Piazzatorre: 15,4 milioni di Euro buttati al vento, insieme al futuro della sua comunità

[Veduta del territorio di Piazzatorre. Immagine tratta da www.in-lombardia.it.]
Riguardo l’evoluzione del clima in corso sulle montagne, in particolar modo su Alpi e Prealpi, la scienza fornisce dati incontrovertibili: le temperature sono in costante aumento, le regioni alpine nel complesso sono un hot spot climatico, ovvero un ambito nel quale gli effetti del riscaldamento globale sono più marcati rispetto alla media globale; le nevicate sono in diminuzione da anni mentre lo zero termico medio invernale sale sempre più in alto: già oggi sulle Prealpi italiane è posto tra i 1700 e i 1800 metri, il che sposta la possibilità di permanenza continuativa della neve al suolo in inverno oltre i 2000 metri. Ciò si ripercuote direttamente sulla pratica dello sci, per la quale c’è sempre meno neve, resta al suolo per meno tempo e le temperature in aumento impediscono di produrre quella artificiale, rendendo i comprensori sciistici post sotto i 2000 metri insostenibili non solo climaticamente e ambientalmente ma anche economicamente. Infatti, non a caso, di gente che sale sui monti per sciare ce n’è sempre meno e quando ci va si dedica ad altre attività meno dipendenti dagli effetti della crisi climatica.

Posta tale realtà di fatto inoppugnabile, come detto, e d’altro canto sotto gli occhi di tutti, a Piazzatorre, in alta Valle Brembana (Provincia di Bergamo), si spenderanno 15,4 milioni di Euro pubblici per riqualificare un comprensorio sciistico posto interamente sotto i 1800 metri di quota, cioè dove non nevica più e non ci sono le temperature adatte per produrre neve artificiale e mantenerla al suolo per un tempo funzionale alla pratica sciistica.

Sono soldi buttati al vento. Punto.

Non c’è altro da dire al riguardo (e la questione l’avevo già denunciata tempo fa, qui).

Non vi sarà nessun «accrescimento dell’attrattività e del potenziale economico favorendo, quindi, il contrasto al fenomeno dello spopolamento» come affermano dalla Regione Lombardia che metterà la gran parte dei soldi – peraltro le solite frasi fatte enunciate in tali occasioni, alle quali ormai credono solo gli allocchi – e nemmeno la pretesa “destagionalizzazione” (altra parola del tutto abusata) porterà alcun vantaggio al territorio in questione, perché nessun vantaggio concreto può venire da una frequentazione turistica basata esclusivamente sulla fruizione in stile luna park del territorio montano che produce flussi incostanti e relativi fenomeni di overcrowding, cioè di sovraffollamento temporaneo, con tanta gente nei fine settimana e il deserto nei giorni feriali.

[La località Gremelli sul Monte Torcola Vaga, sopra Piazzatorre, in un recente inverno senza neve. Foto di Andrea Comi tratta da www.komoot.com.]
Vantaggi reali e concreti per i territori come quello di Piazzatorre si producono invece con un piano di sviluppo territoriale strutturato, articolato nel lungo periodo, che sostenga e metta in rete tutte le economie locali, senza che quella turistica risulti predominante e assoggettante, e che abbia come obiettivo principale da un lato il potenziamento dei servizi ecosistemici a supporto della comunità locale e dall’altro la cura ambientale e culturale del territorio, anche a favore della rigenerazione del senso di comunità. In cose del genere avrebbe assolutamente senso spendere tutti quei soldi pubblici, non certo in progetti insensati, fuori dal tempo, già in partenza destinati al fallimento e che provocheranno un ulteriore inaccettabile degrado del territorio nonché della relazione culturale con esso dei suoi abitanti.Sono 15,4 milioni – quindici-virgola-quattro milioni – di Euro buttati al vento, ribadisco. E con questo denaro pubblico viene buttato al vento il futuro di un intero territorio e della sua comunità.

[Il centro di Piazzatorre. Immagine tratta da www.altobrembo.it.]
Nel frattempo, nella stessa Valle Brembana a poca distanza da Piazzatorre, un’altra scuola di montagna chiuderà: quella di Laxolo, e ciò in forza dei mancati investimenti pubblici atti a favorirne la permanenza degli alunni su volontà dei genitori, che si sono visti costretti a mandare i propri figli in altri plessi al momento più attrezzati (ma chissà fino a quando).

In mezzo secolo nei venti comuni dell’alta Valle Brembana le scuole elementari sono scese da 25 a 4 – ma si contino anche quanti presidi sanitari hanno chiuso, quanti uffici postali e sportelli bancari, quante linee di trasporto pubblico sono state soppresse, quanti interventi concreti a favore delle comunità residenti e della loro quotidianità sono stati messi in atto… E poi si spendono più di 15 milioni di Euro di soldi pubblici in impianti sciistici dove non nevica più? Oltre agli altri progetti in corso, ovviamente, con ancora più denaro pubblico in ballo: buttato in tali assurdità e così tolto a interventi veramente necessari alla popolazione locale.

