I paesaggi alpini entrano in stretta connessione con la qualità della vita nei luoghi: non solo contenitori di elementi materiali e immateriali ma spazi connessi alla vivibilità del territorio per i singoli e per le comunità. In questo legame con la vivibilità «tutto fa paesaggio»: le competenze di autogoverno del territorio, le modalità di gestione delle risorse naturali, le pratiche di tutela dei patrimoni così come il costruire e l’abitare, il coltivare e l’allevare. È l’uomo a «fare paesaggio», ed è in esso che possiamo cogliere la fecondazione della natura da parte della cultura. Il governo del territorio, del paesaggio e dell’ambiente necessita di una prassi responsabile, attenta all’uso delle risorse, cosciente del valore del limite e fondata sul senso di appartenenza e sulla partecipazione come unica strada per trasformare lo spazio alpino in termini di una buona vivibilità. Così intese, qualità del paesaggio e qualità della vita appaiono oggi come questioni complementari.
Ribadisco: «Il governo del territorio, del paesaggio e dell’ambiente necessita di una prassi responsabile, attenta all’uso delle risorse, cosciente del valore del limite» eccetera. Capito, cari amministratori pubblici dei territori di montagna?Competenza e responsabilità: due doti (o due doveri), peraltro, che alcuni amministratori pensano – apparentemente almeno, per come si esprimono sui media – di detenere ma che in verità non sono e non possono essere mai sufficienti, quando si ha l’onere e l’onore di gestire territori di così grande bellezza, valore, fascino e altrettanta delicatezza e fragilità. Dunque, qual è lo strumento migliore per equilibrare tutto quanto? È proprio la coscienza del senso e del valore del limite, in relazione al paesaggio – che lo manifesta – nel quale si vive e si opera: una coscienza che dovrebbe essere il prodotto di competenze e responsabilità attive e autentiche, d’altro canto, e che non si può più trascurare.
Avanti, costruite ferrovie ovunque, profanate la Jungfrau con il frastuono delle vostre macchine e la cupa marea di gente, e calpestate il suo capo con le vostre suole sporche del fango della grande città! […] Ma l’avete violentata; la svendete per un misero guadagno, come una volgare prostituta!
Così scrive a pagina 228 del suo romanzo “Flut” lo svizzero Jakob Wiedmer, archeologo di grande fama, scrittore, direttore di museo, finanziatore, inventore, uomo di notevole e brillante eclettismo; del libro e del suo autore ne racconta un bell’articolo di “Swissinfo.ch”.
Quelle lì citate sembrano parole scritte oggi riguardo l’infrastrutturazione turistica delle montagne e le conseguenze legate al turismo di massa; invece il romanzo fu scritto nel 1904 e uscì l’anno successivo, quando Wiedmer si fece pure albergatore a Wengen – oggi celeberrima località dell’Oberland Bernese ma ai tempi poco più di un anonimo villaggio di montagna – per aver sposato Maria Stern, donna abile negli affari e proprietaria dell’albergo. Proprio in quegli anni Wengen si stava trasformando in località turistica grazie alle ferrovie che la collegavano a Lauterbrunnen e Grindelwald, ma divenne meta inevitabile del turismo internazionale con l’apertura della Ferrovia della Jungfrau, nel 1912. Wiedmer visse dunque la rapida e per molti versi sconvolgente trasformazione del villaggio, e il suo assoggettamento al turismo di massa, del quale già allora intuì le degradanti dinamiche consumistiche e – oggi si direbbe – “estrattive” a danno dei luoghi e delle loro comunità.
D’altro canto il suo libro è chiaro nei propri contenuti fin dal titolo: “Flut” significa ondata, un termine che tutt’oggi viene utilizzato per descrivere il sovraturismo, o overtourism, in territori che non hanno le capacità di sostenerlo, subendone gli sconquassi. Il libro racconta le vicende di un isolato villaggio di montagna dalle tradizioni rurali si trasforma improvvisamente in una località turistica internazionale invasa dai turisti. I contadini diventano albergatori, sullo sfondo di gelosie e conflitti crescenti che portano a un finale apocalittico: il villaggio viene completamente distrutto da un incendio, simbolo delle conseguenze di uno sviluppo centrato esclusivamente sul turismo e del suo impatto sulla natura alpina. Il romanzo ebbe un buon successo ma non piacque affatto nell’Oberland Bernese, tant’è che nel 1907 i Wiedmer dovettero andarsene da Wengen e si trasferirono a Berna, dove Jakob divenne direttore del Museo storico nel 1907.
