi locali dei Carabinieri Forestali ai quali inviare le segnalazioni e le denunce basta una semplice ricerca sul web e si può anche consultare il sito web dell’Arma; oppure ci si può rivolgere ai comandi delle Polizie Locali nonché ai comuni competenti – insistendo nel caso si mostrino poco sensibili o sfuggenti, cosa che a volte accade.

Ecco, questo è quanto si può fare, in attesa che la crescita dell’attenzione e della sensibilità diffuse su questo tema, effettivamente tra i più inquietanti e irritanti che concernono le nostre montagne, convinca i legislatori locali e nazionali a diventare a loro volta più attenti e attivi alla tutela dei territori montani e naturali. «La speranza è l’ultima a morire» si dice, no?

Le moto sui sentieri, impunite come sempre

Ancora una volta, durante un’escursione sulle montagne di casa, ho assistito al girovagare di numerosi motociclisti lungo tracciati rurali e agro-silvo-pastorali sui quali il transito di mezzi motorizzati non autorizzati è interdetto, come segnalato dai cartelli ben evidenti all’inizio di questi tracciati. Ovviamente i motociclisti (i quali come al solito girano ben bardati e con la targa rivolta verso l’alto per non essere identificati) si fanno beffe delle interdizioni: sanno benissimo di restare impuniti visto che quasi mai vi sarà qualche membro delle forze dell’ordine a vigilare, che questi senza la flagranza di reato possono fare ben poco e che certa politica sta dalla loro parte, depotenziando con decisioni ad hoc le leggi vigenti: la Lombardia è da anni un pessimo esempio al riguardo, ma pure altre regioni italiane ormai non sono da meno.

Nel mentre che “ringrazio” i suddetti motociclisti per avermi concesso il privilegio di respirare i loro gas di scarico e di odorarne la puzza nonché di aver allietato la mia camminata con il sottofondo sonoro dei loro mezzi, mi rivolgo direttamente alle istituzioni competenti e alle forze dell’ordine e chiedo: visto la situazione in essere e posta la costante impunità dei soggetti motorizzati rispetto alle leggi vigenti, che facciamo? Passiamo direttamente alla giustizia privata?

Ovviamente no, ci mancherebbe, sarebbe qualcosa degno solo di un paese incivile e barbaro (ed è inutile osservare che certi atti di cui a volte si legge sulla stampa quali il piazzare chiodi i tirare fili d’acciaio lungo i sentieri sono inequivocabilmente ignobili). Ma altrettanto incivile e barbaro è il non agire per far che certe leggi di elementare buon senso vengano rispettate e che i trasgressori siano adeguatamente puniti. Perché un paese è civile quando poggia la convivenza collettiva su un diritto, detto appunto civile, che richiede di essere rispettato affinché non perda valore, tanto il diritto con le sue norme quanto il paese. Il quale altrimenti finirà sempre più in mano agli incivili, sui sentieri di montagna e nei consessi amministrativi della politica.

[Questa “locandina” la elaborai ormai parecchi anni fa; purtroppo è ancora del tutto valida.]
Nel frattempo sarebbe bene continuare a impegnarsi contro questa cronica abitudine motoristica, a denunciare ogni episodio riscontrato alle forze dell’ordine (nonostante la loro sostanziale impotenza), a sensibilizzare tramite la stampa, il web e i social, a fare pressione sulla politica. A fare massa critica, insomma. Che d’altro canto, in questa e in ogni altra circostanza similare, è una delle più potenti manifestazioni di democrazia che un paese realmente civile può contemplare.

Contro le previsioni del tempo “mainstream” (Repetita iuvant!)

Riprendo e continuo la mia donchisciottesca “battaglia contro i mulini a vento” della meteorologia mainstream (uso questa definizione per differenziarla dagli istituti meteorologici seri e meno inclini al clickbait).

Ecco tre cose da mettere in atto, a mio parere, al fine di poter ritenere ancora credibili tali servizi meteo mainstream:

  1. Le previsioni del tempo tornino a essere tali ovvero una previsione, cioè una supposizione, un’ipotesi, una possibilità per nulla certa, salvo rari casi, che le condizioni meteo siano di un certo tipo e non di un altro, e ciò sia chiaramente evidenziato. Che non siano più un mero pontificare meteorologico come spesso appaiono e certi servizi meteo pretendono che siano.
  2. Posto il punto 1, che le “previsioni del tempo” siano diffuse con l’uso di forme verbali al condizionale. «Domani potrebbe piovere», non «domani pioverà». Primo, perché l’imprecisione e l’inaffidabilità di molti bollettini meteo rende quei verbi indicativi al presente o al futuro incongrui; secondo perché il condizionale, oltre a essere più coerente, educa le persone a non affidarsi ciecamente alle previsioni e al contempo va pure a vantaggio (o a tutela) degli stessi servizi meteo.
  3. Sia decisamente disincentivata la diffusione delle previsioni del tempo che vadano oltre le 48 ore: sono illogiche e inaffidabili oltre che antiscientifiche. Ancor peggio quella delle tendenze («Come sarà la prossima estate?»), vera e propria invenzione da rotocalco di costume del tutto infondata che infatti spesso diventa autentica panzana. Un servizio meteo che si dice serio e vuol mostrarsi affidabile si dovrebbe rifiutare di diffonderle.