Ma di cosa stiamo parlando?
O, per meglio dire: ma di quale devianza mentale e morale stiamo parlando?
Veramente crediamo che la montagna si salverà così?

P.S.: non bisogna dimenticare che Piazzatorre detiene un altro primato (o quasi) piuttosto sconcertante: duemilacinquecento seconde case – 2.500! – a fronte di sole duecento prime case. E riaprire il suo comprensorio sciistico peraltro insostenibile sarebbe sul serio la cosa principale da fare, lassù?

Cosa si può fare per contrastare l’overtourism in montagna (e non solo lì)?

[Immagine tratta da Reddit.com, user u/lonely-rider.]
In tema di iperturismo, o overtourism, sovente si legge che una delle soluzioni proposte sarebbe l’aumento della qualità dell’offerta turistica, dunque dei prezzi sia delle strutture ricettive e sia del soggiorno in sé, anche con l’applicazione di tasse di soggiorno, ticket di accesso, parcheggi a pagamento, eccetera.

Ma è una “soluzione” che comporta il rischio concreto di passare da un opposto all’altro, cioè da un modello turistico troppo aperto e inclusivo, accessibile pressoché a chiunque, a uno esclusivo che invece privilegia le fasce più benestanti e con potere di spesa maggiore. Dall’accoglienza alla discriminazione, in pratica, senza contare che già l’iperturismo genera da sé aumenti dei prezzi, in primis legati alle strutture ricettive private – l’ormai noto problema degli affitti brevi.

No, questa non è una soluzione, è più una furbesca strategia commerciale, come sono solo palliativi i vari provvedimenti con i quali si pensa di limitare il sovraffollamento, come la regolamentazione degli accessi, le prenotazioni on line, i ticket di accesso: utili nell’emergenza ma superflui senza una ben determinata strategia di gestione dei flussi turistici a medio-lungo termine. Leniscono il dolore ma non guariscono la malattia.

A mio modo di vedere sono tre le principali azioni da mettere in atto per costruire una efficace gestione delle presenze turistiche entro limiti che tengano a distanza i rischi di overtourism:

  1. Rendere obbligatorio, come elemento sostanziale del piano regolatore locale, il calcolo della capacità di carico turistica della località o del territorio, sia a livello generale che di singole “attrazioni” (comprensori sciistici o escursionistici, luoghi naturali di pregio, nuclei abitati), i cui rilievi, espressi in dati numerici chiari, devono diventare parte integrante della gestione politico-amministrativa del territorio interessato.
  2. Integrare l’economia turistica locale e i suoi modelli imprenditoriali in un piano di sviluppo generale del territorio in questione, nel quale ogni elemento che forma la sua realtà sociale, politica, economica, culturale, ambientale deve essere considerato, gestito, armonizzato con ogni altro – nessuno troppo preponderante, tutti reciprocamente cooperanti – al fine di ricavarne una strategia a lungo termine perfettamente consona al territorio, alle sue specificità, alle potenziali e alle criticità che presenta, alle necessità e alle aspirazioni della comunità residente e alle prerogative sulle quali elaborare l’offerta turistica.
  3. Rendere altrettanto strutturale e “istituzionale” l’interlocuzione costante con la comunità locale – e intendo tutta la comunità, non solo la parte formata dai soggetti in vario modo legati alla filiera del turismo, monitorandone altrettanto costantemente il sentore diffuso nei confronti della presenza turistica. Così come, dall’altra parte, deve partecipare all’interlocuzione tutta la platea di soggetti le cui azioni e decisioni in un modo o nell’altro determinano un effetto per il territorio in questione, ponendo in relazione e in dialogo sullo stesso piano non tanto le diverse volontà quanto le rispettive responsabilità, univoche e reciproche, nei confronti del territorio.

Sono tre azioni per le quali, inutile rimarcarlo, serve la volontà, la visione, la mediazione della politica e la sua sensibilità nei confronti del luogo amministrato. D’altro canto la gran parte delle situazioni di iperturismo constatabili, innanzi tutto sulle montagne, scaturiscono proprio dal prolungato disinteresse, dalla noncuranza ovvero dall’ipocrisia dei soggetti politici locali anche più che da dinamiche contingenti ai modelli turistici massificati. E pure certe presunte “soluzioni” annunciate, come quelle di cui ho scritto lì sopra, sovente non sono altro che un’ulteriore manifestazione di disinteresse infido nel quale si nasconde la reiterata volontà di ricavare tornaconti di vario genere dallo status quo, tutt’al più rimodulato per adattarlo meglio a quegli scopi materiali.

