Olimpiadi: se tutto diventa “legacy” perché nulla lo è veramente

Che i soggetti politici e non promotori delle Olimpiadi di Milano Cortina stiano tentando di imporre l’opinione che i Giochi siano stati un evento positivo per i territori coinvolti, risulta ormai palese a chiunque, anche ai sassi di quei territori. Purtroppo (non solo per loro) è un tentativo già ora pressoché disperato, a soli due mesi dalla fine dei Giochi, visti i debiti che si stanno palesando in aggiunta ai budget ampiamente sforati, ai costi olimpici complessivi, alle opere non realizzate e sovente nemmeno iniziate, all’insuccesso di pubblico nelle sedi olimpiche che tuttavia possono quanto meno sperare in un futuro ritorno d’immagine turistica, a differenza dei territori limitrofi che invece le Olimpiadi le hanno subite e continueranno a subirle negli anni a venire.

Così, tra gli autoincensamenti a gogò dei giorni appena successivi alla fine dei Giochi, le “medaglie d’oro” diffuse – sempre dagli organizzatori olimpici – a se stessi, alle infrastrutture delle gare, alle strade, ai treni (aspetti, questi ultimi, che hanno ripresentato le solite inefficienze già dal primo giorno dopo la fine delle Olimpiadi), ogni cosa apparentemente positiva che ora accade nei territori olimpici diventa “legacy”. Ma se tutto diventa “legacy”, nulla lo diventa realmente perché manca il senso autentico del termine e dell’idea che vi dovrebbe stare dietro: come si rimarca nel progetto di ricerca con il quale l’Università di Bergamo sta indagando l’impatto dei Giochi Olimpici di Milano Cortina sui territori coinvolti verificando benefici e criticità dell’eredità olimpica, «La vera legacy non sta tanto nelle infrastrutture o nella visibilità turistica, ma nel rafforzare un territorio di per sé fragile senza snaturarlo e senza che si generino squilibri ambientali e sociali. La legacy si gioca tutta nel cercare di mettere al centro la montagna.»

Invece, qualche giorno fa, è stata proclamata «progetto di legacy territoriale unico nel suo genere, pensato per legare indissolubilmente il destino della Valtellina ai Giochi Olimpici e Paralimpici di Milano Cortina 2026» una piacevole tanto quanto ordinaria passeggiata che unisce alcuni itinerari già esistenti della bassa valle nei pressi di Morbegno, piazzandoci diciotto totem con i medaglieri olimpici e paralimpici di Milano-Cortina, cinque bacheche che illustrano alcune rilevanze storico-culturali e «l’unico “Spectacular” (i cinque cerchi olimpici) permanente della Regione Lombardia», cioè una gigantesca riproduzione metallica del simbolo olimpico piazzata in un punto panoramico visibile dal fondovalle. «Questo progetto rappresenta la vera essenza della “Legacy olimpica”. Volevamo lasciare al territorio qualcosa di tangibile che andasse oltre l’evento sportivo» hanno detto i promotori dell’iniziativa. Ah sì? E cosa lascerebbe di realmente concreto a favore del territorio e delle sue comunità? Un percorso escursionistico già esistente (a bassa quota su versante solivo, dunque percorribile solo quando non faccia troppo caldo) per la cui conoscenza non servivano certo le Olimpiadi ma un’ordinaria dose di conoscenza del territorio, consapevolezza delle sue peculiarità e creatività culturale. Viceversa, “grazie” alle Olimpiadi, si è piazzato un catafalco metallico in mezzo al verde che chissà quanto resterà in buone condizioni prima di deperire sotto l’effetto degli agenti atmosferici e diventare (non lo auguro proprio, ma visti i precedenti di altre installazioni simili) un rottame arrugginito e magari pericolante.

