Sul numero di ottobre di “OROBIE”, in edicola in questi giorni, potete trovare una bella “paginata” dedicata al mio libro Il miracolo delle dighe. Storia di una emblematica relazione tra uomini e montagne, inserita nell’articolo che la rivista ha dedicato agli impianti idroelettrici del Barbellino – citati anche nel mio libro – il quale è parte della serie che lungo l’intero anno in corso “OROBIE” ha dedicato alle opere legate all’energia idroelettrica che caratterizzano il paesaggio lombardo e allo sfruttamento delle risorse idriche alpine e prealpine. Ne parla anche il sito web, qui.
Ringrazio di cuore la redazione della rivista per aver dedicato al mio libro cotanto spazio e considerazione: ne sono sinceramente onorato, anche per come “OROBIE” rappresenti un’eccellenza editoriale ormai consolidata nella narrazione di alta qualità, tanto nei testi quanto nelle immagini fotografiche, del territorio della Lombardia montano e non, capace di offrire ai lettori storie, consigli e rivelazioni assolutamente importanti e preziose riguardo i territori narrati e a favore della loro conoscenza diffusa.
Vi sono delle particolari zone di montagna che potrebbero essere identificate, oltre che dalle rispettive caratteristiche geografiche e antropiche, anche da una specifica figura di autore letterario che, scrivendone nei propri libri e facendone il soggetto geografico principale delle storie narrate, è diventato o diviene per esse il principale “cantore”. Penso ad esempio alla Surselva e a Arno Camenisch, all’Engadina e a Oscar Peer, e penso ormai anche alle montagne del Lago Maggiore e a Alberto Paleari, che da tempo le ha rese protagoniste di molti dei suoi scritti e, ancor più – o, per meglio dire, in quanto – luogo di vita e di vagabondaggi vari e assortiti. Proprio come si può leggere in Narratori delle montagne (Monterosa Edizioni, Verbania, 2023) ultima sua fatica letteraria (e camminatoria, è proprio il caso di dire!) nella quale la relazione che Paleari ha intessuto con questa regione delle Alpi tra Italia e Svizzera, geograficamente assai articolata, che fa da quinta montana al bacino settentrionale del Verbano – dal Mottarone in su e fino a Locarno, per intenderci – diventa manifesta e a sua volta assai articolata, costruita su un palinsesto di diverse percezioni sensoriali e elaborazioni culturali che agevolano a Paleari la creazione del personale paesaggio interiore, riflesso e sviluppo di quello esteriore, la cui presenza nell’intimo segnala la concretezza della relazione con i luoghi vissuti, esplorati e raccontati.
Detto ciò, Narratori delle montagne è parimenti un libro narrativamente “articolato”, innanzi tutto per come rappresenta un compendio di due testi apparentemente diversi nella forma ma assai simili, per non dire complementari e conseguenti, nella sostanza […]
(Potete leggere la recensione completa di Narratori delle montagne cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)
Il ricordo è come un tessuto in continua lavorazione. Ricordo queste montagne coperte di neve, di un bianco immoto, avvolte nel silenzio, come se i rumori fossero ghiacciati, costretti a rimanere al caldo nelle bocche delle persone, nel muso degli animali, nel profondo delle cose, quasi non volessero uscire per non prendere freddo. Ricordo di aver aspettato che la strada fosse sgombra dalla neve caduta dal versante nord, con i lampeggianti arancioni degli spazzaneve ad illuminare ritmicamente quel pomeriggio che diventava notte, con la gente fuori dalle macchine a battere i piedi, a soffiare nelle mani avvolte nei guardi, a fumare per non sapere cosa fare, per non essere capaci di comunicare. Ora le rivedo che è estate: le stesse montagne, le stesse vette pulite, le stesse rocce, le stesse cicatrici sul versante al sole che si possono leggere come profondi segni di un passato doloroso. Guardo la montagna di cui ignoro il nome dall’altro versante, in ombra, nascosto tra larici e abeti che si muovono leggeri per la brezza. Costruisco un altro ricordo di questo luogo, di questa alta Engadina sempre così perfetta – estate, inverno, autunno – che vorrei qualcosa intervenisse per alterare la scena […]
Da Il barbiere dell’Alta Engadina dell’amico e raffinato scrittore – di viaggio ma non solo – Tino Mantarro, tratto da “Kaiserpanorama“. Cliccate qui per continuare la lettura nel sito della rivista. Poi, leggete i suoi libri e esplorate l’Engadina, una delle terre alpine più belle e emblematiche del mondo, ma fatelo soprattutto a piedi e solamente con il cuore, l’animo e lo spirito, più di ogni altra cosa. Altrimenti rischiate di percepirla solo come “un gran bel posto di montagna”: cosa che è, senza dubbio, ma dopo mille altre cose ben più affascinanti, significative, profonde. Ecco.
[Ciò che succede nel Parco Nazionale Svizzero. Cliccateci sopra per saperne di più.]Mentre ilParco Nazionale Svizzero – la più grande riserva naturale del paese, istituita ufficialmente nel 1914 con i più alti standard di protezione e di ricerca sugli habitat naturali montani – attira delegazioni dall’estero che vengono a raccogliere informazioni e esperienze su come si possono promuovere ed eventualmente combinare il turismo sostenibile e la tutela della biodiversità nelle riserve naturali dei propri paesi, al di qua del confine, nel contiguo settore lombardo del Parco Nazionale dello Stelvio, si può constatare concretamente e “imparare” non solo come non si tutela un’area naturale montana ma pure come la si può distruggere con l’autorizzazione e il bene placito delle istituzioni politiche nonché, soprattutto, con la consensuale indifferenza dello stesso Parco Nazionale.