Ribadisco: è una questione di responsabilità, di sensibilità, di lungimiranza, di attaccamento autentico ai propri territori, di capacità di comprenderne pienamente il valore, l’importanza, l’identità culturale, l’anima peculiare. Tutte cose che solitamente l’iperturismo vede come fastidiosi  ostacoli sulla strada del proprio business e della sottomissione totale del territorio alle proprie strategie commerciali. Perché se in un territorio vince l’overtourism, a perdere – e perdersi – è la sua comunità, inesorabilmente.

P.S.: di iperturismo/overtourism in montagna di recente ne ho parlato anche alla tivù, su Italia 1 (e Focus TV) e su Bergamo TV. Cliccate sulle rispettive immagini per vedere tutto quanto:

Questa settimana in “Orobie Extra”, su Bergamo TV e online

Mercoledì 12 febbraio scorso sono stato ospite di “Orobie Extra”, la trasmissione di Bergamo TV curata e condotta da Cristina Paulato, per parlare di iperturismo o overtourism, tema che veramente appare tra i più “caldi” del momento ed è bene che lo sia, visto come è stato sostanzialmente sottovalutato fino a oggi in montagna e non solo.

Insieme a me erano ospiti Stefano Sala, Project Manager dell’Università della Montagna/Unimont di Edolo, centro universitario d’eccellenza nell’analisi delle realtà dei territori montani tra le quali ovviamente quella turistica, e Resi Pedercini, Direttore Generale dell’Azienda Speciale Tignale Servizi che gestisce il comparto turistico della nota località sul Lago di Garda, la quale col tempo è diventata una meta ideale per il turismo lento e di qualità grazie a un progetto partecipato di sviluppo della comunità locale finalizzato alla tutela del patrimonio storico, culturale ed ambientale che ha saputo rimarcare l’identità territoriale peculiare di Tignale.

Una puntata di “Orobie Extra” molto sul pezzo, insomma, densa di considerazioni importanti e per molti aspetti indispensabili. La potete rivedere domenica alle 20.30 su Bergamo TV oppure sempre nel sito dell’emittente. O cliccando sulle immagini qui sopra, ovviamente.

Ringrazio di cuore Cristina Paulato e la redazione di “Orobie” per l’invito e l’opportunità offerta, e mi auguro che, se vedrete la puntata, la potrete trovare interessante e stimolante.

Il turismo degradante, la politica incompetente, la montagna sfruttata e le comunità dimenticate

In un articolo del 13 novembre scorso (lo vedete qui sopra) “Il Post” rende conto delle proteste sempre più diffuse, nelle maggiori città turistiche italiane, contro l’overtourism e le sue varie conseguenze, tra sovraffollamenti esagerati, b&b dilaganti, prezzi in aumento e altro di variamente degradante la qualità di vita di quelle città.

Sono proteste che si stanno diffondendo in modo crescente anche in montagna, dove gli effetti della pressione antropica generata dall’overtourism si fanno ben più evidenti che nelle città. D’altronde era inevitabile che si generasse tale situazione, conseguenza diretta della mancanza di gestione dei fenomeni turistici da parte dei soggetti politici locali: per incompetenza, inettitudine, disinteresse – o malizia, in certi casi. Il fenomeno dell’overtourism viene analizzato e denunciato da anni, non da ieri; certo è che da dopo il Covid è deflagrato in tutta la sua forza impattante ma ancora oggi lo si osserva con uno sguardo sbigottito e confuso, quando non ci si gira dall’altra parte per far finta di non vederlo, nel mentre che i suoi effetti vanno sempre più aggravandosi e incancrenendosi. Per tutto ciò il turismo, da risorsa fondamentale sia dal punto di vista economico, e dunque sociale, che da quello culturale, rischia di trasformarsi in un elemento di disgregazione – in primis tra chi gestisce il turismo, e legittimamente ci guadagna, e tra chi lo subisce impotente – e di potenziale degrado per le località che ne sono protagoniste. Le quali sono luoghi abitati e di vita comune, prima che mete turistiche da sfruttare a più non posso.