Ma quale diavolo di «progetto di legacy territoriale unico nel suo genere» sarebbe una cosa così? Seriamente, di cosa stiamo parlando? Va bene, è un percorso in ambiente naturale (ma con ampi tratti su asfalto) che offre belle vedute del paesaggio locale (seppur in questo modo, obiettivamente, offra pure la constatazione di quanto sia cementificato il fondovalle valtellinese), i testi delle bacheche saranno accattivanti, consente di passeggiare… ma, posti questi aspetti del tutto ordinari per un’opera del genere, dov’è la “legacy”? Dov’è l’unicità, dove sarebbe la «meta iconica» che diverrebbe la zona secondo i promotori della passeggiata? Inoltre, detto tra noi, cosa c’entra la storia dei medagliati olimpici, che nesso ha con quel territorio dove nulla di olimpico-invernale si può fare, viste le sue caratteristiche geomorfologiche e le ben diverse peculiarità che piuttosto raccontano vicende e narrazioni storiche totalmente differenti?

D’altro canto, la notevole affluenza di politici locali all’inaugurazione di tale “Passeggiata Olimpica”, nemmeno fosse una grande opera a beneficio della comunità locale, rende ben chiaro ciò che denotavo in principio, ovvero il tentativo disperato di far credere cose chiaramente non credibili, riguardo le Olimpiadi, e imporre verità che, alla prova dei fatti, si smentiscono da sole. E, ribadisco, sono passati solo due mesi dalla fine delle Olimpiadi! Se la realtà della “legacy olimpica” di Milano Cortina è questa, nei prossimi mesi ne vedremo proprio delle belle. “Belle” si fa per dire, ovviamente.

N.B.: come avrete già notato, lo spunto originario di queste mie riflessioni e le immagini relative vengono da questo articolo del quotidiano on line “SondrioToday”.

«Piutost che nient l’è mej piutost» anche in bassa Valtellina (?)

[Immagine e notizia tratte da “La Provincia-UnicaTV“.]
Di nuovo ci si ritrova nelle condizioni di doversi rallegrare del fatto che in bassa Valtellina la Regione Lombardia elargirà circa 7 milioni e mezzo di Euro (di 14 milioni e 400mila totali riservati per questa zona e la contigua Valle Brembana dalla Strategia regionale “Agenda del Controesodo” 2021-2027 – DGR 5587 del 23 novembre 2021) a beneficio di venticinque comuni (l’elenco è qui) per «una serie di progetti importanti che saranno ripartiti sulle amministrazioni comunali a beneficio dell’intera popolazione residente e di chi visita il territorio».

Già. Ma facendo i classici “conti della serva”, semplici ma significativi, si deduce che, posta la cifra in gioco, ai venticinque comuni beneficiari andranno 300mila Euro ciascuno. Cioè più o meno il costo di una rotonda. La stessa “serva” quindi considera che l’importo totale elargito all’intero territorio in questione è inferiore a quello che di frequente la Lombardia destina al finanziamento di un singolo impianto di risalita al servizio di comprensori sciistici, spesso in località dove per ragioni climatiche e ambientali la pratica dello sci presto sarà impossibile: solo a Piazzatorre ad esempio, nella stessa Valle Brembana, la Regione Lombardia ha annunciato uno stanziamento di quasi 14 milioni per il rinnovo degli impianti sciistici lì presenti, posti sotto i 1800 metri di quota. Quasi il doppio di quanto elargito ai venticinque comuni basso-valtellinesi.

[Veduta della piana di Morbegno con alle spalle l’accesso alle Valli del Bitto e le Alpi Orobie sullo sfondo. Immagine di Massimo Dei Cas tratta da www.paesidivaltellina.eu.]
Dunque, tocca dire “Piuttosto che niente è meglio piuttosto”, come recita il noto motteggio milanese che ho citato nel titolo di questo articolo? Sì, tocca dirlo e con notevole amarezza, visto come sia evidente che quegli stanziamenti in concreto rilanciano poco o nulla ma servono soltanto e al solito a mantenere una condizione di estrema precarietà in territori montani che abbisognerebbero di ben altre risorse e visioni strategiche a lungo termine  per contrastare efficacemente le dinamiche socioeconomiche e demografiche negative (altra cosa perennemente mancante in queste iniziative istituzionali), oltre che servire, in questo caso, ad accontentare zone che restano pressoché escluse dalle ricadute vantaggiose (sempre che ve ne siano) generate in Valtellina dalle Olimpiadi.

