Il turismo degradante, la politica incompetente, la montagna sfruttata e le comunità dimenticate

In un articolo del 13 novembre scorso (lo vedete qui sopra) “Il Post” rende conto delle proteste sempre più diffuse, nelle maggiori città turistiche italiane, contro l’overtourism e le sue varie conseguenze, tra sovraffollamenti esagerati, b&b dilaganti, prezzi in aumento e altro di variamente degradante la qualità di vita di quelle città.

Sono proteste che si stanno diffondendo in modo crescente anche in montagna, dove gli effetti della pressione antropica generata dall’overtourism si fanno ben più evidenti che nelle città. D’altronde era inevitabile che si generasse tale situazione, conseguenza diretta della mancanza di gestione dei fenomeni turistici da parte dei soggetti politici locali: per incompetenza, inettitudine, disinteresse – o malizia, in certi casi. Il fenomeno dell’overtourism viene analizzato e denunciato da anni, non da ieri; certo è che da dopo il Covid è deflagrato in tutta la sua forza impattante ma ancora oggi lo si osserva con uno sguardo sbigottito e confuso, quando non ci si gira dall’altra parte per far finta di non vederlo, nel mentre che i suoi effetti vanno sempre più aggravandosi e incancrenendosi. Per tutto ciò il turismo, da risorsa fondamentale sia dal punto di vista economico, e dunque sociale, che da quello culturale, rischia di trasformarsi in un elemento di disgregazione – in primis tra chi gestisce il turismo, e legittimamente ci guadagna, e tra chi lo subisce impotente – e di potenziale degrado per le località che ne sono protagoniste. Le quali sono luoghi abitati e di vita comune, prima che mete turistiche da sfruttare a più non posso.

Per tentare di rimettere le cose in equilibrio e ridare valore sostanziale e preponderante a quella che la sociologia del turismo anglosassone (là dove per primi hanno formulato il concetto di “overtourism”, come d’altronde il termine rivela) chiama place experience, cioè l’importanza esperienziale del luogo inteso come spazio abitato e vissuto dalla propria comunità, dunque della relazione tra essa e il luogo stesso, e facendo poi in modo che gli interessi locali sostengano anche gli altri, inclusi quelli turistici (che invece sono preponderanti nella circostanza opposta, detta customer experience, per la quale territorio e comunità vengono asserviti ai desideri del turista), bisogna proprio tornare a fare questo: rimettere al centro di tutto il luogo e il benessere di chi ci vive stanzialmente. È la condizione fondamentale per permettere che, facendo star bene gli abitanti del luogo, stiano di conseguenza bene anche i visitatori: significa capire che, in altre parole, l’inseguire continui record di presenze e di ricavi economici, come se non ci potessero essere limiti e quei record fossero l’indicatore fondamentale del successo del luogo turistico, offre vantaggi immediati assai inferiori agli svantaggi che inevitabilmente (vedi sopra) poco dopo si manifesteranno, con il rischio di azzerare rapidamente pure l’effetto positivo dei primi e infine di generare solo un danno generale, viepiù grave.

Infine, alla base di tutto ciò, non bisogna mai dimenticare le valenze e le peculiarità dei territori montani, tanto preziosi e pregiati paesaggisticamente e naturalisticamente quanto delicati e fragili ambientalmente e urbanisticamente: in montagna l’eccessiva pressione turistica genera non solo danni maggiori che altrove, come già detto, ma pure facilmente insanabili, le cui prime vittime sono proprio gli abitanti che in loco restano mentre i turisti prima o poi se ne ritornano ai propri domicili. Proprio questo rende insostenibile e inaccettabile l’overtourism, anche culturalmente: rappresenta una grave mercificazione dei territori montani – patrimonio della collettività – che degrada inevitabilmente sia l’ambiente che la qualità della vita dei residenti. È il classico elefante nella cristalleria, dove viene sollecitato a entrare e lì distrugge tutto senza curarsene troppo per poi andarsene, mentre i cocci rimangono nelle mani di chi resta, che rischia pure di tagliarsi maneggiandoli. Una circostanza che nessuno può e si può permettere.