Per tentare di rimettere le cose in equilibrio e ridare valore sostanziale e preponderante a quella che la sociologia del turismo anglosassone (là dove per primi hanno formulato il concetto di “overtourism”, come d’altronde il termine rivela) chiama place experience, cioè l’importanza esperienziale del luogo inteso come spazio abitato e vissuto dalla propria comunità, dunque della relazione tra essa e il luogo stesso, e facendo poi in modo che gli interessi locali sostengano anche gli altri, inclusi quelli turistici (che invece sono preponderanti nella circostanza opposta, detta customer experience, per la quale territorio e comunità vengono asserviti ai desideri del turista), bisogna proprio tornare a fare questo: rimettere al centro di tutto il luogo e il benessere di chi ci vive stanzialmente. È la condizione fondamentale per permettere che, facendo star bene gli abitanti del luogo, stiano di conseguenza bene anche i visitatori: significa capire che, in altre parole, l’inseguire continui record di presenze e di ricavi economici, come se non ci potessero essere limiti e quei record fossero l’indicatore fondamentale del successo del luogo turistico, offre vantaggi immediati assai inferiori agli svantaggi che inevitabilmente (vedi sopra) poco dopo si manifesteranno, con il rischio di azzerare rapidamente pure l’effetto positivo dei primi e infine di generare solo un danno generale, viepiù grave.

Infine, alla base di tutto ciò, non bisogna mai dimenticare le valenze e le peculiarità dei territori montani, tanto preziosi e pregiati paesaggisticamente e naturalisticamente quanto delicati e fragili ambientalmente e urbanisticamente: in montagna l’eccessiva pressione turistica genera non solo danni maggiori che altrove, come già detto, ma pure facilmente insanabili, le cui prime vittime sono proprio gli abitanti che in loco restano mentre i turisti prima o poi se ne ritornano ai propri domicili. Proprio questo rende insostenibile e inaccettabile l’overtourism, anche culturalmente: rappresenta una grave mercificazione dei territori montani – patrimonio della collettività – che degrada inevitabilmente sia l’ambiente che la qualità della vita dei residenti. È il classico elefante nella cristalleria, dove viene sollecitato a entrare e lì distrugge tutto senza curarsene troppo per poi andarsene, mentre i cocci rimangono nelle mani di chi resta, che rischia pure di tagliarsi maneggiandoli. Una circostanza che nessuno può e si può permettere.

Quando l’architettura è arte (in montagna)

L’architettura è un’arte. Ci si dimentica spesso di questa verità (a volte gli stessi architetti se lo scordano, ne siano consapevoli o meno) e, anche quando la si ricorda, si concepisce esclusivamente attraverso l’opera architettonica in sé. Ciò non è sbagliato ma risulta una visione parziale: in quanto «organizzazione dello spazio antropizzato in cui vive l’essere umano», l’architettura si fa arte quando grazie all’opera concepita “inventa” (τέκτων, técton: “creare”, “plasmare”) lo spazio nel quale è inserita, dandogli nuova forma e nuova identità oppure rigenera e potenzia quella esistente, se il luogo già la possiede. D’altro canto è ciò che accade con qualsiasi altra opera d’arte autenticamente tale: un dipinto dozzinale non aggiunge nulla all’ambiente nel quale è esposto, un capolavoro invece vi aggiunge moltissimo: in bellezza, fascino, valore materiale e immateriale, piacere di starci, eccetera.

Due ottimi esempi di tutto questo – uno già realizzato, l’altro è augurabile che lo sia – li vedete qui.

Le Casermette di Moncenisio (Antonio De RossiLaura MascinoMatteo Tempestini del Politecnico di Torino, Edoardo Schiari e Maicol Guiguet di Coutan Studio Architetti), che ho già raccontato in questo articolo, sono un progetto solo apparentemente piccolo e in verità di grande e emblematica importanza per il luogo che le ospita, un comune montano tra i più piccoli d’Italia che ora possiede un mirabile strumento di rigenerazione per il proprio territorio e la sua intera comunità, perfettamente integrato nel paesaggio locale. Per questo e per molto altro al progetto sono stati insigniti due importanti riconoscimenti: il Premio internazionale Architettura Minima nelle Alpi e la “Bandiera Verde” 2024 di Legambiente, che in modi diversi ma armonici ne segnalano il valore.

La proposta per l’ampliamento e la riqualificazione del Rifugio Graffer, a 2261 m di quota sopra Madonna di Campiglio, (Enrico Scaramellini, Daniele Bonetti, Pietro Dardano, Stefano De Stefani di S+D Engineering) è un progetto che con molta attenzione cerca un nuovo equilibrio con l’esistente, mentre la scoperta del dettaglio e l’uso raffinato dei materiali è il fondamento di un profondo pensiero progettuale. Il porticato, luogo protetto che guarda verso il paesaggio in prossimità del secondo nuovo ingresso, si trasforma in uno spazio a doppia altezza in cui luce, materiali e dettaglio architettonico contribuiscono all’architettura e alla sua atmosfera.

Due manifestazioni di autentica e notevole arte architettonica, in buona sostanza, proprio in base a ciò che ho rimarcato lì sopra, e modelli esemplari di progettazione dello spazio e del paesaggio la cui capacità d’influenza nei territori montani è quanto mai auspicabile.