[Una cosa parecchio frequente: le previsioni del tempo in TV annunciate da bellissime ragazze in abiti sexy. Un po’ come rimarcare che, siccome le previsioni saranno facilmente errate, almeno il fatto che sia una bella ragazza a proferirle rende il tutto meno innervosente – alla faccia delle convenzioni di genere, già!]
Una cosa da attuare da parte di noi tutti, infine: al netto della scelta personale di non seguire più certe previsioni del tempo (che qui non posso sostenere ma solo perché non sta bene farlo), dovremmo recuperare quelle conoscenze tanto spicciole quanto profonde in grado di farci interpretare i segni e del cielo della Natura riguardanti l’evoluzione meteorologica. Spesso più dei (presunti) supercomputer dei servizi meteo, le previsioni le azzeccano certi vecchi adagi popolari, tanto vernacolari quanto basati sull’esperienza di secoli e la conoscenza dei luoghi e delle loro caratteristiche geografiche e naturali, dunque localmente più validi. D’altro canto, le informazioni al riguardo ci possono venire da innumerevoli elementi dell’ambiente naturale d’intorno, dalle nubi in cielo, dagli animali, dai venti, da certi fiori… semplicissime nozioni da libro delle elementari ma sovente parecchio attendibili: per leggerle e comprenderle bastano un minimo di conoscenza e un altro minimo di sensibilità e di curiosità verso la Natura. Niente di più.

Infine, se per una volta vi prendete una bella lavata per colpa d’un acquazzone imprevisto, be’, che sarà mai? Quante volte l’avrete presa nonostante i bollettini meteo letti sui social o visto in TV non lo prevedevano? E dunque, che cambia? Per giunta, se il fenomeno non è troppo intenso (ma questo è un altro discorso, ovviamente), il mondo naturale è bellissimo e affascinante anche sotto la pioggia o comunque in condizioni di “brutto tempo”, come ho ribadito tante volte. Basta coltivare un po’ di giocosa sensibilità in più e un tot di greve lamentosità in meno mantenendo sempre attivo il buon senso. E, nel caso, vedrete che della continua e a volte compulsiva visione dei bollettini meteo ne sentirete molto meno il bisogno. Ecco.

P.S.: se cliccate qui trovate un tot degli articoli da me scritti in passato a proposito di “previsioni (sbagliate) del tempo”.

La “grande” montagna più vicina al centro di Milano

Un amico, sapendo della mia “conoscenza”* riguardo montagne e geografie alpine, mi ha chiesto quale sia la vetta di quota maggiore di 2.000 metri più vicina a Milano, intendendo con quella cifra tonda altitudinale una sorta di linea al di sopra della quale si possa intendere che cominci la montagna “vera”. È un quesito che forse molti altri si saranno posti.

La risposta è piuttosto facile ovvero immaginabile: è la Grigna Meridionale, o Grignetta, la cui vetta alta 2177 o 2184 metri (questo dubbio sulla corretta quota permane inopinatamente da decenni!) si trova a circa 53,7 chilometri di distanza in linea d’aria da Piazza del Duomo e a 50 chilometri esatti dalla circonvallazione esterna, l’anello di strade che racchiude il vero e proprio “centro” di Milano [1].

Peraltro, aggiungendo solo 3,5 chilometri si arriva ancora più in alto, ai 2410 metri di quota della Grigna Settentrionale o Grignone. Il che rappresenta uno dei motivi principali – e forse il più immediato, non solo geograficamente – per i quali i rilievi montuosi tra Lecco e la Valsassina siano considerati da sempre le “montagne di Milano”: sono talmente vicine alla città che in pratica i loro versanti cominciano a elevarsi poco oltre il suo hinterland (del quale in pratica fanno parte, per come in fondo ne rispettino la definizione), rimarcando la stretta relazione – non soltanto geografica, ribadisco – tra i due ambiti.

[1] Distanze rilevate con il relativo strumento di misura offerto dalle mappe digitali nel sito web dell’Ufficio Federale Svizzero di Topografia.

*: in realtà, pur sapendo più di altri, credo di non saperne mai a sufficienza, ma ciò è sicuramente uno sprone costante a studiare il tema sempre di più.