Quando l’architettura è arte (in montagna)

L’architettura è un’arte. Ci si dimentica spesso di questa verità (a volte gli stessi architetti se lo scordano, ne siano consapevoli o meno) e, anche quando la si ricorda, si concepisce esclusivamente attraverso l’opera architettonica in sé. Ciò non è sbagliato ma risulta una visione parziale: in quanto «organizzazione dello spazio antropizzato in cui vive l’essere umano», l’architettura si fa arte quando grazie all’opera concepita “inventa” (τέκτων, técton: “creare”, “plasmare”) lo spazio nel quale è inserita, dandogli nuova forma e nuova identità oppure rigenera e potenzia quella esistente, se il luogo già la possiede. D’altro canto è ciò che accade con qualsiasi altra opera d’arte autenticamente tale: un dipinto dozzinale non aggiunge nulla all’ambiente nel quale è esposto, un capolavoro invece vi aggiunge moltissimo: in bellezza, fascino, valore materiale e immateriale, piacere di starci, eccetera.

Due ottimi esempi di tutto questo – uno già realizzato, l’altro è augurabile che lo sia – li vedete qui.

Le Casermette di Moncenisio (Antonio De Rossi, Laura Mascino, Matteo Tempestini del Politecnico di Torino, Edoardo Schiari e Maicol Guiguet di Coutan Studio Architetti), che ho già raccontato in questo articolo, sono un progetto solo apparentemente piccolo e in verità di grande e emblematica importanza per il luogo che le ospita, un comune montano tra i più piccoli d’Italia che ora possiede un mirabile strumento di rigenerazione per il proprio territorio e la sua intera comunità, perfettamente integrato nel paesaggio locale. Per questo e per molto altro al progetto sono stati insigniti due importanti riconoscimenti: il Premio internazionale Architettura Minima nelle Alpi e la “Bandiera Verde” 2024 di Legambiente, che in modi diversi ma armonici ne segnalano il valore.

La proposta per l’ampliamento e la riqualificazione del Rifugio Graffer, a 2261 m di quota sopra Madonna di Campiglio, (Enrico Scaramellini, Daniele Bonetti, Pietro Dardano, Stefano De Stefani di S+D Engineering) è un progetto che con molta attenzione cerca un nuovo equilibrio con l’esistente, mentre la scoperta del dettaglio e l’uso raffinato dei materiali è il fondamento di un profondo pensiero progettuale. Il porticato, luogo protetto che guarda verso il paesaggio in prossimità del secondo nuovo ingresso, si trasforma in uno spazio a doppia altezza in cui luce, materiali e dettaglio architettonico contribuiscono all’architettura e alla sua atmosfera.

Due manifestazioni di autentica e notevole arte architettonica, in buona sostanza, proprio in base a ciò che ho rimarcato lì sopra, e modelli esemplari di progettazione dello spazio e del paesaggio la cui capacità d’influenza nei territori montani è quanto mai auspicabile.

Altro denaro pubblico buttato per lo sci, a Piazzatorre (e su “Il Fatto Quotidiano”)

Qualche giorno fa Alberto Marzocchi ha pubblicato su “Il Fatto Quotidiano” un bell’articolo dedicato a Piazzatorre e al progetto di rinnovo e ripristino del locale comprensorio sciistico, un altro di quei casi di finanziamento pubblico di infrastrutture per lo sci che appare a tutti gli effetti scriteriato perché dedicato a un territorio che non presenta più le condizioni climatico-ambientali adatte allo sci alpino.

Me n’ero occupato anch’io (qui) di questo ennesimo caso di potenziale sperpero di denaro pubblico a favore dello sci in una zona che d’altro canto abbisognerebbe di molti altri servizi primari a favore della comunità locale (e peraltro di recente ho scritto di Piazzatorre anche riguardo la devastante presenza di seconde case, ben duemilacinquecento a fronte di duecento abitazioni per i 380 abitanti “veri”); Marzocchi traccia succintamente ma con grande chiarezza espositiva la storia della località sciistica, che rende ancora più scriteriato l’investimento pubblico lombardo, e lo fa con cognizione di causa tripla: perché da giornalista si occupa principalmente di tematiche ambientali (e qui non c’è solo un problema di spreco di risorse pubbliche ma pure di salvaguardia di un territorio montano da una infrastrutturazione decontestuale e potenzialmente inutile), perché è maestro di sci, dunque coinvolto anche professionalmente in questo tema, e perché è originario proprio di Piazzatorre, quindi sa perfettamente di cosa parla.

Vi invito a leggere il suo articolo cliccando sull’immagine lì sopra, è veramente interessante e alquanto significativo. Riflessione finale: quante Piazzatorre ci sono sulle montagne italiane? Ovvero: quanti soldi pubblici vengono buttati sulle Alpi e sugli Appennini in progetti sciistici totalmente privi di senso e di futuro?

Una cosa drammaticamente anormale, sulle nostre montagne

In un servizio dell’edizione di martedì 13 marzo scorso del telegiornale di “Bergamo TV” (cliccate sull’immagine qui sopra per vederlo, dal minuto 31:10), si è parlato della mancata destinazione dei fondi IMU relativi alle seconde case nelle casse dei piccoli comuni i quali, più di altri, ne avrebbero bisogno. Intervistato al riguardo, il sindaco di Piazzatorre, in alta Val Brembana, si è lamentato che, a fronte della presenza in paese di duecento prime case e di duemilacinquecento seconde case, al comune del milione e trecentomila Euro circa di gettito IMU giungano solo 420mila Euro.

Io, a udire tali parole, confesso di essere rimasto piuttosto basito, ma non per quei soldi mancanti. Voglio dire: la cosa anormale è che a Piazzatorre manchino 800mila e rotti Euro di entrate fiscali, o è che a Piazzatorre vi siano duemilacinquecento seconde case – 2.500! – a fronte di sole duecento prime case?

Cioè che più del 90% degli stabili che formano il comune e che ne occupano il suolo sono “letti freddi”, alloggi turistici abitati solo per pochi giorni all’anno e forse nemmeno per quelli, quando come spesso accade presentano sulla porta il cartello «VENDESI» o «AFFITTASI»?

[Seconde case a Piazzatorre. Foto di Ago76, opera propria, CC BY-SA 3.0, fonte commons.wikimedia.org.]
Sinceramente, a me questa pare una follia. Quantunque sappia benissimo che sia una follia estremamente diffusa nelle località turistiche delle montagne italiane. Ma ci rendiamo conto di come per un tempo troppo lungo abbiamo trattato, edificato, cementificato, rovinato i nostri territori montani e i loro paesi?

[Veduta panoramica di una parte del nucleo di Piazzatorre.]
In verità, i numerosi problemi di natura economica, demografica, sociologica che presentano i paesi della montagna italiana nascono in primis proprio da queste evidenze, cioè dalla imperdonabile trascuratezza alla quale i territori montani sono stati sottoposti a lungo da amministratori locali drammaticamente profittatori e alienati. Solo che questa è una cosa che non si può dire, nell’ambito politico-amministrativo, forse anche perché non si ha la competenza e la sensibilità per comprenderla al meglio. Piuttosto di pensare pur legittimamente a come incassare i gettiti fiscali derivanti dalla loro presenza, bisognerebbe capire come innumerevoli quegli edifici, case, casette, villette, condomini, chalet potrebbero essere eliminati dai paesi che ancora li ospitano.

Eliminati, già. Ma temo che sia un’ipotesi del tutto fantascientifica, questa mia, e non solo per mere ragioni tecniche.

P.S.: Piazzatorre è la località che si è vista destinare di recente ben 14 milioni di Euro da parte di Regione Lombardia per rinnovare e ripristinare il proprio comprensorio sciistico, la cui quota massima sfiora appena i 1800 metri, in una zona peraltro ampiamente carente di servizi di base a sostegno della popolazione residente. Ne ho scritto al riguardo qui.

Moncenisio, il piccolo comune delle Alpi piemontesi capace di elaborare idee grandi e esemplari per molte altre comunità alpine

(Articolo pubblicato su “L’AltraMontagna” il 01 marzo 2024.)

Il piccolo pugno di case in pietra addossate alla Chiesa di San Giorgio, a 1500 metri di quota, sembra acquattarsi di proposito tra i boschi e all’ombra della possente dorsale montuosa che culmina nel Rocciamelone, per una forma di riserbo rispetto al corso della storia che lo ha contraddistinto o forse per non essere troppo disturbato dal traffico turistico che in transito sulla strada statale che di lì a pochi chilometri scollina e scende in Francia. Moncenisio è da molto tempo uno dei comuni meno abitati d’Italia: l’ultima rilevazione, del maggio 2023, segnala 49 abitanti. Per lunghi secoli molti dei viandanti, spesso illustri, che passavano dalla Francia all’Italia transitavano tra le sue case porticate e vi trovavano ospitalità durante il viaggio sulla Via Francigena che dal borgo a occidente saliva al colle del Moncenisio e a levante proseguiva divallando lungo il solco della Val Cenischia – laterale della Val di Susa – verso la Pianura Padana e il Mediterraneo. Poi, a inizio Ottocento, Napoleone ordinò la costruzione della nuova strada per il Moncenisio, che tagliava fuori il paese e vi annullava ogni commercio locale legato ai transiti, sostanzialmente relegandolo in un inesorabile romitaggio dal quale per tutto il Novecento molti moncenisini hanno pensato solo di fuggire.

[Foto di Ernesto Traettino, tratta dalla pagina Facebook dell’Ecomuseo “Le Terre al Confine“.]

Ma in qualche modo a Moncenisio l’antico e fremente dinamismo montanaro si è conservato, certamente sopito ma al contempo custodito dal bellissimo paesaggio alpestre della Val Cenischia, tanto quanto ravvivato dall’essere così prossimo a una cerniera fondamentale della catena alpina, il colle del Moncenisio appunto, che da millenni congiunge le genti, le culture e i saperi del nord e del sud Europa con quel “confine” che in realtà unisce – dal latino confinis, “confinante”, composto da con– e dal tema di finire, «mettere insieme due limiti». Dunque non un vocabolo che in origine (e come lo intendiamo oggi) indica una separazione ma al contrario la congiunzione di due elementi.

[Il nucleo abitato di Moncenisio in veste invernale. Foto di Sbisolo, opera propria, CC BY-SA 3.0, fonte commons.wikimedia.org.]

Per questo a Moncenisio qualche anno fa è nato l’Ecomuseo “Le Terre al Confine”, un progetto che mira proprio a valorizzare il ruolo di corridoio di passaggio rivestito per migliaia di anni dal colle omonimo, e contribuisce a sostenere l’attenta politica di conservazione e restauro dell’architettura tradizionale alpina locale; di conseguenza hanno aperto alcune piccole ma preziose strutture ricettive, che intercettano i flussi turistici in transito dal colle. Tuttavia ciò che mantiene vivo un luogo come Moncenisio è innanzi tutto la sua comunità: in tal senso l’amministrazione locale, guidata da un sindaco da sempre attento e sensibile al luogo qual è Mauro Carena, ha avviato un percorso di rivitalizzazione del territorio, di valorizzazione della sua cultura e di realizzazione di spazi per la vita di comunità, per la produzione culturale, e di servizi per il benessere degli abitanti e dei visitatori in un’ottica di integrazione con le strutture già esistenti e con il paesaggio d’intorno. Sulla base di questi propositi, assolutamente lodevoli e non così frequenti da riscontrare altrove, l’attenzione si è focalizzata su alcune strutture presenti a Moncenisio a loro volta legate alla presenza e al senso del “confine”, le ex Casermette della Guardia di Finanza, da tempo abbandonate e oggi protagoniste di un notevole progetto di riqualificazione a fini turistici, culturali e di welfare di comunità, in un’ottica pienamente metromontana, che le ha trasformate in centro polivalente e residenza per artisti nonché, come detto, di fulcro del processo di rinascita socioculturale per il territorio locale, grazie al lavoro di Antonio De Rossi (membro del Comitato Scientifico de “L’AltraMontagna”), Laura Mascino, Matteo Tempestini del Politecnico di Torino insieme a Edoardo Schiari e Maicol Guiguet di Coutan Studio Architetti.

Il progetto di Moncenisio risulta di grande valore per diversi aspetti. Innanzi tutto per come utilizzi un linguaggio architettonico conscio delle tradizioni locali e al contempo di una concezione contemporanea e innovativa dell’abitare in montagna, che dialoga armoniosamente con il territorio, il paesaggio, la geografia e la storia del luogo, riconoscendone la memoria secolare e assumendone l’identità culturale. Inoltre, un elemento peculiare del progetto è l’utilizzo esclusivo di legno locale proveniente dalla Val di Susa, che rappresenta un impegno concreto verso l’economia circolare e il riutilizzo di risorse locali, contribuendo a una gestione sostenibile del territorio e ponendo grande attenzione alla sostenibilità, grazie agli involucri performanti, alle stufe a biomassa e ai pannelli fotovoltaici che ne assicurano l’indipendenza energetica. Il tutto, realizzato con il coinvolgimento di professionisti locali e competenze universitarie, mirando a combinare rinnovamento urbano, tecnologia innovativa e partecipazione comunitaria. Attraverso questa sinergia, e in forza delle peculiarità descritte, il progetto di Moncenisio si fa motore di rinascita dinamica e concreta per l’intera comunità locale e diventa un modello esemplare che affronta sfide socio economiche, ambientali e di sviluppo specifiche delle regioni montane… [continua su “L’AltraMontagna”, qui.]