[Turisti allo Jungfraujoch. Immagine tratta da https://swissfamilyfun.com.]Insomma: già più di un secolo fa si erano perfettamente intuite le conseguenze negative che un turismo troppo massificato e basato su dinamiche prettamente economiche e commerciali in territori pregiati e delicati come quelli montani. Anzi: ancora prima, nel 1883, un altro autore svizzero legato all’Oberland, Arnold Halder, pubblicò il racconto Die Stiefelchen oder Was sich in Interlaken Alles treffen kann (“I piccoli stivali, ovvero cosa può succedere a Interlaken”) nel quale descrisse le fratture che il turismo stava generando all’interno delle società alpine e il mondo rurale che si opponeva ai sempre più numerosi e grandi alberghi di lusso.
[Veduta panoramica dell’odierna Wengen, con (nelle nuvole) la vetta della Jungfrau e a destra la celebre valle di Lauterbrunnen.]Ecco, sono passati 150 anni e nonostante tutto ciò, nonché la grande massa documentale critica nei riguardi del turismo di massa che è stata elaborata nel frattempo in forza del divenire del fenomeno, abbiamo spesso (troppo spesso) lasciato che le montagne venissero violentate e svendute per un misero guadagno, come volgari prostitute, e continuiamo a farlo. Un secolo e mezzo (ma le radici del turismo contemporaneo nascono ancora prima, nel XVIII secolo) di storia, cronache, fatti, conseguenze, successi divenuti fallimenti, paesaggi stravolti, frequenti disastri, culture e identità calpestate, in molte località non è servito a nulla, non ha fatto capire niente. E non tanto sul o contro il turismo in sé (ovvero i turisti), ma riguardo la sua trasformazione in uno strumento di assoggettamento, sfruttamento, consumo e svendita dei territori montani. Che è il modo con il quale ancora oggi il turismo viene considerato e utilizzato da certa politica alienata dalla realtà delle cose, dal tempo e dalla storia ma che, purtroppo, governa molte nostre montagne. Speriamo almeno che non facciano la fine apocalittica del villaggio raccontato da Wiedmer perché, in effetti, le premesse ci sono tutte.
[Cliccate sull’immagine per vedere il video.]Qualche giorno fa è stata inaugurata, con la solita pompa magna politichese, la nuova Tangenziale di Tirano, in Valtellina: un’opera attesa da più di cinquant’anni, divenuta “olimpica” per servire le sedi di gara a Bormio e Livigno, non completata in tempo per i Giochi nonostante le mille promesse (nel solito stile politichese nostrano) e ora finalmente conclusa.
Ora che le luci della ribalta si sono spente, al netto che quella pompa magna istituzionale è ben poco giustificata visto che per realizzare soli 6,6 chilometri di strada si è impiegato mezzo secolo (l’opera venne inserita nel Piano di Ricostruzione e Sviluppo della Valtellina dopo l’alluvione del 1987 – ma, appunto, alla politica italiana, tutta quanta, piace un sacco sfilare e mettersi in posa davanti a obiettivi e telecamere), mi rivolgo a chiunque potrà e dovrà usufruire della strada e propongo una sfida: scommettiamo che l’opera avrà problemi tecnici e strutturali nel giro di breve tempo, cioè tra non più di qualche anno?
Non è per fare l’uccello del malaugurio (sul serio, anzi: mi auguro proprio di perderla, una tale sommessa) e nemmeno per dar contro ai politici coinvolti (ci pensano da soli a fare ciò) ma perché diversi conoscenti tecnici del settore mi hanno evidenziato le numerose mancanze e criticità della nuova strada, peraltro in diversi casi evidenti anche allo sguardo meno competente, dovute non tanto e non solo a errori di progettazione quanto al metodo di lavoro in economia, nel solito modus operandi nostrano.
Ad esempio, cliccando sull’immagine qui sopra trovate una dettagliata relazione tecnica che individua i numerosi rischi idrogeologici ai quali è sottoposta la nuova strada che, secondo la stessa relazione, si sarebbero potuti in gran parte evitare con una diversa progettazione del tracciato. Ribadisco: c’è solo da augurarsi che tale relazione illustri le ipotesi di rischio peggiori in assoluto dunque quelle meno attendibili; di contro c’è di che altrettanto augurarsi che la realizzazione della nuova arteria, così attesa dal territorio e dalla sua comunità, abbia effettivamente conseguito la massima qualità tecnica e strutturale possibile evitando di osservare certe “convenienze” sovente riscontrate nei lavori pubblici italiani, funzionali alla strumentalizzazione politica delle opere o ad altri scopi alieni ad esse ben più che alle loro funzionalità e utilità concrete. Opere che poi, in numerosi casi e inevitabilmente, sono finite alla malora in pochi anni: un’eventualità che la Valtellina non merita assolutamente di dover contemplare.
Verrebbe da pensare, o da temere, che ai gestori dei comprensori sciistici, in particolar modo quelli per lo sci estivo, piaccia un sacco spedire grosse ruspe, bulldozer, escavatori e mezzi meccanici d’ogni taglia su per i “loro” ghiacciai, a giudicare da quanti se ne vedono un po’ ovunque, ma che forse non lo facciano solo per ragioni meramente funzionali alla fruizione sciistica e turistica dei comprensori. Cioè, in parole povere, non lo facciano soltanto per portare lungo le piste da discesa la neve escavata sulle altre zone del ghiacciaio al fine di coprire i crepacci che si aprono quando comincia a fare molto caldo (sempre più presto nel corso della stagione, vista la crisi climatica avanzante) e soprattutto nel tentativo di preservare il più a lungo possibile (legittimamente: ma fino a che punto?) la propria attività e i tornaconti conseguenti.
No… vista la pervicacia con la quale mandano le loro ruspe a prendere a colpi di pala i corpi glaciali agonizzanti, viene da credere che in ciò si manifesti la loro rabbia verso quei ghiacciai, che sia una sorta di rappresaglia nei confronti del ghiaccio che fonde e svanisce facendo parimenti svanire il loro business, una vendetta verso le vedrette “traditrici” che invece essi pretenderebbero che restassero sempre uguali, vaste e gonfie di neve nonostante il «clima caraibico» (cit.) anche in alta quota e la neve invernale sempre minore. «Maledetti ghiacciai, mi state abbandonando e allora io mi vendico e vi sevizio!» sembrano urlare i rombanti motori di quelle ruspe mentre compiono i loro glaciocidi fin quasi a 4000 metri di quota.
Peraltro, con tutto ciò senza capire (o senza volerlo fare) che – lo ribadisco – l’escavazione della neve residua sulle zone di ghiacciaio ancora intonse e il trasporto verso altre parti già crepacciate – dove ci sono impianti e piste, appunto – non solo non salva queste seconde ma contribuisce ad accelerare ancora di più la fusione dell’intero apparato glaciale, così come i ghiacciai non si salvino con la posa di quei deprecabili teli geotessili in uso presso alcune località. Il che mi dà l’idea di quali bias cognitivi si manifestino in questi comportamenti, in questa reiterata pretesa di sopravvivenza che viceversa, visto come sia andata oltre ogni ragionevole limite (anche considerando gli aspetti economici che ne derivano), appare ormai una pratica di autolesionismo imprenditoriale e ambientale nonché – ed è ben peggio – la fonte di un danno ecologico devastante per i ghiacciai, le montagne coinvolte e i territori circostanti.
È una questione di buon senso, di intelligenza, di cura e di rispetto per la montagna, di sensibilità verso il suo ambiente, di responsabilità verso il presente, il futuro prossimo e chi lo vivrà dopo di noi. Una semplice e lineare questione di civiltà, in fondo, ma evidentemente non per tutti.
Intanto, si candida al Premio «Ci siete o ci fate?» nella categoria “viaggi” la rivista “Latitudes Travel Magazine” il cui portale si presenta come «arricchito quotidianamente con foto e notizie di viaggio e lifestyle firmati da un team di collaboratori di consolidata esperienza» ma che in data 12 agosto (salvo miei errori o dei motori di ricerca sul web) pubblica l’articolo sotto riportato sullo sci estivo e sui «santuari del ghiaccio situati sulle Alpi»:
[Cliccate sull’immagine per leggere l’articolo. La foto sottostante il titolo, che riprende l’area dello sci estivo di Zermatt lo scorso 9 agosto, l’ho aggiunta io.]Eh, peccato che tutte le località delle Alpi nelle quali si pratica(va) lo sci estivo sono state chiuse da giorni, se non da settimane, per il pessimo stato dei ghiacciai dovuto al clima di quest’estate (e alla crisi climatica in generale) ad eccezione dello Stelvio, dove inopinatamente si scia ancora in condizioni pessime e in un paesaggio che sicuramente offre «un’esperienza davvero memorabile», già, ma per lo sfacelo glaciale che lo caratterizza, non per altro.
[Le condizioni inquietanti del ghiacciaio dello Stelvio dove si trovano gli skilift ancora “aperti”. Immagine tratta dalla pagina Instagram di Mario Aimar.]Cari amici di “Latitudes”, con tutto il rispetto per il vostro lavoro e per la rivista che editate i cui contenti altrove sono sicuramente di qualità indiscutibile, vi chiedo di rispettare anche i luoghi di cui scrivete soprattutto se particolarmente esposti a problematiche di natura ambientale e criticità evidenti che ne sconsigliano la frequentazione, come purtroppo sta accadendo sulle Alpi. La “valorizzazione” dei luoghi e dei paesaggi di pregio nasce fin dalla cura verso di essi e, in tal caso, da come se ne scrive: è una questione di rispetto tanto verso i luoghi stessi e le loro peculiarità quanto per chi vorrebbe visitarli, oppure decide di non farlo, in base a ciò che se ne scrive. Grazie.
P.S.: ah, e se magari nei vostri testi eviterete il più possibile termini come banali e abusati come “mozzafiato” vi sarò ancora più grato.