Forse le proporzioni finanziarie in gioco dovrebbe essere opposte, ovvero molte più risorse destinate alle strategie di sviluppo socioeconomico delle comunità e al supporto della stanzialità residenziale e lavorativa invece che alle infrastrutture turistiche, peraltro quasi sempre gestite da società private facenti lucro – fondatamente da parte loro, per niente se per ciò vengono spese, e facilmente sprecate, ingenti risorse pubbliche.

No, temo si sia ancora ben lontani dal fornire ai nostri territori montani ciò che realmente chiedono e hanno bisogno. Il rischio è che di questo passo, e senza una profonda e consapevole revisione tanto politica quanto culturale da parte delle amministrazioni pubbliche, svanisca rapidamente anche il piutost e resti solo il nient, il nulla e l’abbandono definitivo.

Lo stesso paesaggio, sempre diverso

Il paesaggio non è mai uguale a se stesso e parimenti il luogo che identifica non è mai lo stesso, anche se sembra tale, persino se è la millesima volta che lo si visita e contempla.

Questa verità me la riconfermo ogni volta che torno in Valle della Pietra, laterale della Valgerola che a sua volta lo è della Valtellina: secondo me uno dei posti più belli delle Prealpi lombarde. Salendo da Gerola o da Laveggiolo e superando la boscosa dorsale nordorientale del Pizzo Melàsc, mi ritrovo davanti la testata della valle in tutta la grandiosa potenza alpestre che la caratterizza e che lo sguardo può cogliere. Non so quante volte l’abbia percorso, quell’itinerario che d’altro canto è parte della DOL dei Tre Signori, la Dorsale Orobica Lecchese: decine e decine di sicuro, eppure ogni volta lo stupore nell’osservare il paesaggio della Valle della Pietra è lo stesso della prima, il colpo d’occhio appena fuori dal bosco mi sgrana tanto le palpebre quanto la mente e l’animo, sicché per qualche secondo non posso che restare imbambolato a godermi la straordinaria visione.

Lo stesso paesaggio di sempre ma ogni volta diverso: sembrerebbe un controsenso, questo, e invece è la pura verità. Cambiano le condizioni ambientali, il tempo, la luce e le ombre, i colori, i profumi, la vegetazione e ancor più ogni volta sono cambiato io che osservo. Il paesaggio esteriore cambia perché è cambiato il paesaggio interiore e, come ha scritto Lucius Burckhardt, «Il paesaggio è un costrutto, non va ricercato nei fenomeni ambientali ma nelle teste degli osservatori». Ecco perché non è mai uguale anche se così a molti appare, e perché ogni volta che lo si osserva può suscitare le stesse impressioni della prima volta: è come se a ciascun ritorno in quel paesaggio lo si ricreasse, come se la nostra mente lo reinventasse ex novo in base alle condizioni del momento e alle sensazioni dell’osservatore.

Posso tornare infinite volte nello stesso luogo conoscendone ormai a menadito ogni suo elemento, anche il più microscopico e insignificante, eppure mi sento sempre come se vi giungessi per la prima volta. In fondo, così facendo, ogni volta non rigenero solo il paesaggio ma pure me stesso. Credo sia un buon modo per sentirsi vivi e esserne gratificati, questo.

Lorenzo Berlendis, “Le vie dei ponti”

Una delle cose più deleterie che siano accadute alle nostre Alpi, al netto delle fenomenologie di natura variamente socio-antropologica che ne hanno caratterizzato negativamente la storia degli ultimi due secoli, è stata la loro trasformazione in baluardi naturali di confine in base alla dottrina cartesiana sulla quale si è incentrata la geopolitica europea dal Settecento in poi. Prima di ciò, le Alpi sono sempre state una “cerniera” tra popoli, culture, saperi, tradizioni, economie, hanno sempre unito le genti alpine e gli stessi stati nazionali puntavano a contenere il più possibile nei propri territori i gruppi montuosi nella loro interezza. Anzi, quelle fenomenologie degradanti prima citate in effetti sono state la conseguenza anche di tale suddivisione geopolitica cartesiana dei monti alpini, per non parlare delle varie guerre successivamente scoppiate tra paesi di opposti versanti – la Prima Guerra Mondiale su tutte.

Dunque, la morfologia pur ostica di vette, creste e dorsali delle Alpi mai ha diviso le comunità alpine, e praticamente ogni passo valicabile, anche a quote elevate, era sede di una via di transito, carrabile, mulattiera o sentiero che fosse. Ecco, se si “ribalta” la suddetta morfologia, anche visivamente, alle dorsali elevate verso il cielo corrispondono i fondivalle delle innumerevoli vallate alpine lungo le quali scorre quasi sempre un corso d’acqua più o meno importante; e alle mulattiere valicanti i passi corrispondono i ponti che superavano e superano quei corsi d’acqua, a loro volta unendo le sponde ovvero le genti che vi abitavano e che da quelle valli transitavano. Sono altrettante piccole “cerniere” alpine, quei ponti, e di grande importanza, al punto che attorno al loro secolare valicamento si sono condensate infinite storie, vicende, narrazioni culturali d’ogni genere ma tutte quante affascinanti e sovente emblematiche riguardo la stessa storia delle Alpi in generale.

Lorenzo Berlendis è nato proprio in una valle prealpina – la Val Brembana, nelle Alpi Orobie – ricca di ponti importanti che valicavano il sovente impetuoso Brembo, e molti altri ponti, anche e soprattutto culturali, Berlendis ne ha valicati a iosa, in primis come membro di Slow Food e coordinatore di gruppi tecnici su mobilità dolce, progettazione partecipata degli spazi urbani, valorizzazione di territori e saperi delle comunità locali. Dunque egli sa bene come un ponte non sia solo un manufatto meramente atto a superare depressioni e avvallamenti ma, come detto, una piccola/grande cerniera tra territori e genti: il suo ultimo libro Le vie dei ponti. Percorsi tra memoria e gusto, storia e arte. Dalle Orobie bergamasche ai Grigioni, attraverso la Valtellina e la Val Bregaglia (Altraeconomia, 2025) è costruito attorno a queste fondamentali cerniere che, nello specifico, uniscono sponde e versanti di una delle regioni più emblematiche delle Alpi, quella tra Lombardia e Grigioni circoscritta dal sottotitolo del libro. Una regione da sempre transitata come poche altre, collegamento millenario tra Nord Europa e Mediterraneo nella quale gli scambi tra le varie comunità sono sempre stati intensi al punto da potervi estrapolare una certa unitarietà antropologica, costruita e testimoniata da innumerevoli fatti storici e elementi culturali []

(Potete leggere la recensione completa di Le vie dei ponti cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)

L’emerito Andrea Savonitto

Con la fine dell’anno in corso Andrea Savonitto, da tanti conosciuto come “il Gigante” (o più brevemente “Gig”) è diventato guida alpina emerita, dopo oltre quarant’anni di servizio per le montagne di mezzo mondo nonché trentacinque da gestore di rifugi e capanne, il tutto, come ha scritto sulla propria pagina Facebook con la sua abituale ironia, senza «mai un incidente al cliente…neanche un mignolo, senza aver avvelenato alcun*. Magari qualche cagotto, certamente mirato e meritato, ma MAI itteri o ricoveri coatti».

Ho la grande fortuna e il privilegio di conoscere Savonitto da qualche tempo e a sufficienza da essere veramente felice di saperlo guida “emerita” – quantunque ciò riveli pure una sua sempre più “diversa giovinezza”, ma è inevitabile d’altronde – e, ripensando alla sua presenza sulle montagne e all’attività svolta, di comprendere come un tale titolo non sia solo la conseguenza di un’anzianità di servizio ma diventi pure la presa d’atto ufficiale di un’aura quasi leggendaria che il Gigante ha acquisito in questi quaranta e più anni – facendolo gigante non solo nella statura ma pure nella considerazione guadagnata da tutti i frequentatori della montagna che vi hanno avuto a che fare, da clienti su itinerari alpinistici e escursionistici, allievi, pubblico delle sue conferenze, ospiti dei rifugi gestiti, ma pure da chi non l’abbia direttamente conosciuto e sia stato solo raggiunto dalla sua fama.

[Savonitto nel 1979, durante l’apertura de “Il Capellaio Matto”, la prima via alla Scogliera Morgana a Varenna, Lecco. Immagine tratta da www.planetmountain.com.]
Grandissimo alpinista, esploratore di mille pareti e falesie dalle Alpi alle piramidi (letteralmente) e anche altrove, sulle quali ha tracciato innumerevoli vie che sovente hanno fatto scuola diventando classiche ricercate e frequentate (l’ultima sua opera in tal senso è la falesia di Vandea sul Monte Berlinghera, sopra il lago di Mezzola all’ingresso della Valchiavenna), autore e curatore di numerose guide di arrampicata, escursionismo e scialpinismo, figura carismatica seppur a volte schiva, in certi momenti di primo acchito apparentemente scorbutico ma in realtà sempre ironico perché innanzi tutto autoironico, sovente sarcastico al limite del caustico, irrequieto perché visionario ma sempre intelligente e sagace, anche quando esprima pensieri e pareri con i quali non si concordi ma che comunque obbligano alla riflessione e al confronto, geniale in certe sue trovate che in quanto tali – troppo avanti, troppo fuori dalla norma, troppo “sovversive” – non sono state comprese da molti e per questo ampiamente criticate ma senza che mai ne condizionassero le idee e le azioni, oppure che gli hanno fatto commettere “errori” ma sempre nel contesto di esplorare ciò che poteva e sembrava essere la cosa giusta da fare in un dato luogo e in un certo momento, e se poi non lo era bastava cambiare le cose e rifocalizzare gli obiettivi. «Una vita spesa per la montagna» si potrebbe affermare per Savonitto, ma risulterebbe una cosa fin troppo banale e scontata da rimarcare. Forse è più vero l’opposto, cioè che Savonitto è stata e rappresenta una vita guadagnata dalle montagne, per come nei suoi modi a volte personali e particolari ma sempre coinvolgenti abbia saputo valorizzarne infiniti angoli altrimenti ignorati e sottovalutati, al contempo manifestando un modo di andare per monti sempre basato innanzi tutto sul divertimento e sulla passione, tanto scanzonato quando consapevole del qui-e-ora, di come sia necessario, per esplorare, vivere e godere veramente delle montagne, sia su vie d’arrampicata verticali o nel corso di tranquille passeggiate per famiglie, sentirsi pienamente vivi su di esse.

[Savonitto nella “sua” Vandea, nel 2023.]
Ecco, mi viene da pensare che Andrea “Gig” Savonitto abbia tutti i titoli per essere una guida alpina emerita perché, come detto, a modo suo ha saputo rendere “emerite” molte montagne, spesso di quelle che non sarebbero potute essere tali e grazie a lui lo sono poco o tanto diventate. «Chapeau!» insomma, e visto che la sua anagrafica è diversamente giovane ma non ancora troppo, l’augurio è che ancora per moltissimo tempo possa emeritamente salire montagne d’ogni sorta e rendere ugualmente “emerito” ovvero memorabile l’incontro con chiunque se lo ritrovi davanti.

(Tutte le immagini, ove non diversamente indicato, sono tratte dalla pagina Facebook di Savonitto.)