[Ciò che succede nel Parco Nazionale dello Stelvio. Cliccateci sopra per saperne di più.]Si rimarca spesso che le montagne da sempre non dividono ma uniscono: territori, paesaggi, genti, culture, tradizioni, saperi… ma in certi disgraziati casi invece è vero che dividono: tra Grigioni e Lombardia, nelle rispettive e, ripeto, contigue aree naturali protette, da una parte si trova competenza, cura, capacità di gestione, visione, idoneo supporto politico, dall’altra si constata incompetenza, menefreghismo, incapacità gestionale, assenza di visione e progettualità ambientale, azione politica deleteria. E riguardo questa seconda parte, quella lombarda del Parco Nazionale dello Stelvio, ciò che sta accadendo al Lago Bianco del Passo di Gavia è tra le prove più emblematiche e inquietanti.
Una divisione netta, una differenza di relazione con il territorio e di gestione delle proprie montagne radicale e sconcertante. Di là, nei Grigioni, ammirazione; di qua, in Lombardia, vergogna.
[Foto di Calvin411, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte commons.wikimedia.org.]Nel mio libro Il miracolo delle dighe. Storia di una emblematica relazione tra uomini e montagne ho scritto di come molte dighe costruite nei territori montani sappiano suscitare quella particolare fascinazione che sta alla base del “miracolo” che dà il titolo al libro anche dal punto di vista formalmente estetico. Il che è a sua volta una sorta di strano “miracolo”: sentire numerose persone che proferiscono esclamazioni di gradimento della “bellezza” al cospetto di un ciclopico e per certi versi brutale muro di calcestruzzo piazzato a forza in mezzo alle montagne è obiettivamente qualcosa di sorprendente, ed è stato uno degli input fondamentali, peraltro “studiato” a lungo sul campo, per il quale ho scritto il libro e dal quale sono partito per tutte le altre considerazioni sui paesaggi montani e sugli uomini che li abitano espresse nel testo.
Veramente un ciclopico muro di cemento piazzato a forza in mezzo al più delicato paesaggio montano può essere “bello”? Quasi come fosse un’opera d’arte, una gigantesca installazione di land art montana? E può una diga, nonostante la sua grezza e ruvida mole, abbellire il territorio nel quale ha sede?
Nel libro, tra le altre cose, racconto le personali esperienze e le riflessioni intorno a tali interrogativi e riguardo alcune dighe alpine che suscitano tali inopinate ma ben condivise suggestioni di “bellezza”: non faccio spoiler (!) ovviamente, ma voglio raccontarvi qui di una diga della quale non ho scritto nel libro perché non l’ho mai vista dal vivo, essendo nel Québec (Canada), e che è ampiamente considerata una delle più belle del mondo: la Daniel Johnson dam (Barrage Daniel Johnson in francese), uno spettacolare sbarramento composto da quattordici contrafforti e tredici archi costruito tra il 1959 e il 1970 lungo il fiume Manicouagan (per questo la diga è popolarmente nota come “Manic 5”, essendo l’ultimo di una serie di cinque sbarramenti presente lungo il corso del fiume).
La Daniel Johnson Dam (intitolata al ventesimo premier del Québec, responsabile dell’avvio del progetto) non è solo “bella” da vedere ma è anche ciclopica: alta ben 214 metri e lunga più di 1,3 kilometri, ha l’arco centrale largo 160 metri/530 piedi e gli altri circa 76 metri/250 piedi, rappresentando la diga del suo genere più grande al mondo il cui sbarramento forma il quinto bacino artificiale più grande al mondo. Un bacino dalla particolarissima forma circolare (detta “The eye of Québec”, l’occhio del Québec, lo vedete nell’immagine sottostante; la diga si trova in basso, proprio in fondo al ramo che esce dal lago), creatosi in quanto la diga ha unito due precedenti laghi di forma semicircolare i quali testimoniano la presenza di un antichissimo cratere da impatto meteoritico generato dall’impatto di un asteroide di 5 km di diametro caduto sulla Terra 214 milioni di anni fa, il sesto più grande cratere sul pianeta. A sua volta l’isola che si è formata nel centro del lago – denominata René Levasseur in onore dell’ingegnere responsabile della costruzione della diga Daniel Johnson, il quale morì all’età di 35 anni pochi giorni prima dell’inaugurazione dell’opera – è la seconda più grande isola lacustre del mondo, essendo vasta ben 2.020 km2.
Insomma, un’opera spettacolare per molteplici aspetti (anche turistici, visto che attira migliaia di visitatori ogni anno), non ultimo quello di aver modificato in maniera importante la geografia e il paesaggio di questa parte – poco antropizzata, peraltro – del Canada, strumento di una territorializzazione possente ma al contempo integrata, tutto sommato, al luogo e alle sue peculiarità determinandone la particolare identità geografica e antropica, anche – appunto – in forza della sua caratteristica bellezza formale che la rende così suggestiva.
Come detto, di molte altre belle dighe alpine – e di tante altre – ho scritto ne Il miracolo delle dighe. Per saperne di più, sul libro, cliccate qui sotto: